SCACCHI "ITALIA": UN SET DEL 1935


Rodolfo Pozzi




    Nel ventennio fascista l'idea dominante era rappresentata dall'autarchia, cioè dal desiderio di rendersi autosufficienti rinunciando agli scambi con l'estero per divenire indipendenti dal resto del mondo mediante creatività e produzione propria.
    A questo proposito, nel numero di marzo 1935 de "L'Italia Scacchistica", diretta dal più volte campione d’Italia marchese Stefano Rosselli del Turco, è apparso un articolo del dott. Guido Angelo Salvetti intitolato "Scacchi italiani per gli scacchisti italiani" (Salvetti 1935a). L’Autore aveva disegnato dei pezzi (fig. 1) denominati "Italia", che avrebbero dovuto essere assolutamente italiani, poco costosi, di facile fabbricazione e diversi dai francesi e dagli inglesi.


Fig. 1 - Il disegno di Salvetti per gli scacchi "Italia" (da "L'Italia Scacchistica" 3/1935 p. 50).


    Per capire il valore della personalità del dott. Salvetti, Commissario del Circolo Scacchistico Fiorentino e tra l’altro organizzatore e direttore del campionato italiano dello stesso anno, nonché "Delegato dell’Associazione Scacchistica Italiana pel controllo della manifestazione" (OND-ASI 1935, p. 96), scorriamo gli elogi che di lui hanno tessuto Mario Monticelli ("La preparazione e l’organizzazione del torneo sono state curate in modo da qualificarsi semplicemente insuperabile", Monticelli 1935, p. 121) e altri partecipanti al torneo come Cherubino Staldi ("L'organizzazione del torneo è veramente encomiabile"), Giovanni Ferrantes ("Organizzazione grandiosa; direzione insuperabile") e Michele Riello ("Un modello di organizzazione, una geniale creazione"), tanto per citarne qualcuno (AA. VV. 1935, p. 129).
    Mi è sembrato avvincente riproporre le vicende della nascita di questo gioco di scacchi (e le polemiche che ne seguirono) agli scacchisti attuali, pochi dei quali, presumo, avranno potuto conoscerle in diretta settant'anni fa (io allora non sapevo ancora cos’erano gli scacchi).
    Riferendosi ai giochi in uso nella nostra nazione, dapprima i Régence e poi gli Staunton, Salvetti asserisce - cito integralmente le sue parole - che "tali pezzi stranieri non sono davvero senza difetti. I "francesi", alti allampanati, pèccano di instabilità sulla scacchiera e di uniformità nelle sagome; gli "inglesi", ben fatti se pur leziosi, sono anche essi discosti dalle nostre tradizioni, specialmente nella forma dell'Alfiere, pel quale la mitria del "vescovo-conte" non ha traccia fra noi". Nei nuovi pezzi modello Italia "abbiamo ridato all'Alfiere il coronamento dell'elmo a becco di pàssero, ripudiando senz'altro la mitria del bishop ed il cappuccio a sonagli del fou".
    Per il rilancio dell'attività agonistica da parte dell'Opera Nazionale Dopolavoro (che da un anno aveva assorbito l'Associazione Scacchistica Italiana, l'attuale federazione) e per la "nuova disciplina delle importazioni, che porta la necessità di emanciparsi dal prodotto straniero", Salvetti si augura che "i nostri ottimi artigiani debbano agevolmente riuscire a produrre a prezzo conveniente dei nuovi pezzi, solidi, semplici e che, pur nella modernità della ssgoma, si connettano alla forma tradizionale italiana", e che l'ASI ne sancisca "l'adozione e l'uso regolamentare in tutte le manifestazioni scacchistiche e per tutti i cultori del gioco". Invita inoltre la Direzione della rivista ad esaminare la nuova idea e a proporne all'ASI la realizzazione ed il lancio.
    Nella mia veste di cultore dei pezzi degli scacchi e apprezzandone la varietà, queste figure mi appaiono oggi pregevoli, ma a suo tempo le opposizioni non hanno tardato a farsi sentire. L'avv. Enrico Saint-John Mildmay, nel numero successivo della medesima rivista (Mildmay 1935) afferma che "pur plaudendo alla nobiltà degli intenti che si prefigge l'Autore, e riconoscendo che nel disegno dei pezzi vi è del buono e del bello, è proprio il caso di soggiungere che il bello non è nuovo e il nuovo non è bello".
    Mildmay riconosce esteticamente validi i modelli di Re, Regina, Torre e Pedoni, che "non si dipartono gran che - ed è un bene - dalla forma tradizionale di questi pezzi", ma non accetta "l'effigie del Cavallo", la cui testa "è troppo minuta e sproporzionata al piedistallo", per cui "male si distinguerà dagli altri sulla scacchiera". Per "le difficoltà della scoplitura… in pratica è probabile che questi cavalli microcefali riusciranno ancora più brutti che nel disegno". E la punta del becco dell'elmo dell'Alfiere, "finché rimane aguzza ed integra, può presentare un pericolo per le mani di un giuocatore distratto, cioè per la maggioranza dei giuocatori, che badano più alla mossa che al mezzo fisico con cui si eseguisce. In seguito il becco verrà certo a smussarsi se non a rompersi, al contatto degli altri pezzi messi alla rinfusa nella scatola, e la sàgoma del pezzo ne verrebbe modificata. Il così detto elmo ricorda quello del Cavalier Guerin Meschino, come è stilizzato da un noto giornale umoristico milanese, mentre tutto il pezzo rassomiglia ad una cogoma da caffè".
    Continua: "E' proprio sicuro l'A. che la creazione di un tipo nazionale di scacchi, che si stacchi dalle caratteristiche dei pezzi usati negli altri paesi, corrisponda ad un bisogno sentito o sia comunque opportuna? E' vanto precipuo degli scacchi di essere un giuoco internazionale, conosciuto in ogni angolo della terra" e "l'uniformità del tipo dei pezzi conferisce potentemente carattere di universalità a questo". E conclude che "i giuocatori che si abituassero a giuocare esclusivamente con dei pezzi di tale genere, quando dovessero recarsi all'estero o avessero comunque a prendere parte a gare internazionali in cui si usano esclusivamente gli Staunton, si troverebbero in istato di manifesta inferiorità".
    A questa contestazione fa immediatamente seguito la controreplica di Guido Angelo Salvetti "Italiani: sissignore!" (Salvetti 1935b), di cui trascrivo anche qui le parti essenziali rispettando lo stile toscano di allora. E' scritta sotto forma di colloquio telefonico notturno con Stefano Rosselli, che gli riferisce di avere ricevuto ordinazioni per il nuovo set e lettere sia di approvazione sia di critica. "Fra gli arrivi di oggi c'è uno che disapprova, che trova superflua l'idea degli scacchi di tipo italiano e che dice si deve seguitare con gli Staunton". - "O non si è dovuto rinunziare all'importazione?" risponde Salvetti. - "Si, dice, … ma gli scacchi hanno il vanto d'essere internazionali". - "Ma lei non glielo può dire che, da noi, l'internazionale non attacca?" (I due scacchisti fiorentini si danno ancora del "lei": il "voi"sarebbe stato introdotto da Mussolini qualche tempo dopo).
    Rosselli: Chi dissente obietta ancora "che quel che c'è di novo non è bello … e quel che c'è di bello non è novo".
    S.: "E lei gli risponda che se li faccia pure più belli. Del resto, nel mio articolo dicevo che i nuovi pezzi eran solidi e semplici, non che avessero a prendersi per canone di bellezza, né tampoco pretendevo imporli e farne monopolio: io ho fatto soltanto una proposta".
    R.: Dice anche che l'Alfiere "ha una punta che potrebbe far male alle mani del giocatore distratto e potrebbe anche rompersi".
    S.: "Qui lei sa meglio di me che la punta gliel'abbiamo già levata prima delle critiche, non tanto perché (ed è vero) si sarebbe potuta rompere, e nemmeno per le eventuali punzecchiature alla delicata epidermide degli scacchisti, salvaguardabile con dei boni guanti, quanto per semplificare la fabbricazione e farla tutta a tornio" (nella fig. 2 si nota infatti l'assenza del becco). "Codesto signore faccia pure i pezzi a modo suo".


Fig. 2 - La prima realizzazione del nuovo set (da "L'Italia Scacchistica" 4/1935 p. 73).


    R.: "Ma li vòle Staunton!". S.: Ah no, giurabbacco! Per sè faccia pure, ma per tutti no e poi no … Se s'ha da adottare pei nostri Dopolavoristi dei pezzi fabbricati in Italia, non s'ha pedissequamente a copiar gli stranieri: italiani, hanno da essere! Italiani, sissignore!".
    R.: "E se se n'avesse per male?". S.: Per male? Se è persona di spirito, no di certo. O io allora, che ci ho in gola il brutto, il microcefalo e la cuccuma? E bonanotte!".
    Per quanto ne so la polemica è finita qui. Attualmente mi è noto un solo esemplare di questo tipo di gioco di scacchi: apparteneva all’indimenticabile Adriano Chicco, che a suo tempo me ne ha gentilmente fornito una fotografia (fig. 3), la medesima che poi è stata pubblicata da lui nel "Dizionario" (Chicco-Porreca 1971). Il set è stato successivamente esposto alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze dal maggio al giugno 2000 nella mostra, curata da Alessandro Sanvito, abbinata al Congresso del Chess Collectors International (Sanvito 2000). Ora si trova in una collezione privata italiana (fig. 4).


Fig. 3 - Il set che faceva parte della collezione Chicco (R cm 8,5).




Fig. 4 - Lo stesso gioco d'avorio ed ebano della fig. 3, forse oggi l'unico in circolazione.


    In ogni caso lo schizzo di Salvetti rappresenta una testimonianza importante per la storia dei pezzi di scacchi, tanto più che lo stesso, ad un certo punto della telefonata, fa delle considerazioni molto interessanti su queste figure. "Lei, caro Rosselli, sa come venne l'idea dei pezzi "Italia": schematizzare i pezzi italiani dei secoli XIV e XV, dando loro una veste '900; nell'affrettato disegno poi riprodotto sulla sua Rivista, le mostrai come, per esempio, ogni modanatura del "re" avesse scopo e significato. La corona in alto; la prima modanatura, a "listello", al posto della barbuta faccia de' begl'antichi regnanti d'avorio; la seconda modanatura, a "ovolo", in luogo della mantellina d'ermellino; poi un cilindro raccordato a un tronco di cono e ad un altr' "ovolo", che, tutt'insieme, rappresentano il manto sgonnellante fin'ai piedi e formano la base del pezzo. Lo stesso per la "regina": la corona, un "listello" al posto della faccia e della chioma, un "toro" in luogo delle… rotondità muliebri, ed il manto-base. Nella sezione d'ogni pezzo insomma, cavallo escluso, può iscriversi la sàgoma schematica della figura rappresentata". Aggiungo che il toro, nell'architettura classica, è una modanatura a profilo semicircolare convesso che forma come un grosso anello alla base della colonna (Gabrielli 1989, Grande Dizionario illustrato della lingua italiana, Mondadori).
    Rispetto tutte le opinioni e non dubito che molti di noi sarebbero orgogliosi di aver creato questi modelli.


    BIBLIOGRAFIA


    SALVETTI G. A. 1935a: Scacchi italiani per gli scacchisti italiani, in L'Italia Scacchistica n. 3, marzo 1935, pp. 49-51, Firenze.
    MILDMAY E. 1935: Scacchi italiani per gli scacchisti italiani (replica a G. A. Salvetti), in L'Italia Scacchistica n. 4, aprile 1935, pp. 73-74, Firenze.
    SALVETTI G. A. 1935b: Italiani: sissignore! (controreplica a E. Mildmay), in L'Italia Scacchistica n. 4, aprile 1935, pp. 74-77, Firenze.
    OND-ASI 1935: Comunicato ufficiale 7 aprile 1935-XIII, in L'Italia Scacchistica n. 4, aprile 1935, p. 96, Firenze.
    MONTICELLI M. 1935: Il II° Torneo Nazionale "Stefano Rosselli del Turco", in L'Italia Scacchistica n. 6, giugno 1935, pp. 121-126, Firenze (a p. 123 fotografia del gruppo con G. A. Salvetti; a p. 124 caricatura di E. Mildmay).
    AA. VV. 1935: Pensieri dei partecipanti, in L'Italia Scacchistica n. 6, giugno 1935, p. 129, Firenze.
    CHICCO A. - PORRECA G. 1971: Dizionario Enciclopedico degli Scacchi, fig. 51 tra p. 370 e 371, Milano (Mursia).
    SANVITO A. 2000: L'arte degli scacchi, pag. 97 Set "Italia" 1935, Milano (Sylvestre Bonnard).