L'impossibilità (per definizione) del gioco alla cieca secondo lo scienziato Galileo Galilei


    Nella lettera scritta ad Arcetri il 31 Marzo 1640 Galilei risponde al principe Leopoldo di Toscana che gli aveva mandato un trattato (di Fortunio Liceti intorno alla pietra lucifera di Bologna) per averne un giudizio.
    Galileo si scusa del ritardo nella risposta dovuto alla perdita della vista per il cui mancamento mi è forza ricorrere all'aiuto degli occhi e della penna di altri; dalla qual necessità ne séguita un gran dispendio di tempo, e massime aggiuntovi l'altro mio difetto, di aver, per la grave età, diminuita gran parte della memoria, sì che nel far deporre in carta i miei concetti, molte e molte volte mi bisogna far rileggere i periodi scritti avanti, per poter soggiungerne gli altri seguenti e schivar di non repeter più volte le cose già dette.
   E aggiunge che

dallo scrivere servendosi degli occhi e della mano proprii, al dover usar quelli di un altro, vi è quasi quella differenzia che altri nel gioco delli scacchi troverebbe tra il giocar con gli occhi aperti e il giocar con gli occhi bendati o chiusi. Imperoché in questa seconda maniera, dalle tre o quattro gite di alcuni pezzi in poi, è impossibile tenere a memoria delle mosse di altri più; né può bastare il farsi replicar più volte il posto dei pezzi, con pensiero di poter produrre il gioco fino all'ultimo scacco, perché credo si tratti poco meno che dell'impossibile.



Carmelo Coco. San Gregorio (CT) - 14/12/2005  Copyright