Un sorprendente libro su Marco Aurelio Severino

Recensione di Gregorio Granata





    Il teatro delle vicende scacchistiche, ultimamente, non finisce di stupirci: la bella Alexandra Kosteniuk, giovane ed eclettica vice campionessa del mondo che gioca le simultanee scivolando da un tavolo all'altro sui pattini a rotelle, conquista la prima pagina su uno dei maggiori e più seri quotidiani d'Italia (La Stampa), con un accattivante articolo del M° Adolivio Capece; lo scontro "uomo-computer" è analizzato da autorevoli studiosi anche su un programma radiofonico nazionale; il linguaggio dei commenti politici dei nostri giornali si impadronisce sempre più della terminologia scacchistica; la pubblicità fa ormai costante tesoro, e in modo sempre più intelligente ed appropriato, del richiamo del gioco degli scacchi per invogliare ad acquistare i più diversi ed importanti prodotti…
    Ma la sorpresa più grande, e non solo per gli scacchisti ma per tutti gli uomini di cultura, è dovuta alla Rubbettino Editore che ora pubblica, di Diego D'Elia "… Esercitando in uno stile per iscoprire il vero", con i testi scacchistici, in edizione anastatica, di Marco Aurelio Severino, calabrese del XVI secolo, medico eccelso, umanista raffinato, filosofo e appassionato esteta del nobile gioco, che definiva ne "La Filosofia …", pag. 73, "non dico Giuoco, ma miracolo, et esempio de' Giuochi".
    Il libro, nitidamente stampato su carta "palatina" della Fabriano, curatissimo e in due tomi, è sorprendente per diversi motivi: anzitutto ricostruisce una figura importante ma poco o affatto nota al mondo scacchistico sia dell'epoca che posteriore. Al riguardo, sebbene se ne trovi una giusta citazione nell'ancora attuale "Dizionario Enciclopedico" di Chicco e Porreca, è sufficiente costatare che la pur pregevolissima "Storia degli scacchi in Italia" di Chicco e Rosino nulla dice sul suo conto, limitandosi a proporre un suo ritratto e una breve partita con un dilettante, giocata a Napoli nel 1623 (e non 1723 come erroneamente indicato) e vinta in 13 mosse. In secondo luogo è una piacevole sorpresa, nell'era della informatizzazione, potere padroneggiare tattilmente, con calma e lontano dai clamorosi eventi sopra accennati, queste due preziose ed antiche opere, "La Filosofia degli Scacchi" e "Dell'Antica Pettia, in altre parole che Palamede non è stato l'inventor degli Scacchi", che Severino ebbe, per tutta la vita, il sogno di dare alle stampe e che il destino non gli consentì di realizzare. Il Tarsiota, infatti, trovò la morte durante la peste che sconvolse, nel 1656, Napoli, città dalla quale, da medico quale era, si rifiutò eroicamente di abbandonare, per sfuggire al probabile contagio, come gli avevano consigliato i suoi amici.
    Entrambe le opere, infatti, furono pubblicate, più per ragioni speculative che scientifiche, postume, nel 1690, ben 34 anni dopo la morte del medico calabrese, "a spese d'Antonio Bulifon", stampatore d'origine francese, e non trovarono il successo sperato, venendo presto completamente dimenticate.
    Leggendo, sia pure con le connesse difficoltà, questi sfortunati testi, non "di scacchi" ma "sugli scacchi", si entra in un percorso dottrinale e filosofico incredibilmente affascinante e ricchissimo che è quello della "Respubblica Literarum" del XVII secolo, di Cassiano dal Pozzo, di Tommaso Campanella, di Giambattista Marino e di tante altre non meno importanti personalità. Il volume, inoltre, è completato dal "frontespizio" (esattamente una "anti-porta") che il D'Elia, non nuovo a scoperte e ricerche sulla storia degli scacchi, ha ritrovato nella Biblioteca dell'Accademia dei Lincei, e che fu ideata e tenacemente voluta dal grande chirurgo, e che, finalmente, dopo ben quattro secoli, vede la luce.
    Infine, e per ultimo, sorprende piacevolmente che a restituire questa pregevole opera nella biblioteca d'ogni scacchista amante della cultura, così ben curata anche nel ricco apparato di note e nella puntigliosa bibliografia, sia stato, non uno storico di professione ma un Ufficiale dei Carabinieri in servizio. E, al riguardo, mi sovviene di considerare che ha adempiuto a questo compito con lo stesso meticoloso impegno, insieme a grande passione e amore, con il quale sicuramente svolge la sua professione di comandante la Compagnia Carabinieri di Rossano, come ci informa il risvolto di copertina, così anche lui, come il Nostro, con uno stile unico e irrepetibile, per scoprire il vero.

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Diego D'Elia, " … Esercitando in uno stile, per iscroprire il vero". Tomo I. Studi sull'opera scacchistica di Marco Aurelio Severino e sul <<frontespizio>> inedito de <<La Filosofia degli Scacchi>>. Tomo II. Ristampa anastatica delle edizioni del 1690 de <<La Filosofia degli Scacchi >> e <<Dell'Antica Pettia>>. Rubbettino Editore, 2002.- 2 voll. Indivisibili. € 40,00.

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Nota:
    Questa "scheda", sotto forma di lettera al Direttore de "L'Italia Scacchistica", fu inviata, avendo finalmente un poco più di tempo da dedicare alla lettura, "unicamente perché non ne avevo riscontrato traccia nelle riviste specializzate e nella pubblicità editoriale, tranne un cenno - tutto particolare - sul supplemento "Domenicale" del Sole 24 Ore e con l'intento di fare cosa gradita ai Lettori della stessa rivista".
    La lettera trovò ospitalità nel fascicolo di Giugno 2003-N.1161, pag. 207, nella rubrica "La posta dei lettori", con la seguente postilla di A.C.:
    "Ringrazio il dr.Granata della sua lettera e della sua recensione. Devo dire che purtroppo l'Editore non è stato altrettanto sollecito nell'opera di informazione sul lavoro di Diego D'Elia (né in realtà lo è stato quest'ultimo), tanto che pur dietro nostra richiesta in tal senso, non abbiamo mai ricevuto comunicati sulla pubblicazione per non parlare della classica copia per recensione, quasi si volesse tenere nascosto il lavoro agli scacchisti."
    A distanza di tempo, debbo dare ragione al Maestro Adolivio Capece: nessun seguito, come era nelle mie aspettative, così come in quelle del compianto, caro e indimenticabile M.I. Alvise Zichichi, al quale avevo accennato del mio intervento in uno dei nostri ultimi incontri, è stato dato. Mi domando, ancora, perché il D'Elia, che pure era stato contattato dal dr. Gianfelice Ferlito a seguito della sua approfondita recensione apparsa sul n.1, spring 2003, vol. XII, pag.16-19, della rivista "The Chess Collector", non si è sentito in dovere di intervenire. Forse trova inutile leggere le riviste specializzate? O ritiene, così, di continuare a voltare, lui arrogantemente, le spalle - come leggo solo adesso - "a coloro che si arrogano il titolo di "storici del gioco degli scacchi" che non hanno "avuto la sensibilità di capire, la dedizione a conoscere e l'umiltà di ammettere di non avere né conoscenze, né metodo, né, soprattutto, rigore scientifico, cercando poi di "padroneggiare" la materia in un modo però valido solo a suscitare compassione. Ed osano definirsi storici: ma si sa….. "vasa inania multum srepunt"! (sic! in, D. D'Elia, "Il Codice Vaticano "Boncompagni n. 3", edizioni Quasar, Trieste 2000, pag.2)?

G.G.

(9. I.2004).