Scacchi islamici, forme astratte per cinque secoli


Testo della conferenza tenutasi il 24 gennaio 2014 al Museo di Villa Guinigi in Lucca
Roberto Cassano



I giochi da tavolo esistono da più di 5000 anni e gli Scacchi sono molto più giovani essendo nati in tempi più recenti: alle conoscenze attuali è molto probabile che siano stati inventati successivamente all’anno 500 d.C. e che, quindi, la loro storia abbraccia circa 1500 anni. E anche se le sue origini si perdono nella notte dei tempi e nessuno può dire con assoluta certezza quando, dove e da chi furono inventati, ci sono varie ipotesi: quella più accreditata narra che il più antico predecessore del gioco degli Scacchi ebbe origine intorno al VI secolo d.C. nell’antica India settentrionale o centrale; sono molte le leggende arabe sull’invenzione del gioco degli Scacchi e quelle più antiche indicano proprio l’India come paese d’origine.1 Da questo paese il gioco si diffuse nella Persia Sasanide (inizio III - metà VII secolo d.C.) e, successivamente, dopo che la Persia fu conquistata dagli arabi (641 d.C.), il gioco venne assorbito dalla loro cultura ed ‘esportato’ in Europa attraverso la Spagna e l’Italia. Per tutti gli storici degli Scacchi, l’introduzione del gioco in Occidente è legato alla conquista della penisola iberica, dove il gioco sarebbe stato presente nella seconda metà del IX secolo2 , se non addirittura oltre un secolo prima visto che qui l’invasione araba iniziò nell’anno 711, ed alla rapida conquista della Sicilia, dove “la storia dei Musulmani ebbe ufficialmente inizio nell’827, data dello sbarco a Mazara del Vallo in provincia di Trapani”,3 con la presa di Palermo nell’831 (poi Messina nell’843, Enna nell’859 e Siracusa nell’878)4, così da poter essere presente dal IX secolo ma, forse, anche più di un secolo e mezzo prima poiché “In epoca di poco posteriore alla morte di Maometto la Penisola italiana e le principali isole del Mediterraneo cominciarono a subire le scorrerie da parte degli Arabi; la prima di cui si ha notizia interessò nel 652 la Sicilia, allora in mano bizantina.”).5 Per il genovese Chicco, storico degli Scacchi, la Sicilia per via della “posizione geografica era posta inevitabilmente sulla via degli Scacchi”.6

Nella civiltà islamica del IX e X secolo gli Scacchi ottennero una grande popolarità ed a quei primi “Maestri del gioco” viene riconosciuto un elevato grado di competenza e di abilità testimoniato dai numerosi manoscritti a noi pervenuti che trattano del gioco degli Scacchi,7 più precisamente dello Shatranj, il termine che essi usarono per indicare quel gioco,8 nome che deriva dalla modifica della parola pahlavica persiana Chatrang, poiché i suoni “ch” e “g” apparivano estranei alla lingua araba. E’ proprio con questo nome che si diffusero nell’Occidente europeo: lo Shatranj, gioco al quale fu eliminato l’uso dei dadi e, per questo motivo, anche ogni elemento d’azzardo, è ufficialmente considerato il diretto antenato degli Scacchi moderni. Ben sapendo che “La teoria più accreditata sostiene che i pezzi indiani e sasanidi fossero figurati e divenuti astratti con l’avvento dell’Islam, per tornare ad essere figurati una volta diffusosi il gioco in Europa.”9 e che: “nell’arte islamica “secolare” la rappresentazione figurata era utilizzata fin dalle origini10 ed è possibile che entrambe le tipologie fossero in uso già prima dell’avvento dell’Islam.”11 resta il fatto che i pezzi dello Shatranj nell’affascinante storia della loro diffusione da Oriente a Occidente, dal mondo arabo al bacino del Mediterraneo (compreso ovviamente il nord Africa),12 proprio con quelle loro forme aniconiche del IX-X secolo, non abbastanza figurative rispetto cosa dovevano esattamente rappresentare,13 rimasero in tutta l’Europa medievale per almeno cinque secoli. Vediamo brevemente la forma dei pezzi dello Shatranj, uno ad uno, secondo la loro differente tipologia.

ll ‘Re’, l’antico pezzo persiano “Shah”, ha forma cilindrica tozza a ricordo di una specie di trono del monarca.
La ‘Regina’, sempre di forma cilindrica tozza, di dimensioni più piccole rispetto al Re, è l’antico pezzo “Farzin” al tempo dei persiani e “Visir” al tempo degli arabi, che simboleggiava la “Tenda del comando” (Consigliere).
L’ ‘Alfiere’, l’antico pezzo “Pil”, ha sezione circolare e la classica forma a tronco di cono campaniforme e due ben distinte protuberanze a stilizzazione delle zanne dell’elefante,14 pezzo abituale dell’antico gioco orientale, che con il loro completo avvicinarsi diventeranno la forma della mitria vescovile (Alfiere in inglese si dice bishop, cioè vescovo).
Il ‘Cavallo’, l’antico “Asp”, dalla classica forma a tronco di cono ed una grezza sporgenza triangolare nella parte più alta ad evidenziare la testa dell’animale.
La ‘Torre’, l’antica “Rukh”, ha la sezione rettangolare ad angoli arrotondati e l’inconfondibile spaccatura bicuspidata verso l’alto simboleggia l’antico carro da guerra utilizzato almeno fino a tutto l’VIII secolo come mezzo bellico.
Il ‘pedone’, l’antico “Pujada”, dalla classica forma a campana e dalla minor altezza rispetto a tutti gli altri pezzi per via del minor valore scacchistico ma non per questo meno importante durante il gioco.
Seppur non frequenti non sono pochi i ritrovamenti, molti dei quali nel nostro paese: a Bric San Vito/Pecetto Torinese-Torino, ad Alba e Mondovì-Cuneo, a Bosco di Civezzano-Trento, a Lucca, ad Albano Laziale e nelle Catacombe di San Sebastiano/Via Appia Antica/Roma, a Venafro-Isernia, nel Castello di Avella-Avellino e nel Castello di Lagopesole/Avigliano-Potenza.
Vediamo prima i tre gruppi di pezzi Shatranj più famosi e meglio conosciuti e poi due singoli reperti, ancora poco studiati, ritrovati in Italia.

I PEZZI DI VENAFRO:

I pezzi di Venafro sono ritenuti i più antichi pezzi di Shatranj ritrovati in Europa. Si differenziano per forme e dimensioni; l’unica comune caratteristica sono le semplici oblique scanalature di una non raffinata lavorazione.

Nella prima fila in alto, andando da sinistra a destra, c’è una Regina con il ‘tappo’ quasi rasato, un Re spezzato in due metà, ed un altro Re integro. Poco più avanti quattro Torri, due a sinistra e due a destra della fotografia, e più centralmente tre Alfieri, quelli con le piccole sporgenze anteriori. Ancora più avanti sempre centralmente i tre Cavalli con la sagomatura della testa del destriero e, davanti a tutti, in prima fila cinque pedoni per un totale di 18 pezzi.

Dal 2012, sono esposti in maniera permanente presso il Museo Archeologico di Venafro, in provincia di Isernia. Questi oggetti sin dal loro ritrovamento in un corredo funerario, avvenuto proprio a Venafro nel 1932, hanno avuto una storia molto travagliata per più di 60 anni e ancor prima di essere consegnati, come imponeva la legge, al Museo Archeologico di Napoli dall’ispettore onorario di Venafro Giuseppe Cimorelli, c’erano già i presupposti per prevedere successive difficoltà. La dottoressa Olga Elia, un’autorità nel settore archeologico, in un articolo del 193915 nella convinzione che la necropoli fosse del I-V secolo d.C., li datò come d’epoca romana, ai primi secoli dell’era cristiana; datazione sostanzialmente confermata (intorno al II secolo d.C.), su una delle più importanti riviste tedesche di archeologia,16 dall’archeologo tedesco Heinrich Fuhrmann, un grande studioso delle antiche culture del Mediterraneo, in particolare dei Greci e dei Romani. E anche se Venafro fu colonia, Municipio e anche Prefettura romana, non c’erano prove sufficienti allora, così come non ce ne sono oggi, per retrodatare la nascita degli Scacchi di circa quattro secoli.

Persino il fatto che non si riuscisse ad avere una fotografia diversa da quella in bianco e nero del 1939 suscitò accese polemiche e ampie discussioni fra gli studiosi di tutto il mondo e lo studioso macedone Pavle Bidev nel 1975 espresse forti dubbi persino sulla loro reale esistenza. Il 1994, anche per l’ottenimento di nuove fotografie a colori, fu l’anno del termine delle polemiche e della loro definitiva datazione al X secolo grazie al test del carbonio 14. Prova che fu effettuata contemporaneamente in due differenti ed autorevoli laboratori, uno a Napoli e l’altro a Sidney, con i risultati resi noti agli scacchisti di tutto il mondo in un volumetto edito da L’Italia Scacchistica.17

A quel testo seguirono numerosi articoli, principalmente su riviste scacchistiche, ma anche su testi accademici come ad esempio un recente studio del 2011 18 dove c’è scritto: “Secondo le più antiche testimonianze storico-letterarie19 e le sempre più numerose conferme archeologiche20 che sono affiorate nel corso del Novecento, il gioco degli scacchi sarebbe pervenuto nell’Occidente europeo intorno alla metà del X secolo. A questo periodo rimonta tra l’altro un interessante e tuttora poco studiato reperto italomeridionale: gli scacchi in osso e avorio detti di Venafro. Il set in questione fu ritrovato negli anni Trenta del Novecento all’interno di una sepoltura di epoca imprecisata, individuata all’interno della necropoli romana di Venafro, in Molise21. Giudicato a lungo un clamoroso falso storico e restituito agli studi solo di recente grazie ad un’analisi al radiocarbonio,22 il set di Venafro è attualmente ritenuto il più antico ritrovamento europeo.23 Non è tuttora chiaro se si tratti di un corredo da gioco di produzione locale o se, al contrario, ci si trovi di fronte ad un prodotto islamico d’importazione. La qualità relativamente modesta del materiale e la fattura semplicissima, persino rozza, dei pezzi rivelano in ogni caso che si tratta di un set d’uso corrente. La morfologia rigorosamente aniconica, di tipo ‘islamico’ che ne caratterizza le figure non comporta necessariamente che si tratti di un set d’importazione, come quelli in materie preziose - cristallo di rocca o pietre dure - riferibili allo stesso periodo, documentati in diversi tesori ecclesiastici. ”24

I PEZZI DELLE CATACOMBE DI SAN SEBASTIANO:

Nei Musei Vaticani, all’interno della sezione del Museo Sacro, sono custoditi otto reperti, quattro in avorio e quattro in osso, inequivocabilmente degli antichi pezzi di Shatranj.

Re, Re, Alfiere, Cavallo, Regina, Alfiere, Alfiere, Torre.

Furono ritrovati nel periodo 1892-1930 in un corredo funerario all’interno delle Catacombe di San Sebastiano, un sito al più tardi utilizzato alla fine del V secolo; questi oggetti potrebbero addirittura precedere quelli di Venafro (che sono della fine del X secolo) per l’assenza di particolari intagli decorativi. Sono esposti in una grande vetrina a parete insieme ad altri oggetti religiosi in quanto lo Stato Vaticano, che ne è il proprietario, li considera tali: potrà sembrare curioso ma è questo il motivo per cui questi oggetti si trovano all’interno del Museo Sacro e se consideriamo che nei depositi dei musei sono conservati numerosi reperti archeologici che non vengono mai portati alla luce possiamo ritenerci più che soddisfatti di poterli osservare molto da vicino anche se, come in questo caso, accanto ad oggetti di culto. In questo gruppo si nota che l’Alfiere più piccolo presenta decorazioni ad “occhi di dado”25 mentre tutti gli altri pezzi hanno delle semplici scanalature oblique o verticali di una grossolana lavorazione e che il Cavallo, dalla classica forma a tronco di cono, ha una grezza sporgenza triangolare nella parte più alta ad evidenziare la testa dell’animale.

I PEZZI DI ALBANO LAZIALE:

All’interno del Museo Civico di Albano Laziale, in provincia di Roma, sono custoditi quattro reperti in osso, considerati pezzi di Shatranj. In seguito ad una frana di un tratto di una via cittadina in prossimità della Porta Principalis dei Castra Albana, un’accurata indagine effettuata nel 1996 dal Museo Civico, riportò alla luce, in prossimità di alcune deposizioni medievali, “alcuni elementi in osso decorati a cerchielli e piuttosto stilizzati nella forma, utilizzati probabilmente nel giuoco degli scacchi”,26 notizia circolata all’interno del mondo accademico fino al 2007 ed evidenziata anche al mondo scacchistico con uno specifico studio particolarmente ricco di immagini.27

(tappo) Regina, Alfiere, Torre, Alfiere.


Proprio quel piccolo cuneo alla sinistra della Regina, ci aiuta ad identificare meglio la tipologia di questo pezzo; più che un pomolo sporgente questo piccolo reperto ha avuto in origine principalmente la funzione di ‘tappo’ quale riempimento della cavità del midollo per irrobustire il pezzo. Questo pezzo, sicuramente un pezzo nobiliare, è un’antica Regina (con il ‘tappo’ giustamente rasato) proprio perché il cuneo, inserendosi perfettamente, non presenta alcun elemento distintivo da vero e proprio pomolo sporgente. Osserviamo adesso il pezzo dalla sezione esagonale e l’estremità superiore biconvessa: ha superficie levigata ed è decorato alla base da tre linee orizzontali parallele e da numerosi “occhi di dado”, collegati da sottili lineette verticali ed oblique; dettagli importanti, generalmente considerati innovazioni di carattere europeo ed assenti in molti dei pezzi di produzione islamica, che suggeriscono una datazione al XII-XIII secolo, quasi certamente non più bassa.28 E’ con assoluta certezza un’antica Torre dall’inconfondibile forma con la spaccatura bicuspidata che nel Medioevo ha portato gli europei a rappresentarlo unicamente come un Rocco italiano (dal Rochus latino, derivato dall’arabo-persiano Ruhk); particolare ben visibile nel Codice Alfonsino del 1283, nel quale sono raffigurate delle splendide scacchiere a colori dove, oltre alla Torre bicuspidata, si nota bene anche il Re con il pomello.

Miniatura del codice Alfonsino 1283.

‘ARTURO’, UN CAVALLO DEGLI SCACCHI DEL MEDIOEVO CENTRALE:

Nel 1991 alcuni soci del Gruppo Archeologico Torinese29 individuarono e segnalarono, nel comune di Pecetto Torinese, il sito di Bric San Vito. Nei suoi ruderi, riferibili a una costruzione fortificata, furono rinvenuti materiali a conferma dell’occupazione dell’area almeno fino al XIII secolo e, tra i tanti oggetti, anche alcune pedine per il gioco della dama e un antico pezzo per il gioco degli Scacchi risalente ai secoli centrali del medioevo. Si tratta di un Cavallo dello Shatranj che è stato scherzosamente chiamato “Arturo”. Il reperto, in buono stato di conservazione, è stato datato X-XI secolo dagli studi iniziali di Pantò.30 E’ in corno animale, alto circa 3 cm. e dal diametro della base di 2 cm., levigato e ben decorato con linee orizzontali parallele e da numerosi “occhio di dado” del diametro di 4 mm.; nella parte superiore presenta un elemento zoomorfo aggettante a ben definire la testa di un Cavallo. E’ esposto nel settore del Territorio del Museo di Antichità di Torino, insieme ad altri pezzi, tra questi la Torre di Mondovì ed un reperto indicato come un Re ritrovato ad Alba (CN).

LUCCA: UN ‘CAVALLINO’ DEGLI SCACCHI DEL SECOLO XI

Tra i ritrovamenti provenienti degli scavi archeologici del Cortile Francesco Carrara31 di palazzo Ducale a Lucca32effettuati nel 1999, oltre alle ceramiche di manifattura locale, abbastanza tipiche nei ritrovamenti dei reperti dell’alto medioevo, anche un antico pezzo in osso per il gioco degli Shatranj, oggi ben esposto nel Museo Nazionale di Villa Guinigi a Lucca, su una porzione di scacchiera bicolore. 33

Lucca: Cavallo Shatranj (XI secolo).

Anche in questo caso tratta di un Cavallo dello Shatranj, databile per tipologia e dati di associazione intorno al secolo XI, in un discreto stato di conservazione ma dalla superficie consunta. Ha la classica forma a campana e nella parte anteriore superiore un elemento zoomorfo aggettante triangolare a rappresentare la testa, nella quale sono ben visibili gli occhi e ben ‘presentati’ anche il naso e la bocca. Ha una profonda fessura (verticale) dietro il fianco sinistro. E’ privo di colorazione e decorato con l’incisione di doppie linee oblique a formare delle ‘V’ rovesciate verso il basso, simili ad alcuni pezzi delle Catacombe di San Sebastiano.

Questo il bel ricordo del Prof. Giulio CIAMPOLTRINI: “Fra gli infiniti testi, le olle, le frantumate ed irriconoscibili brocche che tanti anni fa tentò di scandire in fasi ‘Galli Tassi‘ (e talora si bea di questa cronologia, nel narcisismo autoreferenziale di chi si occupa di una cosa che solo a lui, o quasi, interessa), gli riappare il cavallo perduto, la pedina del gioco degli scacchi finita in una discarica sepolta da stratificazioni che preparano nuovi edifici, ugualmente persi nelle nebbie dei secoli XI e XII, tanto ferventi – furenti – di vita a Lucca e nel mondo, quanto ossessivamente reticenti all’archeologo…”.34 ‘Il cavallo di cortile Carrara’ dimostra una precoce diffusione degli Scacchi a Lucca dato che, come abbiamo visto, le prime fonti scritte attestano il gioco in Europa prima della fine del X Secolo. “Ma a Lucca gli scacchi potrebbero essere arrivati anche prima per gli importanti contatti che la città, come sede del marchese di Toscana, ebbe con il mondo arabo: una prima ipotetica data di arrivo degli scacchi a Lucca potrebbe dunque essere la fine dell’VIII secolo, quando nella scuola della cattedrale è testimoniata la presenza di un cospicuo nucleo di chierici di origine spagnola, fuggiti dalla penisola iberica proprio durante la conquista Araba della stessa (che fu completata in una settantina di anni35); ed è ancora più probabile che gli scacchi a Lucca siano arrivati nell’898, quando tre navi arabe furono catturate dalla flotta del marchese di Toscana con tutto l’equipaggio e condotte al porto di Pisa. Il comandante, l’eunuco Alì, fu tradotto a Lucca alla Corte di Adalberto II e Berta di Lotaringia rimanendovi per sette anni e fu poi rispedito al Califfo di Bagdad con doni e una lettera diplomatica.”36

E sempre per restare ancora a Lucca: - “Un personaggio lucchese legato agli scacchi è il Papa Alessandro II37, che fu contemporaneamente Papa e vescovo di Lucca, e che soprattutto all’inizio del pontificato governò da Lucca. Alessandro II, seguendo San Pier Damiani condannò gli scacchi come fonte di gioco d’azzardo.”38

- in un inventario del 1236-37, tra gli oggetti appartenuti al vescovato di Lucca viene indicato un gioco di Scacchi: "in camera librorum episcopatus ... unum par de scachis eburneis", dove "par de scachis" molto probabilmente va interpretato per due gruppi di pezzi d’avorio, cioè le due serie di diverso colore costituenti il corredo per una partita.39

Inoltre, ulteriori conferme della diffusione degli Scacchi nel nostro paese si trovano in molti Statuti comunali40 che seppur “proibivano il gioco ammettevano esplicitamente quello degli scacchi come eccezione41 purché ‘le partite dovevano avvenire in luoghi pubblici, onde evitare il pericolo dell’azzardo, dal quale gli scacchi non erano esenti’.42 L’atteggiamento delle autorità civili, assai più tollerante di quello della Chiesa, perché, in numerosi statuti comunali, venivano dichiarano illeciti i giochi d’azzardo, mentre il gioco degli Scacchi, senza l’uso dei dadi, era ritenuto un gioco d’ingegno perfettamente lecito. Alla fine dell’età medievale il gioco degli Scacchi era ampiamente diffuso; la migliore testimonianza è quella di Dante Alighieri che paragona il numero infinito degli angeli al “doppiar degli scacchi”;43infatti per Dante “il numero degli angeli si moltiplica, anzi, si milluplica, “più che ’l doppiar de li scacchi”, cioè più di quanto non avvenga nel “raddoppiamento (dei chicchi di grano) degli scacchi.”44 proprio quelli citati nella più famosa leggenda sull’invenzione del gioco degli Scacchi.

E che l’introduzione dello Shatranj nel nostro continente sia stata ‘precoce’ lo dimostrano, di certo non una casualità, che proprio in Italia su questo gioco ci siano queste tre importanti testimonianze: la più antica pittura al mondo (1143 d.C.), il più antico mosaico pavimentale (XII secolo) ed il più antico documento (960-1001 d.C.) nel quale se ne parla.

La più antica pittura al mondo di una partita a Shatranj, si trova in Sicilia: “Sul soffitto della magnifica Cappella Palatina di Palermo, facente parte del Palazzo dei Normanni, è visibile la prima pittura al mondo di una partita a scacchi, giocata fra due arabi accovacciati con in testa un turbante. La Cappella Palatina venne ufficialmente consacrata il 28 aprile 1140, in coincidenza della “Domenica delle Palme” e con molta probabilità le opere di decorazione finirono solo qualche anno dopo, e questa pittura, a tempera su base lignea ricoperta a gesso, risalirebbe al 1143 d.C.45Ai migliori mosaicisti bizantini e ad abilissimi artisti mussulmani, cui fu consentito, dal grande senso di tolleranza di Ruggero II, di fornire il meglio delle loro tecniche pittoriche senza censura alcuna affinché l’abbellissero.” 46

Cappella Palatina: giocatori di Shatranj.


Una tipica immagine che ritroviamo nelle miniature persiane e spagnole di quello che è considerato il più importante e più antico libro sul gioco degli Scacchi conservato in Europa di tutto il Medioevo, il Libro de los juegos; il famoso trattato del 1283 ordinato dal Re Alfonso X di Castiglia e dedicato a tre giochi, gli Scacchi, i dadi e i giochi da tavolo47 con 98 pagine illustrate con numerose miniature. È uno dei documenti più importanti per la comprensione dei giochi da tavolo nel quale “troviamo il primo stadio documentato della trasmissione del gioco arabo ai paesi cristiani e insieme il germoglio dell’evoluzione verso il gioco moderno”.48

Cristiani e Musulmani giocano a Scacchi.


    Una delle più notevoli testimonianze della presenza dei pezzi dello Shatranj si trova nel mosaico pavimentale del XII secolo nel presbiterio della basilica di S. Savino a Piacenza ed il suo linguaggio figurativo non può che richiamare alcune miniature spagnole del libro di Alfonso X.

Basilica S. Savino (Piacenza) – Mosaico del XII secolo.

“Al suo interno è conservata una pregevole decorazione pavimentale a mosaico del XII secolo che venne riportata alla luce durante i restauri dei primi anni del Novecento. Nella cripta sono raffigurati i dodici mesi ed i rispettivi segni zodiacali e nel presbiterio, un mosaico policromo di forma rettangolare, dove nei riquadri laterali a sinistra due soldati armati di scudi e mazze ed altri personaggi con in mano un calice mentre in quelli di destra un re seduto sul trono e un giudice che indica un libro aperto con la scritta LEX e la partita a scacchi. L’interpretazione del Malchiodi, quella accettata dai più, riteneva che fossero le quattro virtù cardinali: i soldati a rappresentare la Fortezza, i bevitori la Temperanza, il re con il libro delle leggi la Giustizia ed il gioco degli scacchi la Prudenza. Mentre, partendo dal confronto di alcune immagini miniate dei Carmina Burana e del libro di Alfonso Il Saggio, lo studioso americano William Tronzo negli anni ’70 del secolo scorso, facendo notare un motivo iconografico ricorrente: la scacchiera con i pezzi in primo piano, divenne il portavoce del significato e del ruolo che il gioco degli scacchi aveva a quel tempo ed i suoi significati morali: attraverso l’insegnamento degli scacchi e delle virtù si insegnano le leggi. In altra miniatura del manoscritto di Alfonso X è presente anche il gioco dei dadi; la presenza contemporanea di questi due giochi secondo la tradizione islamica rappresenta valori opposti: scacchi espressione di conoscenza, prudenza, tattica, ovvero abilità in contrasto con l’ignoranza, mentre i dadi espressione del fato e dei suoi capricciosi influssi sugli uomini.49 Il più antico documento europeo nel quale si parla del gioco Shatranj si trova in Piemonte: “La prima testimonianza subalpina degli scacchi corrisponde infatti anche alla prima attestazione del passatempo in Italia. Essa è conservata presso la biblioteca popolare di Ivrea: si tratta di due diversi testi disposti sul recto e sul verso del foglio di un codice contenente scritti di Isidoro di Siviglia, copiato probabilmente durante l’episcopato di Warmondo, tra il 960 ed il 1001.50 Il recto contiene una delle più celebri leggende sull’invenzione del gioco.151 Il verso riproduce invece la parte iniziale del Versus de scachis (Versi di scacchi) componimento poetico attribuito alla fine del X secolo e considerato la più antica evidenza della presenza del gioco in Occidente :52 finora esso era conosciuto solo attraverso un manoscritto, grosso modo coevo a quello eporediese, del monastero di Einsiedeln, in Svizzera53 attribuito ad un monaco tedesco e datato al 997.54 In questo poema la descrizione del gioco suggerisce che l’autore si riferisce proprio alle regole dello Shatranj, giocati su scacchiera con caselle bianche e rosse e senza i dadi. Il ritrovamento di questo documento, assai ancora poco noto tra gli scacchisti poiché circolato soltanto all’interno del mondo Accademico, è precedente, di un periodo variabile tra 60 e 100 anni, di quello che è considerato da molti, ancora oggi erroneamente, il più antico documento scacchistico italiano: una lettera del 1061, custodita in più copie nel monastero di Montecassino in provincia di Frosinone, che il cardinale di Ostia Pier Damiani scrisse al papa Alessandro II per informarlo della penitenza inflitta a un vescovo fiorentino che per gran parte di una notte “praefuerit ludo Scachorum” (cioè, “preferì giocare a Scacchi”, non tanto perché giocava ma perché talvolta gli Scacchi venivano giocati anche con l’ausilio dei dadi e con forti scommesse in denaro), piuttosto che dedicarsi ad occupazioni più consone al suo status religioso (cioè, alle preghiere).55 Verso la fine del XV secolo, sia in Italia che in Spagna (già da tempo centri mondiali della cultura scacchistica)56 , avveniva anche il cambio delle regole: “In quegli anni avvenne un fatto di tale portata che cambiò l’essenza stessa del gioco degli scacchi. Fu quella che viene comunemente definita dagli studiosi la Riforma - forse una dizione non propriamente appropriata ma decisamente chiara nella comprensione - e fu la fine di un modo di giocare e l’inizio di un altro completamente diverso. Il periodo segnerebbe anche, nella convinzione comune, il confine fra la storia antica e quella moderna.” (…) “La data esatta dell’introduzione delle nuove regole di gioco non è ancora precisabile, ma dovrebbe essere vicina – più o meno - all’ultimo ventennio del Quattrocento, considerando anche un certo periodo di prova e di adattamento. La novità ovviamente non fu accettata immediatamente e ciò è testimoniato da alcuni libri e alcuni manoscritti che continuarono a riportare, accanto ai partiti del viejo (vecchio) o a la antiga (all’antica), anche partiti governati dalle nuove regole, ossia, de la dama o a la rabiosa.”57Partendo dall’India, nel giro di alcuni secoli, il gioco si diffuse in tutto il Medio Oriente per arrivare poi nell’ Europa cristiana, e nelle varie zone alcuni pezzi vennero trasformati per meglio riflettere la società locale. (…) Nel medioevo il pezzo di scacchi che più di ogni altro rappresentava le corti europee era la Regina. Se nella società islamica le mogli dei sovrani rimanevano nascoste agli occhi del popolo, la regina europea ricopriva un ruolo pubblico e godeva dellalta condizione di consigliere del re. Se dunque negli scacchi islamici il re è accompagnato dal suo consigliere, il visir, sulla scacchiera europea si trova accanto la sua consorte. Negli scacchi medievali la Regina non era un pezzo molto potente: si muoveva solo di una casella, in diagonale, a ogni mossa. La sua sorella moderna, al contrario, a partire dal XV Secolo è il pezzo più forte della scacchiera.”58

Vediamo infine cosa scrisse Marilyn Yalom, autrice e storica femminista americana: “Anche dopo che erano state introdotte forme maggiormente realistiche, gli scacchi dalle forme astratte continuarono a dominare la scena spagnola. E anche se la Regina degli scacchi era conosciuta in Europa già entro l’anno 1000, la sua presenza certa in Spagna può essere fatta risalire solo al XII secolo. Sorprendentemente, non era a sud dei Pirenei, ma all’ombra delle Alpi, che la regina degli scacchi fece la sua prima apparizione registrata. (…) Verso la fine degli anni 990 d.C., un monaco di lingua tedesca scrisse una poesia latina di novantotto righe dal titolo "Versus de scachis", che contiene sia la prima descrizione europea degli scacchi che la prima prova che la Regina degli scacchi era nata.”59 facendo chiaramente riferimento al Poema del monastero benedettino di Einsiedeln (Svizzera) e non a quello custodito ad Ivrea (Italia), come prima detto ancor più antico, che la studiosa nel 2004 certamente non conosceva. Nella quarta di copertina del suo testo “Marilin Yalom, Birth of the Chess Queen: A History” c’è riportato: “Tutti sanno che la Regina è il pezzo più potente nel gioco degli Scacchi, ma pochi sanno che il gioco è esistito 500 anni senza di lei fino a quando il gioco non è diventato un passatempo per le corti reali europee; è durante il Medioevo che la Regina è diventata quella dal grande potere di movimento. Marilyn Yalom, ripercorrendo l’origine e la diffusione del gioco, attraverso una ricerca storica coinvolgente, traccia paralleli tra l’aumento della forza della Regina degli Scacchi e l’ascesa delle sovrane europee, in un’affascinante storia di corti medievali e delle lotte interne per il potere.”60 Gli Shatranj, con queste figure, sono stati la tipologia di pezzi che andò avanti per oltre cinque secoli fino a quando ebbe inizio la trasformazione voluta dagli europei61 verso forme più slanciate e consone al gusto del giocatore del nostro continente con le quali oggi si giocano tutti i tornei di scacchi, i famosi pezzi inglesi denominati Staunton.

Shatranj: Cavallo, Re, Pedone, Regina, Torre, Alfiere. .


Staunton: Pedone, Torre, Cavallo, Alfiere, Regina, Re.



Note:

1) Padre Félix M. Pareja Casañas, La fase araba del gioco degli scacchi, estratto da Oriente Moderno, Anno XXXIII, n.10, 1953, pp. 407-429.
2) MAKARIOU S., Le jeu d’échecs, une pratique de l’aristocratie entre islam et chrétienté des IX-XIIIe siècles, in Les cahiers de Saint Michel e Cuxa, vol. XXXVI, 2005, pp. 127-140.
3) COSTANTINO A., Gli arabi in Sicilia, Antares, Palermo, 2000.
4) MANNCINI M., Contatti linguistici: Arabi e Italoromania, estratto da XII. Sprachkunde und Migration, 2005, pp.1-10.
5) MANCINI M., Op. cit., p. 2.
6) CHICCO A., Gli Scacchi in Sicilia, Contromossa n.7, 1981, pp. 136, 157.
7) Félix M. Pareja Casañas, Op. cit., p. 425.
8) SANVITO A., Il problema scacchistico: una storia, Scacchi e Scienze Applicate, Fasc. 30 (2012). pp. 3-11.
9) ANEDDA D., L’elefante eburneo della Sala Islamica al Museo Nazionale del Bargello in OADI, Rivista dell’Osservatorio per le Arti Decorative in Italia, Anno 3, n.5, giugno 2012, pp.12-24.
10) CONTADINI A., Islamic ivory chess pieces, Draughtsman and Dice, in Islamic Art in the Ashmolean Museum, vol. I, a cura di J. Allan, Oxford 1995, p. 144, nota 4.
11) CONTADINI A., Op. cit., p. 111.
12) SANVITO A., I nove pezzi in pasta di vetro del Museo Islamico del Cairo, L’Italia Scacchistica, Milano, 1994, pp.152-154.
13) L’arte aniconica è detta anche “non figurativa”, “non oggettiva”, “non referenziale” nella quale l’oggetto viene privato di un’immediata riconoscibilità esteriore.
14) “È stata unanimemente accettata dalla critica la funzione del pachiderma come componente del gioco degli scacchi. In India gli elefanti svolgevano un ruolo primario nella scacchiera. Gli Arabi conservarono il pezzo all’interno del gioco durante i primi secoli dopo l’avvento dell’Islam, per modificarlo successivamente in pezzi stilizzati che mantenevano solo le zanne.” (tratto da ANEDDA op. cit, p.18).
15) ELIA O., Un gioco di scacchi di età romana, in Bollettino della Commissione Archeologica del Governatorato di Roma, 58 (1939), pp. 57-63.
16) FUHRMANN H., Archaologischer Anzeiger, 1941, vol. 56, fasc. III-IV, pp. 616-630.
17) AA.VV., Gli scacchi di Venafro: Datazione radiocarbonica con il metodo della spettrometria di massa con acceleratore, supplemento al n. 1064 “L’Italia Scacchistica”, Milano, giugno 1994.
18) SPECIALE L., Guerra e pace: ancora sugli “Scacchi di Carlo Magno”, Miscellanea Pina Belli D’Elia, 2011, pp. 73-81.
19) MURRAY H.J.R., History of Chess, Oxford 1913; H. Gamer, The earliest Evidence of Chess in western Literature: The Einsiedeln Verses, in “Speculum”, 29 (1954), pp. 734-750; L. Speciale, Gli scacchi nell’Occidente latino: materiali e appunti per un dossier iconografico, in Gli scacchi e il chiostro, Atti del convegno nazionale di studi (Brescia, 10 febbraio 2006), a cura di A. Baronio (“Civiltà Bresciana”, XVI [2007]), pp. 97-128.
20) Per un quadro storico-critico d’insieme di questi ritrovamenti: A. Kluge-Pinsker, Schachspiel und Trictrac. Zeugnisse mittelalternicher Spielfreunde in Salischer Zeit, Mainz 1991; più di recente D. Gaborit-Chopin, s.v. Les jeux, in La France romane au temps des premiers Capétiens (987-1152), Paris 2005, pp. 188-191.
21) ELIA O., op. cit.
22) AA.VV., Gli scacchi di Venafro, supplemento “L’Italia Scacchistica”, op. cit.
23) KLUGE-PINSKER A., Schachspiel pp. 41, 101-102; A. Contadini, s.v. 6. Gli scacchi di Venafro, in L’eredità dell’Islam in Italia, a cura di G. Curatola, Cinisello Balsamo 1993, pp. 71-72.
24) Per una ricognizione di questo patrimonio vedi A. Shalem, Islam Christianized. Islamic Portable Object in the medieval Chruch Treasuries of the Latin West, Franfurt-am-Mein 1998 (Ars Faciendi. Beiträge und Studien zur Kunstgechichte, 7).
25) “… quella curiosa decorazione che si potrebbe definire ‘a occhi circolari’ che compare così insistentemente su molti di questi pezzi.” (SANVITO A., Scacchi e tavole da gioco nella collezione Carrand, Museo Nazionale del Bargello, Firenze, 2000, p. 20).
26) I risultati preliminari dello scavo, condotto dal Museo Civico di Albano con la supervisione della Soprintendenza Archeologica del Lazio, furono pubblicati, insieme alla prima notizia del ritrovamento degli scacchi, in Chiarucci, P. Porta Principalis dei Castra Albana, Documenta Albana II serie n. 14-15, 1996 pp.71-86-
27) CASSANO R. – GIZZI T., Antichi pezzi di scacchi rinvenuti ad Albano, in “Documenta Albana” II serie n.27 - 2005, Musei Civici di Albano, febbraio 2007 pp.39-51 poi CASSANO R. I quattro antichi pezzi degli scacchi del Museo Civico di Albano, L’Italia Scacchistica, 1193, giugno 2007, pp.176-186.
28) Datazione confortata anche dall’eccezionale ritrovamento di Sandomierz, comune nel sud-est della Polonia: 28 pezzi di scacchi ritrovati in una casa di legno risalente tra la fine dell’XI e la prima metà del XII secolo. cfr. W. HENSEL, La naissance de la Pologne, Wroclaw-Warszawa-Kracow 1966, pp. 200 e fig. 210. G. MAETZKE e conservati (numero Cat. A38) a Varsavia nel Museo della Polska Akademia Nauk, Instytut Historii Kultury Materialnej.
29) Il Gruppo Archeologico Torinese (G.A.T. Via S. Maria 6/E 10122 Torino www.archeogat.it), associazione di volontariato culturale nata nel 1983, svolge le sue attività principalmente sul territorio della provincia di Torino, in stretta collaborazione con gli Enti preposti alla tutela del patrimonio storico, artistico e archeologico.
30) PANTO’ G., Resti del Castrum di Monsferratus. Restauro conservativo delle strutture in Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, XII, 1994, pp. 340-342 e Gabriella Pantò, Pecetto, Bric San Vito. Castrum di Monsferratus in Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, XIII, 1995, pp. 370-372.
31) Il cortile settentrionale del Palazzo Ducale è intitolato all’insigne giurista lucchese Francesco Carrara, il cui monumento, realizzato da Augusto Passaglia, è collocato nel 1891 al centro di due aiuole.
32) Il Museo Nazionale di Villa Guinigi, uno degli esempi più interessanti dell’architettura quattro-cinquecentesca lucchese, è il luogo espositivo più importante di Lucca. Custodisce collezioni che ripercorrono il percorso storico-artistico della città e possiede anche una raccolta archeologica sia di reperti preistorici, etruschi e romani e, anche più recenti, fino al 1500.
33) E’ noto che il poema latino “Versus de Scachis” (960-1001 d.C.) custodito ad Ivrea, il più antico documento scacchistico europeo, riporta che la scacchiera aveva caselle incolori (dum color unus erit) così come che la colorazione delle caselle della scacchiera è un’innovazione europea che risale proprio a circa il secolo XI: quindi, questo reperto, può benissimo essere mostrato sulla scacchiera bicolore; ad esempio, nella chiesa di S. Savino in Piacenza, la scacchiera con pezzi dello Shatranj ha le caselle bicolori ed è del XII secolo, due secoli dopo la datazione degli scacchi di Venafro (X secolo).
34) CIAMPOLTRINI G., Il salto del cavallo nella scacchiera di Lucca, Segni dell’Auser, 6 gennaio 2010.
35) http://it.wikipedia.org/wiki/Conquista_islamica_della_penisola_iberica
36) http://www.spolia.it/online/it/argomenti/storia/storia_istituzionale/2006/berta.htm
37) Alessandro II, nato Anselmo da Baggio (Baggio, 1010/1015 – Roma, 21 aprile 1073), fu il 156º papa della Chiesa cattolica dal 1061 alla sua morte. (Fonte Wikipedia).
38) Il trattato del frate domenicano Jacopo da Cessolis, Liber de moribus hominum et officiis nobilium ac popularium super ludo scachorum, composto intorno al 1300, “conferisce un fondamento morale al gioco degli scacchi con le sue figure e le sue mosse, riscattandolo dal discredito, seguito alla proibizione di giocare, promulgata da Papa Alessandro II verso la fine del secolo XI.
39) CHICCO A. - ROSINO A., LE PIU’ ANTICHE RICORDANZE DEGLI SCACCHI IN TOSCANA da “La storia degli scacchi in Italia”, Marsilio 1990 (http://kidslink.bo.cnr.it/correggio/firenze/scacchi.html)
40) Verona 1228, Padova 1236, Anghiari 1240, Baldaria 1244, Biella e Moncalieri 1245, Garessio 1273, ecc.
41) PRATESI F., Il vescovo in penitenza, in Antichi documenti sugli scacchi a Firenze, Messaggerie Scacchistiche, 2008.
42) RAO R., Op. Cit., 2005, p.153.
43) «E poi che le parole sue restaro, non altrimenti ferro disfavilla che bolle, come i cerchi sfavillaro. L’incendio suo seguiva ogne scintilla; ed eran tante, che ‘l numero loro più che ‘l doppiar de li scacchi s’immilla » (Par. XXVIII, 88-93)
44) Nino Grasso, “Dante, “Sissa e il doppiar de’ li scacchi, ovvero la vertigine dell’inesprimibile” (tratto da http://www.velucchi.eu/?p=338)
45) SCERRATO U., Arte Islamica in Italia, p. 360, in Gli Arabi in Italia, Gabrieli F. e Scerrato U., 1979.
46) FERLITO G., “Il primo dipinto al mondo di una partita a scacchi è in Sicilia”, Scacco!, aprile 1993, pp. 192-193.
47) Anche chiamato Libro del axedrez, dados e tablas, è il più ampio e autorevole trattato sui giochi da tavolo scritto in una lingua europea che si conserva in Europa: l’unico originale conosciuto si trova nella biblioteca del Monastero di El Escorial a Madrid, una copia del 1334 nella biblioteca della Real Academia de la Historia. E’ formato da 98 pagine illustrate con numerose miniature che documentano in quell’epoca lo stato e le regole del gioco degli scacchi medievali nei regni cristiani dall’islam.
48) Félix M. Pareja Casañas, Op. cit. p. 425.
49) CASSANO R., LEONCINI M.: L’ITALIA a SCACCHI – Guida turistica ai luoghi degli scacchi, Le Due Torri, Bologna, 2014 pp. 41-42.
50) GAVINELLI S., Alle origini della Biblioteca capitolare, in Storia della Chiesa di Ivrea dalle origini al secolo XV, a cura di G. Cracco, Cittadella 1988, pp 535-565, qui alle pp. 538-539; A. Lucioni, da Warmondo a Ogerio, ibid, pp. 119-189, qui alle pp. 119-135.
51) Biblioteca capitolare di Ivrea, codice 38, Braulionis Episcopi et Ysidori epistule, f. 22 recto. Il racconto dello scacchiere (quello cui l’ideatore del gioco degli scacchi richiese al sovrano cui li aveva offerti un chicco di grano per la prima casella, due per la seconda, quattro per la terza e così via…).
52) Biblioteca capitolare di Ivrea, codice 38, Braulionis Episcopi et Ysidori epistule, f. 22 verso: si tratta in particolare dei primi 40 versi del Versus de scachis.
53) RAO R., Scacchi e società nel Piemonte medievale in Giochi e giocattoli nel Medioevo piemontese e ligure, Rocca de’ Baldi, Centro Studi storico-etnografici, Museo storico-etnografico “A. Doro”, 2005, pp.147-161.
54) http://www.island.net/~hamill/all_things_medieval18.htm
55) In questa lettera la parola ‘scachus’ viene adoperata ben sette volte, il che fa di questa lettera (anche se, dopo il ritrovamento del codice di Ivrea, non risulta essere il più antico documento scacchistico italiano) uno dei testi più significativi, non solo per la storia degli scacchi in Italia ma per la storia degli scacchi in genere.
56) Nel basso medioevo si giocava a scacchi in tutte le corti d’Europa e, fino al Rinascimento, i più celebri campioni furono di nazionalità iberica (Damiano, Ruy Lopez) o italiana (Gioacchino Greco, Leonardo da Cutro, Giulio Polerio).
57) “Le dizioni del viejo, a la antiga e de la dama sono di evidente origine spagnola; le prime due alludono a partiti guidati dalle vecchie regole mentre la terza evidenzia le nuove regole sottolineando l’aumentata potenza di movimento della Donna. La dizione a la rabiosa è invece di origine italiana evidenziando la novella potenza di movimento della Donna con l’aggettivo di grinta, rabbia, appunto a la rabiosa. Tale termine si trova, tra l’altro, anche nel ms. di Pacioli e in uno custodito nella BNC di Firenze, sul quale si tornerà.” (Nota e relativo paragrafo tratto da A. Sanvito, Gli scacchi prima e dopo Luca Pacioli, in GLI SCACCHI DI LUCA PACIOLI. EVOLUZIONE RINASCIMENTALE DI UN GIOCO MATEMATICO, Aboca, 2007).
58) Riassunto da NEIL MACGREGOR, © the Trustees of the British Museum and the BBC, 2010 First published in the UK by Allen Lane © 2012 Adelphi Edizioni S.p.A. Milano Published by arrangement with Berla & Griffini Rights Agency, (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/09/04/civilta-degli-scacchi.html)
59) YALOM M., Birth of the Chess Queen: A History, HarperCollinsPublishers, 2004 (testo liberamente tradotto dall’autore).
60) YALOM M., op. cit. 4a di copertina.
61) CHICCO A., Gli scacchi a Firenze e nel contado in Medioevo Scacchistico Toscano, suppl. a L’Italia Scacchistica 1985, pp.5-15.

Bibliografia:

CHICCO A.:
- Ad Occidente qualcosa si muove, La Scacchiera, Milano, 1953, p.2.
- Luci nella preistoria degli scacchi, La Scacchiera, Milano 1953, p.93.
- Gli scacchi nei primi secoli cristiani, La Scacchiera, Milano 1954, pp.145-147.
- Il libro completo degli scacchi, (con G. Porreca), Milano,1959.
- Dizionario enciclopedico degli scacchi, (con G. Porreca), Milano, 1971.
- Contributi dell’archeologia alla più antica storia degli scacchi, Tuttoscacchi, Roma, 1974 pp.180-182.
- L’Aiutomatto di Messer Boccaccio, Scacco!, Santa Maria Capua Vetere, 1977, pp.177-178.
- I primordi degli scacchi in Italia, suppl. Eco Scacco, Scacco!, S.Maria Capua Vetere, 1978 pp.45-47 e 53-56.
- Gli scacchi in Sicilia, Contromossa, n.7-8, 1981 Storia degli scacchi in Italia, (con A. Rosino), Venezia 1990.

SANVITO A.:
- Bianco e Nero o Rosso e verde ? L’Italia Scacchistica, Milano 1984 pp.143-146.
- Six ancient chessmen, British Chess Magazine, 1987 pp.324-331.
- Testimonianze trascurate, L’Italia Scacchistica, Milano 1988, pp.350,376.
- Venafro Chessmen, British Chess Magazine, 1988, pp.534.
- The San Sebastian Chessmen, Chess Collectors, 1988, pp.17-20.
- The Venafro Chessmen, in «The British Museum Magazine», 1988, pp. 534-537.
- Guida per l’archeologia scacchistica Protoscacchi 400 a. C.-400 d.C. (con G. Ferlito), Scacco!, Brescia, 1990.
- Gli otto pezzi di scacchi delle Catacombe di San Sebastiano, Brescia, 1992, pp.121-125.
- Figure di scacchi, Mursia, Milano, 1992.
- I nove pezzi in pasta di vetro del Museo Islamico del Cairo, L’Italia Scacchistica, Milano, 1994, pp.152-154.
- Scacchi di Venafro: pezzi di foggia “araba”, in “Datazione radiocarbonica con il metodo della sprettrometria di massa con acceleratore” - L’Italia Scacchistica, Milano, 1994, pp.30-39.
- Scacchi e tavole da gioco nella collezione Carrand, Museo Nazionale del Bargello, Firenze, 2000, pp.20.
- L’Arte degli scacchi, Firenze, 2000.
- Antiche fonti scacchistiche, Scacchi e Scienze Applicate, fascicolo 21, Venezia, 2002, pp.15-17.
- Antiche testimonianze scritte sulla presenza degli scacchi in Europa, Scacchi e Scienze Appicate, fascicolo 25, Venezia, 2006, pp. 22-26.

PRATESI F.:
- Medioevo Scacchistico Toscano, (con A. Chicco e A. Sanvito), 1985.
- Gli scacchi in India, in Scacchi e scienze applicate, Venezia, 1990.
- Una datazione per gli scacchi di Venafro, in “Datazione radiocarbonica con il metodo della sprettrometria di massa con acceleratore”, L’Italia Scacchistica, Milano, 1994, pp.12-29.
- Antichi documenti sugli scacchi a Firenze, Brescia, 2006.

ALTRI AUTORI:
- MURRAY H.J.R., A history of Chess, Oxford 1913.
- ELIA O., Un gioco di scacchi di età romana, Bollettino Museo Impero Romano, Roma 1939, pp.57-63.
- FURHMANN H., Archaeologische Funde-Italien Libyen, Archaeologischer Anzeiger, Berlino 1941, pp.616-25.
- HENSEL W., La naissance de la Pologne, Wroclaw-Warzawa-Kracow 1966, pp.200, fig.210.
- PANAINO A., La noveIla degli scacchi e della tavola reale, Mimesis, Milano, 1999.
- WIESEHOFER J., La Persia antica, Il Mulino, 1999.
- COSTANTINO A., Gli arabi in Sicilia, Palermo 2000.
- PANTO’ G., Resti del Castrum di Monsferratus. Restauro conservativo delle strutture in Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, XII, 1994, pp. 340-342 e Pecetto, Bric San Vito. Castrum di Monsferratus in Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, XIII, 1995, pp. 370-372.
- DICIOTTI F. – VIGO C., Il gioco degli scacchi a Bric San Vito, catalogo mostra “La Collina Torinese", 2003.
- YALOM M., Birth of the Chess Queen: A History, HarperCollinsPublishers, 2004.
- DE SANTIS L. – BIAMONTE M., Le catacombe di Roma, Roma 2005, pp. 44.
- LEONCINI M., Breve storia degli scacchi, in Re di Scacchi, F.S.I.- Ed. Franco Maria Ricci, Bologna 2006.
- CASSANO R. – GIZZI T., Antichi pezzi di scacchi rinvenuti ad Albano: contributo alla storia ed evoluzione degli scacchi, pp.39-51 in Documenta Albana n.27 II serie, febbraio 2007