(Ricordo della Shoah).
“La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945.”
Così Primo Levi, l’autore di una delle più importanti testimonianze letterarie sulla Shoah, rivive, con il suo consueto disincanto e la serena pacatezza dell’uso rigoroso delle parole, la liberazione di Auschwitz.
Il 27 gennaio è, oggi, diventato un giorno per ricordare. Per ricordare ciò che non può essere dimenticato. Nella civilissima Europa di appena sessanta anni fa, come scrisse Stefan Zweig, non si salvarono neppure gli scacchi. Quasi è imbarazzante scriverne, così com’è stato per gli stessi superstiti, i “salvati” di Levi. Noi lo facciamo con rispetto e tremore, convinti che dovremmo includere anche nelle considerazioni che stiamo in questo momento esprimendo per iscritto un doloroso e religioso silenzio. Lo stesso sofferto e struggente silenzio che ha dato forma, con le parole, a verità preziose, piene di significato e che abbiamo trovato in una delle più belle recenti raccolte di poesia (Rita Alessandro Consoli, “Fiorisce di luna, poesie”, edizioni Greco, 2003). Continuiamo a scrivere solo per adempiere quasi ad un dovere morale e perché, per troppo tempo, si è colpevolmente taciuto. Ricordiamo ancora il nostro giovanile stupore quando assistemmo alla proiezione di uno dei più celebrati documentari di Alain Resnais “Notte e nebbia” (“Nuit et brouillard”, 1957, a quell’epoca - invece di proiettarlo obbligatoriamente nelle scuole - ancora vietato ai minori di sedici anni, per non parlare dei bollettini parrocchiali del Centro Cattolico Cinematografico che ne escludevano la visione a tutti, anche maggiorenni!). Nessuno, neanche i nostri colti e illuminati professori liceali, si azzardavano a parlare di questa “catastrofe”, di questa Europa piena di tragedia, di follia, di barbarie, di morte, di “tragico frutto di un odio programmato, … di manifestazione del ‹mysterium iniquitatis›, che resterà come una macchia indelebile sul secolo” (parole che sono pietre e gridate da un “salvato”, dell’uomo tra gli uomini Karol Wojtyla, il Santo Padre Giovanni Paolo II, il primo Papa ad entrare in una Sinagoga e a chiedere perdono agli Ebrei davanti al Muro del Pianto). Bisognava dimenticare e, forse, così negare. Quasi inconsciamente si continuava ad andare dietro, pur in paesi restituiti alla democrazia e alla libertà, alla stessa propaganda nazista degli anni di guerra che, come testimoniano anche i film criticamente riproposti di recente dalla televisione, fu la prima a negare, sin dal suo apparire e in modo sistematico e perfido, l’olocausto. Oggi, 27 gennaio 2005, nel primo pomeriggio, dopo la sessione speciale dell’Assemblea Generale dell’ONU (per la prima volta nella sua storia, ma con quanti scanni vuoti!), tutto il mondo, rappresentato da oltre quaranta capi di Stato e di Governo, si è sentito in dovere, tra il nevischio, i pochi malfermi superstiti e gli ultimi veterani dell’Armata Rossa, finalmente, di onorare solennemente e religiosamente, nella fredda e ventosa polacca Oswiecim, la memoria di una delle più grandi tragedie del mondo contemporaneo. La Shoha, lo scientifico e catastrofico sterminio di sei milioni di ebrei cancellati, con metodo e senza misericordia, dal genocidio nazista.
Opportunamente la nostra televisione (Raiuno), oltre a trasmettere in diretta la significativa cerimonia, ha offerto, proprio nel giorno della triste ricorrenza e in prima serata, la bella e recente pellicola del settantenne Roman Polanski, “Il Pianista”. Una grande produzione cinematografica europea del 2002 cui ha partecipato Gran Bretagna, Francia, Germania e Polonia, “Palma d’oro” al festival di Cannes e tre “Oscar” per la migliore regia, la migliore interpretazione maschile e la migliore sceneggiatura non originale. E’ il tentativo, poeticamente riuscito, del tormento dell’irrappresentabilità di un dolore indicibile che solo chi, come il regista polacco, nel ricordo della propria terribile esperienza di bambino, poteva descrivere avendolo rimuginato “in interiore homine” per tutta la sua vita d’adulto e d’artista. Il film parla della vera storia del compositore e pianista polacco Wladyslaw Szpilman (Varsavia, 1911-2000), così come lui stesso la raccontò, subito dopo la guerra “a botta calda”, nel suo straordinario libro autobiografico, per anni dimenticato e magnificamente tradotto da noi da “Baldini & Castoldi” nel 2001, a più di cinquanta anni dalla sua pubblicazione. Uno dei venti sopravvissuti dei 360.000 ebrei rinchiusi dai nazisti nel ghetto di Varsavia nel 1940 e salvato, infine, da un coraggioso, religioso, disilluso e colto ufficiale tedesco, Wilm Hosenfeld.
Non possiamo che accostare, sia il libro che il film (amorevolmente fedele al testo), ad un altro capolavoro artistico che rispecchia lucidamente la tragedia di quegli anni, la “Novella degli scacchi” (“Shachnovelle”, 1943, che rileggiamo nelle edizioni Garzanti, collana “Gli elefanti”, 1991, con la lucida prefazione di Daniele Del Giudice). L’estrema fatica, quasi un testamento spirituale, prima del suicidio avvenuto il 22 febbraio 1942 a Petropolis, nel lontano Brasile, dell’ebreo fuggiasco Stefan Zweig. Probabilmente l’opera migliore di uno scrittore certo minore, ma non per questo meno universalmente amato ed apprezzato, della “Jung Wien” e, innegabilmente, uno dei più affascinanti racconti in assoluto sugli scacchi. Dalla rovina della sua patria spirituale, l’Europa, “l’uomo senza qualità”, Zweig, non vuole trarre in salvo, nell’ultimo suo lavoro, nemmeno il gioco degli scacchi, “l’unico gioco che appartiene a tutti i popoli e a tutti i tempi e di cui nessuno sa quale iddio l’abbia portato sulla terra per ammazzare la noia, acuire i sensi, avvincere l’anima” (p. 30). Il diversivo che pure aveva rappresentato la salvezza dell’emigrante ed esiliato “dottor B.”, suo alter-ego nel racconto, prigioniero ebreo della Gestapo nella “sua” Vienna. Svago e distrazione che, peraltro, non lo guarisce dalla sua follia che esplode nuovamente quando, ormai incredibilmente libero ma ferito e umiliato irrimediabilmente nel profondo della sua persona, s’incontra con il “rozzo campione di scacchi” Mirko Czentovic. Come non ricordare le straordinarie pagine relative alle partite che il “dottor B.” ricostruisce grazie al libro (sperava inizialmente di trovare, come “folle sogno” Goethe od Omero!) rubato dalla tasca del cappotto di una SS “con la delusione di scoprire che non era altro che un manuale di scacchi, una raccolta di centocinquanta partite magistrali” (p. 70) e che diventa prezioso “caro compagno” della sua solitudine. Partite che gioca di nascosto, non potendo avere rivali, ricostruendoli “alla cieca”, apprezzando in ugual modo tutte le finezze e le sottigliezze delle mosse, “come a un musicista esperto basta una semplice occhiata alla partitura per sentire tutte le voci e la loro armonia” (p. 72). Incontri che impegnano la sua immaginazione e che animano “ogni giorno la cella silenziosa”, rendendolo capace di resistere a lungo agli estenuanti interrogatori e alla completa solitudine della sua crudele prigionia, ”vuota” di tutto. Anche il “prigioniero” - perchè costretto a nascondersi per non rimanere ucciso - musicista Szpilman si salva, sia nelle pagine dell’autobiografia “…pensavo spesso con tristezza a quanto avrei dato e a quanto sarei sato felice di poter anche solo posare le mani su quel vecchio pianoforte scordato dal suono metallico,…” (p. 150), che in una delle più efficaci e intense sequenze del film. Quando il regista mostra il pianista (superbamente interpretato dall’attore Adrien Body) che muove le abili dita sopra i tasti del pianoforte, senza toccarli ma solo sfiorandoli, perché lo strumento deve rimanere silenzioso per non tradire la sua presenza. La perfetta imitazione dell’interpretazione gli consente, ugualmente, di eseguire in tutta la sua armonia, rimanendo anche noi mestamente affascinati dalla musica, il “notturno in C diesis minore” di Frédéric Chopin. Entrambi, il musicista e il giocatore di scacchi, grazie alla loro arte e alla conoscenza dei loro strumenti, sfuggono, così, seppure per un momento, alla disperazione e alla solitudine, se non alla follia.
Malgrado quella tragedia, accaduta appena ieri, il mondo ha conosciuto altre guerre, genocidi e barbarie. La Cambogia, il Ruanda, l’ex Jugoslavia e il Sudan sono solo alcuni esempi che si sono succeduti davanti alla lentezza e alla inoperosità della comunità internazionale. Quando inizieremo a comprendere che il prossimo siamo noi e inizieremo, convinti, veramente ad amarlo? D’altronde si usa persino in modo disinvolto la diossina, ancora oggi, per tentare di eliminare gli avversari politici, com’è accaduto al neo presidente ucraino Viktor Yushenko, anch’egli presente, con il volto deturpato dal veleno, alla cerimonia di Aushwitz e particolarmente emozionato per il ricordo dei suoi cari deceduti proprio in quel lager. Non ci resta sperare che, in un prossimo futuro, a decidere i destini del mondo siano le donne o, almeno, che esse conquistino un ruolo preponderante in seno alle scelte fondamentali della politica, come vettore di modernità del mondo. Le donne, sicuramente, aiuterebbero a non commettere simili errori e simili barbarie. Utopie forse, ne siamo ben consapevoli, ma cosa ci rimane se rinunciamo persino alle nostre utopie? Probabilmente solo il forte ricordo del volto commosso di una donna eccezionale: l’anziana ebrea francese Simone Jacob Veil, ex magistrato e già presidente del Parlamento europeo. Una delle poche sopravvissute allo sterminio di questo famigerato lager polacco che, coraggiosamente intervenendo con i suoi figli e i nipoti tra le baracche innevate, ha avuto la forza di testimoniare ancora una volta e, addirittura, di guardare avanti, dicendo, fra l’altro e con serena fermezza: “In questi luoghi che hanno conosciuto il male assoluto, deve rinascere la volontà di realizzare un mondo fondato sulla fratellanza, sul rispetto dell’uomo e della sua dignità”. (L’esemplare discorso, in sintesi, è stato riportato da numerosi giornali che hanno consacrato all’avvenimento più pagine. Solo il “Corriere della Sera” del 28 gennaio 2005, però e molto lodevolmente, lo ha pubblicato integralmente, a pag. 3, nella traduzione di Maria Serena Natale).
Il ricordo della sofferenza di una sola persona che conosciamo, com’è accaduto anche per Anne Frank, può destare più compassione delle migliaia di volti sconosciuti e delle loro grida disperate rimaste senza risposta e tutte miracolosamente le amplifica e rappresenta. In questa guisa, con le serene parole della signora Veil, la più bella faccia dell’Europa si è mostrata nuovamente, in qualche modo rasserenandoci e dandoci nuova fiducia. Così come al “folle” “dottor B.” dovette apparire irreale, nell’universo immacolato dell’ospedale, “la divina apparizione” (p. 83) di una donna che “stava arrivando con agile andatura” e che subito lo “calmò immediatamente”, con la sua “morbida, calda, quasi tenera voce” (p. 84) e con un sorriso, insieme ad un tranquillante gesto pieno di una sospirata e sognata bontà.
(28. I. 2005)
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