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Ottavo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.
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Sono stato in Israele alla fine degli anni sessanta, in una lunga estate, un anno prima che iniziasse la guerra dei “Sei giorni”, causa principale delle tragiche vicende d’oggi in quel territorio. Studente universitario in giurisprudenza, con una tesi in diritto costituzionale ancora da completare, ero affascinato dalla “Knesset”, il Parlamento di quel paese, con i suoi poteri non regolati da nessuna costituzione e che rappresentava, almeno così mi appariva allora, lo strumento di un moderno modello di democrazia. Ultimata la borsa di studio, ero stato ospitato, come volontario studente-lavoratore, per la raccolta delle mele, nel kibbutz di Na’an, quasi alle porte del deserto del Negev, non molto lontano dalla città di Be’er Scheva. Un trattore con rimorchio, per rendere le fatiche dei campi meno faticose stante il caldo torrido di quel luogo, trasportava, già alle cinque del mattino, noi giovani provenienti dalle comode città del mondo, insieme ai residenti, nelle coltivazioni. Terra arida, ma dove, grazie alla caparbietà del lavoro e alla fiducia della scienza, gli agricoltori israeliani erano riusciti, quasi, miracolosamente, a farle “stillare latte e miele”. Tutti, nel kibbutz, lavoravano secondo le proprie possibilità e ricevevano secondo i propri bisogni. Non circolava denaro e la sera, proprio tutti, dopo una bella nuotata nell’approssimativa ma grande piscina, ci ritrovavamo nella comoda sala di riunione, fornita di libri, quotidiani e di uno spartano ma fornito bar con libere consumazioni. Era anche l’occasione per giocare, seguiti da incantevoli occhi di ragazze, interminabili partite a scacchi: i francesi erano i più preparati e già praticavano con gran confidenza i sistemi indiani, a me allora completamente sconosciuti. I più bravi di tutti erano però gli israeliani. In tutte le lingue ci raccontavano le loro storie più disperate, vincendo agevolmente, con inaspettati gambetti e decisivi arrocchi. Uno, non ricordo più, purtroppo, il suo nome ma di cui ho vivissima la cara immagine e la memoria, con quella espressione di profonda triste ricchezza derivante dal suo andirivieni da un angolo all’altro della terra, mi stupiva perché giocava con me recitando a memoria, tra una pausa e l’altra e, per onorare il mio Paese, in un fluente italiano - la lingua più bella del mondo, diceva! - la “Divina Commedia”.
Con una certa emozione, quindi, leggo ora, domenica 24 ottobre 2004, sull’intera pagina 18 del quotidiano “La Repubblica” l’affascinante corrispondenza di Alberto Stabile, dal titolo “Partita a scacchi nel deserto. Così Beer Sheva è diventata una capitale del gioco più ‘tattico’ del mondo”. Scopro in questo modo che in quella cittadina sono sorti trentasei circoli grazie agli immigrati russi, qui giunti negli anni novanta, che hanno portato in Israele, nel cuore del Negev, la loro passione. Leggo anche la storia di Eliahu Levant, segretario del principale club scacchistico di Leningrado, la magica San Pietroburgo d’oggi, arrivato in questi luoghi, lasciando tutto, ma portandosi trenta scacchiere complete dei relativi pezzi e ricreando, a somiglianza di quello abbandonato nella ex URSS, un nuovo circolo, il “Club Beer Sheva”. Adesso, con trecento soci, 85 dei quali sono “Grandi Maestri” (!), è il più forte circolo israeliano e uno dei primi nel campionato europeo e tra i migliori del mondo per squadre di club.
Chissà se potrò mai tornare a Na’an, per rivedere ì luoghi amati di una ricca e formativa esperienza giovanile e imparare, frequentando il circolo posto al confine del deserto, qualcosa di più sugli scacchi per raggiungere, almeno in età matura e come mi incoraggiava - con il suo inconfondibile sorriso - l’indimenticato e caro Alvise Zichichi, una qualche “maestria” nel gioco.
Ci domandiamo, con l’occasione, perché i nostri giornalisti sono così propensi a parlare del gioco degli scacchi del resto del mondo e così restii a raccontare quanto accade nel nostro paese.
Come far crescere gli scacchi in Italia?
(29.X.2004)
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La vetrina della prima pagina del “Corriere della Sera” di oggi non ci consente di allontanarci dal vicino e travagliato Medio Oriente. Il quotidiano ospita, infatti, un lucido e coraggioso editoriale dello storico e politologo, di area liberaldemocratica, Ernesto Galli della Loggia su “cosa ha insegnato la parabola di Arafat” intitolato “L’arma impotente del terrorismo”. Raramente avevamo letto, all’indomani della morte del settantacinquenne uomo politico palestinese, dopo la lunga e tragica commedia dell’agonia e perduta definitivamente l’ultima delle sue sette vite, considerazioni così equilibrate ed esaustive. Il bilancio del rappresentante dell’Olp, che pure era stato ottimisticamente insignito di un significativo Nobel per la pace ex aequo con Yitzhak Rabin e Shimon Peres, deve essere, purtroppo, per le valide ragioni ampiamente esaminate nell’articolo, considerato fallimentare, pur rimanendo al suo attivo la circostanza di “aver fato entrare il suo popolo nella storia dandogli la consapevolezza di sé”. Ma tutto ciò è avvenuto, come bene fatto notare nello scritto in esame, servendosi di uno strumento terribile: il terrorismo, vale a dire la violenza esercitata contro civili inermi, come il brutale attentato all’aeroporto di Fiumicino negli anni 70. E, come afferma il severo e sincero editorialista, il terrorismo è ora diventato “il padrone della politica”, condannando quello stesso suo popolo all’impotenza odierna insieme alla problematica sua successione per far nascere, in modo indolore, uno Stato palestinese. Ed è per questo che noi preferiamo ricordare Yasser Arafat, più che come leader carismatico o rivoluzionario generale, solo sotto l’aspetto, certo marginale ma non per questo meno significativo, di docile e grande appassionato giocatore di scacchi. Come “Camminando nell’acqua” - come recita il titolo di un recente e bel film su questa tragica pagina di storia - è il nostro sogno che ci spinge a vedere Arafat giocare e vincere serenamente nel nostro regale gioco. Non, così com’è stato raffigurato, appena qualche giorno addietro nelle stesse pagine del quotidiano milanese, seduto davanti ad una scacchiera, con la sua casacca para-militare, la sua kefiah e con accanto la sua immancabile mitraglietta, ma, avendo dismesso il suo infantile e caratteristico abbigliamento insieme alle sue improbabili medaglie al valore appuntate sulla giacca ed abbandonata definitivamente l’inseparabile strumento di morte, indossante una semplice e candida camicia bianca come in uso nelle ricorrenze festive israeliane. Così come quando il guerrigliero Arafat, entrando (per la prima e unica volta in Israele!), nel 1995, nella casa di Rabin - l’ex generale dell’esercito “nemico”- per portare le condoglianze alla vedova Leath, ebbe il coraggio di togliersi la kefiah, simbolo della lotta di una vita e di un popolo. Ci auguriamo, inoltre, e non solo nel nostro immaginario sogno, che possa nascere, realmente, dopo una critica costruttiva dei fallimenti del suo defunto leader e i doverosi quaranta giorni di lutto mussulmano, un periodo di pace e prosperità per il popolo palestinese cui ha giustamente diritto e per il quale ha tanto sofferto. Altri uomini si siederanno intorno alla scacchiera mediorientale per continuare questa partita infinita e difficile: noi speriamo che ora gli stessi, finalmente animati da un rinnovato spirito di pace, muovendo i pezzi, non abbiano a dimenticare che il loro compito concreto è quello di salvare definitivamente le sorti di due grandi popoli, destinati, da sempre, a vivere fianco a fianco. Contiamo così di trascrivere, appena completata, la partita nel quadernetto delle nostre speranze, come personalissima amata vittoria.
(16. XI. 2004)
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In questi giorni è stata pubblicata un’autobiografia immaginaria dell’ultimo monarca d’Italia. L’ardito esperimento letterario, che ha avuto il benestare di parte della famiglia Savoia ma che probabilmente lascerà perplessi gli storici, ha per titolo “Scacco al Re” ed è stato scritto da Michela Mastrodonato.
La circostanza che più incuriosisce, anche se marginale, è che il libro è stato presentato, così come ci informa Maria Corbi su “La Stampa” di mercoledì 1 dicembre 2004 a pag. 17, sotto lo sguardo compiaciuto di Serge di Jugoslavia, figlio di Maria Pia, che ha firmato la prefazione, al Circolo degli Scacchi di Roma. Ci domandiamo il perché di questa scelta e se è dovuta esclusivamente al titolo dato alla presunta autobiografia o sott’indente ad altre sconosciute passioni di Umberto II di Savoia o di altri della stessa famiglia per il nostro gioco, questo sì veramente “regale”.
(2.XII.2004)
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“Le pedine, adesso, sono quasi tutte al loro posto.” Così inizia “La Nota” di Massimo Franco sul “Corriere della Sera” di venerdì 3 dicembre 2004, a pag. 3, dal titolo “La campagna del Cavaliere inseguendo il sogno del ’94”, a commento del “rimpasto” governativo e della nomina a Vice Presidente di Marco Follini e a Ministro della Funzione Pubblica di Mario Baccini.
(3.XII.2004)
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Anche alla fine di questo anno mi sembra bello quasi condurre a termine le mie riflessioni riportando un brano di un libro intriso di limpida spiritualità e che testimonia una profonda conoscenza dell’animo umano, pur nel suo breve e sapiente riferimento pedagogico al gioco degli scacchi. E’ il gioioso “Cammino di perfezione” di Teresa d’Avila nella sua prima stesura del 1566 (codice dell’Escorial), così come è uscito - con grande spontaneità - dalla sua penna. Quello cioè che è a noi pervenuto, nello splendore della prosa spagnola, senza i tagli e gli interventi del teologo censore. E’ da aggiungere che questa santa, figlia del suo tempo e particolarmente sensibile agli aspetti resi attuali dalla contestazione protestante e dal Concilio di Trento, già accusata al tribunale dell’Inquisizione e infine proclamata “Dottore della Chiesa”, è stata nominata il 14 ottobre 1944 patrona degli scacchisti.
Capitolo 24: “1. Non crediate che tutto questo sia molto, perché vado solo preparando, come si dice, i pezzi sulla scacchiera. … Credete pure che chi non sa disporre bene i pezzi nel gioco degli scacchi, giocherà male e se non sa fare scacco, non farà neppure scacco matto. Voi certo mi biasimerete perché parlo di un gioco che non esiste né deve esistere in questa casa. …, ma dicono che qualche volta tale gioco sia permesso; a maggior ragione, sarà lecito a noi usarne la tattica, e vedrete come presto, se vi ricorriamo spesso, daremo scacco matto a questo Re divino, il quale non potrà sfuggirci, né lo vorrà. 2. La regina è quella che in questo gioco può dare maggior guerra al re, sia pure col concorso di tutti gli altri pezzi. Ebbene, non c’è regina che costringa il re divino ad arrendersi come l’umiltà; … 4. … ma sbaglia. Non ha saputo impostare bene il suo gioco da principio; ha creduto che bastasse conoscere i pezzi per dare scacco matto: cosa assurda, perché questo Re non si arrende se non a chi si dà completamente a lui. ”.
(Teresa d’Avila, “Opere complete”, a cura di Luigi Borriello e Giovanna della Croce, Paoline Editoriale Libri, Milano, 2000).
(31.XII.2004)
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Bene, un’ultima considerazione che ha il sigillo di buon auspicio d’inizio d’anno, almeno confidiamo. Nella pagina culturale del quotidiano torinese “La Stampa” di martedì 11 gennaio 2005 troviamo, oltre la soluzione del sorprendente anche se non difficile problema di scacchi apparso la domenica precedente, un informato articolo di Adolivio Capece, su cinque colonne e per mezza pagina, dal titolo “Scacchi, esplodono le donne e i giovani”. La seducente corrispondenza, che inizia richiamando l’interesse per gli scacchi di Giacomo Leopardi trasmessagli dal padre conte Monaldo ( che bello rileggere il carteggio tra i due raccolto nell’affascinante libro “Il Monarca delle Indie”, a cura di Graziella Pulce e con introduzione di Giorgio Manganelli, Adelphi Edizioni, 1988!) c’informa, come chiarito nell’occhiello, sull’attuale “panorama italiano, dopo i successi agli open d’Australia e al Torneo di Capodanno”. Il servizio è arricchito da numerose fotografie per farci conoscere le “nuove star” (Elena Sedina, d’origine ucraina e ora cittadina italiana, e Denis Rombaldoni di Pesaro che è stato campione italiano giovanile) insieme agli “assi professionisti” (Michele Godena di Valdobbiadene e Spartaco Sarno che vive a Torino). Quasi dando risposta ad una nostra precedente domanda, siamo veramente felici di trovare, e in questo principio d’anno, sulla stampa di grande diffusione, pur non specialistica ma d’ampio respiro culturale, un autorevole richiamo alla nostra amata disciplina e di quanto accade in Italia. Speriamo vivamente che quest’interesse, grazie a giornalisti preparati e anche appassionati di questo seducente gioco, com’è il caso del noto e bravo autore dell’articolo in esame, possa attecchire ogni giorno di più, coinvolgendo altre prestigiose firme e sempre più nuovi lettori. Ci sembra che questa è la via da percorrere per far crescere una rinnovata attenzione per gli scacchi: un modo concreto per sostituire al pessimismo della ragione l’ottimismo della volontà. D’altronde i segnali sono numerosi e illuminano questa strada: la prima recente edizione della “Fiera del libro di scacchi” che ha premiato anche i migliori articoli apparsi su un quotidiano e su un periodico non tecnico, con un riconoscimento intitolato alla memoria di Alvise Zichichi; le nuove case editrici (“Caissa Italia” ed “Ediscere”, veramente encomiabili per novità, qualità e quantità) che ci auguriamo assoluti protagonisti del mercato con i loro curatissimi volumi, insieme ai notevoli scritti di Oscar Bonivento, di Carmelo Coco, di Gianfelice Ferlito, di Rodolfo Pozzi, di Alessandro Sanvito, di Santo Spina e di tanti altri; le diverse iniziative non puramente scacchistiche che si affiancano alle numerose gare e tornei, sono tutti segnali positivi che meritano di essere attentamente seguiti. C’è, tra appena un anno, un appuntamento veramente importante: le torinesi Olimpiadi di Scacchi. Olimpiadi che si svolgeranno non solo per la prima volta a Torino, ma per la prima volta in Italia. Una bellissima occasione per uscire dalla nostra attuale “aurea mediocritas” e far fiorire, finalmente, gli scacchi nel nostro paese sino ad emulare il suo antico e illustre passato!
(11.I.2005)
Chi scrive ringrazia chi ha avuto la pazienza di seguirlo sin qui e anche chi ha avuto la grande amabilità, dopo aver visitato questo sito od anche, tramite i risultati dei principali motori web di ricerca, sfogliato alcune pagine di questi “appunti” intorno agli scacchi, di intervenire con critiche e consigli. Per tutti, di cuore ed essendo ancora in tempo, un felice e sereno anno nuovo!
G.G.