A PROPOSITO DEL CLIMA DI SACRA IDIOZIA


di Gianfelice Ferlito



   Sulla rivista mensile La Scacchiera, nel maggio 1953, lo storico di cose scacchistiche Adriano Chicco pubblicava un lungo e interessante articolo intitolato «Luci nella preistoria degli scacchi», in cui riassumeva le vivaci polemiche sorte in Urss tra storici russi sull'origine del gioco degli scacchi a seguito delle scoperte archeologiche vuoi di 4 pezzi di scacchi del VII-VIII secolo a Samarcanda (Afrosiab), a Fergana e a Khulbuk, vuoi del ritrovamento bibliografico (1950) di tre copie di un antico manoscritto a Bhukara (2) e a Samarcanda (1) contenenti 10 tabija (aperture) e 287 mansubat (problemi) di Abulfath, vissuto nell'XI-XII secolo.

   Non mi addentrerò ora in quella passata polemica russa (se gli scacchi a due erano o meno originari dell'Asia Centrale del V-VII secolo) che lo stesso Chicco considerava superata già allora scrivendo «in verità l'origine indiana del gioco a due è ancora oggi fondata su saldi argomenti, che non appaiono scossi dalle argomentazioni degli scrittori russi», né in quella, anch'essa ormai datata, che lo stesso Chicco lanciava in quegli anni al mondo degli esperti di storia degli scacchi con i pezzi di Venafro (da lui considerati testimonianze del III secolo) la cui esistenza stessa non negava, secondo Chicco, l'origine indiana dato che «il mondo imperiale (romano) aveva avuto contatti diretti con l'India. Anzi, secondo Chicco, «ben si comprende come questi (pezzi di Venafro) possono essere stati portati in Italia da qualche soldato romano reduce dalle campagne d'oriente: forse più come ricordo di altre civiltà e di strane regioni che come pezzi di un gioco vivo e conosciuto.»
   Lascio le polemiche storiche sulle origini del gioco per invece considerare una citazione letteraria fino a ieri per me misteriosa e posta all'inizio del dotto articolo di Chicco.
   Eccola: «Non senza ragione del gioco degli scacchi non si conosce l'origine: esso probabilmente preesisteva all'apparizione dell'uomo sulla terra, e forse anche alla creazione del mondo; e se il mondo ripiomberà nel caos, e il caos si ridissolverà nel nulla, il gioco degli scacchi rimarrà, fuori dello spazio e del tempo, partecipe dell'eternità delle Idee». Da «La donna del Nadir» di Massimo Bontempelli.
   Per molto tempo ho cercato invano il testo da cui Chicco aveva attinto detto passo. Le edizioni complete del Bontempelli da me consultate non riportavano tale racconto.
   Solo recentemente sono riuscito a trovare in una libreria antiquaria «La donna del Nadir», che è poi il titolo di una raccolta di 71 articoli di Bontempelli usciti sul numero 4 di «La terza pagina», che usciva il 10 e il 25 d'ogni mese a Lire due.
   Il libretto, pubblicato nel 1924 a Roma, è definito «Cronache della quindicina». Data la non facile reperibilità dell'edizione romana penso di fare cosa gradita allo scacchista italiano nel riportare integralmente il testo del Bontempelli. Ho messo in evidenza, tuttavia, alcune frasi con un mio commento tra parentesi. Ecco che cosa scriveva Bontempelli nel 1924:

36. CLIMA SACRO


   «Ho letto con ammirazione stupefatta e paurosa la descrizione della satanica prova agli scacchi compiuta l'altro giorno a Milano (chi ne sa qualcosa?) da Alekhine, Alekhine il Grande: il quale ha giocato dieci partite contemporaneamente contro dieci distinti avversari; e mentre ognuno di questi aveva davanti a sé la scacchiera, egli, Alekhine il Grande, stava seduto in una poltrona, con le spalle voltate agli avversari e alle scacchiere, e non aveva dinanzi a sé nulla: e così a memoria rapidamente vinse quasi tutte le partite (in effetti come andò?) rimanendo per quasi otto ore fermo là a guardare in un angolo vuoto, e pronunciare indicazioni cabalistiche (le mosse per Bontempelli erano misteriose?).

   Certo, è più grande colui che con immagini e pensieri crea mondi spirituali e fantastici: Dante Alighieri, per esempio, è più grande di Alekhine il Grande. Ma l'ammirazione che possiamo avere per Dante è meno stupefatta di quella che in noi suscita Alekhine. Dante opera con facoltà, delle quali ognuno ha in sé il germe: Alekhine opera all'infuori di ogni facoltà umana (forse anche gli avversari consideravano Alekhine piuttosto diabolico nel suo sistema di gioco).
   È il signore di qualche potenza di cui ci è occulto ogni principio. L'ammirazione che possiamo tributargli è necessariamente fatta di paura. Ciò che egli compie ha in sé qualcosa di inumano e di atroce.

   Non senza ragione del gioco degli scacchi non si conosce l'origine: esso probabilmente preesisteva all'apparire dell'uomo sulla terra, e forse anche alla creazione del mondo; e se il mondo ripiomberà nel caos, e il caos si ridissolverà nel nulla, il gioco degli scacchi rimarrà, fuori dello spazio e del tempo, partecipe dell'eternità delle Idee.

   Perciò, mentre esso è immune di ogni elemento fisico, d'ogni manualità, pure non può nemmeno apparirci come un fatto della intelligenza, la quale è facoltà umana e complessa, mentre la scacchistica è una potenza extraumana e mostruosamente semplificata. Un grande poeta o un grande filosofo ce lo immaginiamo come un uomo totale: il Grande scacchista ha in sé quel tanto d'uomo, e non più, che basta a regger la sua vita fisica e gli permette di pronunciare le formule che comunicano all'umanità i suoi astrali meccanismi.

   Il grande scacchista vive certamente in quel clima di sacra idiozia in cui stanno immersi i matematici e i musicisti.»

   Ancora una domanda: perché Bontempelli ha chiamato la raccolta di questi racconti «la donna di Nadir»? Non c'è menzione nei 71 racconti di alcuna donna del Nadir. E' Nadir un uomo? O che? Sappiamo che Nadir è un termine di astronomia sferica e che indica tecnicamente il punto inferiore opposto allo zenit. Ma che relazione c'è con i 71 racconti?
   Il mistero permane. A meno che qualcuno non me lo riesca a chiarire.

[Pubblicato su Scacco, n. 5, Maggio 1994, pp. 227-228]