Simposio alla Tate Gallery il 19 gennaio 1991

«ARTE E SCACCHI»


di Gianfelice Ferlito


    Il raduno si è svolto alla «Clore Gallery» cioè in quella nuova ala della Tate che oggi raccoglie tutte le opere di Turner, il grande paesaggista inglese (1775-1851). Nel foyer della «Clore» si faceva ammirare una selezione della collezione di scacchi, scacchiere e stampe a soggetto scacchistico/politico del grande collezionista inglese Gareth Williams, uno degli undici consiglieri dell'associazione «Chess Collectors International» (CCI) di cui lo scrivente è pure socio e consigliere.

    Sono intervenuti al Simposio lo storico Richard Eales (autore di Chess, The History of the game), Barry Martin (scultore), Mark Kremer (studioso di arte), Raymond Keene (g.m.), il professor George Steiner (autore di The sporting Scene: White Knights of Reykjavik cioè riflessioni interessanti sul famoso duello Fischer-Spasskij), il musicista americano John Cage (amico di Marcel Duchamp) e, quale ospite d'onore, la vedova Duchamp. Madame «Teeny».

    Come si può immaginare, la giornata è stata in gran parte dedicata sia ad un esame delle motivazioni che a volte ossessionano artisti (e comuni mortali come noi) alla scacchiera sia a diverse riflessioni su Marcel Duchamp (1887-1968), uno dei più celebri pittori del nostro secolo che spesso rinunciava a dipingere per dedicarsi «giorno e notte» agli scacchi.

    Ci si può domandare se questa attrazione ed ossessione derivi dalla intrinseca qualità degli scacchi a creare, in chi gioca, tensioni di minacce e sottili emozioni di risposte, a volte attese a volte insospettate. Forse il piacere, e quindi l'attrazione, deriva anche dalla forte violenza razionale che si può esercitare con «i pezzi» e le «mosse» in modo del tutto intellettuale, pulito, asettico.

    L'invito della Tate Gallery per la giornata del 19 gennaio era costituito da una cartolina riproducente un dipinto dell'inglese Richard Dadd («The child's problem», oggi alla Tate) in cui si vede un ragazzo che ha terminato una partita a scacchi con un adulto (suo padre?) che si è addormentato (morto?): la faccia del ragazzo è inspiegabilmente truce e sinistra. Bisogna sapere che Dadd aveva ucciso suo padre nel 1843 e che il dipinto era stato eseguito nel 1857 in un manicomio ove era stato ricoverato. Forse questo quadro illustra la teoria di Ernest Jones con più di un secolo d'anticipo. (Interessanti libri a questo proposito: Psicologia degli scacchi. Simboli e affetti di Wally Festini Cucco, della F. Angeli Libri 1989; e The Psycology of Chess di W. R. Harston e P. C. Wason, Batsford, 1983).

    La giornata alla Tate inizia con un comico film muto (Chess Fever del 1925 diretto dal russo V. Pudovkin: è la storia di un giovane scacchista che per amor del gioco trascura la ragazza. Tra i due ci sono incomprensioni (scacchi e pochi baci). Il ragazzo vuole suicidarsi buttandosi da un ponte nelle acque gelide. Prima di saltare tuttavia vuole fare l'ultima verifica a una partita di scacchi che aveva in corso e, così distraendosi, si salva. A Mosca viene organizzato un gran torneo a cui partecipava il famoso Capablanca (nato nel 1888, aveva a quel tempo 37 anni ed era dal 1921 campione del mondo avendo sconfitto Lasker 9 a 6). Il regista ci fa vedere Capablanca in persona. Il cubano, a cui le donne piacquero sempre (anche se non Regine), si incontra casualmente con la ragazza dello scacchista davanti all'entrata dell'Hotel Metropole ove il torneo era stato indetto. Capablanca vedendola carina, triste e sola (perché il ragazzo aveva preferito entrare nell'hotel per assistere al torneo piuttosto che stare con lei) non perde tempo e l'abborda. Il film finisce con Capablanca che prende un taxi con l'esultante ragazza (che pensa di aver avuto così la sua rivincita sui dannati giocatori) mentre il torneo inizia e tutti aspettano con ansia l'allora campione mondiale. Si può annotare che storicamente Capablanca arriverà terzo in quel torneo dietro Bogoljubow e Lasker (The Oxford Companion to Chess, D. Hooper & K. Whyld, Oxford 1987, p. 56).

    Richard Eales, storico inglese dell'Università del Kent e autore di una importante opera sugli scacchi (Chess, The History of the game, 1985), intrattiene poi gli intervenuti sul tema «Annotazione e comunicazione: il linguaggio degli scacchi».
    L'oratore premette che gli scacchi sono sempre stati «complessi» da definire (gioco? arte? scienza? sport?) perché forse hanno in loro tutti questi differenti elementi e il modo in cui sono sentiti è culturalmente relativo all'epoca in cui il giudizio viene espresso. «L'ambiente culturale - dice Eales - cambia continuamente e così anche l'apprezzamento del gioco, di un gioco che è rimasto costante in 1500 anni in modo rimarchevole e presenta una sola grossa modifica di regole verso la fine del XV secolo».
    Eales alludeva al pezzo Fersa che divenne Domina, Dama in Lucena, cioè la nostra Donna o Regina e al pezzo Al Fil che divenne il nostro Alfiere. Questa riforma portò il nuovo gioco ad essere definito allora «a la rabiosa» per distinguerlo dal precedente che era stato giocato fino allora. (Per chi voglia approfondire l'argomento si consiglia Storia degli scacchi in Italia di A. Chicco e A. Rosino, Marsilio Editori, 1990 oppure Dizionario Enciclopedico degli Scacchi di A. Chicco e G. Porreca, Mursia 1971).
    Nel suo intervento Eales vede alcuni parallelismi tra annotazione di idee scacchistiche e quella musicale. Interessante la notazione di Marcel Duchamp, sembra riportata da Pierre Cabane, e da Eales citata che «oggettivamente una partita a scacchi rassomiglia assai a un disegno ad inchiostro con la differenza, tuttavia, che lo scacchista disegna con forme bianche e nere già preparate anziché inventare forme come fa l'artista. Il disegno così formato sulla scacchiera non ha effettivamente un valore estetico visivo ma è più vicino a uno spartito la cui musica può essere suonata ora, domani e dopodomani». Eales ricorda come la trascrizione delle partite sia servita sia a soddisfare un'esigenza di studio scientifico (manuali di aperture) sia un'esigenza di apprezzamento estetico per partite «memorabili». Eales si è anche domandato se l'analisi scientifica delle partite possa rendere sterile progressivamente la stessa creatività degli scacchi. Sono questi «creatività e arte?». Eales dice di non aver raggiunto delle ferme conclusioni al proposito. Altra domanda esistenziale di Eales: i computer mineranno gli scacchi o daranno nuova linfa? In teoria le possibilità degli scacchi sono finite anche se innumerevoli. Chi scrive pensa che certamente il conflitto tra computer e campioni sarà sentito in modo clamoroso fra alcuni decenni.

    Dopo questo interessante intervento, lo scultore Barry Martin si è presentato con «Perché sparare al Re e non offendere la Regina» ed ha illustrato come le forme degli scacchi abbiano assuto una predominanza maschilista durante i secoli. Forse per scherzo o per appetito, visto che ci si avvicinava all'ora della colazione, ha poi mostrato una scacchiera con pezzi fatti da patate su cui erano incisi dei tagli per distinguerli fra di loro. Non ho capito se erano state cotte al forno o fossero crude.

    L'organizzatore della giornata alla Tate, Mr. R. Humphreys, poi fece proiettare un noioso film surrealista intitolato «8x8» diretto da Hans Richter nel 1956 e che durava 88 minuti. Io ho resistito 15 minuti e poi sono andato a guardare le simultanee giocate nel foyer da Ray Deene e David Norwood.

    Nel pomeriggio Mark Kremer ha parlato «Sulla passione di Duchamp per gli scacchi».
    Certamente Duchamp amò moltissimo gli scacchi e nel 1919 scriveva in una lettera «La mia attenzione è completamente assorbita dagli scacchi. Gioco giorno e notte... Mi piace dipingere sempre meno» (The complete Chess addict di M. Fox e R. James, Londra 1987, pag. 29).
    Nel 1925 diventa Maestro della Federazione francese. Nel 1927 il suo matrimonio con Lydie Sarazin-Lavassor. il suo amico Man Ray ci informa che dopo una settimana di matrimonio, la sposina, visto che il marito passava le sue ore alla scacchiera a risolvere problemi o studiare finali, una notte si alzò mentre il marito stava dormendo e incollò tutti i pezzi alla scacchiera. (La fantasia del film di Pudovkin non arrivò a questa strepitosa vendetta). Duchamp divorziò 3 mesi dopo. L'esperienza forse gli bruciò perché si risposò solo 27 anni dopo, con Alexina (Teeny) Sattler a New York (1954) quando ormai gli scacchi «da competizione» erano un ricordo e aveva ben 67 anni.
    Nel 1932 Duchamp scrive un saggio sui finali di pedoni con Halberstadt (giocatore, analista, compositore di studi e problemista) intitolato L'opposizione e le case coniugate sono riconciliate
    Sono di Duchamp queste considerazioni sugli scacchi: «Gli scacchi sono uno sport. Uno sport violento. Questo diminuisce le sue più artistiche connessioni. Un aspetto affascinante del gioco che non implica connotazioni artistiche sono i geometrici modi e variazioni dei pezzi stessi nel loro disporsi in un senso combinativo, tattico, strategico, e posizionale. È un triste mezzo d'espressione comunque, qualcosa simile a un'arte religiosa - non proprio gaia. È lotta più che altro» (il già citato Oxford Companion to Chesspag. 97).
    L'organizzatore poi ci ha mostrato un mediocre film muto di René Clair intitolato Entr'acte del 1924. Si assiste ad una assurda partita di scacchi tra Duchamp e Man Ray su un tetto di Parigi. Il film finisce con una farsa alla Buster Keaton.
    Ray Keene poi illumina l'interesse dei presenti con un titolo accattivante: «Duchamp e l'ipermodernismo». Il G.M. Keene illustra come Duchamp fosse un «ipermoderno» il che significava fianchettare gli Alfieri per minacciare il centro più che occuparlo. Quando Keene andò a visitare Madame «Tenny» a Parigi per avere maggiori informazioni sulla passione per gli scacchi di Marcel, scoprì che Duchamp era un grande ammiratore di Nimzowitsch (1886-1935) e che il suo libro La pratica del mio sistemaera stato copiato per alcuni passi a mano. Keene ha poi fatto seguire una partita giocata nel 1929 tra Duchamp e Koltanowski in cui Duchamp usò la formazione di Dresda per i propri pedoni così come era stata suggerita da Nimzowitsch.
    Il professore George Steiner diede poi una brillante esposizione intitolata «Finali» in cui si parlava del bisogno umano al gioco, come ben descritto da Huizinga nel suo libro Homo ludens (pubblicato ad Amsterdam nel 1939 e in Italia nel 1946 da Einaudi).
    Alla fine del Simposio John Cage, musicista americano e amico di Duchamp, venne invitato sulla pedana degli oratori e amichevolmente interrogato da Ray Keene e dagli altri partecipanti sui ricordi che poteva avere della sua lunga amicizia con Duchamp. Interessante notare che Duchamp insegnò a Cage come giocare a scacchi e sembra che si arrabbiasse alquanto perché Cage voleva di giorno dedicarsi all'attività creativa (leggi musica) e solo di sera all'attività ricreativa (leggi scacchi) mantenendo così la sua disposizione ludica separata almeno da orari ben fissati. Duchamp invece considerava gli scacchi una «serietà» o meglio «una sacrosanta serietà creativa» a cui dedicarsi totalmente. Questo non gli impedì nel 1963 di esibirsi e stupire i suoi amici e conoscenti in una partita a scacchi giocata al Museo d'Arte di Pasadena (sobborgo di Los Angeles) con una bella ragazza nuda (Eve Babitz). Duchamp è stato fotografato mentre gioca e questa deve essere probabilmente l'unica foto esistente al mondo di una partita a scacchi con donna nuda. Almeno fino ad oggi.
    A conclusione delle giornate un quartetto da camera doveva suonare le musiche di John Cage, ma dopo il primo pezzo la violoncellista venne meno e il concerto venne sospeso. Che sia stato lo stesso musicista che, celebre per il suo «silenzio» musicale, ne aveva preordinato l'interruzione per far godere il suo «silenzio»?

[Pubblicato su Scacco n. 5, Maggio 1991, pp. 218-220]