Gli scacchi di Venafro


di Gianfelice Ferlito


   La rivista L’Italia Scacchistica ha annunciato una pubblicazione dedicata alla memoria di Adriano Chicco. In essa la datazione scientifica degli scacchi di Venafro viene definitivamente chiarita al mondo degli studiosi della storia degli scacchi. La prova scientifica è stata ottenuta con il metodo della Spettrometria di Massa con Acceleratore (AMS) presso il Dipartimento di Scienze Fisiche dell’Università di Napoli “Federico II ” e in parallelo a Sidney in Australia presso l’Australian Nuclear Science and Technology Organization Luca Heights Research Laboratories. Si è accertato che le ossa degli animali adulti da cui un antico intagliatore ha ricavato i celebri scacchi ritrovati a Venafro hanno un’età compresa per il 95% in uno dei seguenti periodi:

   781dC - 1040 dC
   1104 dC - 1112 dC
   1147dC - 1152 dC

   e che l’intervallo 885 -1017 dC ha una probabilità del 68% per cui la data centrale del 980 dC, non equidistante, è quella che può assumersi con tutta legittimità.
   Gli scacchi di Venafro sono pertanto provati essere del X secolo.
   Tale prova scientifica finalmente fa cessare una polemica che era nata nel 1939, quando per la prima volta l’archeologa italiana Olga Elia li aveva presentati all’attenzione degli studiosi pubblicando un interessante articolo sul Bollettino del Museo dell’Impero Romano, 10 (1939) 57-63. La Elia li aveva presentati come “Un gioco di scacchi di età romana”. Convinta sinceramente che lo strato da cui questi pezzi provenivano era quello della  necropoli  romana  (I- IV secolo dC circa),  essa li presentò come scacchi (giustissima attribuzione) di età romana, probabilmente importati dall’Estremo Oriente da qualche commerciante o da qualche reduce delle guerre romane in terre asiatiche in quel di Venafro.
   L’attribuzione dell’età romana oggi è provata esser assolutamente sbagliata. Ma nel 1941 questo non sembrò affatto impossibile ad un altro archeologo, il tedesco H. Fuhrmann, che sul Archaologischer Anzeiger (56-616/629) scrisse che altri pezzi, trovati nelle catacombe di San Sebastiano (utilizzate al massimo fino al V secolo dC) sulla Via Appia antica e conservati nel Museo Cristiano della Biblioteca vaticana e altri pezzi ancora conservati nel Museo del Cairo testimoniavano, per la loro simile foggia, di appartenere tutti ad una stessa famiglia di scacchi e che quindi si poteva tranquillamente concludere che i Romani giocavano a scacchi (cosa errata) e che gli scacchi dovevano essere stati un tutt’uno con il famoso gioco latino Ludus Lutrunculorum (cosa errata).
   Nel 1953 il grande studioso di storia degli scacchi,  A. Chicco  riprese l’argomento sulla “La Scacchiera”rivolgendosi al mondo degli studiosi di scacchi. Da allora nacque una polemica mai spentasi invero sui “Venafro”. Non solo il ritrovamento di Venafro veniva giustamente contestato per non essere stato scientificamente comprovato da un punto di vista archeologico (scoperta casuale), ma la stessa esistenza degli scacchi era a volte stata messa in dubbio (P-Bidev) tanto che A. Sanvito nel 1897 andò al Museo di Napoli e dopo averli visti e toccati, li fotografò . L’anno seguente, in occasione del terzo Congresso del CCI, fece una documentata relazione e i dubbi sulla loro esistenza cessarono. All’estero però si continuava a mettere in dubbio la lor romanità. Questo infatti contrastava con tutte le cognizioni fino ad oggi raccolte sull’origine degli scacchi. In effetti A. Chicco, serissimo studioso di cose scacchistiche, li aveva presentati come fossero davvero stati d’epoca romana (tesi Elia e Furhmann) e benché personalmente assalito da dubbi  non  aveva  potuto  né forse voluto  intimamente  rifiutare, come tanti altri studiosi magari più frettolosi, la possibilità che si trattassero invero di scacchi con datazione antecedente alla usuale data della metà del VI secolo dC.
   In effetti anch’io, in collaborazione con A. Sanvito, ho scritto che il limite temporale per un ritrovamento archeologico è tra il 400aC e il 400dC. Se domani si trovassero sotto terra o sott’acqua dei pezzi da gioco con le caratteristiche degli scacchi (come quelli che avevano i “Venafro”) e gli scienziati ce li presentassero con la loro autorità scientifica come antecedenti al VI secolo, dovremmo rifiutarli perché in contrasto con le cognizioni attuali? Certo che no. Se la scienza sarà sicura della datazione dei reperti (scacchi antecedenti al VI secolo dC) dovremo in un domani accettare nuove cognizione. E’ quello che fece Chicco con i “Venafro”, solo che la datazione era onestamente inaffidabile e non basata su prove scientifiche.
   La nuova datazione dei Venafro è stata commentata alla Conferenza Internazionale sul radiocarboni di Glasgow (Scozia) come riportato in un articolo della rivista americana Science in Agosto di quest’anno con uno spiritoso titolo ”Scacco matto agli storici degli scacchi”. In effetti più che uno scacco matto agli storici (che in maggioranza ormai più non credevano alla romanità dei Venafro) è stato uno scacco matto alla superficialità di certe affermazioni pseudo scientifiche. Questa datazione con AMS è una riprova che notevoli progressi sono stati fatti nei metodi scientifici per poter definire l’epoca di preziosi reperti senza distruggerli.
   Un particolare grazie credo debba attribuirsi da tutti gli storici del Gruppo d’Iniziativa Königstein a Franco Pratesi che è stato l’iniziatore di questo processo di chiarificazione intervenendo personalmente presso la Direzione del Museo Archeologico Nazionale di Napoli con convincenti argomenti per far datare scientificamente i Venafro. E un grazie sia al Museo si al Museo che ha saputo recepire questa istanza sia agli scienziati che hanno saputo datare i Venafro.

[Pubblicato su Informazione Scacchi, n. 5, 1994]