- 1434-41: I libri della famiglia di Battista Alberti.
Alberti.
E' questo il nome che si sussurra nella dotta Ravenna.
E' lui l'autore della Hypnerotomachia Poliphili. (1)
Non è solo una voce, l'ipotesi sembra supportata da solide prove. Tutto sembra coincidere.
Nella prefazione del libro si dichiara che l'autore è morto e Battista Alberti è morto nel 1472. Lo stesso Leonardus Crassus afferma, nella dedicatoria al Duca d'Urbino, di non essere l'autore del libro Venit nuper in manus meas novum quoddam et admirandum Poliphili opus (id enim nomen libro inditum est) quod ne in tenebris diutius lateret, sed mortalibus mature prodesset, sumptibus meis imprimendum et publicandum curavi. Crassus ne ha solo pagato le spese di stampa e ottenuto i relativi privilegi.
Alberti è stato scrittore (sia in latino che in volgare), un noto architetto, appassionato di matematica, musica, pittura. Scrisse i dieci libri del trattato De re ædificatoria, un trattato sulla scultura De statua e un trattato sull'architettutra Romana che è un vero capolavoro d'indagine archeologica Descriptio Urbis Romæ. Come architetto progettò la chiesa di San Francesco a Rimini, (2) il Palazzo Rucellai a Firenze, la splendida facciata di Santa Maria Novella a Firenze. E poi, a Ferrara, il campanile del duomo.
Tutti temi riscontrabili e amplificati nella Hypnerotomachia Poliphili.
Ma quest'attribuzione mi sembra del tutto improbabile. Alcuni monumenti descritti nella Hypnerotomachia Poliphili non sarebbero mai stati elogiati dall'Alberti. Scriveva in latino ma amava anche il volgare e tradusse lui stesso alcune sue opere dal latino. La sua grammatica è rigorosa. Firmò tutte le sue opere con il suo nome tranne il caso di una commedia in latino, il Philodoxus, firmata con il nome di Lepido che venne ritenuta, in principio, una vera e propria opera latina antica.
E c'è, come sempre, un particolare trascurato e ignorato dagli studiosi della Hypnerotomachia: le tre partite a scacchi con pezzi viventi descritte nel libro.
Le tre partite a scacchi segnano un momento importante nel percorso labirintico di Poliphilo e sottintendono una precisa operazione esoterica. Mi stupisco sempre di come gli studiosi di questo incomparabile libro non valutino con la dovuta attenzione la (triplice) partita a scacchi.
Considerandola o come una semplice allegoria senza particolari significati o, nel migliore dei casi, solo un letterario effetto pirotecnico.
Perché Alberti avrebbe dovuto usare il gioco degli scacchi che considerava deleterio e dannoso?
Come sempre sono i libri a fugare ogni dubbio e a spazzare questa assurda attribuzione.
E' il 4 Gennaio 1500.
L'Antica Recensione
CRONICA VENETIANA
Perché non è Battista Alberti l'autore della Hypnerotomachia Poliphili
Nei Libri della Famiglia l'Alberti immagina e racconta un episodio della vita della famiglia Alberti a Padova. Lorenzo Alberti è gravemente ammalato e al suo letto accorrono Adovardo e Lionardo Alberti e i figli Carlo e lo stesso Battista.
Si aspetta l'arrivo del fratello, Ricciardo, al quale Lorenzo vuole affidare la cura e l'educazione dei propri figli.
Ricciardo imprima pregato guidi costoro a diventar buoni uomini, e di loro facci, per averli virtuosi, quanto vorrebbe al bisogno si facesse de' suoi.
Lorenzo è contento di ascoltare Adovardo e Lionardo che si dichiarano pronti a prendersi cura dei suoi figli (Adovardo: non dubitare che noi altri, quanto ci fusse possibile, ciascuno sta di questo animo: in quello apartenesse all'utile e onore del minimo di casa, nonché a' tuoi figliuoli, e' quali ci sono non fra gli ultimi carissimi, voremmo che ogni uomo ci conoscesse esserti buoni e fedelissimi parenti.)
Lorenzo è prodigo di consigli e di raccomandazioni. Impossibile riassumerle tutte. Ne riportiamo alcune tra le più significative. Egli sa bene che uno dei compiti di un padre è sedare nei figli ogni loro
dissoluta volontà e ogni minima dislodata turbazione d'animo, e cosí estirpandogli ogni radice di vizio e cagione di nimistà, ed empiendogli di buoni ammaestramenti ed essempli.
E cosí, o figliuoli miei, veggo essere officio de' giovani amare e ubidire e' vecchi, riverire l'età e avere e' maggiori tutti in luogo di padre, e rendergli come è dovuto grandissima osservanza e onore
Adunque sia debito a' giovani referire co' padri e co' suoi vecchi ogni volontà, pensiero e ragionamento suo, e di tutto con molti consigliarsi, e con quegli in prima a' quali conoscono sé essere piú che agli altri cari e amati, udirgli volentieri come prudentissimi ed espertissimi, seguire lieti gli amaestramenti di chi abbia piú senno e piú età.
E cosí, figliuoli miei, seguite la virtú, fuggite e' vizii, riverite e' maggiori, date opera d'essere ben voluti, fate di vivere liberi, lieti, onorati e amati... adornarsi di virtú e avere in odio e' vizii, fuggire i viziosi.
nel vizio abita piú pentimento che contentamento, piú vi surge dolore che piacere, piú vi truovi perdimento da ogni parte che utile. Nella virtú tutto contra, lieta, graziosa e amena, sempre ti contenta, mai ti duole, mai ti sazia, ogni dí piú e piú t'è grata e utile.
alontani sé da' vizii e fugga ogni rio costume e cosa non lodata.
A voi sta usare l'ingegno avete da natura, credo non piccolo, né debole, e farlo migliore con studio ed essercizio di buone cose, e con molta copia di buone arti e lettere.
Chi in sé arà virtú, a costui pochissime altre cose di fuori saranno necessarie. Troppo ampla ricchezza, troppo grande possanza, troppo singulare felicità risiede in colui el quale saprà essere contento solo della virtú.
Qui, figliuoli miei, nella virtú, nelle buone arti, nelle lodate discipline sarà vostro officio essercitarvi, e dare opera che per voi non manchi di venire tali quali costoro aspettano voi siate e desiderano. Cosí fate, cercate in qualunque onesto modo, con tutte le fatiche, con molto sudore, con ogni forza e industria meritare apresso di costoro lodo e grazia, e insieme apresso degli altri benivolenza, dignità e autorità, e apresso de' nipoti e di chi de' nipoti verrà memoria di voi, di vostri singulari detti e fatti e opere.
Lasciato Lorenzo a riposare, Adovardo e Lionardo, presenti Carlo e Battista, intrecciano lunghe conversazioni nelle quali vengono esposti i precetti della migliore educazione da dare ai figli, su come crescerli, sull'importanza della famiglia, dell'amore e della amicizia.
Sull'educazione dei figli e sul compito dei padri Adovardo e Lionardo si esprimono in maniera precisa:
Lionardo I figliuoli costumati sono testimoni e lodo della diligenza de' loro padri. Però in questo sarà la prima cura e pensiere de' maggiori, come dianzi diceva Lorenzo, in provedere che la gioventú sua quanto si può sia ornatissima di virtú e costume.
Lionardo Adunque e' padri con piacere incitino e' figliuoli a seguire virtú e fama, confortingli a concorrere ad attignere onore, festeggino chi vince, godano d'avere e' figliuoli presti e avidi a meritare lode e pregio.
Adovardo ... lodo assai questo essercitarsi, e confesso che lo essercizio emenda e' vizii e conferma la virtú.
Lionardo E se gli vedrai robusti, altieri d'animo, volenterosi e piú atti ad essercizii militari che all'ozio delle lettere, in questo ancora sarà da seguire la natura, usarli in prima a cavalcare, armare, saettare, e nelle altre destrezze lodate negli uomini d'arme, e cosí in ogni buona disposizione seguire amaestrando quanto e' giovi, ma nelle male inclinazioni vincerle con studiosa cura e assidua diligenza.
Lionardo E chi non sa la prima cosa ne' fanciugli utile debbono essere le lettere? Ed è in tanto la prima, che per gentiluomo che sia, sanza lettere sarà mai se non rustico riputato. E vorrei io vedere e' giovani nobili piú spesso col libro in mano che collo sparviere. Né mai mi piacque quella commune usanza d'alcuni, e' quali dicono assai basta sapere iscrivere il nome tuo, e sapere asommare quanto a te resti di ritrarre. ... mi pare necessario allevare e' giovani per modo che insieme coll'età crescano in dottrina e scienza, non manco per l'altre utilitati quali alle famiglie danno e' litterati, quanto per conservare questa nostra vetustissima e buona usanza.
LIonardo Né credere però, Adovardo, che io voglia ch'e' padri tengano e' figliuoli incarcerati al continuo tra' libri, anzi lodo ch'e' giovani spesso e assai, quanto per recrearsi basta, piglino de' sollazzi. Ma sieno tutti e' loro giuochi virili, onesti, senza sentire di vizio o biasimo alcuno. Usino que' lodati essercizii a' quali e' buoni antichi si davano.
Ma ecco la raccomandazione di Lionardo che si contrappone nettamente all'ipotesi dei dotti di Ravenna:
Né credere però, Adovardo, che io voglia ch'e' padri tengano e' figliuoli incarcerati al continuo tra' libri, anzi lodo ch'e' giovani spesso e assai, quanto per recrearsi basta, piglino de' sollazzi. Ma sieno tutti e' loro giuochi virili, onesti, senza sentire di vizio o biasimo alcuno. Usino que' lodati essercizii a' quali e' buoni antichi si davano.
E poi aggiunge:
Gioco ove bisogni sedere quasi niuno mi pare degno di uomo virile. Forse a' vecchi se ne permette alcuno, scacchi e tali spassi da gottosi, ma giuoco niuno senza essercizio e fatica a me pare che a' robusti giovani mai sia licito. Lascino e' giovani non desidiosi, lascino sedersi le femmine e impigrirsi: loro in sé piglino essercizii; muovano persona e ciascuno membro; saettino, cavalchino e seguano gli altri virili e nobili giuochi..
E' una sentenza che non lascia margini di dubbio. Il gioco degli scacchi è un gioco da sedentari e da femmine.
No, la sentenza non lascia davvero dubbi. (3)
L'Alberti non amava il gioco, non lo praticava, lo riteneva dannoso.
Non l'avrebbe mai inserito in un gioiello come la Hypnerotomachia Poliphili.
E, infatti, lo stesso Battista confermerà che:Carlo mio fratello e io tacevamo riducendoci a memoria quelle nobilissime e prestantissime cose, delle quali Adovardo e Lionardo, come nel libro di sopra raccontai, dell'ofizio de' maggiori nelle famiglie e della osservanza de' minori verso e' maggiori e della educazione de' figliuoli, copiosamente aveano insieme disputato.
Memorizzate ed accettate. Saprà utilizzarle nel migliore dei modi.
Pavlvs Dominici
La Nota Moderna
1) Tale tesi è stata avanzata recentemente dalla studiosa Emanuela Quaranta in un articolo (dal tittolo: E’ Leon Battista Alberti il misterioso autore della Hypnerotomachia Poliphili?) pubblicato dalla rivista Politica Romana, Quaderni dell’Associazione di Studi Tradizionali "Senatus", (Roma 1996, fascicolo N. 3, pp. 178-187). Attribuzione poco attendibile di una studiosa della quale, però, apprezzo il bellissimo Les Jardins du Songe - Poliphile et la mystique de la Renaissance, (Parigi, 1976).
2) Oggi chiamato Tempio Malatestiano.
3) Nemmeno due piccole obiezioni possono scalfire questa sentenza definitiva:
a) Poliphilo non è giocatore di scacchi ma un semplice osservatore delle tre partite con pezzi viventi. Ma mi pare il massimo della inazione stare ad osservare dei giocatori di un gioco che si ritiene inutile e dannoso. I due giocatori e l'osservatore costituirebbero un insieme pietrificato.
b) Le tre partite a scacchi, in fondo, sono dei balli, e il ballo è movimento. Nei libri della famiglia, però, esiste un solo riferimento degno di nota sul ballo:Ed è l'essercizio necessario a' giovani, utile a' vecchi; e colui solo non faccia essercizio, el quale non vuole vivere lieto, giocondo e sano. Solea Socrate, quel padre de' filosofi, per essercitarsi non rarissimo e in casa e, come lo descrive Senofonte, in conviti ballare e saltellare, tanto stimava licito e onesto per essercitarsi quello che certo altrove sarebbe lascivo e inetto.
Il ballo è qui, in maniera fin troppo evidente, inteso come solo esercizio fisico. L'Alberti lo ribadisce subito dopo: Ed è l'essercizio una di quelle medicine naturali, colle quali ciascuno può sé stesso senza pericolo alcuno medicare, come il dormire e il vegghiare, saziarsi e astenere, star caldo e fresco, mutare aere, sedersi quieto ed essercitarsi piú e manco ove bisogna. E soleano gl'infermi, uno tempo, solo colla dieta e collo essercizio purgarsi e rafermarsi. A' fanciulli che sono per età sí deboli che quasi sostengano sé, piú si loda el giacere in quiete molta e in lungo ozio, però che costoro stando troppo ritti e sofferendo fatica s'indeboliscono. Ma a' fanciulletti piú forteruzzi e agli altri tutti troppo nuoce l'ozio. Empionsi per l'ozio le vene di flemma, stanno acquidosi e scialbi, e lo stomaco sdegnoso, i nerbi pigri e tutto il corpo tardo e adormentato; e piú l'ingegno per troppo ozio s'apanna e ofuscasi, e ogni virtú nell'animo diventa inerte e straccuccia. E per contrario molto giova l'essercizio. La natura si vivifica, i nervi s'ausano alle fatiche, fortificasi ogni membro, assottigliasi il sangue, impongono le carni sode, l'ingegno sta pronto e lieto.
L'unico giudizio positivo sul gioco degli scacchi, da parte di Battista Alberti, è il seguente: per questo poi a messer Andrea suo primo figliuolo, cavaliere giovane, quale, se ora fusse in questa età in vita, non dissimile allora di costumi e di studii, oggi sarebbe d'autorità e fama al padre non inferiore, commisseli tentasse el giovane prima a scacchi, tavole, e simili non inonesti, onde poi seguisse tentando quale esso sé avesse agli altri piú dislodati e brutt i giuochi.
Fine parte quarta. Continua.
Carmelo Coco. San Gregorio (CT) - 14/12/2005 Copyright