Quando si apre il sipario
Commedie a carattere e a contenuto scacchistico


    Quando si apre il sipario sulla scena ci sono solo tre personaggi, tre porte, delle sedie, dei sofà e un tavolino con una scacchiera.
    Ho assistito a questo lavoro teatrale una decina di volte (una anche in Francia) e, quasi sempre, sono rimasto sorpreso e piacevolmente ammirato dalla cura nella disposizione del tavolo e della scacchiera. E' la prima cosa che cerco, che guardo, quando si apre il sipario.
    La commedia, in tre atti, è stata scritta in francese da un noto autore italiano: Carlo Goldoni. Il titolo è Le bourru bienfaisant (il burbero benefico). Dedicata a Madame Marie Adelaide de France, venne rappresentata, per la prima volta, alla corte francese nel novembre 1771.
     La trama è nota e la riassumiamo brevemente: Angélique (nipote del burbero Geronte) ama in segreto Valère ma il fratello di lei, Dalancour, in grave situazione finanziaria, non vuole farla sposare (perché non è più in grado di assegnarle una dote) e intende rinchiuderla in convento. Sia Dalancour che Angélique temono il loro zio e hanno paura di parlargli apertamente della loro situazione. Angélique incarica Marton, la governante della casa, di intercedere per lei presso lo zio. Lo stesso farà Dalancour affidandosi a Dorval, caro amico di Geronte. Alla fine della commedia Dalancour ottiene il perdono e l'aiuto finanziario dello zio che acconsente anche al matrimonio di Angélique e di Valère.
    Geronte, secondo Marton, è un uomo di un carattere stravagante. È di buonissimo fondo, ma assai burbero, e fantastico al sommo. Nelle Memorie Carlo Goldoni precisa che l'oggetto principale della sua commedia è la beneficenza. Dalla contrapposizione tra la migliore virtù dell'animo umano (- la beneficenza -, ovvero la propensione al bene) e il temperamento rozzo e scortese (considerato, chiaramente, come un difetto) - che, pure, sono presenti nel medesimo soggetto (Geronte) -, nasce e risalta la comicità della commedia. Gli scacchi, come vedremo nella trascrizione che presento, hanno un posto di rilievo nel testo.
    Nell'atto I, scena prima, Angelique è a colloquio con il suo amato Valére in presenza della governante. Marton ha paura che i due possano essere sorpresi dall'arrivo di Geronte ed invita Valére a non indugiare.

Marton: ... in questa sala, ben lo sapete, egli passeggia, egli si diverte. Ecco là i suoi scacchi. Egli vi giuoca spessissimo.

    In questo modo, garbatissimo, anche lo spettatore che mai ha assistito a questa commedia, comprende, fin dalle prime battute, l' importante e necessaria presenza del tavolo da gioco. La scacchiera, non è un elemento di corredo, un artificio scenografico o un riempitivo.
    Geronte appare sul palcoscenico alla quarta scena del primo atto. Egli chiama subito, con forza e ripetutamente, il suo servitore Piccardo, senza rispondere alla governante, Marton, che vorrebbe parlargli della situazione di Angélique. Quando Piccardo si presenta (scena V, atto primo), Geronte gli ordina una sola cosa:

Geronte: Va a casa di Dorval mio amico: digli ch'io attendo per giuocare una partita a scacchi.

    Piccardo dice a Geronte di avere un'altra commissione da fare per conto del nipote che vorrebbe parlargli. Geronte è indispettito e ordina nuovamente a Piccardo di andare a casa di Dorval.
    Giocare a scacchi, giocare a scacchi. Geronte ha in mente una sola cosa, ancora inconsapevole della bufera che si sta per abbattere. La partita a scacchi rappresenta la situazione di normalità e della quotidianità inalterata di fronte ai gravi problemi che si addensano sulla casa di Geronte. Mentre tutti, signori e servitori, si affannano, in un modo o nell'altro, a tentare di risolvere e a tentare di rimediare alla situazione di Angélique e di Dalacour, colui che, solo, può decidere veramente delle cose, è impegnato in una partita a scacchi.
    Nella scena VI atto primo Geronte si avvicina al tavolo con la scacchiera, si mette a sedere ed esamina la posizione dei pezzi.

Geronte: Che colpo mai fu quello di ieri! Qual fatalità! Come diamine ho potuto aver scaccomatto con un giuoco disposto sì bene! Vediamo un poco. Questo caso mi fece stare svegliato tutta la notte.

    Fatalità: bisogna fare bene attenzione a questo termine. Quando Geronte saprà della situazione finanziaria del nipote non userà questa parola. La rovina finanziaria del nipote non sarà una fatalità - come per gli scacchi -. La commedia vive di interne e piacevoli contrapposizioni, tutte da cogliere ed apprezzare.
    Quando Marton cerca nuovamente di parlargli di Angélique, Geronte la interrompe dicendole di non avere tempo.
    Marton obietta: Oh bella! Ciò che voi fate è dunque cosa di grande importanza? E il burbero risponde: Geronte: Sì, importantissima. Mi diverto poco; ma quando mi diverto, non voglio che mi si venga a rompere il capo. M'intendi?

    Nella scena VIII del primo atto Geronte ha un lungo colloquio con la nipote. Pur ascoltandola con molto affetto è impaziente di giocare a scacchi con Dorval. Si avvicina al tavolo da gioco e dice:

Geronte: Ma Dorval non viene ancora!
Angélique: Uditemi, mio caro zio.
Geronte: (attento al suo tavolino) Lasciatemi.

    Nella scena IX Geronte è solo e, dopo, un amorevole pensiero alla nipote analizza la posizione della partita disputata, il giorno prima, con l'amico Dorval:

Geronte ... Ma, che diavolo fa questo Dorval che non vien mai? Io muoio di voglia di tentare un'altra volta questa maledetta combinazione che mi fece perdere la partita. Certamente io doveva guadagnare. Avrebbe abbisognato che avessi perduta la testa. Vediamo un poco. Ecco la disposizione dei miei scacchi. Ecco quella di Dorval. Io avanzo il re alla casa della sua torre. Dorval pone il suo matto alla seconda casa del suo re. Io... scacco ... sì, e prendo la pedina. Dorval ... egli ha preso il mio matto ... Dorval? Sì, egli ha preso il mio matto, ed io ... Doppio scacco col cavaliere. Per bacco! Dorval ha perduto la sua dama. Egli giuoca il suo re, io prendo la sua dama. Questo sciagurato col suo re ha preso il mio cavaliere. Ma tanto peggio per lui; eccolo nelle mie reti; eccolo vinto con il suo re. Ecco la mia dama; sì, eccola. Scacco matto, questa è chiara. Scacco matto, questa è guadagnata ... Ah! se Dorval venisse, glie la farei vedere. Piccardo? (chiama).

    Geronte ha, quindi, spezzato la fatalità sul gioco. La partita, persa il giorno prima, può essere vinta abbastanza agevolmente. Ma fra poco si dovrà occupare di altre fatalità ben più gravi. Le vere fatalità della vita si contrapporranno alle leggere fatalità del gioco.

    Nella scena X Geronte è ancora in attesa dell'arrivo di Dorval.

Geronte: Accomoderò il giuoco come era prima. (senza vedere Dalancour, chiama più forte) Piccardo?
Dalancour: Signore.
Geronte: (senza volgersi, credendo di parlare a Piccardo) Ebbene, hai tu trovato Dorval?

     E quando si accorge della presenza del nipote si alza, butta a terra la sedia ed esce.
    Nella prima scena del secondo atto Dorval cerca di parlare con Geronte per spiegargli la situazione finanziaria di Dalancour.

Geronte: Andiamo a giocare, e non me ne parlate più.
Dorval: Ma si tratta di un nipote ...
Geronte: (vivamente) Di uno sciocco, d'un vigliacco ch'è lo schiavo di sua moglie, e la vittima della sua vanità.
Dorval: Meno collera, mio caro amico, meno collera.
Geronte: Eh, voi con la vostra flemma mi fareste arrabbiare.
Dorval: Io parlo per bene.
Geronte: Prendete una sedia. (siede)
Dorval: (d'un tuono compassionevole, mentre accosta la sedia) Povero giovane!
Geronte: Vediamo, questo punto di ieri.
Dorval: (sempre di un tuono) Voi lo perderete.
Geronte: Forse che no. Vediamo.
Dorval: Vi dico che lo perderete.
Geronte: No, ne sono sicuro.
Dorval: Se voi non lo soccorrerete, lo perderete assolutamente.
Geronte: Chi?
Dorval: Vostro nipote.
Geronte: (con ardore) Eh, ch'io parlo del giuoco. Sedete.
Dorval: Io giuocherò volentieri: ma prima, ascoltatemi.

     Dorval tenta ancora di parlare di Dalancour. Ma

Geronte: Finitela; giuocate. Giuochiamo, o ch'io me ne vo.

    Dorval insiste e riesce a parlargli. Ma Geronte è irremovibile: non aiuterà finanziariamente il nipote.

Dorval: (dopo un momento di silenzio, sembra convinto, e dice con molta dolcezza) Giuochiamo, giuochiamo.
Geronte: Giuochiamo.
Dorval: (giuocando) Io ne sono afflitto.
Geronte: (giuocando) Scacco al re.
Dorval: (giuocando) E quella povera ragazza!
Geronte: Chi?
Dorval: Angélique.
Geronte: (lascia il giuoco) Ah! per lei! ... Questa è un'altra cosa ...

    E quando tutta la situazione familiare è sistemata, al burbero benefico non rimane che dire (atto III, scena ultima):

Geronte: Si cenerà nel mio appartamento; sono invitati tutti. Dorval, noi frattanto giuocheremo agli scacchi.


    E, con questo annuncio - la partita sempre annunciata e sempre rimandata si farà - si chiude il sipario e la commedia finisce.
    Ma c'è una sorpresa finale.
    Nella bella rappresentazione francese alla quale ho assistito (Goldoni è molto amato dai francesi e le sue commedie spessissimo rappresentate) Geronte e Dorval si siedono a giocare e, solo allora, la commedia finisce veramente e si chiude il sipario. Si chiude il sipario e scrosciano gli applausi.
    Quando il sipario si riapre, tutti gli attori sono disposti ai lati del tavolo con la scacchiera (chi a destra, chi a sinistra) e si inchinano davanti al pubblico. O forse, (solo un poco, certo), si inchinano davanti a quella scacchiera. I cui pezzi sono rigorosamente di tipo francese, come nella storica prima rappresentazione del 1771.
    Inutile dire, a questo punto, il mio disappunto su certe rappresentazioni, quando lo scenografo cura alla perfezione i costumi dell'epoca e poi butta sulla scacchiera dei normali e moderni pezzi da torneo!




    Quando sulla scena si alza un telo appare l'interno di una grotta: all'interno di essa due giovani, un uomo e una donna, stanno giocando a scacchi.
    E' una scena di The Tempest (La tempesta) di William Shakespeare.
    La trama è nota.
    La tragedia inizia con il naufragio di un vascello sul quale viaggiano il re Alonso di Napoli, il figlio Ferdinando, Antonio duca di Milano e il loro seguito. Si salvano su un'isola sulla quale, dieci anni prima, è giunto, assieme alla figlia Miranda, Prospero (il vero duca di Milano che, accusato di pensare più ai libri e alla magia che all'amministrazione della città, era stato spodestato proprio dal fratello Antonio).
    Propsero ha reso schiavo il padrone dell'isola (il deforme Calibano, figlio di una strega) e i suoi abitanti (tra i quali Ariele, lo spirito dell'aria).
    Ferdinando rimasto isolato dal gruppo dei naufraghi (crede ormai morto il padre) incontra Miranda e se ne innamora ricambiato.
    Prospero si serve delle sue arti magiche per renderlo schiavo. Nel frattempo incarica Ariele di terrorizzare Antonio e Alonso.
    A seguito del ravvedimento di Antonio e Alonso (che ammettono le rispettive colpe) Prospero rientra in possesso del Ducato di Milano; libera Ferdinando dalla schiavitù, lo restituisce al padre e lo fa sposare con Miranda. Rinnega la magia e restituisce la libertà agli schiavi dell'isola.

    Atto quinto. Scena II:
    Prospero ha appena riavuto il suo Ducato. Invita quindi Alonso a guardare all'interno della grotta che usa come casa. Sulla scena si alza un telo e appare l'interno della grotta: Ferdinando e Miranda sono seduti e giocano a scacchi.

Miranda: - Ah, no. Ma caro signore, voi barate!
Ferdinando: - Oh, no, Miranda, no, mio dolce amore. Non lo farei mai, neanche per tutto l'oro del mondo!
Miranda: - Sì, invece. Ma anche se la posta fosse una ventina di regni, vi direi lo stesso che il vostro gioco è regolare.




Carmelo Coco. San Gregorio (CT) - 12/07/2006  Copyright