LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


79esimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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   (Il «vizio» degli scacchi). Non è più motivo di scandalo apprendere che un religioso gioca a scacchi. Ma la notizia, forse nella memoria di quando il gioco degli scacchi fu bandito dalla Chiesa perché ritenuto «strumento di peccato», è ancora ugualmente insolita. Tanto insolita da interessare gli organi di informazione prima e solo dopo quelli specialistici o del settore.
   Il settimanale web “Messaggero scacchi”, sempre attento a quello che avviene nel mondo degli scacchi, infatti, non si lascia sfuggire l’avvenimento e riprendendo quanto pubblica, l’1 marzo 2010, “www.libero-news.it”, lo stesso giorno, informa: “Fiume, anche un prete agli Europei”.
   Il primo annuncio era però comparso in un comunicato dell’Ansa del 28 febbraio 2010 alle ore 19 e 46 con il titolo: “Scacchi: prima volta di un sacerdote ai campionati europei. Da anatemi del Medioevo a torneo con benedizione cardinal Sepe”.
   Apprendiamo così, anche per le dichiarazioni rilasciate all’agenzia “Adnkronos”, che don Valerio Piro, sacerdote della chiesa Santissima Addolorata di Boscotrecase, paesino napoletano alle pendici del Vesuvio, sarà il primo religioso a partecipare a una competizione internazionale di scacchi. La manifestazione si svolgerà dal 5 al 18 marzo a Fiume, in Croazia. Don Valerio, si precisa quasi a scanso di equivoci, partirà con il consenso del suo vescovo, cardinale Crescenzio Sepe, rappresentando ufficiosamente il Vaticano.
   Anche l’edizione napoletana del quotidiano “la Repubblica” del 2 marzo 2010, con un simpatico articolo di Marco Caizzo, commenta più estesamente la notizia sotto il titolo “Scacchi, parroco di Boscotrecase primo sacerdote agli Europei”.
   Dal servizio giornalistico apprendiamo che il giovane sacerdote ha iniziato a giocare a 14 anni, imparando dai parenti e di averlo trascurato per qualche anno entrando in seminario. Ora dedica allo studio del gioco “poco meno di un’ora al giorno” e a Boscotrecase ha tenuto dei corsi nelle scuole medie. Spera, pur non facendosi illusioni di rientrare vittorioso dalla competizione, di svolgere qualche lezione anche nella sua parrocchia. Dallo stesso articolo veniamo a sapere, inoltre, che “I religiosi iscritti alla Federazione scacchistica italiana (Fsi) sono cinque, ma molti di più sono i sacerdoti che giocano a scacchi a livello amatoriale. A livelli alti è giunto anche un parroco genovese, don Stefano Vassallo, che parteciperà a fine giugno ai campionati italiani di Torino. A novembre potrebbe tenersi, invece, un torneo per soli religiosi a Milano”.
   Ma è il quotidiano di ispirazione cattolica “Avvenire” del 28 febbraio 2010 a dedicare l’intera pagina 7 del supplemento culturale “Agorà Domenica” agli scacchi con un lungo articolo di Adolivio Capece, completo e accattivante dal titolo “Scacchi. I santi in gioco”. Il direttore de “L’Italia Scacchistica”, con la sua proverbiale chiarezza, traccia la storia dell’ambiguo rapporto degli scacchi con la Chiesa lungo i secoli: dalle proibizioni conciliari del Medioevo all’avvento dei Papi accaniti giocatori, non trascurando quel capolavoro di spiritualità “Cammino di perfezione” scritto tra il 1564 e il 1566 da santa Teresa d’Avila che assegnava al gioco un valore morale e mistico, sino alla partecipazione di un prete “addirittura ai campionati europei”.
   Piace finire con le parole di don Valerio: “Quello degli scacchi è un gioco d’intelligenza molto educativo, che però affronto con la massima serenità. La mia prima e unica missione, infatti, resta il servizio pastorale a favore dei giovani: in questa «competizione» ho già vinto la medaglia d’oro”.
   (2. III. 2010)

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   (In nome della pace). Mi conforta un poco constatare che chi ha in mano i destini della pace nel mondo siano, a volte, anche persone appassionate del gioco degli scacchi. Penso, infatti, che questo mirabile gioco aiuti i governanti alla riflessione e a trovare le “strategie politiche” più eque nel rispetto degli opposti interessi, spesso in conflitto tra loro. Mi illudo, certo, ma mi rasserena assai crederci.
   E’, quindi, con viva soddisfazione che vedo il breve video che oggi, 9 marzo 2010, il sito internet di “ChessBase News” ci suggerisce di seguire con il titolo “The political chess game”. Il documento filmato è tratto da “Euronews” che lo propone con il titolo “Medio Oriente, colonia ostacola l’avvio del negoziato” e ci fa vedere il premier israeliano Benjamin Netanyahu mentre gioca a scacchi. Anzi suggerisce ai due contendenti, il Grande Maestro Boris Gelfand e Natan Sharansky, già ministro di alcuni dicasteri chiave a Gerusalemme e difensore storico dei diritti umani in Israele, come meglio giocare il seguito di una partita tra i due.
   Ritengo, assai speranzoso questa volta, che la competenza scacchistica di Netanyahu e Sharansky risulterà loro molto utile in vista dei negoziati con i palestinesi, mediati dagli Stati Uniti, che il premier israeliano ha accettato di iniziare prossimamente. Dice Netanyahu: “«Vengo adesso da un meeting con l’inviato americano Mitchell. Penso che riusciremo a fare dei passi in avanti. La diplomazia è un pò come gli scacchi, ma non è un gioco, è una cosa reale» ”.
   E’ da aggiungere, come pure ricorda Marco Ansaldo su “la Repubblica” del 20 aprile 2009, a pagina 7, nell’articolo “E’ il summit dell’odio contro il popolo ebraico”, che Sharansky, di origini sovietiche e ora a capo dell’importante “Agenzia Ebraica per Israele”, in una simultanea manifestazione scacchistica svoltasi a Gerusalemme riuscì a battere il campione mondiale Garry Kasparov. Anche “Wikipedia”, che ugualmente riporta la notizia della sua vittoria seppure in un incontro d’esibizione e tratta da un colorito articolo di Serge Schmemann apparso sul “The New York Times” del 15 ottobre 1966, dedica un intero paragrafo alla voce “Sharansky” sulle sue qualità scacchistiche. Si legge, infatti: “Da bambino, Sharansky era un prodigio degli scacchi, qualità molto valutata nell’Unione Sovietica. Prese parte a manifestazioni in cui giocava bendato o con più avversari, spesso adulti. Ha affermato che da detenuto in isolamento giocava partite a scacchi a mente contro se stesso”. Come dissidente è stato, infatti, condannato a 13 anni di lavori forzati nei gulag sovietici ed è rimasto famoso per la resistenza opposta durante la detenzione. E non ho potuto fare a meno, leggendo quest’ultima testimonianza, di pensare al protagonista del famoso racconto di Zweg. In ogni caso, il filmato sembra dare conferma della maestria scacchistica di Sharansky facendo vedere con quanta velocità e destrezza manovra i pezzi sulla scacchiera insieme a Gelfand e innanzi a Netanyahu.
   Grazie al gioco degli scacchi e ai politici che lo praticano continuo a sperare, almeno nel Medio Oriente, terra a noi cara e vicina, un futuro più sereno e auspicare la fine all’occupazione israeliana dei territori palestinesi, attraverso l’applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
   Mi convinco, con forza, a non illudermi. E’ tempo, ormai, che ritorni finalmente la pace tra palestinesi e israeliani, popoli cugini.
   (9. III. 2010)

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   (Un circolo di scacchi molto esclusivo). Mi ha sempre incuriosito questo famoso e antico circolo romano che risponde al nome di “Nuovo circolo degli scacchi”. Ne fa cenno, nell’ambito di un’inchiesta sui maggiori e elitari circoli italiani cosiddetti “sociali”, Enrico Mannucci con l’articolo “I circoli del potere” apparso nel supplemento settimanale “Sette” del “Corriere della Sera” dell’11 marzo 2010, numero 10, alle pagine 32-40.
   Sono cinque i personaggi che appaiono nell’intera pagina di copertina della predetta rivista. E tutti e cinque sono soci del “Nuovo circolo degli scacchi” e, tra loro, c’è anche l’attuale presidente: don Giulio Patrizi di Ripacandida. Tutti ieraticamente ritratti in una delle aristocratiche e ovattate stanze che appartennero al marchese Giuseppe Rondinini in via del Corso 518, capolavoro del rococò romano, ottava sede del circolo dalla fondazione avvenuta nel 1872. Tutti ben vestiti nei loro signorili abiti scuri; tutti con cravatta e in posa, alcuni comodamente seduti e altri elegantemente in piedi; tutti con lo sguardo fermo e sicuro come di chi sa di detenere un certo “potere” e di indicare la loro presenza, ovviamente, in un luogo dove si ritrova l’Italia che conta. Tutti e cinque i nomi ritratti nella fotografia non appaiono nell’elenco ufficiale dei tesserati della Federazione Scacchistica Italiana, così come lo storico circolo non è compreso nell’elenco delle società della nostra federazione. Come dire che ci troviamo in un mondo a parte, che poco o nulla, malgrado il nome, ha a che fare con gli scacchi.
   A leggere una vecchia corrispondenza di Edoardo Sassi, apparsa a pagina 58 del “Corriere della Sera” dell’1 aprile 2004 dal titolo “Scacchi, l’élite dei magnifici 700”, sono circa di tal numero i soci di quel circolo e sono suddivisi in tre categorie: “d’onore” (regnanti e altezze reali, ammessi senza votazione), “temporanei” (per lo più diplomatici per la durata del loro mandato) e soci “fondatori”, cioè gli iscritti veri e propri che pagano una quota d’ingresso dopo aver superato una rigida selezione. Dice al riguardo il presidente dell’aristocratico circolo romano, quasi per giustificare la circostanza dell’apertura dell’associazione al mondo moderno: “cerchiamo l’aristocrazia dei tempi in cui viviamo: uomini di cultura, delle istituzioni, delle grandi cariche statali”. Non sempre e non per tutti l’ingresso è facile: “il capitolo delle bocciature e delle esclusioni”, aggiunge Mannucci, “è il più delicato, spesso segreto”.
   Un luogo dove “si gioca a boccette, a bridge, si organizzano tornei di scopone, gare di sci, tiro, golf, equitazione” e dove, oltre a conversare ma sempre a voce bassa, a leggere, a rinsaldare amicizie e faccende, forse qualcuno, ancor oggi, come in un tempo lontano, gioca a scacchi.
   (12. III. 2010)

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   (Una strana notte a Bagotà). Rileggo con estrema contentezza la riscoperta del bel racconto, anzi il resoconto fantastico di una storia vera, scritto da uno dei più grandi autori della letteratura mondiale: Gabriel Garcia Màrquez.
   “La lunga notte degli scacchi di Paul Badura-Skoda”, è l’appassionante cronaca di un confronto tra il famoso pianista austriaco e il campione colombiano di scacchi Boris de Greiff. Il racconto, inizialmente pubblicato su “L’Italia Scacchistica” (fascicolo 1, gennaio 1982, N. 915, pagine 8-10) con il titolo “Una strana notte in Colombia” e nella traduzione di Luciano Conti, è stato riproposto, infatti, e recentemente, sul sito del “Centro di Studi Scacchistici Turing Duchamp”. Un sito web tra i più cliccati per quanto attiene al rapporto tra i più affascinanti argomenti che offrono gli scacchi: il suo legame con la cultura letteraria e che Nicola Vozza, con grande perseveranza, competenza e passione, arricchisce quasi giornalmente.
   E' alquanto sorprendente constatare come più di un grande pianista o musicista ha trovato negli scacchi occasione di spunti per arricchire la loro creatività artistica. Penso, tanto per non citare nomi lontani nel tempo, a Niccolò Castiglioni, John Milton Cage, Aldo Clementi e Ennio Morricone. Quest’ultimo, mi sembra di aver letto o sentito da qualche parte, quando è privo di idee nel trovare spunti per musicare le sue fantastiche colonne sonore cinematografiche, afferma che si applica sulla scacchiera.
   Ed è ancora più singolare che un Nobel della letteratura, come nella sorprendente storia in esame, sia riuscito, mirabilmente, a trasmettere la passione del re dei giochi che cova spesso nell’animo degli artisti descrivendo un momento, solo una notte, del viennese Badura-Skoda, figura di spicco tra i pianisti viventi, tanto da sembrargli in realtà, annota Márquez meravigliato al termine del suo racconto, non un musicista ma “uno scacchista che suona il piano soltanto per vivere”.
   Ma è ancora altrettanto meraviglioso che il bel racconto di Màrquez, spesso più citato che conosciuto, sia stato riproposto agli scacchisti e, mi auguro, a un più vasto pubblico.
   (22. III. 2010)

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   (Elezioni: un anonimo della parola “sconfitta”). “La Stampa” dell’1 aprile 2010 a pagina 3 ospita il consueto breve e caustico commento giornaliero di “Jena” sull’attualità politica, che oggi ha per titolo “Sinonomi”. L’argomento odierno è offerto al corsivista dalle notizie del risultato delle votazioni regionali e, in particolare, della clamorosa sconfitta di Emma Bonino alla presidenza del Lazio. Il segretario democratico Pier Luigi Bersani è a causa di ciò sotto attacco da parte della minoranza del partito che gli rimprovera il risultato “disastroso” delle elezioni. Commenta Jena: “«Dunque, vediamo: fallimento, perdita, rotta, scacco, smacco, disfatta, tracollo...». Bersani cerca un sinonimo di sconfitta”.
   Riccardo Barenghi, con lo pseudonimo di Jena, è, dal 2005, editorialista per “La Stampa” e i suoi interventi migliori nell’omonima rubrica sono raccolti nel volume “Jena. Otto anni di agguati della belva più graffiante del giornalismo italiano” (Fazi, 2008).
   (1. IV. 2010)

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   (La scacchiera insanguinata). Il “Corriere della Sera”, il primo settembre 1992 a pagina 11, aveva titolato l’incontro di scacchi tra Bobby Fischer e Boris Spassky, che cominciava l’indomani in territorio jugoslavo, con il titolo “La scacchiera insanguinata”. In quell’amara corrispondenza dall’isoletta di Sveti Stefan in Montenegro, cara al maresciallo Tito, Alessio Altichieri scriveva, tra l’altro: “Speculazioni, insomma. Perciò il match Fischer-Spassky è un’enorme speculazione, marcata dalla furbizia balcanica. Serbia e Montenegro sono assediati delle sanzioni? E loro chiamano i giornalisti a vedere Fischer redivivo, non la Bosnia morente”.
   Il discusso evento, come si ricorderà, era stato organizzato da Jezdimir Vasiljevic, allora presidente della Banca Jugoskandic, prima banca privata del paese, che offrì il premio più alto di tutta la storia degli scacchi: 5 milioni di dollari ma, in realtà, sembra che il compenso fosse il doppio di quella già incredibile cifra. D’altronde la banca del discusso finanziere annunciava, disinvoltamente, ancora sotto le feste ortodosse di Natale e Capodanno del 1993, che d’ora in avanti l’interesse principesco del 16 per cento al mese per i depositi di valuta in dinari nella sua banca non sarebbe stato più pagato in moneta, ma in gettoni d’oro.
   Ora a diciotto anni da quell’avvenimento leggo sul notiziario dell’Ansa delle ore 15 e 55 del 27 marzo 2010 il seguente comunicato sotto il titolo “Serbia: ex banchiere truffatore estradato da Olanda”: “Jezdimir Vasiljevic, un ex banchiere serbo accusato di maxi-truffe e appropriazione indebita per decine di milioni di euro, è stato estradato dall’Olanda alla Serbia. Come hanno riferito i media a Belgrado, Vasiljevic è stato consegnato ieri sera agli agenti dell'Interpol che lo hanno subito condotto nel carcere centrale della capitale. Jezdimir Vasiljevic era stato arrestato in Olanda circa un anno fa per aver presentato falsi documenti per la richiesta di asilo. In Serbia è accusato di operazioni finanziarie illecite sin da quando nel 1991 fondò a Belgrado la banca Jugoskandic. Due anni più tardi tale banca scomparve, e con essa almeno 20 milioni di euro appartenenti a migliaia di risparmiatori. Secondo l’accusa, lo spregiudicato banchiere negli anni novanta avrebbe truffato numerosi investitori per oltre 100 milioni di euro. Il processo a carico di Vasiljevic era stato sospeso a Belgrado nel 2007 dopo la fuga dell'imputato”.
   L’opera sovvertitrice del denaro è sotto gli occhi di tutti e senza necessità di richiamare le memorabili pagine che Karl Marx consacrò al fenomeno nei “ Manoscritti economico-filosofici del 1844” (a cura di N. Bobbio, Torino, Einaudi, 1973, pp. 151-157).
   Dopo il 1992 e dopo quello scialbo incontro, Bobby Fischer, il genio degli scacchi vincitore della sfida del secolo a Reykjavik, è scomparso agli occhi del mondo ancora una volta. Il mondo si è ricordato di lui solo il 17 gennaio 2008 quando, da quella stessa terra che gli aveva restituito la libertà accogliendolo come cittadino islandese, giunse la notizia della sua morte improvvisa e quando è iniziata la battaglia degli eredi per impossessarsi delle sue ricchezze.
   Il dominio del denaro nella vita degli uomini è un aspetto della sua alienazione e della perdita di sé.
   (27. III. 2010)

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