SITUAZIONI POLITICO-SOCIALI
NEGLI SCACCHI DELLA MONGOLIA

Comunicazione presentata al Congresso Internazionale CCI 2006 di Berlino

Rodolfo Pozzi




    Dopo anni di appassionate ricerche sugli scacchi della Mongolia, non speravo di trovare ancora qualcosa di originale, come idee, pezzi e loro significato, ma altre interessanti novità sono emerse in questi ultimi tempi.

    Lama ammanettati - Alcuni set mongoli riproducono le condizioni politico-sociali di particolari momenti storici. Uno, di legno verniciato (fig. 1), oppone i militari comunisti mongoli (il lato con le basi gialle o verdi e i pezzi rossi) ai sovietici (basi rosse e pezzi giallo-verdi). E' del 1936, l’anno della legge di Tchoi Balsan, lo "Stalin asiatico", e ritrae in modo perfettamente realistico, nei "Re" e nelle "Torri", le conseguenze di questa disposizione, e cioè la terribile repressione della religione buddista avvenuta in quel periodo.


Fig. 1 - Set di legno del 1936, che oppone militari comunisti mongoli (in alto) e sovietici (in basso).


    I due Re (Noyion) sono seduti su sedie russe (figg. 2 e 3): il generale mongolo è vestito con il tradizionale del nero, mentre il suo avversario ha la divisa sovietica verde e pantaloni neri. Le Donne (Bers) sono raffigurate da cani feroci (figg. 2 e 3), che mettono in mostra i denti aguzzi e la lingua: il Bers dei Mongoli ha la coda lunga con pelo sulla punta e ciuffi sul collo e sulle zampe; il "sovietico" ha le orecchie abbassate, il pelo folto anche sulle zampe e un fiore sulla coda. I Pedoni (Huu, i bambini) sono i cuccioli dei Bers, come è consuetudine in molti giochi di scacchi di queste regioni, in quanto, nel gioco familiare mongolo, il Pedone giunto all'ultima traversa viene promosso soltanto in Bers.


Fig. 2 - I due Re-Noyion, generale sovietico in divisa verde e mongolo con il tradizionale del nero; fra di loro, le due Donne-Bers (cani feroci).





Fig. 3 - Le stesse figure viste da dietro: si notano le sedie russe dei Noyion e il fiore sulla coda del Bers sovietico.


    Gli Alfieri (Temee) sono, come sempre, cammelli a due gobbe: quelli del lato mongolo procedono con movimento ambio (portano avanti cioè alternativamente i due arti destri e poi i due sinistri) e hanno le gobbe afflosciate; gli altri sono fermi con le gobbe ritte. I Cavalli (Mori) del lato giallo sono stalloni ambiatori in corsa (si distinguono per la criniera lunga); i "rossi" (cioè i gialli con le basi rosse) sono castrati con la criniera tagliata, fermi in piedi con un orecchio in avanti e uno indietro, quasi volessero ascoltare il "nemico" da ogni parte (fig. 4).


Fig. 4 - I quattro Cavalli-Mori: quelli di sinistra tengono un orecchio in avanti e uno indietro, come se fossero in ascolto del "nemico"; quelli di destra sono ambiatori in corsa.


    Nei set di questa zona le nostre Torri sono generalmente rappresentate da carri o carrozze (Terghe), i tradizionali mezzi di trasporto dei nomadi; ma con l’arrivo dei Russi questi carri, proprio come nella realtà, sono stati a volte sostituiti da automobili o altri mezzi motorizzati. Nel presente gioco di scacchi le "Torri" del partito mongolo (figg. 5 e 6) sono camion sui quali sono stati ammanettati i lama prelevati dai monasteri. A questi monaci, che tutti abbiamo in mente vestiti di arancio, veniva fatto indossare un paramento nero per il loro trasferimento al carcere o al confino, o verso ignote destinazioni dove li attendeva la fucilazione. A scortarli ecco le auto di controllo sovietiche, che qui sono le "Torri" dell’altro lato (figg. 5 e 6).


Fig. 5 - Le Torri-Terghe di un lato sono i camion che trasportano i lama ammanettati; quelle dell'altro sono le auto di controllo sovietiche.





Fig. 6 - I lama ammanettati sui camion e un'automobile di controllo (le "Torri").


    Doppi cavalieri - Un altro set (fig. 7), di legno della fine del 18° secolo (circa 1790), che considero unico nel suo genere, contrappone un lato rosso ad uno giallo, e presenta un interessante sincretismo tra le usanze mongole e manciù dei tempi in cui la Cina e la Mongolia erano governate dalla dinastia mancese dei Qing (1644-1911). L'ho denominato "Doppi cavalieri", poiché undici figure su sedici del partito dei gialli sono formate da due cavalli, quasi tutti montati (nell'intero set vi sono 32 cavalli).


Fig. 7 - Set di legno della fine del 18° secolo, che illustra il sincretismo che esisteva tra le usanze mongole e manciù. I Pedoni-Huu sono coppie di lottatori e doppi cavalieri.


    Il Re-Noyion dei rossi ha addirittura quattro cavalieri (nella fig. 8 si vedono due immagini dello stesso pezzo): è un nobile manciù seduto in una portantina sorretta da quattro cavalli, fissata sulle staffe dei cavalieri mongoli. Il signore manciù dell'epoca gestiva l'autorità su clan e tribù mongole, e poteva loro impartire tutti gli ordini che desiderava. La coda dei due cavalli antistanti è curiosamente legata per non infastidire quelli che li seguono. Una "Torre" ha il cocchiere seduto sulla stanga o timone della carrozza attaccata al cavallo.


Fig. 8 - Due immagini di un Noyion: un signore mancese è seduto in una portantina sorretta dalle staffe di quattro cavalli montati. La coda dei cavalli antistanti è tenuta legata per non infastidire i retrostanti.


    La lotta è sempre stata uno dei tre sport tradizionali della Mongolia, e qui i Pedoni sono coppie di lottatori intagliati nelle varie posizioni, con la divisa usata fino alla metà dell'800. Il Pedone di destra è un giovane lottatore singolo, che, secondo un’antica tradizione mongola, si allena con una grossa pietra (fig. 9).


Fig. 9 - Coppie di lottatori come Pedoni raffigurati in varie posizioni; il lottatore di destra si allena con una grossa pietra.


    Nel lato giallo il Re-Noyion è rappresentato da due cavalieri: l’arciere, con arco e faretra, e, al suo fianco destro, la guida; su una roccia dietro di loro sta un piccolo cane da caccia (fig. 10). I Cavalli sono giumente che allattano il loro puledro. Le Torri-carrozze sono tirate da un cavallo: uno volge a destra la testa per guardare il suo palafreniere.


Fig. 10 - L'altro Re-Noyion è costituito da due cavalieri: l'arciere e la guida; su una roccia dietro di loro sta un piccolo cane da caccia.



    Ogni Pedone è formato da due cavalli montati affiancati, per lo più fermi; in uno di essi i destrieri sono raffigurati in movimento, frustati dai cavalieri (fig. 11 a, d). Ma la peculiarità più straordinaria si riscontra nei due Pedoni schierati davanti alle carrozze, cioè i "Pedoni di Torre" (fig. 11 b, c; fig. 12). Secondo quanto mi è stato riferito da chi possedeva il set (e l'affermazione è credibile, poiché il gioco gli è stato tramandato dai suoi antenati), i cavalieri di ognuno di questi Pedoni si guardano e si fanno dei gesti: esattamente come aveva scritto lo studioso Byambyn Rincen nel 1955 a proposito di quanto usavano fare cinquant'anni fa i cammellieri nel deserto del Gobi (Rincen 1955), i due cavalieri in questione stanno giocando a scacchi alla cieca.


Fig. 11 - I Pedoni formati da doppi cavalieri; due di loro (a, d) hanno il frustino.





Fig. 12 - I cavalieri che rappresentano questi due "Pedoni" si guardano e si fanno dei gesti: stanno giocando a scacchi alla cieca, esattmente come era consuetudine dei cammellieri nel deserto del Gobi.





    BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE


    POZZI R. 2002: I giochi di scacchi mongoli, riflesso della cultura nomade delle steppe - The Mongolian chess sets, reflecting the nomadic culture of the steppes, Como (edito dall'autore con il contributo di Chess Collectors International, Sezione Italiana); in italiano e in inglese.
    POZZI R. 2004: Novità nella ricerca sui giochi di scacchi della Mongolia - Mongolian chess sets, recent findings, in The Chess Collector 1/2004, Pencraig, Ross-on-Wye, Herefordshire; in italiano e in inglese.
    POZZI R. 2005: The Camel-Bishop (Temee) in the Mongolian chess (Shatar) - Il Cammello-Alfiere (Temee) negli scacchi della Mongolia (Shatar), in The Chess Collector, Spring-Summer 2005, pp. 9-14, Pencraig, Ross-on-Wye, Herefordshire; in italiano e in inglese.
    RINCEN B. 1955: Les échecs et le deuil chez les Mongols, in Archiv Orientalni (Journal of the Oriental Institute of the Czechoslovak Academy of Science in Prague), XXIII, pp. 482-83.