LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


78esimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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   (Un nuovo manuale sugli scacchi). Incontrare un buon libro per il primo approccio nel fantastico e ammaliante mondo degli scacchi è un avvenimento fondamentale, spesso decisivo.
   Una volta c’era l’utile e dilettevole monumentale trattato del notaio Carlo Salvioli (“Teoria e pratica del giuoco degli scacchi”, Venezia 1885, volume 1°, poi completato, rielaborato e pubblicato nel 1913 dall’editore Giusti di Livorno con il titolo “Il giuoco degli scacchi di Gioacchino Greco detto il Calabrese”) e il famoso “manuale Seghieri-Orsini” (poi rifatto e aumentato da Luigi Miliani). Successivamente fu il tempo del più elementare, ma di larga e duratura diffusione, manuale di Zatrikiologia (nel senso di «scienza e arte degli scacchi»), “ABC degli scacchi” del maestro ad honorem e generale dell’esercito Ugo Pasquinelli (Hoepli, 1921 con numerosissime successive edizioni, aggiornate e ampliate). Infine, il bellissimo “Il libro completo degli scacchi” scritto da due illustri e amati studiosi di scacchi: Adriano Chicco e Giorgio Porreca (stampato da Mursia nel 1957 con numerose ristampe, sino all’undicesima edizione riveduta e aggiornata a cura di Alvise Zichichi e Alessandro Sanvito nel 1993 e ancora oggi in commercio). Adesso, per chi desidera avvicinarsi al gioco o progredire si aggiunge, ai tanti trattati per principianti di ottimo livello apparsi in questi ultimi anni in italiano (Mariotti; Capece; Lasker; Mearini e Messa; Pantaleoni Messa e Benetti; Tal e Zhuravlëv), una nuova opera, completa e avvincente: “Il grande libro degli scacchi” di Dario De Toffoli e Leo Colovini, Sperling & Kupfer Editori SpA, Cles (TN) 2009, pp.366, € 17,00.
   Gli autori, ritengo, non hanno bisogno di presentazione. Entrambi, scrittori di numerosi libri di giochi e inventori di passatempi da tavolo di successo a livello internazionale, sono stati discepoli del sorprendente inventore della professione di “inventore di giochi” Alex Randolph (1922-2004) e sono tra i fondatori della società veneziana “Studiogiochi”. Ultimamente, De Toffoli ha pubblicato “Il grande libro del Backgammon” (Stampa Alternativa, 2008) e lo gioca con successo, mentre Colovini, appassionato di scacchi e frequentatore sin da ragazzo del circolo Esteban Canal di Venezia, ha scritto il coinvolgente “I giochi nel cassetto”, una “guida teorica per aspiranti autori di giochi” con una riflessione filosofica di Alex Randolph sul significato del gioco (Venice Connection, 2002).
   Si rimane subito colpiti già leggendo le prime righe dell’introduzione. Parole cercate da tempo in ogni manuale: «Certo, le regole. Certo, la tecnica. Ma anche la cultura, la storia, la presenza nel cinema e nella letteratura. Questo è stato il nostro approccio al “meraviglioso” gioco degli scacchi: abbiamo cercato di osservare questo universo dall’esterno, mettendone in luce i multiformi aspetti». Così, accanto alle «regole», “dettagliate, precise, esemplificate, chiare”; alle «tecniche di base», “aperture”, “centro partita” e “finali”; il libro si arricchisce, sempre più affascinando, per l’ampio spazio riservato alla sua «storia e personaggi», ai «rompicapi sulla scacchiera», agli «altri scacchi» a cura di Giuseppe Baggio per il capitolo sullo Shogi, Cesco Reale e Agostino Guberti per quello sullo XiàngQi, Cosimo Cardellicchio e Gordan Markotich, rispettivamente per il capitolo sulle «macchine per gli scacchi» e per l’intervista concessa. Un intero e finale capitolo è poi dedicato all’argomento «per approfondire» con l’elenco di alcuni buoni libri di qualità e divisi per tema, reperibili sul mercato, che “possono aiutare chi ha voglia di saperne di più”.
   La parte che caratterizza maggiormente il libro sono le «schede», sparse generosamente nel volume e facilmente rintracciabili grazie al loro fondo grigio. Pagine preziose che “lanciano uno sguardo fuori dall’universo degli scacchi, offrendo una testimonianza del segno che questo gioco ha lasciato nel mondo”: cinema, letteratura, arte, cultura popolare, personaggi e curiosità.
   Un ottimo libro “da leggere, regalare e collezionare” che, come indicato nell’apertura del risvolto di copertina, si consiglia vivamente a «chi già sa muoversi sulla scacchiera ma vuole saperne di più e per chiunque voglia entrare da protagonista in questo fantastico universo in bianco e nero».
   Un’opera che rappresenta, nella recente e rinnovata editoria scacchistica italiana, la “scintilla del genio” di cui parlava, per altri versi, Ugo Pasquinelli.
   (2. I. 2010)

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   («La storia è la scienza dell’infelicità degli uomini»). I quotidiani di oggi dedicano ampio spazio alla storica visita di Benedetto XVI nella Sinagoga di Roma. Dopo di quella dell’espansivo Papa polacco che ha visitato il tempio nel 1986 abbracciando il rabbino Elio Toaff e gridando «Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire, i nostri fratelli maggiori», un nuovo messaggio riparatore, curiosamente con accento tedesco, è risuonato nello stesso luogo di culto a suggellare, direi drammaticamente per la concomitanza della ricorrenza della Shoah nel “Giorno della Memoria”, l’importante percorso del dialogo tra la Chiesa Cattolica e la Comunità Ebraica.
   Nel supplemento culturale de “Il Sole 24 Ore”, “Domenica”, di ieri 17 gennaio 2010, N.16, a pagina 31, si legge il compartecipe articolo “Geografia della vita nel ghetto”. Lo scrive Sergio Luzzatto, docente di Storia moderna dell’ateneo di Torino e autore di fortunati saggi, destinati non solo agli studiosi ma anche a un più vasto pubblico, tra cui «Il corpo del duce» e «Padre Pio».
   Non si parla del ghetto di Roma, oggi all’attenzione del mondo, e dove la veste bianca del Papa ha sfiorato, come scrive lo storico, “le stesse pietre consumate dai passi di tanti uomini e donne che in quei pochi metri quadrati sono stati costretti a vivere per secoli, chiusi da altri uomini con la veste bianca, da altri papi come lui, Benedetto”, ma di quello di Varsavia. Luzzato, nel suo scritto, recensisce uno straordinario libro scritto da Barbara Engelking e Jacek Leociak uscito in Polonia nel 2001 e ora disponibile nell’edizione americana della Yale University Press, con il titolo “The Warsaw ghetto. A guide to the perished city”. Lo storico spiega che il libro è una guida alla città ebraica dapprima “riempita e sigillata”, poi svuotata e distrutta dagli uomini del Terzo Reich tra il novembre 1940 e il maggio 1943, «durante i quali 450mila ebrei di Polonia vennero rinchiusi in tre chilometri quadrati al centro della capitale, uscendone vivi soltanto per essere gasati a Treblinka». Grazie alla lucidità di alcuni intellettuali del ghetto, continua Luzzato, furono raccolti per essere trasmesse ai posteri e conservati in dodici contenitori metallici, poi seppelliti e fortunosamente ritrovati nel periodo postbellico, migliaia di documenti di ogni genere sulla vita di quella comunità. E’ così, annota lo studioso invitando alla lettura del monumentale volume, è stato possibile ricostruire i luoghi della quotidianità, gli ambienti di lavoro, i passatempi, le tradizioni e gli affetti delle famiglie che popolavano la città ebraica di Varsavia. E, tra i passatempi, c’era anche il gioco degli scacchi: «Uomini più o meno atletici si guadagnavano il pane pedalando, autisti di un mezzo di trasporto rudimentale eppure diffuso: il risciò. Donne più o meno fascinose percorrevano le strade da coquettes, in precario equilibrio su tacchi sorprendentemente alti. Musicisti di rango o di dozzina suonavano nei caffè, agli angoli delle vie, nei cortili delle case. La programmazione teatrale era intensa, in yiddish come in polacco, e capitava che gli spettacoli durassero tutta la notte per aggirare le regole del coprifuoco. Se costretti in casa, molti cittadini-prigionieri si tenevano occupati leggendo, giocando a scacchi, sfidandosi a carte (il bridge la faceva da padrone). Quanto al proverbiale humour ebraico, si tradusse addirittura nella circolazione, in forma manoscritta, di una Guida turistica del ghetto...».
   Un libro, ora che è appena scomparso il novantenne Marek Edelman, uno dei pochi sopravvissuti alla disperata insurrezione del ghetto di Varsavia e egli stesso tra i suoi più eroici protagonisti, che restituisce la memoria non solo dei luoghi ma persino dei giochi che ivi si svolgevano e anche dei sentimenti. Lo stesso Edelman non avrebbe mai dimenticato, scrive Luzzato, «certi idilli sbocciati nella Varsavia della morte. Li ha raccontati in conversazioni della vecchiaia, recentemente raccolte da Sellerio in un libro che va letto come il suo testamento, e che va assaporato fin dal titolo: “C’era l’amore nel ghetto”».
   E sembra di leggere le pagine dello scrittore ebreo di origine lituana, Icchokas Meras, che ha conosciuto personalmente gli orrori di un altro ghetto, a Vilnius, e dove i suoi genitori furono assassinati, riuscendo con uno dei suoi romanzi a erigere un monumento agli ebrei che lottarono con disperato coraggio per la propria dignità conservando il sogno della felicità e dell’amore anche nell’umiliante segregazione. Il sorprendente racconto di questo maestro del romanzo breve, di recente pubblicato dalla casa editrice Giuntina e che è stato già segnalato in un precedente “appunto”, ha per titolo il significativo “Scacco perpetuo”.
   Termino con una doverosa precisazione. In uno dei suoi recenti libri Sergio Luzzato cita una frase di Raymond Queneau, autore amato anche per il suo interesse per gli scacchi, riportata in epigrafe del presente appunto, «la storia è la scienza dell’infelicità degli uomini». Una riflessione oltremodo significativa e che mi è sembrato calzante rendere propria: solo il riferimento al gioco e al bisogno di amore, speranze di libertà dell’animo umano, rende un poco più sopportabile il dover sfogliare le pagine della storia.
   (18. I. 2010)

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   (La stupefacente storia degli scacchi). La rivista “Scacchitalia”, organo ufficiale della Federazione Scacchistica Italiana, diretta e rinnovata da Mario Leoncini, è diventata, ormai, un insostituibile strumento non solo per tenersi informati sugli aspetti sportivi del gioco ma anche per scoprire le sue molteplici sfaccettature culturali.
   L’ultimo numero, undicesimo della serie, relativo al mese di Febbraio 2010, offre un sommario quanto mai ricco e interessante. Praticamente nessun aspetto del gioco è trascurato: notizie della Federazione, eventi, problematiche, regolamenti, partite commentate, libri, collezionismo, storia e il tutto arricchito da un eccellente e appropriato apparato illustrativo.
   Un articolo, tra i tanti di quel numero e quanto mai avvincente, lo scrive, nelle pagine 44-59, Gianfelice Ferlito su “Riflessioni sulla storia e le origini degli scacchi”. Si può condensare in un articolo di appena 15 pagine la millenaria e straordinaria storia degli scacchi? Sembra impossibile, anche tenendo conto dell’innumerevole letteratura che esiste sull’argomento, tra le più ampie in assoluto. L’autore sembra, invece, felicemente esserci riuscito, riconsegnando ai lettori, anche non scacchisti, le sue attente riflessioni: uno studio che per la chiarezza dell’esposizione, la critica interpretativa delle diverse teorie e le esatte conclusioni rimarrà a lungo un imprendibile punto di riferimento per ogni futuro e corretto approfondimento dell’affascinante storia degli scacchi.
   Una storia, purtroppo così mal conosciuta non solo da parte degli stessi scacchisti ma spesso da quanti, per diverse ragioni, hanno cercato di dare risposta alle domande che l’autore stesso si pone all’inizio della sua dotta esposizione: “da dove mai arrivasse tale gioco, chi lo avesse mai inventato, quando e come questo fosse avvenuto, quale senso avesse questo gioco cioè perché era stato ideato”.
   Al riguardo, per altre impegnate riflessioni e per la loro interpretazione innovativa, merita di essere segnalato anche l’agile volumetto, vero livre de poche, di Jean-Louis Cazaux, “Petit histoire des échecs”, editions Pole, 2009, pp. 96, che, malgrado le vicissitudini in fase di stampa, ha ribaltato numerose false interpretazioni del lungo cammino del gioco degli scacchi nella vita degli uomini: la storia che meritava il Re dei Giochi.
   Cazaux non è nuovo a opere di grande interesse sul gioco e cura un sito internet che è divenuto un riferimento autorevole per gli studiosi e per tutti gli appassionati. Sul suo sito (http://history.chess.free.fr), inoltre, è possibile recuperare gli originali diagrammi che in fase di stampa non sono andati a buon fine.
   Se rimangono ancora dubbi e per chi è interessato a approfondire l’argomento non resta che scorrere la bibliografia posta in calce al libro e, ancora più completa e dettagliata, quella esplorata nell’articolo di Ferlito.
   (8. II. 2010)

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   (L’algoritmo). La velocità di calcolo, i calcolatori elettronici, gli algoritmi matematici del trading automatico dei piccoli investitori che “giocano in Borsa”, l’intelligenza artificiale sono argomenti di sicuro interesse e d’attualità. Ma cosa succede quando arriva un imprevisto?
   Su “La Stampa” del 19 febbraio 2010, a pagina 13, c’è un’interessante intervista, curata da Marco Sodano, a Pier Giorgio Odifreddi dal titolo “Cervelli artificiali? La rapidità di calcolo non è intelligenza”.
   Non tanto per dare una mano a chi si dedica a questo tipo di operazioni finanziarie quanto per i puntuali riferimenti al gioco degli scacchi, sembra opportuno riportare parte dell’intervista al noto matematico nella parte che più ci interessa.
   “““ «Il primo a immaginare di giocare a scacchi contro una macchina fu lo stesso (Alan) Turing, nel 1952. Solo che il computer era troppo lento: e allora fu lui a giocare come una macchina. Faceva con carta e penna i calcoli dell’algoritmo». Come finì? «Perse. Ma oggi i computer, con gli algoritmi, battono l’uomo». Sono intelligenti. «No, vincono per forza bruta. Analizzano le possibilità di miliardi di mosse possibili. I giocatori ne prevedono cinque, dieci, poi decidono anche sulla base di altri elementi. Simulano l’intelligenza, cioè puntano a ottenere lo stesso risultato di un uomo, più che emularla: in quel caso dovrebbero imitare i procedimenti del pensiero. E’ un’altra cosa». Come si fa a capire se un computer pensa? «Lo stesso Turing ha dato la risposta: un sistema è intelligente nel momento in cui chi lo interroga non sa più se a rispondere è un uomo o una macchina. Il che ci riporta agli scacchi: ho conosciuto il grande campione Kasparov, uno dei primi battuti dai computer. Era convinto che dietro quelle prime macchine ci fosse anche un uomo, e non era così». Quelle macchine sono intelligenti, allora? «No. I meccanismi di decisione artificiale vanno bene di fronte a un numero di soluzioni calcolabile con un numero finito, cioè quando è questione di velocità. Come negli scacchi. Decidere resta un’altra cosa. I tornei tra computer sono molto interessanti, ma nessuno ha cancellato le partite tra uomini». ”””
   Solo Isaac Asimov scrivendo il famoso romanzo di fantascienza “Trilogia galattica”, grazie agli algoritmi, riteneva che il futuro potesse essere previsto con esattezza e solo Bobby Fischer, allora tredicenne, nella famosa partita contro il maestro americano Donald Byrne, alla diciassettesima mossa, per ragioni che in quel momento erano evidenti solo a lui, sacrificò la Donna riuscendo a dare matto dopo altre ventiquattro mosse.
   Per approfondire l’argomento sull’«intelligenza artificiale», anche sotto l’aspetto scacchistico, si legge ancora con interesse il volume di Jeremy Bernstein “Uomini e macchine intelligenti” ristampato da Adelphi nel 2002 e che raccoglie i testi tratti da “Experiencing Science” (1978) e “Science Observed” (1982).
   (19. II. 2010)

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   (Riflessioni filosofiche sugli scacchi). Dopo “Filosofia negli scacchi” di Giangiuseppe Pili edito come numero speciale da “Scacchitalia” (Febbraio 2010 [2001], pp. 150) ancora un altro saggio filosofico sugli scacchi. Lo scrive Giovanni Gualtieri, con il titolo “Stallo matto” e il sottotitolo “La dialettica degli scacchi come metafora dell’umanità” (Edizioni Polistampa, Firenze, 2009, pp. 110).
   Il titolo è, almeno ritengo e non conoscendo se l’autore è anche uno scacchista, impreciso o, al contrario, solo provocatorio. Tutti gli scacchisti sanno, infatti, che “stallo” e “matto” indicano due momenti della partita completamente differenti, anche se non sempre, almeno per alcuni principianti, ciò è perfettamente comprensibile. Si ha lo “scaccomatto” quando un Re subisce un attacco di un pezzo nemico e non gli è possibile eliminarlo o di spostarsi in altre case perché controllate a loro volta da altri pezzi avversari, oppure occupate dai propri. Chi riesce a darlo vince la partita. Lo “stallo” avviene, invece, in condizioni particolari: quando un Re pur non sotto scacco è costretto, non avendo la possibilità di spostare altri pezzi, a muovere ma non può allontanarsi in altre case contigue perché controllate da uno o più pezzi avversari o occupate dai propri pezzi. Pertanto il Re è costretto a rimanere immobile, altrimenti sarebbe subito catturato dai pezzi avversari. Poiché il regolamento dice che il Re non può volontariamente mettersi sotto scacco e poiché non può muovere altri pezzi, ecco che la partita viene dichiarata patta per stallo, con la spartizione del punto e senza vincitori.
   “Stallo matto”, pur chiarendo tutto ciò ne prescinde in quanto, dopo avere esposto una breve storia degli scacchi e le sue regole, inizia a trasformare il gioco a metafora e filosofia di vita, soprattutto sulla scorta delle intuizioni di Jorge Luis Borges e di un suggestivo legame tra il Bergman de “Il settimo sigillo” e l’ontologia esistenziale di Heidegger e di Kierkegaard. Riflessioni che conducono l’autore a interrogarsi sul “big bang”, sui “buchi neri” e sul significato delle regole che governano l’universo e il suo e nostro destino. Ecco allora che è possibile interpretare gli scacchi e la sua “dialettica” come uno strumento per comprendere il senso del nostro essere nell’universo e, soprattutto, il concetto di “singolarità”. Ogni scacco matto, afferma Gualtieri è in realtà uno “stallo matto”: il Re è vinto e quindi non può muoversi. Ma non può neanche venir “catturato”! Aggiunge: “ogni scaccomatto è in realtà uno «stallo matto» poiché, quando accade, la partita termina all’istante e viene così «pietrificata», senza che in senso ontologico ci siano né vincitori né vinti. Nella nostra vita noi giochiamo la nostra partita a scacchi col destino avendo davanti un’unica prospettiva: quella d’arrivare fino allo stallo matto, ma non oltre. Lo stallo matto rappresenta quindi il vero e proprio «orizzonte degli eventi» della nostra esistenza, le colonne d’Ercole del buco nero di là dal quale non siamo più gli esserci che siamo”.
   Una tesi non sempre condivisibile ma un saggio ugualmente interessante con pertinenti riferimenti scacchistici e con un coraggioso richiamo religioso. Capace di far riflettere sul senso della famosa frase di Albert Einstein “Dio non gioca a dadi con l’universo” ma, piuttosto, “a scacchi”, come ebbe a sostenere Friedrich Dürrenmat in una famosa conferenza al Policlinico Federale di Zurigo. E, sempre con le parole del commediografo, è affascinante aggiungere: “se Dio avesse scelto un gioco di dadi, le regole sarebbero statistiche. Anche l’uomo deve scegliere; il gioco scelto da Dio decide se la sua scelta è quella giusta”.
   (18. II. 2010)

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