Leggendo il Salvio e il Carrera

di
Carmelo Coco


UNA NUOVA RUBRICA


Parte prima


    Per i due trattatisti del Seicento, Alessandro Salvio e Pietro Carrera ho, senza preferenze e graduatorie di merito, un'ammirazione inesauribile.
    La lettura dei loro testi è una vera fonte di arricchimento intellettuale e scacchistico.
    In questa rubrica Vi proporremo la lettura di alcuni brani e passaggi dei loro libri che riteniamo importante far conoscere.

    Alessandro Salvio nel Discorso secondo sopra la nobiltà del gioco del Trattato dell'Invenzione e Arte Liberale pubblicato nel 1604, scrive che

Tre cose si acquistano da detto gioco; primo l'utile, secondo l'honore, terzo diletto. ... Poi c'ha ad altro non fu inventato, che per esercizio dell'intelletto: non havendovi loco alcuno la fortuna.


    Quasi le stesse parole usa il Carrera nel Capitolo VI libro primo Che nel giooc non vi sia sorte de Il Gioco de gli Scacchi edito a Militello nel 1617:

... Concludiamo dunque, che nel gioco de gli Scacchi in nessuna maniera vi ha luogo la sorte, onde in conformità di questo diciamo nel lib. 3 degli Epigrammi

(la parte più importante e che più ci interessa)

Sortis nulla, sed ingenium.

    Ispirazione poetica originale?
    L' intero epigramma è tratto da Variorum Epigrammatum libros tres. Panormi typis Erasmi de Simeone pubblicato dal Carrera solamente nel 1610.

    Sono molteplici queste strette analogie di concetti e significati che all'attento lettore non possono sfuggire.
    Condurremo una ricerca parallela e inconsueta alla ricerca di tutti i possibili motivi di astio e di polemica (non tutti riportati e menzionati, a nostro avviso, nelle due famose Apologie) tra il Salvio e il Carrera. Alla fine della ricerca proporremo delle interessanti conclusioni.

    Non tutti sanno, ad esempio, che ad un sonetto scritto dal Salvio contro il Leonardis, vennero cambiati i nomi e, complice il Salvio, venne utilizzato contro il Carrera. Leggiamo il passaggio riportato ne Il Puttino, capitolo XIII:

Avvenne, che giucando col Signor Leonardis avanti l'Eccellenza del Signor Conte di Lemos Vicerè nel Regno, restando io vincitore, fu fatta l'infrascritta ottava, la quale la consignai al Sig. Ottavio Brancaccio Cavaliere Napolitano, e del giuoco degli Scacchi molto amico: la tenne detto Signore molto cara, ne volle mostrarla al detto Signor Leonardis, insino a tanto che fu data a detto Leonardis sotto altro nome, come fusse venuta da Sicilia dal Signor Marano, che con molto suo gusto la mostrava a tutti, dicendo, esser successo tra il Marano, e'l Carrera.


Il sonetto è in forma di dialogo. Nell'originale le iniziali sono S. (Salvio) ed L. (Leonardis). In quello contro il Carrera le iniziali sono state cambiate in M. (Marano) e C. (Carrera).

M. Dimmi, chi fu ne' Scacchi il più saputo?
C. Il Puttino da Cutri, il Bovio appresso:
Fù sodo, e forte l'un, l'altro più arguto,
Onde uguale n'avvien chiamarsi spesso.
M. Il terzo? C. Io sono. M. Or se tu avessi avuto
Di me vittoria, ov'io t'ò vinto, e oppresso,
Che più diresti? C. Io ben direi da vero,
Che dell'altro, e dell'un sarei il primiero
.


Il Carrera non si risentì di questo sonetto altamente offensivo?

    Salvio dedica più di otto pagine al gioco di memoria (Trattato del 1604, capitolo intitolato Vero modi del giocare di Memoria, per li provetti, e per li principianti da impararsi il gioco). Carrera altre cinque (Il gioco de gli scacchi, capitolo intitolato Del gioco di memoria).
    Carrera è polemico con Salvio quando afferma che il gioco di memoria richiede,

che colui, il quale ha desio di saperlo, habbia à mente tutte le case del Tavoliero, e tutti gli Scacchi che in esse sono, e furono. Ne si creda alcuno, che sia bastante per giocare à memoria sapere, che tal casa sia di tal Pezzo, e di tal numero, cioè, seconda, terza, ò quarta, perchè vi è di huopo haver cognizione di altro.


    Una lunga frecciata al metodo del Salvio che possiamo ben definire matematico (dal quale, infatti, è possibile trarre delle formule matematiche). Ingegnoso lo scritto del Carrera che, però, si limita a consigli ed avvertenze.


    In alcuni casi, però, la lettura congiunta dei due famosi trattatisti serve per chiarire inesattezze di altri. Ci sono diversi casi interessanti. Vediamo il primo:


L'INATTENDIBILE RICOSTRUZIONE STORICA DEL MUSSINI



    Il quadro, dipinto da Luigi Mussini nel 1883, mostra il Puttino trionfante dopo la vittoriosa sfida con Ruy Lopez alla presenza del Re Filippo II.
    L'opera, pur pregiata nell'esecuzione, (corretta nell'ambientazione e rispettosa dei costumi dell'epoca), non è, però, una ricostruzione storica fedele, in base alle fonti che conosciamo.
    Se leggiamo attentamente il Capitolo V de Il Puttino Altramente detto Il Cavaliero Errante del Salvio pubblicato a Napoli nel 1634), dove viene narrata la storia di quella sfida, ci accorgiamo subito dell'errore.
    Il Salvio scrive, infatti:

fu il Lopes da un Grande di Spagna condotto avanti Sua Maestà, e Lionardo dal Conte Crancioni, e fatte le debite riverenze al Re, comandò si levassero, e che all'impiedi giucassero sopra un buffetto, che così richiedeva il giuoco.


    La ferrea etichetta di Corte imponeva regole precise. Non si poteva giocare davanti alla Maestà comodamente seduti come viene mostrato nel quadro. Il Re Filippo II, anzi, si dimostrò magnanimo perché comandò che si levassero , cioè che non giocassero inginocchiati.
    Cinque partite disputarono Lionardo e Ruy Lopez (le prime due vinte dal Lopez, le altre tre da Lionardo che si assicurò la vittoria finale) e tutte rigorosamente all'impiedi.
    Il concetto di giocare inginocchiati davanti alla Maestà è ribadito dal Carrera ne Il gioco de gli scacchi, quando narra un episodio della vita di Paolo Boi:

giocò pure con Sebastiano Rè di Portogallo, il quale non solo si dilettava del gioco, ma l'essercitava egli medesimo, ed era riputato frà buoni giocatori; essi giocarono assai fiate per ispazio di trè, e quattro hore per giorno, e una volta il Rè giocando in piedi, e il Siracusano (come era di dovere giocando in ginocchione con un ginocchio chinato sopra un'origliere, havendo giocato per molto spazio, e volendo prendere alquanto di respiro, il Rè lo sospinse co'l braccio al sollevare che fece il ginocchio piegato, per chinare l'altro.


    Si veniva ammessi davanti alla Maestà solo se presentati da persona di nobile rango; si restava inginocchiati , e con la testa abbassata, fino a quando non veniva comandato diversamente; difficilmente a dei semplici sudditi (anche Leonardo lo era. Il Regno di Napoli apparteneva, infatti, alla Spagna) veniva concesso il permesso di levarsi all'impiedi; pochissimi avevano il privilegio di conferire con la Maestà seduti davanti a lui.
    Il gioco tra Leonardo e Ruy Lopez si svolse, dunque, rigorosamente all'impiedi. Con grande magnanimità del Re Filippo II.

Continua.

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