La Leggenda degli scacchi (1)


  Lo Scià prese la piccola tavola e la guardò attentamente.
  Era di rozzo legno, di forma quadrata e divisa in piccoli riquadri colorati. I pezzi, invece, erano raffinati. Tagliati accuratamente da blocchetti di alabastro e finemente scolpiti.
  Riconobbe i carri, gli arcieri, i soldati, i cavalieri, il sultano, il consigliere. Due armate contrapposte.
  Era il gioco della guerra.
  Lo straniero, che aveva portato il dono, gli spiegò ogni singolo movimento dei pezzi e le regole generali del gioco. Lo scopo era quello di ogni battaglia, di ogni guerra. Accerchiare l'esercito avversario, sconfiggerlo e uccidere il sultano nemico.
  Occorreva una grande strategia e molta attenzione.
  Il gioco degli scacchi era stato chiamato.
  Lo straniero non conosceva il nome dell'inventore. Veniva da lontano, da terre che nessuno aveva mai sentito nominare. Era stato catturato alcuni giorni prima mentre si aggirava vicino al palazzo reale. Le guardie erano molto diffidenti. I sultanati vicini, battuti e sottomessi, più volte avevano mandato sicari con il proposito di uccidere il loro Signore. Ma il vecchio, lacero e scalzo, non aveva armi con sé; solamente un dono da consegnare allo Scià.

  Allo Scià il gioco piacque enormemente.
  L'opera era raffinata. L'invenzione era ardita.
  Ma non poteva accettarlo in dono. L'avrebbe, invece, comprato molto volentieri. Era in vendita?
  Il vecchio straniero si arrese alla volontà dello Scià. In cambio non voleva pietre preziose né oro. Solamente del grano.
  Lo Scià lo guardò stupito. Come mai chiedeva così poco? Non osava? Dubitava della sua grandezza? Non sapeva che il suo era il regno più ricco e potente della terra?
  Un chicco di grano sulla prima casa, due chicchi di grano sulla seconda casa, quattro chicchi di grano sulla terza ...
  Che stolto. Avrebbe potuto chiedere qualunque ricchezza. O era un tranello? Forse quella tavola racchiudeva un potere misterioso e malefico?
  Diede ordine al suo consigliere di provvedere alla richiesta e congedò lo straniero.

  Il consigliere ritornò dopo un paio d'ore. Era costernato. Come poteva dire allo Scià, suo padrone e signore, quello che aveva scoperto? Chiedendo mille volte perdono si prostrò ai piedi del sovrano.
  Era impossibile pagare lo straniero. Soltanto con complicati calcoli il matematico di corte era riuscito a trovare il risultato. Era solo un numero ma enorme, impronunciabile. Forse un numero sacro.
  Tutti i granai del Regno non sarebbero bastati a soddisfare quella richiesta. Non sarebbero bastati nemmeno tutti i granai della Terra.


  E così il gioco equivaleva a tutti i Regni della Terra, a tutte le ricchezze possibili e immaginabili e ad altro ancora, pensò lo Scià. Quel vecchio miserabile era il padrone di tutto. Era lui stesso, lo Scià, padrone e signore di infinite ricchezze, ad essere suo schiavo.
  Perché non lo aveva accettato come dono quando gli era stato offerto e perché aveva proposto di pagarlo? Adesso il vecchio si sarebbe ripreso il gioco per offrirlo a qualche sultano dei regni vicini. Un affronto mortale.
  Non poteva permetterlo.
  Non gli restava altra decisione. Rinnegando le antiche regole che imponevano ospitalità agli stranieri, rispetto e prodigalità, decise di metterlo a morte.
  Del suo nome non sarebbe rimasta traccia.
  Che cadesse la sua testa.

  Steso mollemente su soffici cuscini lo Scià ricostruì la battaglia contro un sultano ribelle.
  Gli arcieri avevano inferto subito gravi perdite nell'esercito avversario. Poi era stata la volta dei veloci carri.
  Avevano travolto e ucciso.
  Maciullato e fatto a pezzi.
  E quando i superstiti, in un disperato e folle gesto, avevano caricato disordinatamente, aveva lanciato all'attacco i suoi arditi cavalieri. Il nemico era stato messo in fuga, il sultano catturato.
  Con soddisfazione ripensò alla decapitazione di colui che lo aveva sfidato in campo aperto. In guerra non aveva rivali. La guerra era un'arte e quello sciocco sultano non lo sapeva.
  Ecco che aveva scoperto un'utilità nuova nel gioco. Con quei pezzi poteva spiegare la tattica ai suoi generali. Era un alleato ideale e prezioso. Doveva essere stato inventato per l'insegnamento della guerra.
  Era logico che quel dono toccasse a lui. Inevitabile.
  Sistemò i pezzi per una nuova battaglia.
  Annottava, ma sapeva che gli sarebbe stato difficile riposare. Fece un cenno.
  Entrò uno schiavo con una splendida coppa di metallo prezioso. Dopo pochi minuti l'olibano bruciava silenziosamente. Lo schiavo chiuse la coppa con un coperchio e il fumo bianco cominciò a levarsi invadendo la stanza.
  Lo Scià cominciò a rilassarsi. Adorava quel profumo balsamico. Guardò la scacchiera. I pezzi erano avvolti dal fumo. Passava lieve, li accarezzava, sembrava invitarli al movimento.
  L'alternanza dei quadrati neri e bianchi era significativa. Il Bianco e il Nero. Il Bene e il Male. La luce e le tenebre. L'eterna lotta. La nascita e la morte. E, ad ogni nuova partita, la rinascita. Un gioco magico, indubbiamente.
  Ricordo e monito delle terribili battaglie del passato fra gli uomini e gli dei, come il vecchio saggio cieco andava ancora raccontando?
  Doveva vietarne la diffusione? Era un gioco sacro?
  Una partita. Doveva giocare la sua prima partita.
  Ma dove trovare un avversario? Lui solo conosceva le regole. Quello schiavo, sottomesso da anni, che sapeva leggere e scrivere, sarebbe stato capace di apprendere le mosse e regole?
  Certo non era esperto di tattiche militari e questo avrebbe rappresentato per lo Scià un'altra rapida e folgorante vittoria.

  Giocarono incuranti del trascorrere delle ore. Lo Scià ricorse ad ogni sotterfugio tattico e ad ogni sottigliezza strategica per vincere rapidamente. Lanciò i suoi veloci carri, dispose gli arcieri, attaccò con i suoi valorosi cavalieri.
  Ma quello schiavo sembrava padrone di una tattica nuova. Aveva impedito l'aggiramento, lo sfondamento centrale, era risultato vincitore in innumerevoli corpo a corpo. E adesso avanzava a sua volta, con un esercito quasi intatto. E toccava allo Scià difendersi.

  Ancora cinque mosse, contò lo schiavo, e avrebbe facilmente imprigionato il sultano avversario in una gabbia dalla quale non poteva più fuggire. Rischiava la testa quasi certamente. Lo Scià lo avrebbe fatto decapitare pubblicamente per quell'affronto. Ma la tentazione era forte.
  Lentamente, molto lentamente, spinse un piccolo pezzo in avanti.
  Lo Scià rifletté a lungo. Una lunga agonia, prima di decidersi a ritrarre il sultano. Lo schiavo lo incalzò ulteriormente, senza dargli scampo, giocando rapidamente.
  La figura alta e imponente del sultano Bianco giganteggiava di fronte a quel piccolo pezzo Nero che gli stava davanti. Ma era impotente a difendersi. Quel piccolo pezzo lo aveva irriso, lo stava sconfiggendo. Non c'era nessuna casa dove andare, dove porsi in salvo. Dovunque si voltasse c'erano solo baratri.
  Lo schiavo aspettò, quasi sperando che lo Scià muovesse il sultano, calpestando quelle regole non scritte che gli aveva spiegato; che potesse, per volontà regale, modificarle a proprio piacimento.
  Shah mat, si decise, infine, a pronunciare.
  Due parole magiche che chiudevano la partita. Che significavano sconfitta per l'uno e morte per l'altro. Ma non sarebbe morto da schiavo, era ridiventato un uomo libero. E come tale sarebbe morto. Libero e vincitore.
  La partita era finita.
  Lo scià rimase impietrito a fissare la scacchiera, il suo sultano inerme. Come si era permesso quel piccolo verme?
  Nessuno era presente alla partita. Nessuno avrebbe saputo.
  Si levò in piedi e trasse il pugnale.
  Ancora sangue, era necessario. Nessuno doveva sapere.
  Gli si avvicinò.
  Lo schiavo non si curò della minaccia. Aveva lo sguardo rivolto alla grande finestra e guardava il cielo stellato.
  Nemmeno quando lo Scià fu vicino, e la lama brillò alla luce dei bracieri, si preoccupò per la sua sorte.
  Balbettava due sole parole, sempre le stesse: shah mat, shah mat.
  Allora anche lo Scià si voltò a guardare.

  Le stelle stavano esplodendo. Il cielo si stava squarciando.
  L'intero universo cominciava a ripiegarsi e ad accartocciarsi su se stesso.

Carmelo Coco. San Gregorio (CT) - 11/11/2005  Copyright