SVELATO IL MISTERO
DEGLI SCACCHI DI VENAFRO

Articolo di Gianfelice Ferlito

... l'età calibrata degli ossi
utilizzati nella manifattura
degli scacchi di Venafro è,
con il 68% di probabilità,
del periodo 885-1017 d.C.
e... il reperto può datarsi
980 d.C.



    Molti esperti di storia sull'origine degli scacchi convenuti a Königstein nell' agosto 1991, erano convinti della necessità di far esaminare scientificamente da laboratori fisici avanzati, i cosidetti pezzi di Venafro del Museo Nazionale Archeologico di Napoli per por fine ad un lungo dilemma sorto fin dall'inizio del loro casuale ritorno fisico alla luce (1932) e della loro prima presentazione alla conoscenza del mondo archeologico (Olga Elia, 1939).
    La Elia li aveva presentati quali scacchi di età romana visto che provenivano da uno strato di terreno notoriamente utilizzato come necropoli romana di Venafro (Campania).
    La conferma sulla datazione (intorno al II-IV secolo d.C.) venne da un archeologo tedesco (H. Fuhrmann, 1941) che attestava che anche altri scacchi, simili a quelli di Venafro, si trovavano al Museo Cristiano del Vaticano e provenivano da un corredo funerario ritrovato (non si sa come né quando) nelle catacombe di San Sebastiano notoriamente utilizzate al massimo fino al V secolo d.C. Questi reperti, oltre ad altri conservati al Museo del Cairo, dimostravano che gli scacchi, secondo Fuhrmann, dovevano essere giocati durante il tardo periodo romano.
    Passarono molti anni e poi questi ritrovamenti e queste datazioni vennero riprese e divulgate al mondo scacchistico da Adriano Chicco (1953).
    Il dilemma era sempre stato avvertito ma mai risolto: tali pezzi, riconosciuti da Elia e da quasi tutti gli altri come pezzi di scacchi, erano da ritenersi davvero scacchi d'età romana del III-IV secolo d.C., oppure erano scacchi di età medievale del IX-X secolo come sembrava suggerire la loro foggia islamica?
    I pezzi erano stati reperiti casualmente in un territorio che, oltre ad essere zona di sepolture romane, per secoli era stato assoggettato ad incursioni saracene.
    L'attribuzione della datazione dello strato di terreno e quindi dei pezzi ritrovati a Venafro fatta da Elia (con assoluto certezza!) veniva rifiutata da quasi tutti gli esperti esteri di scacchi per motivi di coerenza storica. Non si potevano avere, grosso modo dicevano, scacchi di quel tipo con tre secoli d'anticipo sulla data tradizionale del tardo VI secolo. Uno studioso (Pavle Bidev) aveva addirittura espresso forti dubbi sulla reale esistenza degli stessi pezzi presso il Museo di Napoli.
    In Italia Adriano Chicco, sebbene conscio dell'incoerenza storica di una simile attribuzione e con forti dubbi sulla legittimità della datazione dell'Elia, non aveva voluto nè forse potuto rifiutare l'affermazione, ma anzi aveva cercato di conciliarla con un'ipotesi di lavoro che aveva, ed ha ancor oggi, una sua logica e cioè che da un punto di vista evolutivo del gioco degli scacchi non si può a priori escludere che alcuni pezzi aventi le caratteristiche di scacchi possano essere trovati con datazione antecedente alla usuale data della seconda metà del VI secolo d.C. Da qui la possibilità di accettare, da un punto di vista teorico, i Venafro come scacchi d'età romana.
    Nel 1990 al IV Congresso CCI (New York) ho presentato, in collaborazione con Alessandro Sanvito, la tesi teorica che l'evoluzione militare indiana ed altre circostanze conosciute sul chaturanga ci forniscono elementi per fissare teoricamente dei limiti temporali entro cui ci si può logicamente aspettare il possibile ritrovamento di pezzi di protoscacchi. Questi limiti sono dal 400 a.C. al 400 d.C. Quindi per i Venafro, da un punto di vista puramente teorico, la tesi di Chicco poteva essere ancora sostenibile. Anche se molti dubbi sulla foggia islamica gravavano sull'assegnazione di detti pezzi alla sfera dei protoscacchi.
    Il dubbio della reale esistenza dei pezzi di Venafro al Museo di Napoli venne chiarito da Sanvito nel 1987, quando ebbe autorizzazione dal Museo di Napoli ad esaminarli personalmente ed a fotografarli nuovamente (le foto del 1939 erano rimaste fino allora le uniche testimonianze. Quelle di Sanvito oggi sono le uniche in circolazione). Sanvito ne fece una chiara presentazione storica e fotografica al III Congresso del Chess Collectors International a Monaco nel 1988.
    Il dilemma sulla loro datazione tuttavia permaneva, anche se in tempi recenti (settembre 1991) ad Asiago per le Universiadi erano stati ufficialmente esibiti con la datazione del II secolo d.C. seguito da un punto interrogativo e nell'estate 1992 tali pezzi erano stati esposti a Spyre (Germania) nella mostra «Das Reich der Salier, 1024-1125» come scacchi medievali sotto la responsabilità dell'archeologa tedesca Antje Kluge-Pinsker e così pure nel 1993/94 l'esperta islamica del Victoria & Albert Museum di Londra (A. Contadini) li aveva presentati nel catalogo della mostra di Venezia «Eredità dell'Islam. Arte islamica in Italia» come pezzi databili intorno al X secolo. Le attribuzioni di queste due esperte erano dettate tuttavia da convinzioni comparative, ma non potevano essere provate scientificamente.
    Oggi il dilemma sulla datazione dei Venafro è stato risolto grazie alla datazione radiocarbonica con il metodo della Spettrometria di Massa con Acceleratore (SMA).
    Un gruppo di scienziati italiani, in collaborazione con fisici australiani, ha stabilito che l'età calibrata degli ossi utilizzati nella manifattura degli scacchi di Venafro è, con il 68% di probabilità, del periodo 885-1017 d.C. e che il reperto può datarsi 980 d.C.


Dietro il metodo SMA

    Quando ritornai da Königstein nel 1990 scrissi agli studiosi Sanvito e Pratesi informandoli che all'incontro in terra tedesca si era discusso ancora del famoso dilemma degli scacchi di Venafro e della loro dubbia datazione e che tutti ormai erano dell'idea che si dovessero far esaminare scientificamente.
    Chiesi a Pratesi di vedere fra colleghi di università se si potessero avere informazioni sulle concrete possibilità di utilizzare il metodo radiocarbonico non distruttivo così come lo si era utilizzato con la Sacra Sindone di Torino. Pochi filamenti erano stati utilizzati in quel caso e così avremmo dovuto fare con gli scacchi di Venafro.
    Pratesi fece ricerche nel settore universitario e nel settembre del 1991 fece una visita al direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dr. Mariarosaria Borriello, per avanzare e proporre al Museo la possibilità di far effettuare una datazione al radiocarbonio per i pezzi di Venafro che destavano sempre perplessità sulla loro datazione.
    Nel novembre 1991 fece seguire una formale richiesta in tal senso al Museo. Nell'aprile 1992 il Museo rispose favorevolmente e da quel momento si cominciò a parlare concretamente di come effettuare la prova che doveva essere non distruttiva. Venne scelto il metodo SMA e nella primavera del 1993 il Museo chiese le autorizzazioni ministeriali che vennero concesse in luglio. Nell'ottobre '93 si iniziò la prova di datazione in parallelo nei centri di ricerca a Napoli ed a Sidney (Australia).
    I risultati sono apparsi alla fine di giugno 19l94 e sono stati divulgati al mondo scientifico e scacchistico tramite un numero speciale dell'Italia Scacchistica e dedicato alla memoria di Adriano Chicco, che, come Sanvito definisce, è stato uno dei più grandi studiosi degli scacchi e che avrebbe, come dice Pratesi, accettato con sollievo questo responso degli scienziati.
    Il grazie che tutti, appartenenti o meno al Gruppo di Iniziativa Königstein, dobbiamo rivolgere è innanzitutto diretto a Franco Pratesi che ha avuto la capacità e l'iniziativa personale di accogliere un invito degli studiosi di scacchi a mobilitare l'interesse del Museo per arrivare scientificamente alla determinazione radiocarbonica della data.
    E poi un grazie al direttore del Museo dr. M. Borriello, e al responsabile del laboratorio restauri, dr. C. Piccioli, per aver voluto e saputo accogliere con disponibilità le richieste avanzate ed averle sapute «istruire» per la necessaria autorizzazione ministeriale.
    Un grazie infine ai numerosi scienziati, italiani ed esteri, che hanno lavorato a questo progetto. Il merito spetta al prof. Filippo Terrasi del dipartimento di Scienze Fisiche Università di Napoli Federico Il ed ai suoi diversi collaboratori italiani per aver saputo procedere tecnicamente a questa prova utilizzando solo 1 gr. di osso di uno scacco di Venafro. La prova al radiocarbonio SMA èstata fatta a Napoli e in parallelo presso l'Australian Nuclear Science and Technology Organization Lucas Heights Research Laboratories.
    Eco dell'evento scientifico sulla datazione radiocarbonica dei Venafro si è avuta alla Conferenza internazionale sul radiocarbonio a Glasgow verso la metà di agosto, quando il fisico Claudio Tuniz del sopradetto Centro australiano ne ha illustrato la portata.
    Un articolo della dr. Claire O'Brien sulla rivista Science del 26 agosto 1994 riporta l'avvenimento e la lunga storia dei Venafro con lo spiritoso titolo «Scacco matto agli storici degli scacchi». In realtà lo scacco matto è solo uno stallo: non sappiamo ancora chi era il giocatore che amava così tanto quegli scacchi da far sì che venissero sepolti insieme al suo corpo.
    Forse un avaro collezionista di scacchi? o un grande maestro del X secolo?

[Pubblicato su Scacco n.11 - Novembre 1994 - pp. 464-466]