La leggenda degli scacchi (3)



    - Shah mat! Da quando lo Scià, il padre di mio nonno, ha pronunciato questa frase per la prima volta, secoli fa, sconfiggendo a scacchi il suo primo avversario, - spegnendo, di colpo, l' universo del suo nemico -, il gioco ha cominciato a intravedere la vertigine che ha posseduto il suo inventore e l'abisso di follia nel quale egli si è lasciato trascinare. Da allora, la passione scacchistica, si è rivelata come una malattia non dominabile ed ha irrimediabilmente inciso la carne dei suoi seguaci. Il gioco ha assunto i connotati di una sfida all'ultimo sangue. L'omicidio, il sangue e l'annientamento sono diventati il suo sviluppo. Lo scacchista è diventato, quasi per definizione, una tigre: dove sente odore di sangue (debolezze nello schieramento avversario, pezzi indifesi, pedoni isolati), là si avventa per colpire e uccidere. Lo scacchista è un vero combattente. Lotta per vincere, per obbligare l' avversario alla resa, ad un atto di infinita sottomissione che equivale alla disfatta e rappresenta una forma di morte. Anche se, oggi, è molto difficile pronunciare quelle magiche e terribili parole: "Shah mat"!, perché l' avversario abbandona, si ritira e si è costretti a rinfoderare le armi e a stringergli quella mano che si vorrebbe, invece, stritolare. Tra noi due sarà diverso, nessuno si ritirerà. Il sangue di uno di noi due macchierà questa splendida scacchiera intarsiata, - disse lo Scià e mosse il suo arciere.
    Erano seduti l'uno di fronte all'altro. Lo Scià, riccamente vestito, e il ladro, con vestiti laceri e sporchi.
    Il ladro aveva ben inteso le parole dello Scià. Poteva raccontargli che l'inventore di quel magico gioco era stato il nonno del nonno di suo padre?
    Per anni l'inventore del gioco degli scacchi aveva vagabondato - con la scacchiera sottobraccio, con i pezzi dentro le tasche, dopo migliaia di partite giocate in solitudine - alla ricerca di un avversario degno. Diventando sempre più vecchio e sempre più stanco e solo. Hiram si chiamava, ma tutti lo conoscevano come il saggio. Si era fermato al loro villaggio e lì era sempre rimasto. Aveva spiegato le regole di quel gioco e il gioco si era rapidamente diffuso.
    Ma non era un gioco di guerra come l'intendeva lo Scià. Niente omicidi e niente sangue. Era un gioco per conoscere se stessi, un labirinto spirituale, come quei mandala che gli anziani del villaggio disegnavano per terra con polveri colorate.
    Gli occhi del ladro brillarono come i gioielli che aveva visto nelle stanze dello Scià e che non era stato capace di rubare. Aveva giocato tante partite nel passato ma sempre senza alcuna posta, come gli era stato insegnato. E sempre aveva vinto. Adesso doveva affrontare un avversario spietato e, come intuiva, molto forte. E la posta era altissima: la vita stessa.
    No, non avrebbe deluso il nonno del nonno di suo padre del quale portava lo stesso nome. E mosse rapidamente il suo elefante.
    Era stato maldestro a farsi sorprendere alle spalle dalle guardie. Ma era rimasto incantato da alcune pergamene. E proprio nel momento in cui poteva impossessarsi del più ricco bottino di tutta la sua carriera di ladro. Aveva avuto una abilità incredibile nell'arrampicarsi sulle mura dell'alto palazzo reale, a schivare le guardie. Velocità e destrezza non gli avevano, però, impedito la cattura. Lo Scià lo aveva condannato al taglio della testa, assieme a due guardie colpevoli di negligenza. Ma aveva subito cambiato idea. Quel ladro che avrebbe potuto saccheggiare le sue ricchezze si era, invece, impossessato, come di un ricco bottino, di due sole pergamene. Dei semplici fogli tracciati con segni e simboli strani e misteriosi. Sapeva forse giocare a scacchi?

    Lo Scià aveva studiato e risolto brillantemente i due difficili problemi che erano trascritti in quelle antiche pergamene. Nel gioco degli scacchi aveva sfidato tutti i sapienti del suo regno e aveva sempre vinto. Ma quelle facili vittorie non lo appagavano. Vanamente aveva cercato un degno rivale, un avversario che lo potesse impegnare seriamente. Adesso lo aveva trovato. Lo avrebbe annientato con i pezzi del suo esercito. Lo avrebbe accerchiato, soffocandolo, stritolandolo.
    Ma il ladro comandava un esercito di artisti e di poeti. Lo contrapponeva alle armate furiose e sanguinarie dello Scià. La mente umana poteva smarrirsi nei meandri di micidiali analisi, varianti, mosse e contromosse: un numero impronunciabile che atterriva. Il mandala gli suggeriva percorsi inaspettati e geniali, intrecci invisibili, vie misteriose, soluzioni inaspettate.
    La scacchiera era fonte di ispirazione letteraria e artistica. Oh, avesse avuto quelle magiche polveri colorate avrebbe disegnato, accanto alla scacchiera, il più bel mandala del mondo.

    Ecco l'energia che tonifica, che impedisce la vertigine dell'abisso, che suggerisce la calma interiore. Spostò il lento e impacciato elefante. Quella tavola quadrettata rappresentava la Terra. Il modello di una struttura antica.

    Lo Scià guardò per l'ultima volta la posizione sulla scacchiera. Perché aveva accettato quel sacrificio di elefante senza sospettare? Chiuse gli occhi. Poggiò la testa sulla scacchiera scompaginando i pezzi. Alzò il braccio e diede l'estremo ordine. La guardia alle sue spalle alzò la grande spada.

    Il ladro aveva ripreso la sua strada. Con sé portava il suo ricco bottino: due rotolo di pergamena con strani diagrammi e figure.
    Hiram si chiamava: il nonno del nonno di suo padre era stato l'inventore del gioco degli scacchi.

Carmelo Coco. San Gregorio (CT) - 19/10/2005  Copyright