Possedere il bello

Alessandro Sanvito


   Il piacere di possedere “il bello” e “il meraviglioso” è antico quanto l’uomo; le testimonianze scritte pervenuteci dal passato lo provano. E gli scacchi, subito dopo la loro apparizione nella storia dell’uomo, occupano uno spazio tutt’altro che trascurabile per magnificare il bello.
   In questo senso, straordinario, è il contributo fornito dalla letteratura medievale; note sono le così dette chansons de geste, in particolare quelle più romanzesche e più amorose che cantano le avventure di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda: l’esempio più antico è il Roman de Brut di Wace (1155), fondato sulla fantasiosa Historia regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, e seguìto dalle leggende di Tristano e Isotta, dai “lai” di Maria di Francia, dai poemi di Chrétien de Troyes e dei suoi epigoni.
   Interi poemi si imperniavano sugli scacchi come quello, lunghissimo, intitolato Les échecs amoureux di 30060 versi; ben 580 righe sono dedicate all’episodio della partita a scacchi fra la damigella e il suo amante: una narrazione delicata, ricca di gentili similitudini, e fa singolare contrasto fra gli usi dei nostri prosaici tempi, la damigella che inizia la partita muovendo un pedone (panne), portante sullo scudo l’insegna di una rosa (l’einsegne d’une rose). 1
   Il magico, il superbo, il magnifico, che traspare in ogni riga di questi testi si manifesta, naturalmente, anche nei riferimenti scacchistici. Le scacchiere e i pezzi del gioco sono sempre di grande valore e di grande bellezza: d’oro fino e d’argento, pezzi d’oro con pietre preziose o in osso di Amarquis, un animale favoloso; una borsa per contenere i pezzi è addirittura ornata con penne di Fenice, ma non mancano citazioni che presuppongono una conoscenza non superficiale dell’origine classica del gioco: nel Percival i pezzi di scacchi sono fatti di rosso rubino e di verde smeraldo e gli stessi colori si trovano in una versione de Les Echechs Amoureux.
   In ogni caso il “meraviglioso” è parte integrante di tutti questi romanzi cortesi, e per comprenderlo appieno occorre necessariamente fare riferimento agli studi specifici dedicati a questo fenomeno medievale 2; si apprende così che il problema del “meraviglioso” in una civiltà, in una società di un altro tempo, va affrontato a livello primordiale: quello del vocabolario, ovvero, confrontare il vocabolario di cui ci serviamo con quello delle civiltà storiche che stiamo studiando.
   Un termine, nell’occidente medievale, corrispondente al nostro “meraviglioso”, esistente in ambienti colti, potrebbe essere mirabilis, tuttavia, appare più preciso per l’odierna comprensione, il plurale mirabilia.
   Tutto ciò si osserva perché non si può prescindere dall’apporto delle lingue volgari; dopo la lingua delle persone colte, dopo la lingua dotta, il latino, ci sono le lingue volgari e quando queste lingue affiorano e diventano lingue letterarie, il termine “meraviglioso” compare in tutte le lingue romanze e anche in inglese.
    Non esiste invece un termine corrispondente nelle lingue germaniche, dove il campo del “meraviglioso” si articolerà piuttosto intorno al Wunder.
   In alcune varianti di questi passaggi sembra di poter cogliere aggiunte ancor più fantastiche: i pezzi si muovono solo se vengono toccati da un anello magico; nella versione olandese del Gauvain, nota come Walewein, l’eroe entra nel castello e in una sala nota la “scacchiera” sulla quale i pezzi si muovono solo se toccati da un anello magico. Nell’equivalente versione francese Gauvain et l’échiquier la vicenda muta ancora: questa volta la tavola magica è d’argento e avorio e vola nei saloni della corte di Artù per poi scomparire meravigliosamente. Gli “scacchi” magici sono citati anche nella Quète du Saint Graal, mentre in una versione inglese de L’Estoire de Merlin la costruzione della scacchiera magica è attribuita al mago Guynebans. 3
   Il simbolismo scacchistico, ciò nonostante, non venne usato solo per esaltare “il bello” e “il meraviglioso” in un contesto amoroso, ma anche per analogie assai più lugubri sebbene sempre con l’intenzione di “stupire”.
   Non vi è stata epoca nella storia dell’uomo, infatti, che abbia coltivato l’idea della morte con tanta insistenza e tanta regolarità quanto il Quattrocento.
   Tutto il secolo fu attraversato senza tregua dal grido memento mori, e quasi inevitabilmente la partita a scacchi fu usata per simulare le vicende della vita e così l’uomo incontra davanti alla scacchiera il Fato, il Destino, la Morte e l’ammonimento dell’antico poeta che conobbe diverse traduzioni e numerose varianti “In questo mondo, uno gioca con l’altro, l’uno perde e l’altro vince, l’altro è mattato, chi vince è chiamato saggio e forte, ma alla fine vengono gettati tutti nello stesso sacco” percorse le strade di tutta Europa. 4
   Inquietante l’uso che ne fece, in una delle sue celebri prediche, Girolamo Savonarola che, esattamente il 2 novembre 1496, giorno dei defunti, in Firenze inveì così: “O huomo il diavolo giuoca ad scacchi con teco & guarda di giugnerti & darti scaccho matto ad quel pucto & pero sta preparato & pensa bene ad quel puncto tu hai vincto ogni cosa: ma se tu perdi tu non hai facto nulla. Habbi dunque l’occhio ad questo scaccho matto: pensa sempre alla morte: che se tu non ti trovassi bene preparato ad quel puncto tu hai perduto ogni cosa che hai facto in questa vita”. 5
   Superba la sintesi del poeta che in pochi versi, utilizza gli elementi tipici di questi romanzi cortesi: amore contrastato di due giovani innamorati che giocano a scacchi movendo pezzi presumibilmente d’oro e d’argento, e l’arrivo improvviso della morte, per cantare la favola di Isotta e Tristano:

Trapassata che fu la notte e venuto il giorno e
Tristano e Isotta stando in tanta allegrezza e
giocando a scacchi e cantando sottovoce un sonetto…..
lo re Marco gli lanciò la lancia e ferillo nel fianco
dal lato manco…e così morti sono in bracio a bracio,
a viso a viso, gli due leali amanti.

La Tavola Rotonda, cap. CXXVII.


Note:

1 - Sanvito, Das Rätsel des Kelten-Spiels, in “Board Games Studies /5”, Università di Leiden, 2002, p. 9-24.
2 - Le Goff , Il meraviglioso e il quotidiano nell’Occidente medievale, Roma-Bari, 1999.
3 - Murray, A History of Chess, Oxford, p. 747. In genere per questi adattamenti, cfr. Frappier, La naissance et l’évolution du roman arthurien en prose, in “Grundriss, Der Romanischen Literaturen des Mittelalters”, vol. IV, Le Roman jusqu’à la fin du XIII siècle , Heidelberg, 1978. A pagina 550 del cap. Le cycle de la Vulgate, si legge “Toute la machinerie romanesque fonctionne des plus belles: tournois, défis, quêtes, méprises, incognitos; nains, géants, pucelles persécuté, prisons cruelles, fontaines empoisonnées, philtres, longue démence, échiquiers, anneaux magiques, carole enchantée”.
4 - Sanvito, Gli scacchi e la morte nell’iconografia. Una partita perduta in partenza…, in “L’Italia Scacchistica”, Milano, 2002, p. 114- 122.
5 - Predica fatta il 2 novembre 1496 dell’arte del ben morire raccolta da Lorenzo Violi, Firenze, 1500 c. La citazione scacchistica è tratta dall’edizione IGI8758 ma la “predica” ha avuto almeno 4 edizioni dal 2 novembre 1496 alla fine del secolo. Il passaggio si trova a c. a 6 r. Il merito di questa scoperta è tutto da attribuire al dottor Piero Scapecchi della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. A lui devo un sentito ringraziamento per avermi passato questa preziosa informazione.

Capitolo I

Superbe testimonianze giunte dal passato


   La storia degli scacchi è come un grande mosaico costruito con tanti tasselli. Probabilmente tutte le storie posseggono tale caratteristica ma gli scacchi sono forse unici nell’avere tasselli così complessi; tasselli vari con differenti storie, alcune antiche con ricca tradizione di fonti e studi in avanzato stadio di conoscenze e altre antiche o nuove con una storia ancora in parte da approfondire.
   Agli scacchi sono stati spesso associati i più disparati temi, esterni al gioco, come la musica, le lettere, la matematica, l’archeologia, la pittura, l’arte, la psicologia, l’astronomia, i computers e così via ma gli scacchi hanno saputo alimentare anche discipline all’interno della propria essenza, durante il loro ultra millenario percorso; appunto i tasselli che servirono, servono e serviranno per raccontarne la storia.
   Fra queste discipline interne, primeggia, ad esempio, per nobiltà e conoscenza il “problemismo”, cioè quanto si intende, secondo una moderna definizione tradizionale, per “problema di scacchi”; una posizione di pezzi creata dalla mente del compositore, nella quale il Bianco, con una serie di mosse prestabilite, da scacco matto al Nero o costringe quest’ultimo a dare scacco matto al Bianco. Naturalmente questa definizione è ben lontana dall’essere completa, tuttavia, essa è sufficiente per rendersi conto dello scopo del “problema” che è in primo luogo la presentazione di una combinazione decisiva di breve sviluppo, geniale, e di profonda bellezza che spesso raggiunge l’altezza di una vera e propria creazione artistica.
   Vi sono naturalmente altre discipline all’interno degli scacchi che hanno subito, grazie a continui studi, la stessa evoluzione con risultati di conoscenza assai elevati. Viceversa fra i tasselli ancora da studiare a fondo, curiosamente, vi figura la storia dei pezzi del gioco; pezzi attraverso il cui uso, tra l’altro, si è costruita l’intera storia degli scacchi.
   Il contrasto è oltretutto aggravato dal fatto che la prima certa testimonianza dell’esistenza degli scacchi sia completamente basata sulla consegna da parte di un re indiano a un re persiano di un set di scacchi raffigurato da due schieramenti realizzati in rosso rubino e verde smeraldo. Lo stesso Murray nel suo monumentale lavoro, commentando lo Shanama (Il libro dei Re), che racconta anche del passaggio degli scacchi dall’India alla Persia, osserva che Firdawsi non si attenne scrupolosamente ai fatti contenuti nell’antico testo pahlavico; al contrario il poeta persiano si concesse numerose licenze letterali, la più importante delle quali fu, nella sua narrazione, di sostituire i pezzi realizzati in rubini e smeraldi con pezzi fatti in avorio e teak. La sua lapidaria sentenza fu: “The colours of the older text seem, though, to be more accurate historically”.
   A supporto di tale giudizio, lo studioso inglese cita un passaggio contenuto nel libro “Ghurar akhber muluk alfurs” di Ath-Tha alibi, che era stato scritto per magnificare i meravigliosi tesori di Xusraw che suona così “Egli possedeva anche un gioco di scacchi i cui pezzi erano di rosso rubino e verde smeraldo”.
   E’ possibile, si chiede addirittura Murray, che “la saga dell’ambasciatore giunto dall’India sia nata dall’esistenza di questo favoloso set?”. 1
   Il piacere, dunque, di possedere, in genere “il bello”, e nel nostro particolare caso, rari, preziosi, unici, giochi di scacchi è passione antichissima; non certo solo appannaggio degli uomini del nostro tempo.
   Sets così antichi non sono mai arrivati integri ai nostri giorni, tuttavia, singoli pezzi o parti di giochi provenienti da ogni dove ma soprattutto da scavi archeologici sono sopravvissuti alle inesorabili insidie del tempo consentendoci di intuirne il percorso originario, permettendoci di ammirare e studiare antiche testimonianze che oggi costituiscono il raro patrimonio scacchistico di tutta la comunità internazionale.
   Fra i più antichi pezzi a noi pervenuti vi è un elefante, in pietra nera, oggi conservato al Metropolitan Museum of Art di New York, che secondo i responsabili “potrebbe” essere un Re appartenuto a un set persiano; il “potrebbe”, per altro indicato nella scheda del Museo, ci offre lo spunto per fare una considerazione di carattere generale: va sempre ricordato che giudicare un singolo pezzo estraniato dal suo contesto di appartenenza ad un gruppo di figure, è impresa improba, se non impossibile. 2
   Molto diverso è il caso dell’importante ritrovamento archeologico guidato da Burjakov, avvenuto a Afrasiab di sette figure in avorio, datate attorno al VII, VIII secolo d.C., raffiguranti uomini e animali in maniera – nonostante il cattivo stato di conservazione – chiaramente naturalistica, tali da riportarci immediatamente con il pensiero all’ antica ambasciata del re indiano. 3
   Degni di nota sono due tesori scacchistici particolarmente ricchi di pezzi oggi custoditi l’uno in Francia e l’altro in Gran Bretagna; il primo è il cosiddetto gruppo di 16 pezzi in avorio comunemente noto con la dizione di “Scacchi di Carlomagno”, sebbene Carlomagno fosse già morto da alcuni secoli quando l’intero set fu intagliato. Tutta la storia nacque da una leggenda, ovviamente priva di fondamento, secondo la quale il Califfo di Bagdad, Haroun el-Rachid lo avrebbe donato al re carolingio in occasione della sua incoronazione a imperatore nell’anno 800. Lo straordinario insieme di forme naturalistiche di notevole fattura fu trovato nell’Abbazia di Saint Denis; molto più tardi il tutto fu trasferito al Cabinet des Médailles della Biblioteca Nazionale. La lavorazione, certamente medievale, di evidente mano europea che, tuttavia, evoca in alcuni pezzi una visione orientale, sembra, secondo accurati studi, essere opera delle scuola italiana di intagliatori di Amalfi. 4
   Il secondo cimelio è l’eccezionale rinvenimento di ben 78 pezzi intagliati in dente di tricheco, avvenuto nel 1831 su una spiaggia della costa occidentale dell’isola di Lewis, donde il successivo nome convenzionale a loro attribuito. Anche i Lewis sono pezzi, nella maggior parte, antropomorfi e appartengono a più serie di scacchi; 67 di essi si trovano al British Musem di Londra, gli altri 11 al Museo Nazionale di Edimburgo. Secondo gli esperti che li hanno studiati, questi pezzi eccezionali per la truce espressività dei personaggi scolpiti con innegabile maestria, dovrebbero risalire al XII secolo e probabilmente furono di mano d’opera scandinava. Oggi sono incolori ma al tempo del loro ritrovamento alcuni conservavano ancora tracce di rosso scuro, o come si scrisse beet-root color, cioè color barbabietola. Una caratteristica, questa, già osservata in diversi altri casi e abbastanza usuale nei set figurativi d’epoca medievale. 5
   Molto probabilmente in assoluto, un elefante in avorio di raffinata fattura orientale, è forse il più noto negli ambienti scacchistici fra tutti i pezzi a noi pervenuti. 6 Ripetutamente pubblicato si trova anch’esso custodito al Cabinet des Médailles della Biblioteca Nazionale; un re di un gioco di scacchi indiano presumibilmente databile al X secolo che, per via dell’ iscrizione sul piedestallo min’ amal Yâmal al-Bâhilì, viene considerato di produzione araba su modello indiano, sebbene non si possa escludere che tale scritta potrebbe anche non essere quella dell’intagliatore ma quella del proprietario. Comunque sia, sulla corretta identificazione di questo Re domina pesantemente la già citata difficoltà di essere un “singolo”. Basti pensare che dopo mille anni nessuna conclusione certa è stata ancora raggiunta. 7
   Il Museo Nazionale del Bargello di Firenze conserva una delle più importanti collezioni del mondo di pezzi antichi di scacchi sopravvissuti al tempo e pervenuti a noi con la donazione Carrand del 1888. La loro varia manifattura, europea ed esotica documenta un “epoca” della iniziale storia europea di questo gioco particolarmente eletto e legato a molteplici usi e costumi.
   L’intera vicenda dei Carrand e del loro lascito è già stata ricordata e merita di essere conosciuta per poter comprendere appieno il profondo significato del rapporto tra il Bargello e il collezionismo francese. 8
   Un rapporto che ha conferito al Bargello una dignità internazionale di collezioni di arti minori, pari a quella già nota nel campo della scultura rinascimentale.
   La superba tavola da gioco e i pezzi di scacchi della collezione Carrand formano – proprio per la loro diversa origine e la loro diversa produzione - un gruppo che non ha uguali in Italia. Questa loro antica appartenenza a diversi set di scacchi li rende preziosi offrendo allo studioso un ampio panorama di discussione che investe un arco di tempo di secoli particolarmente interessante per la storia del gioco.
   L’insieme consta di una tavola da gioco e di 11 antichi pezzi di scacchi, due dei quali di produzione musulmana, altri due di fattura europea su modello islamico, gli altri sette di certa produzione europea; tutti sono databili fra il X e XIII secolo. Questi pezzi sono stati ripetutamente e accuratamente studiati in passato ma quasi sempre separatamente 9; solo recentemente in tutto il loro insieme. 10
   La tavola da gioco del Bargello 11 è una delle più splendide tra quelle a noi pervenute e merita speciale attenzione per la raffinatezza della lavorazione, per la preziosità del materiale utilizzato e per l’indubbio valore artistico.
   I due lati della tavola sembrerebbero essere destinati, l’uno al gioco degli scacchi e l’altro a quello che noi oggi chiamiamo backgammon, ma su questo argomento è bene ricordare che l’uso del condizionale non può essere ancora abbandonato.
   Mentre il primo lato è storicamente compatibile con la diffusione del gioco degli scacchi, il secondo lato potrebbe facilmente prestarsi a equivoci o a interpretazioni diverse.
   Su questo lato si giocava “il gioco delle tavole”. E’ oggetto di discussione fra gli esperti se come “tavole” fossero da intendersi le due facce del tavoliere o, più probabilmente, le due parti del tavoliere aperto sulla faccia opposta alla scacchiera, oppure le stesse pedine bicolori (simili a quelle divenute più note della dama) che nel gioco venivano fatte avanzare tirando tre o due dadi a seconda della variante.
   A parte il significato esatto di “tavole”, il termine “gioco delle tavole” veniva solitamente usato per indicare una intera famiglia di giochi simili di cui quelli che storicamente hanno avuto maggiore diffusione internazionale sono tric-trac (diffuso specialmente a partire dalla Francia) e backgammon (dall’Inghilterra).
   Ai giorni nostri gli studiosi sono impegnati nella ricerca di termini più appropriati per definire con maggiore precisione le regole e le diverse caratteristiche di questi giochi ma la situazione è tutt’altro che chiarita per quel lontano Quattrocento.
   I pezzi del gioco di questa splendida scacchiera sono andati irrimediabilmente perduti; viceversa il Museo del Bargello conserva una serie di pedine rotonde in avorio, di diverso, diametro, stupendamente intagliate.
   Nelle schede del Museo tali pedine sono indicate come di dama, ma con tutta probabilità erano utilizzate per giochi di tavole.
   Una indicazione ulteriore viene proprio da quei forellini che si direbbero aggiunti posteriormente sulla parte opposta dei bassorilievi della scacchiera: chi li fece, in parte si comportò da vandalo, rovinando le decorazioni esistenti, e in parte, invece, cercò di rispettarli, anche a costo di ottenere delle serie di fori meno regolari di quelle che si potevano ricavare in assenza degli intagli. Si è così adattato il tavoliere per giochi di tipo tric-trac (la varietà che diventerà di moda alla corte dei re di Francia e di là in molti altri luoghi) in cui contavano particolari disposizioni delle pedine raggiunte durante il loro solito percorso a seguito del tiro dei dadi, con obiettivo finale l’uscita dal lato opposto.
   In queste varianti il punteggio parziale cresceva durante il gioco e se ne teneva conto con dei segnapunti che venivano mossi lungo il bordo, spostandoli da un foro all’altro.
   Le aree di gioco di entrambi i lati sono in avorio alternate con altre riccamente intarsiate in ebano con artistica lavorazione certosina a forma di stelle, losanghe, quadri e triangoli con prevalenza di rosso e verde.
   Il tutto è completato da una sequenza di bassorilievi in avorio per un totale di otto rettangoli superiori e otto inferiori che rappresentano scene di corte con figure in rilievo. Gli angoli che completano il grande quadrato mostrano scudi araldici con decorazioni di acanto. I sedici bassorilievi costituiscono la parte più straordinaria di tutto questo insieme. L’artista sembra puntare su una plasticità rude e risentita ma estranea alla staticità, dando maggiore importanza al trattamento della superficie per accentuare gli effetti di movimento.
   Le scene di corte si susseguono e stupiscono l’osservatore per l’eccezionale qualità dell’intaglio: una folla di azzimati cavalieri con armature e dame con abiti preziosi e raffinati e fantasiosi copricapi si scontra e si incontra in duelli, affollati combattimenti, amichevoli tenzoni, in scene di corte, d’amore, coppie che passeggiano, delicati corteggiamenti, esibizioni di musici, una dama e il suo amante giocano a scacchi e scene di caccia. Il tutto avviene all’aperto con alberi e cespugli che sembrano sfavillare al sole dopo una giornata di pioggia. Gli abiti corrispondono alla lussuriosa ed elegante moda borgognona di quei tempi: le dame indossano i caratteristici copricapi d’epoca e vesti lunghe con strascico, i cavalieri corte giacche con le maniche a sbuffo e pregiati cappelli, più umili, naturalmente, le vesti dei servitori.
   La scuola borgognona è, nella storia dell’arte, una particolare cultura figurativa che si sviluppò alla corte di Filippo l’Ardito († 1404). Molto più tardi, quando Filippo il Buono († 1467) abbandona sempre più frequentemente la Borgogna per le terre del nord, si verifica una cesura profonda e la storia artistica borgognona viene a coincidere con la più vasta storia dell’arte fiamminga.
   Anche allora, tuttavia, qualche carattere che possiamo chiamare borgognone rimarrà nell’arte della corte ducale di Borgogna , non tanto a livello artistico, quanto nel privilegio riservato a certe tecniche, nel gusto per le materie preziose e l’esibizione sfarzosa, nella stessa funzione conferita all’oggetto artistico.
   Tutto ciò si osserva perché si potrebbe anche pensare che l’intagliatore di questa eccezionale scacchiera fu un italiano che ebbe occasione di visitare o risiedere per qualche tempo in Borgogna.
   Le scene raffigurate nei bassorilievi mostrano una stretta connessione con un pettine d’avorio custodito nel Victoria & Albert Museo di Londra. Secondo i fratelli Wichmann esse potrebbero forse essere dello stesso artista, ma alla luce delle attuali conoscenze riesce difficile suffragare questa ipotesi.
   Nel Kunstgewerbemuseum di Berlino vi è una scacchiera dello stesso periodo, senza però le strutture in rilievo e con le caselle intarsiate che mostrano una stretta affinità con quelle della scacchiera del Bargello.

Note:

1 - Murray, , p. 155-156.
2 - McNab, Wilkinson, Chess: East and West, Past and Present, The Metropolitan Museum of Art, New York, 1968, scheda n.1. Cfr. Herzfeld, Ein Sasanidischer Elefant, in “Archeologiche Mitteilungen aus Iran” III, 1931, p.27; Sarre, Sasanian stone Sculpture, in “Survey of Persian Art“, Oxford, 1939, vol. I, p.593-600, vol. IV, fig. 169b.
3 - Burjakov, Zur Bestimmung und Datierung einiger der ältesten Schachfiguren, Der Fund von Afrasiab (Samarkand), in Antike Welt, 1994, p.62-71.
4 - Montesquiou-Fezensac, Gaborit-Chopin, le Trèsor de Saint Denis, Parigi, vol.3, 1973-1977 ; e Pastoureau, L’échiquier de Charlemagne, un jeu pour ne pas jouer, Parigi, 1990. Pastoureau indica Salerno come luogo dell’intaglio ma recenti ed accurati studi di Lucinia Speciale, dell’Università di Lecce, sembrano provare che la scuola di quei maestri intagliatori sia da locare in Amalfi. Cfr. Speciale, relazione Il gioco degli scacchi nell’Occidente latino”, Brescia, Università degli Studi, 10 febbraio, 2006.
5 - Madden, Historical remarks on the introduction of the game of chess into Europe, and on the ancient chessmen discovered in the Isle of Lewis, (a nord-ovest della Scozia), in “Archeologia”, XXIV, 1832, p. 203-91; cfr. Taylor, The Lewis Chessmen, Londra, British Museum, 1978; Stratford, The Lewis Chessmen and the enigma of the hoard, Londra, British Museum, 1997.
6 - Wichmann H. e S., Schach, Ursprung und Wandlung der Spielfigur, Monaco, 1960, tav. 1-3, note a p.274.
7 - Pastoureau, op. cit., p.52-55.
8 - AA. VV., Arti del Medio Evo e del Rinascimento, Omaggio ai Carrand, 1889-1989, Firenze, 1989. Barocchi, Gaeta Bertelà (a cura di) I Carrand e il collezionismo Francese, 1820-1888, Firenze, 1989.
9 - Sangiorgi, Collection Carrand au Bargello, Roma, 1895; Supino, Catalogo del R. Museo Nazionale di Firenze, Roma 1898; Goldschmidt, Die Elfenbeinskulpturen aus der Zeit der Karolinischen und der Schachsischen Kaiser (VIII°, XI° Jahrhundert) IV, Berlino, 1926; Lamm, Mittelalteriliche Glasser und Steinschnittarbeiter aus dem nahem Osten, Berlino,1930; Wichmann H. S., op. cit.; Boccia, Costumi guerreschi negli avori Carrand, in “Antichità Viva”, II,Firenze, 1963, p. 33-46.
10 - Sanvito, Scacchi e tavole da gioco nella collezione Carrand, Firenze, 2000.
11 - Arte, probabilmente italiana, XV° secolo, avorio e ebano.Struttura interna di stile francese o fiammingo.Bassorilievi in avorio. Apertura totale cm. 56 x 56 x 3,1. Pieghevole. Inv. 155 C.Conservazione : buona (danni, piccoli fori su i bassorilievi di un lato).
12 - Un sentito ringraziamento è dovuto a Pratesi, autorevole studioso di giochi di riflessione, per i consigli forniti circa i giochi diversi dagli scacchi, praticati su questa scacchiera.
13 - Wichmann, op. cit, t. 80, p. 299; Murray, op. cit. p.757; Sangiorgi, op. cit., t. XIII; Liddell, Chessmen, New York, 1937. p.17; Cfr. per altre scacchiere si veda anche AA. VV. Zur der Konige, Schachfiguren und Spiele aus vier Jahrhundert, Monaco, 1988, da t. 60 a t. 99; AA.VV. Spielwelten der Kunst, Vienna, 1998, da p. 97 a p. 106.

Capitolo II

Testimonianze scritte


   Molto ci è pervenuto, a testimonianza di quanto insistente fu, attraverso i secoli, il piacere di produrre e di possedere splendidi giochi di scacchi, ma molto purtroppo se n’è andato irrimediabilmente perduto; nonostante ciò, testimonianze scritte, diligentemente annotate, sono rimaste a dimostrare quanta antica e quanto intensa fu questa singolare passione.
   Già regnando Roberto d’Angiò, si legge in un Registro angioino, esisteva a Corte un “Par de schaccis et par de tabulis de arbore et ebano1 e negli inventari sincroni un “Tabularium pictum cum schaquis et tabulis de ligno2, ; di pregio tutto particolare fu la scacchiera di cristallo, poggiata su quattro piedi e ornata d’argento munita di pezzi di cristallo e diaspro Item tabolerium unum de cristallo sistentem in pecijs quatuor munitum argento cum tabulis et scakis de cristallo e diaspro”, che troviamo annotata in un registro della Corte del 1326.

   Altrettanto curioso è il gioco registrato in un elenco siciliano del 1376, “Item marzapanum unum cum ludo unum scakorum de ebore intus dictum marzapanum sistente. 3

   Sotto certi aspetti, eccezionale fu l’interesse per gli scacchi manifestato dagli Estensi, signori di Ferrara.

   Nicolò III in particolare amò possedere preziose scacchiere alcune delle quali pregevoli, “uno scacchiero et tavoliero da tavole insieme de avorio biancho et negro afigurando d’ intorno et cornixado, lavorado ad oso; uno tavoliero da tavole et scachi (sic) d’ariento cum radixe de perle et vedro et prede lavorado antigo” si legge in un inventario del 1436.

   Un’altra curiosa testimonianza ci ricorda che Leonello, fratellastro di Meliaduse, figlio naturale di Nicolò, quando sposò, nel febbraio del 1435, Margherita Gonzaga, ebbe cura di far collocare nella sua guardacamera, a lato della camera da letto de inverno, una scacchiera ornata delle sue armi, mentre teneva nel guardaroba che si trovava appresso, un secondo tavolo da scacchi con caselle di avorio bianche e nere intarsiate, bellissime. 5

   D’altra parte era, in quei tempi, tutt’altro che infrequente trovare menzione di raffinati giochi di scacchi nei corredi da sposa: anche la contessa Mesocco portò con sé in occasione del matrimonio un tavolino de avolio (sic) con scachi, tavola et dadi d’argento. 6

   Ercole I che ereditò il ducato alla morte di Borso d’Este, fu fra tutti i signori di Ferrara il più profondo studioso del gioco; la biblioteca ducale si arricchì, sotto la sua guida, di non pochi libri di scacchi 7, ma egli stesso non disdegnò di possedere qualche bel gioco di scacchi come uno scacchiere intarsiato de più colori cum li soi scachi, o straforati cum sonaijti drento . 8

   Non solo uomini amanti del bello ma anche spiriti femminili aperti a manifestazioni intellettuali amarono circondarsi di tesori scacchistici. Proprio in Ferrara primeggiò in questa schiera pur così ricca di nomi illustri, Isabella d’Este, che ancora giovanetta volle per sé una un gioco degli scacchi che commissionò, appena diciassettenne, al Brognolo per il prezzo di 5 ducati. 9

   In Mantova la sua passione scacchistica divampò e divenne notissima; amante per natura di cose belle e preziose Isabella raffinò ancora di più i suoi gusti manifestati da giovane, arrivando a desiderare di possedere giochi di scacchi “personalizzati”. L’8 dicembre 1511 così scriveva ad Angelo Vincemaglia: “Mandiamovi un pezo de ebano qual dareti a Cleofas (Cleofas Donati, intagliatore milanese) dicendogli ch’el ne faci d’esso un gioco de scacchi negri, et l’altro del suo avorio, che siano della grandezza de questi che vi mandiamo in scatola per mostra, ma del garbo et fogia che a lui parerà, purchè siano belli et excellenti et ben proporcionadi da conoscersi uno scaco da l’altro, né vi rincrescerà sollecitarlo a ciò che presto siano servite”. Il Maestro milanese le mandò, evidentemente, qualche saggio, giacchè un mese dopo (4 gennaio 1512) Isabella così riscriveva al Vincemaglia “Ve remandamo la mostra de li scacchi facti per Cleophas, quali me piaceno molto, e speramo, come voi scriveti, ch’el migliorerà, maxime lo arfilo, qual voria avere quelle tre branche di sopra più distincte et ardite, cioè che guardassero in suso, et la pedona voria essere un poco più altetta et forte. Il resto de forgia et garbo me piace summamente, precipue lo cavallo, che non potria essere più bello. Sichè fatili subito fare”. 10

   Se Isabella fu cortese nel chiedere all’intagliatore milanese di assecondare i suoi desideri, a Milano Galeazzo Maria Sforza non nascose la sua irritazione per i difetti di colorazione dei suoi giochi di scacchi; piuttosto duramente diede ordine, con una lettera datata 3 novembre 1475, a Gottardo Panigarola di far fare “duy tavolieri da scachi nel modo usato de li quadri, infora che volemo che siano de legno senza depingerli, perché la pinctura se ne va troppo presto11.

   Non solo nel regno di Napoli o nei ducati di Ferrara, Mantova e Milano si coltivava questa passione, ma in tutta Italia. Se si avesse il tempo e la voglia di cercare nei fondi delle grandi famiglie della penisola probabilmente si scoprirebbe quanti tesori d’arte e, perché no, quanti preziosi giochi di scacchi sono passati nelle loro mani.

   E’ il caso di una recente ricerca negli inventari del fondo Guardaroba Medicea dell’Archivio di Stato di Firenze, per rendersi conto di quanta verità vi sia in tale affermazione.

   Questa accurata elencazione dimostra proprio che è la varietà e la ricchezza dei materiali utilizzati per questi giochi ad impressionare di più; d’altra parte sappiamo bene quanto fossero raffinati i prodotti fiorentini dell’epoca. Tanto è vero che l’impressione generale del ricercatore fu che questi giochi dei Medici fossero pezzi unici fuori del comune.
   Nell’elenco, che qui si riassume, si legge di uno iscachieri dagorio (sic) e diaspro con gli scacchi medesimi, di uno giuoco di scacchi non finito di calcedonio et diaspro in un bossolo rosso, e uno scacchiere et tavoliere di madreperla con tavole in un sacchetto di velluto turchino. Il secondo set citato, in calcedonio e diaspro, pietre preziose minori, ma sempre pietre preziose, infilato in un bossolo sorprende non poco. Oggi lo si conserverebbe in ben altro modo; forse i Medici non avevano di questi problemi, o più probabilmente solo perché ancora non finito 13.

   Impressionante l’alta qualità dei materiali usati per le scacchiere, il che induce a pensare che la passione per gli scacchi in Firenze, fosse tutt’altro che marginale: uno scacchiere di madreperla; di cipresso con le spranghe d’argento; d’avorio ed ebano; tavole di lapis finite d’ebano dorati; uno di verzino ed ebano; tre schieri anzi tavolieri grandi tutti commessi di madreperla e osso nero e tartarugha; uno scacchiere tutto commisto d’ambra e alle cantonate di argento dorato e traforato, lavorato a fogliami e maschere con serrature in mastietti d’argento simile con bochiettine d’avorio alli scacchi sottovi alcune teste d’uomo e donna. Non meno preziosi i pezzi degli scacchi, alcuni dei quali usati senza molta cura, scacchi di ambra gialla e bianca guasti e in pezzi per lo scacchiere d’ambra, un atteggiamento che farebbe inorridire il collezionista moderno, ma anche, trentadue scacchi d’avorio dipinti; pezzo da giocare a scacchi di diverse figure, torre ed altro, che alcuni d’ebano et altri d’avorio, oggi con un pezzo perso; così come sono andati perduti molti pezzi di un eccezionale gioco in agata e diaspri. L’elenco non finisce di stupire: oltre al tipo di giochi e al materiale impiegato, in alcuni casi viene indicato pure il nome dell’intagliatore, della Maddalena Conti, o del Nebolaro, e addirittura il nome del responsabile di una rottura: rotto da Giuseppe Nebolone. 14
   Non mancano naturalmente, documentazioni che descrivono lo splendore di alcuni set di scacchi in testi poetici trovati in altre lingue nei quali l’aspetto didattico moraleggiante, spesso allegorico, risulta prevalente; è il caso degli échecs moralisés che soprattutto la Francia contribuì a diffondere in tutta l’Europa attraverso il romanzo cavalleresco e la chanson de geste. Il monumento più importante sotto questo profilo é il lunghissimo anonimo poema Echecs Amoreaux del XIIIº secolo che nel dedalo dei vari versi trova, nell’episodio di Déduit che gioca a scacchi con la bellissima giovinetta nel giardino delle rose, una sorta di nucleo centrale, attorno al quale ruotano vicende ed immaginazioni.

   Le descrizioni dello splendore dei giochi di scacchi posseduti dalla giovinetta meritano di essere in parte ricordate per l’aulicità della narrazione:

Si paonnet or escoutes
Estoient fait cest verites
D’esmeraudez voire si bellez
Si finez et de vretus tellez


   Oppure:

Si doy cheuallier ensement
Dune matere saphirine
Si orientelle et si fine


   E ancora:

Que leur valeur toute aultre passe
Chascuns fu fait dune topasse
Sus toutes precieuse et digne
Sauoit aussy chascuns son signe.


   Si dirà che queste menzioni sono solo frutto di fantasiosi parti poetici , ma riesce difficile non trovarvi relazioni con la realtà: si può declamare ciò che non esiste? Si possono menzionare pezzi di scacchi, “d’or fin peint des riches couleurs; les pions d’or poli, d’émiraudes et de rubis”, oppure, “Et li point d’esmeraudes, verdes pré herbu, E de rubins vermaus, aussi com d’ardant fu17, cioè, in rubino e smeraldo senza conoscere l’antichissima vicenda narrata nel Wizarisn i catrang? Può un poeta narrare di pezzi di scacchi in avorio, ebano, zaffiro, topazio e altri preziosi materiali, senza averli visti almeno una volta in qualche Corte?

   Delicatissimo il passaggio della bellissima fanciulla araba che propone una partita a scacchi a Masrùr, contenuto nel Le mille e una notte: Zain al-Mawasif disse: io ho la consuetudine di giocare a scacchi; sei capace? Alla sua risposta affermativa, ella mise fra loro gli scacchi: erano di ebano intarsiato d’avorio con una scacchiera d’oro lucente e i pezzi di gemme e rubini:
   V’erano bianchi e rossi, e cozzanti cavalieri. Ella mi sfidò, dicendomi: tienti in guardia
   Mentre per converso non badò a me, quando le sue dita si muovevano nelle tenebre di una notte cupa come chiome nere
   Non potei spostare i bianchi per liberarli, mentre l’amoroso affanno mi faceva versare profuse lacrime
   Pedoni e Torri, unitamente a Regine, attaccarono, quindi sconfitte, fuggirono le schiere dei bianchi
   Ella mi aveva concesso di scegliere tra le due schiere; io scelsi quelle bianche, gettandomi all’azzardo
   E dicendo: queste milizie bianche mi vanno bene, e sono quanto desidero, a te i rossi
. 18


   Questa la poesia che Masrùr fece declamare alla sua schiava Habùb per giustificare tutte le sue sconfitte sulla scacchiera e nel cuore della bella fanciulla. Sotto certi aspetti, ineguagliabile è lo studio di Strohmeyer 19 che circa un secolo fa elencò una serie ragguardevole di passaggi scacchistici trovati nelle cosiddette cansons de geste, tra i quali non mancano quelli che ricordano bellissimi set di scacchi.
   Il superbo, il meraviglioso, che traspare in ogni riga di queste testimonianze poetiche, si manifesta naturalmente, e forse soprattutto, nella descrizione delle scacchiere e dei pezzi del gioco: essi sono sempre preziosi e di grande bellezza, d’oro fino e d’argento, pezzi del gioco in oro tempestati di pietre preziose, o in osso di Amarquis, un animale fantastico; una borsa per contenere i pezzi è addirittura ornata con penne di Fenice. E’ lo stesso Strohmeyer, tuttavia, che ci fornisce una interessante spiegazione: “Anche se è sottinteso che i poeti esagerassero è altrettanto necessario notare che si usava uno sfrenato lusso nella creazione di giochi di scacchi anche nella vita reale. Ci sono giochi di scacchi in oro massiccio, come si legge nel Renaut de Montalban (p.388-390) o nel Bastarde Bouillon (v. 3835-3866) di grande valore”, un valore che lo studioso tedesco stima come equivalenti a mille marchi d’argento del suo tempo. 20 Non mancano, comunque, passaggi nei quali la menzione scacchistica diviene interessante, sia come definitivo sviluppo storico, sia come fonte di dettagli che consentono la loro attestazione cronologica.
   Così sembra quando si scrive di una lussuosa borsa contenente un bellissimo set di scacchi che, secondo il narratore sarebbe appartenuta a Carlo V d’Inghilterra; la scacchiera era intarsiata con ebano e avorio, e dello stesso materiale erano fatti i pezzi. I Re e le Regine raffiguravano regnanti europei e africani. Questo set un tempo appartenne a Lord Barrington.21

Note:

1 - Del Giudice, Una legge suntuaria inedita, Napoli, p.256.
2 - Da un documento del 1326. Registro angioino 263, f. 161; si veda anche Archivio storico per le province napoletane,, XXI, p.640.
3 - Gallo, Annali di Messina, Messina, 1879, tomo II, p.236.
4 - Bertoni, Nuovi studi su M. M. Bojardo, Bologna, 1904, p.252 e sgg.
5 - Archivio di Stato di Modena, Inventarium bonorum mobilium domini, anno 1436, c. 15-16.
6 - Motta, nozze principesche, p.35. Per tutte queste fonti cfr. Chicco, Gli Estensi, in “Fortuna degli scacchi nel’500”, Milano, 1946.
7 - Sanvito, La biblioteca scacchistica degli Estensi, in “Scacchi e Scienze Applicate”, Venezia, 2001, p. 37-40.
8 - Bertoni, op. cit., p.32.
9 - Luzio-Renier, La cultura e le relazioni letterarie di Isabella d’Este, in “Giornale storico della letteratura italiana”, Milano, vol. XXXIII, 1899.
10 - Luzio-Ranier, Il lusso di Isabella d’Este, in “Nuova Antologia, Milano, 1896, vol. LXV, p.275.
11- Archivio Storico per le province lombarde, anno VI, p.256.
12 - Pratesi, Scacchi e altri giochi della guardaroba Medica, in “Scacchi e Scienze Applicate”, Venezia, 1999.
13 - Pratesi, op. cit. Guardaroba Medicea 2, 7 dicembre 1531, Gu.Me. 28, 7 novembre 1553, Gu.Me. 28, 14 novembre 1553.
14 - Tutte le fonti si trovano in Pratesi, op. cit.
15 - Sieger, Les Echecs Amoreaux, eine altfranzösische Nachabbinnung des Rosenromans und hire englische Übertragung, Weimar, 1898, p.46-48.
16 - La Villemarqué, Contes populaires des anciens Bretons, vol. II, p.296 ; l’informazione è tratta da van der Linde, Geschichte und Literatur des Schachspiels, Berlino, 1874, vol.I, p.23-24, nota 15.
17 - Longuyon, Voeaux du Paou, v.1312; l’informazione citata è tratta da Twiss, Chess, Londra, 1789, 1791, vol.II p. 149; cfr. Carpenter, suppl. a Du Cange; si veda anche la versione scozzese intitolata The Buick of the most noble and vailzeand Conqueror Alexander the Great, Edinburgo, 1831, p. 207 e segg.
18 - Le Mille e una notte, Milano, 1948, vol. IV, p.156. Versione italiana diretta da Gabrieli.
19 - Strohmeyer, Das Schachspiel im Altfranzosischen. Ditrage zur Kenntnis der Bedeutung und Art des Schachspiels in der altfranzosischen Zeit, in “Abbandlungen Herrn Prof. Dr. Adolf Tobler zur Feier seiner Funfundzwaunzigjahringen Thatigkeit als ordentlicher Professor an der Universitat Berlin von dankbaren Schulern in Ehrerbietung dargebracht”. Halle a.S. 1895, p. 381-403.
20 - Strohmeyer, op. cit., p.400.
21 - Twiss, op. cit. vol. I, p.129.