LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Settantasettesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    (La natura sfuggente degli scacchi). L’autore di “Ultima traversa”, una delle più piacevoli rubriche di scacchi apparse ultimamente sulle riviste e ricca di disincantata arguzia e intelligente ironia, ci regala un’opera veramente avvincente. E’ del giornalista dell’Ansa, scrittore di saggi legati alla sua attività di cronista e bravo scacchista Mauro Barletta che con “Gli scacchi sono rotondi, disavventure della pratica di un gioco ingovernabile” (Messaggerie Scacchistiche, 2009, pp. 110, € 13,00) s’impegna ad accompagnare per mano il lettore, soprattutto quello convinto “di giocare malissimo”, nel misterioso mondo degli scacchi. Lo fa dispensando “pillole di saggezza” nel suo consueto modo; cioè con atteggiamento educato e con il suo ormai proverbiale buonumore. Come ha sempre fatto compilando mensilmente la sua seguita agenda di scacchi sugli “errori-orrori” praticati nella scacchiera. E, infatti, una parte del materiale è apparsa nella rubrica che cura mensilmente per “L’Italia Scacchistica” e che, ora, nel libro, ha ampliato e sviluppato, aggiungendone molti di nuovi.
    Scrive nell’Avvertenza: «Quello che presento, dunque, è solo un divertissement, una chiacchierata semiseria - mi auguro piacevole - sulla natura sfuggente degli scacchi, sulla loro ingovernabilità. Se c’è del buono, lo deciderà l’eventuale lettore».
    E chi legge decide. Subito. Con grande entusiasmo. C’è molto di buono, apprende divertendosi, avvincendosi, riconoscendosi nelle catastrofi in cui a volte si trasformano le partite. Scopre, dietro la tecnica e le combinazioni del gioco, un mondo complesso e sempre in evoluzione, ricco di cultura e umanità. Rimane, inoltre, felicemente sorpreso già iniziando a leggere le prime pagine del “Preludio” dove si ricerca “la prima mossa migliore in assoluto” e scoprire sarcasticamente che è « 1. Ca3!! Sissignori …bene. 1. Cb1-a3. Occhio …punteggiatura: 1. Ca3!! Due punti esclamativi. Mossa fortissima. Devastante. Non ci credete? Abbiamo le prove». Almeno secondo lo stupefacente risultato del database, come meglio e sorprendentemente spiega l’Autore. A parte i pregi e i molti difetti delle statistiche sbandierate nei database e costatare che nessuno è stato ancora capace di suggerire, tranne Fischer con l’apodittica mossa del pedone di Re, qual è la prima mossa migliore in assoluto, il volume di Barletta è ricco d’inesauribili scoperte e sagge riflessioni.
    Si dimostra, infatti, sempre con seria ironia e con l’esame puntiglioso di sessanta partite complete ricche di diagrammi e di oltre altrettante miniature tratte da partite magistrali, che “la fortuna a scacchi esiste”; si spiega “perché è così difficile battere i forti”; si racconta “di chi abbandona troppo presto”; si proclama “che la storia dei campionati del mondo è lardellata di errori grossolani”; si illustra, finalmente e come ultima freddura, “l’esito di un esperimento parascientifico che ha permesso di individuare l’apertura perfetta”.
    Una lettura gustosissima e nello stesso tempo molto istruttiva. I riferimenti, anche bibliografici, sono solidi e pertinenti. La migliore teoria, soprattutto quella consolidatasi duecento anni fa con i “maestri” della scacchiera, è sempre ben presente e puntualmente citata. A essa Mauro Barletta sembra continuamente attingere per rendere affidabili le scelte vincenti sulla scacchiera. Quasi seguendo il detto di Reti che «la verità scacchistica molto spesso è nelle idee più che nelle varianti» così come ha magistralmente divulgato Giorgio Porreca in quel capolavoro - datato ma ancora attualissimo - del suo “Manuale teorico-pratico delle aperture”. Semplici scelte e mosse logiche, a volte, inspiegabilmente sfuggite anche ai grandi campioni e con esemplare limpidezza spiegate ai lettori. Molto di più di quanto possa essere fatto affidandosi ciecamente ed esclusivamente ai computer scacchistici e alle varianti mnemoniche da informatore. Consigli che ci spingono, nonostante tutto e a dispetto della nostra incapacità di trovare sulla scacchiera “mosse forti” o pur scioccamente soccombendo davanti a un innocuo avversario e “con una partita vinta”, di seguitare a giocare e amare “il gioco più ingovernabile e ingegnoso del mondo”.
    Leggo, al riguardo, con spirito quasi di consolazione, la riflessione che trascrivo: «A tutti i livelli si vedono ancora oggi giocatori tirare avanti tranquillamente con pedoni o pezzi in meno augurandosi che un avversario stremato, annoiato o stizzito faccia qualche fesseria. Ma niente moralismi. Fa parte del gioco. Se avete già un po’ di pratica con pezzi e scacchiera (una partita amichevole al circolo, la sfida per un piazzamento di prestigio al campionato sociale, un open valido per l’Elo, un’olimpiade, la coppa del mondo; qualunque cosa, non fa differenza) sarà capitato anche a voi. Perdere, è ovvio, non fa piacere a nessuno, e non c’è da stupirsi se un giocatore vuole rimandare il più possibile l’appuntamento con lo zero. Superprofessionisti compresi». Gli scacchi, appunto, “sono rotondi”.
    Piace, per ultimo, riportare quanto Marco Travaglio ha scritto nella prefazione del precedente libro di successo di Barletta, “Il calcio in farmacia. La Juventus e le altre squadre. Le inchieste sul doping. I documenti. Le testimonianze”, che tanto interesse ha suscitato e che bene può riferirsi anche al volume che abbiamo in mano: «questo libro ha molti meriti. Anzitutto, non è scritto nel consueto sanscrito degli esperti, ma è leggibile da tutti, specialmente dai non addetti ai lavori». Dove qui i “non addetti ai lavori” sono i comuni scacchisti di circolo che giocano malissimo, “anche se qualche grande maestro molto forte vuole leggerlo è il benvenuto”.
    Con questo libro, ritengo, è stato aggiunto un altro efficace tassello per restituire al «al Re dei giochi» non solo la ricchezza del suo antico fascino ma la metafora di una filosofia di vita per poter continuare a sognare. Almeno sulla scacchiera.
    (15. XI. 2009)

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    (Una nuova novella degli scacchi). Una recensione attira la mia attenzione. E’ apparsa, a firma di Anna Davini, sul quotidiano “Messaggero Veneto” del 13 gennaio 2009, a pagina 15, con il titolo “Se un pomeriggio d'inverno un giocatore affronta l'esistenza alla scacchiera”. Ordino il libro direttamente alla casa editrice. Non so nulla del suo autore. Apprendo che è un giovane scrittore viennese, appassionato giocatore di scacchi sin da piccolo e considerato una fra le voci più originali della letteratura contemporanea austriaca.
    Il trentasettenne Thomas Glavinic, con “La sfida di Carl Haffner” (titolo originale: Carl Hoffners Liebe zum Unentschieden, 1998, traduzione di Sarina Reina, casa editrice Beit, Trieste 2009, €14,00), scrive una nuova e affascinante novella degli scacchi. Racconta delle dieci partite che Lasker e Schlechter giocarono tra Vienna e Berlino dal 7 gennaio al 10 febbraio del 1910, finite in assoluta parità. Partite che costituiscono, ancora oggi, una tra le più entusiasmanti pagine della lunga storia degli scacchi per la conquista del titolo mondiale. Come scrivono Chicco e Porreca nel loro insigne “Dizionario enciclopedico degli scacchi”, il match ebbe uno svolgimento drammatico per la “condizione capestro” imposta da Lasker, allora detentore del titolo da ben sedici anni. La vittoria sarebbe stata ugualmente assegnata, infatti, al detentore anche in caso di sconfitta con il minimo scarto. Schlechter in vantaggio nella quinta partita si trovò nella necessità, dopo altre quattro patte, di rischiare nell’ultima e in una posizione a lui favorevole, per ottenere la vittoria e il titolo. E perse. Glavinic, scrivendo l’affascinante novella, ci restituisce le tensioni di quell’incontro insieme alla fine del ciclo storico della felice epoca viennese e allo sciagurato retaggio della Prima Guerra Mondiale.
    E’ il suo romanzo d’esordio, ispirato alla figura del grande scacchista austriaco Carl Schlechter, nel racconto denominato con il nome di fantasia Carl Haffner, che ha suscitato, sin dal suo apparire, un grande interesse. Il libro, presentato ai lettori italiani in sobria e raffinata veste grafica tra i primi titoli della “collana di narrativa” della nuova e promettente casa editrice triestina, è stato già tradotto con successo, in inglese, tedesco e olandese.
    Bene. Siamo nel «gennaio 1910 e quel giorno si sarebbe tenuta a Vienna la prima partita del campionato mondiale di scacchi fra il tedesco Emanuel Lasker e lo sfidante austriaco Carl Haffner». Il campione di scacchi e giornalista Hummel legge, con grande soddisfazione, l’articolo che aveva scritto per la sua rubrica scacchistica. Parla dell’incontro che sta per cominciare e lo fa iniziando a raccontare di un uxoricidio avvenuto «la settimana scorsa nel distretto di Simmering». Non è per niente bizzarro tale incipit del romanzo. Infatti, subito dopo si chiarisce che «Hummel avrebbe scritto qualunque cosa pur di far apprezzare il gioco al lettore comune. I suoi titoli a effetto inducevano a credere di avere aperto il giornale alle pagine di cronaca locale. Senza pudore soleva attribuire aneddoti a tutti i migliori scacchisti. Al fine di sedurre i suoi lettori azzardava paragoni davvero convincenti fra gli scacchi e il tiro alla fune, la pittura, il gioco dei tarocchi e perfino il valzer, formulando in malafede affermazioni audaci quanto ingenue».
    Per il giornalista e scacchista Hummel è il tempo di esibire, con trasporto e orgoglio, il “miglior rappresentante della Scuola di scacchi di Vienna”. Un tipico intellettuale mitteleuropeo della "belle époque"; un autentico gentiluomo degli scacchi, colto e raffinato. «Il suo gioco è tranquillo e discreto, perfettamente conforme al suo carattere. Si astiene dalle offensive rischiose ed evita le mosse avventate». Si impegna a seguirlo per tutta la sfida, sicuro di trascinare tutti i viennesi verso l’evento.
    Glavinic tratteggia la bella figura di questo grande scacchista, che Richard Reti annovera tra i “maestri della scacchiera”, con una prosa attenta, così come il suo passato e la sua storia familiare, sino alla triste fine. Sono ottimamente tratteggiati anche tutti i personaggi che gravitano nella vicenda, insieme alla descrizione di un periodo che iniziava a contagiare più di un motivo d’inquietudine per il futuro della storia europea del Novecento.
    Un bel racconto che riscatta, affidando la storia di Carl Haffner alla poesia e alla letteratura, l’esito di una memorabile e ingiusta sfida. Una novella avvincente anche per chi non è scacchista perché il gioco assume il compito di rappresentare una perfetta metafora della vita e il simbolo della fine di un’intera epoca.
    (18. XI. 2009)

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    (“Teatro e scacchi”). Sembra che gli scacchi, paradossalmente e almeno in questi giorni a Catania, si siano trasferiti dalle sue tradizionali sedi nei palcoscenici dei teatri locali. Mentre, infatti, nel Teatro Stabile è appena iniziata la rappresentazione di “Diceria dell’untore”, tratta dall’omonimo romanzo di Gesualdo Bufalino dove come tutti sanno sono utilizzati espliciti riferimenti sul gioco come metafora dell’esistenza, in un altro si continua a recitare “Scacco Matto… al Re”.
    E’ di quest’ultimo spettacolo che vorrei accennare, dopo aver subito chiarito che nel capoluogo etneo, ormai da qualche anno, non esiste più neanche un circolo di scacchi e dove il millenario gioco tende a essere sempre meno praticato e tenuto in considerazione. Nei cinque circoli cittadini esistenti si sono chiusi gli ingressi e spente le luci, definitivamente. Sembra per sempre. Alcuni circoli si sono trasferiti in provincia, altri hanno qui mantenuto l’affiliazione alla Fsi ma in modo solo “virtuale” raggiungendo, per strani motivi e pur non svolgendo attività alcuna, il numero minimo d’iscritti con l’aiuto di parenti e amici compiacenti. In definitiva, almeno a leggere i dati dell’anno in corso forniti dalla Federazione, nella provincia di Catania, che vede 271 tesserati come agonisti, esistono 10 circoli, di cui solo 3 dislocati nel capoluogo etneo e uno che, pur mantenendo la sede in una frazione del capoluogo, svolge la sua attività in un paesino ai piedi dell’Etna, limitatamente nelle tarde ore serali per due giorni la settimana e in locali non esclusivi, utilizzati da un partito politico. Di questi tre, che accolgono in tutto 56 soci, mediamente 19 soci per circolo, due, almeno all’indirizzo ufficialmente segnalato, sono sconosciuti e l’ultimo apre unicamente, e non sempre, in un giorno la settimana e nelle ore pomeridiane.
    Naturalmente, tranne qualche torneo di poca importanza e stando così le cose, a Catania non esiste più alcuna attività per far crescere gli scacchi, formare nuovi scacchisti, coinvolgere i giovanissimi o possibilità di incontrare compagni di gioco. Una triste realtà che s’inserisce nella deriva culturale e sociale cittadina che, per altri versi e le bellezze della sua antica storia, rimane tra i più splendidi capoluoghi siciliani e meritevole di migliore fortuna.
    Sono quindi particolarmente soddisfatto che, almeno nei teatri della mia città e per un vasto pubblico, il gioco degli scacchi torni a essere ricordato in qualche modo e con l’aiuto dell’arte ai suoi abitanti che in passato l’hanno amato con grande passione e intelligenza, raggiungendo una consolidata fama.
     “Scacco Matto… al Re”, scritto e diretto dal giovane regista Nicola Costa e rappresentato con grande successo nel piccolo e caratteristico “Teatro del Tre”, è uno spettacolo che si sviluppa in un percorso civile di grande attualità e che è racchiuso nel progetto “Teatro e Legalità”, fortemente sostenuto dal Garante per i Diritti del Detenuto della Regione Siciliana. S’inserisce, inoltre, in un momento mai come oggi posto all’attenzione di tutti come dimostrano le due giornate di protesta degli avvocati penalisti, appena concluse, per la legalità della pena e per denunciare la disumanità di ogni trattamento penitenziario.
    La rappresentazione offre un’unica scena di una nuda cella per raccontare il riscatto umano, nell’immaginario carcere di Poggio Moscato, di un detenuto condannato a una pesante pena per associazione mafiosa, in regime d’isolamento. La redenzione avviene grazie a una lunga partita a scacchi fra lui e un agente di custodia. La passione comune per il gioco riesce, infatti, non solo a far nascere un’insolita amicizia ma anche il reciproco rispetto e consentire di superare il rapporto di subordinazione che esiste tra i due. Entrambi, in questo confronto umano scandito dalle mosse della partita, giorno dopo giorno, anno dopo anno, riusciranno a assaporare i valori veri della vita: per uno, la riconquista della meritata libertà per buona condotta e, per l’altro, la consapevolezza di aver compreso e rispettato un “diverso”, forse a sua volta vittima della necessità e del disadattamento. Un tema delicato e importante che Costa ha ideato con umana responsabilità e realizzato in modo semplice ma inconsueto, con tutti gli attori ben consapevoli della parte loro affidata. In particolare, è perfettamente riuscita l’efficacia con la quale il gioco degli scacchi, sin dall’inizio, è stato messo in primissimo piano e la bravura per averlo conservato per tutto il corso dello spettacolo e sino alla battuta finale, insieme a usi e costumi di un mondo triste, sconosciuto ai più.
    Dice Costa nelle sue “Note di Regia”: “la drammaturgia, la tecnica, l’arte della recitazione sono stati dei veri e propri strumenti di lavoro per fotografare una «semplice» istantanea di un qualunque momento di vita vissuto e consumato all’interno della dimensione carceraria. Il teatro, in fondo, serve anche a questo: permettere alle emozioni di divenire fondamenta per la nostra esistenza”.
    Un teatro, con funzione sia ludica sia sociale, che sarà anche rappresentato all’interno del Carcere di massima sicurezza di Bicocca a Catania. Un’istituzione non nuova, per altro, a inserire il teatro e gli scacchi tra gli strumenti di formazione educativa dei detenuti. In anni passati destò non poca curiosità l’avvenimento di un corso di scacchi che il Grande Maestro Igor Naumkin, abituale frequentatore dei tornei italiani, fece, tramite la lungimiranza del direttore, all’interno della struttura carceraria e che culminò con un torneo interno.
    Peccato che nella mia città, restando al di fuori dai teatri e dalle carceri, si continua a non poter avere un posto per giocare, discutere di scacchi e veder crescere nell’educativo gioco i giovanissimi. Agli scacchisti catanesi rimane, almeno, la consapevolezza di aver partecipato, assistendo allo spettacolo, a un momento significativo per la crescita civile del nostro Paese.
    (30. XI. 2009)

(Nota: l’appunto, con il titolo “Catania, scacchi a teatro” è apparso, in “stile giornalistico” alquanto più breve e a mia firma, sulla rivista “L’Italia Scacchistica” nella rubrica “Notizie dall’Italia e dal mondo”, fascicolo di Dicembre 2009, Annata 99, N. 1213, pp. 471-472. 25/XII/ 2009.-).

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    (Lo sport ha una sola razza, quella umana). Mi rattrista leggere su “La Stampa” del 27 novembre 2009, a pagina 54, sotto il grande titolo “Sotto scacco” l’articolo di Paolo Brusorio sui vergognosi cori contro Mario Balotelli a Bordeaux.
    Balotelli, per chi come me non segue abitualmente il calcio e va dietro alle notizie solo per i riflessi sociali e umani, è un diciottenne giocatore di calcio dell’Inter e della Nazionale italiana Under 21, cittadino italiano e felice di indossare la maglia azzurra. E’ nato a Palermo da una coppia d’immigrati ghanesi e affidato dal Tribunale per i minorenni alla famiglia Balotelli di un paesino in provincia di Brescia.
    E’ solo vergognoso costatare come una persona di pelle nera non più invisibile come tanti altri, non possa essere considerato “uno di noi”, come ha annotato John Foot, professore di Storia moderna italiana e autore di un fortunato saggio di storia del calcio in Italia che analizza le sue influenze nella vita politica, sociale ed economica della nazione. E’ qui che si misura la civiltà di un popolo e gli stadi italiani, purtroppo, hanno cessato di essere la festa della domenica e sono diventati solo lo specchio del raccapriccio dello sport.
    E’ tempo che i “tifosi” del calcio, anzi la parte malata di costoro, smettano di tenere in ostaggio un intero sistema. Altrimenti, sotto scacco, finirà l’intero Paese.
    (2. XII. 2009)

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    (Le pulsioni del collezionista). Un “collezionista”, di pezzi di scacchi o di libri o di francobolli o di qualsiasi altra natura, raggiunge la felicità quando riesce a trovare oggetti, magari insignificanti, ma, almeno per lui, importanti e desiderati da tempo. Le pulsioni e i comportamenti di simili soggetti sono, infatti, curiosissimi. Più di tutti, tali passioni, li ha saputi raccontare con velata ironia e acuta partecipazione il famoso collezionista di ceramiche Champfleury (pseudonimo di Yules-François-Felix Husson Fleury, Laon 1821 - Parigi 1889, organizzatore delle collezioni de “La Manufacture Nationale de porcelaine a Sèvres”, da allora il più importante museo di ceramiche in Europa) nel suo straordinario e singolare racconto “Il violino di faenza” (“Le Violon de faïence”) pubblicato a puntate nel 1861 sul giornale parigino “La Presse” e in volume l’anno dopo. La casa editrice Sellerio lo ha felicemente reinventato mandandolo in libreria, per la collana «Il divano», nel 1990 nella traduzione di Maria Gulì Croci e a cura di Vittorio Fagone, con i disegni a colori di Emile Renard e le acqueforti di Jules Adeline, tratte da un’edizione del 1877. E’ la storia, vera, del ritrovamento e del possesso di un raro violino di ceramica di faenza, dal nome della città italiana che in molte lingue designa i manufatti in maiolica.
    A conclusione dei miei “appunti” del 2009 (ancora un altro anno: come trascorre veloce il tempo!), nel salutare i miei eventuali due o tre lettori insieme agli amici collezionisti, augurando loro un sereno Natale e un felice Anno Nuovo, trascrivo dalle pagine 156 e seguenti un efficace frammento del racconto. Forse uno dei pochissimi che analizza gli atteggiamenti, le tensioni e, a volte, il dramma del collezionista. In attesa, come accade al protagonista alla fine della storia, di trovare “la norma di una esistenza senza ansie e rovelli”.

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    «Non soltanto il violino era un pezzo unico, possedeva anche una qualità molto rara in ceramica, cioè verginità di forma e di colorazione in tutto l’insieme. Nessuna bruciacchiatura! Nessuna sbavatura di colori fuori dal disegno tracciato.
    Era un pezzo intatto, di valore inestimabile, giacché le raccomandature, le legature, le parti ridipinte, la vernice sostituita allo smalto, il gesso della terracotta, sono troppo frequenti nelle collezioni degli appassionati, che si preoccupano più dell’apparenza che della realtà.
    A parte le corde, il ponticello e le viti per tenere le corde, tutto lo strumento era di faenza. Dalègre ricordò l’eccessiva prudenza che aveva avuto un tempo Gardilanne nell’imballarlo e lo strumento, adagiato mollemente nella sua scatola, fece il tragitto da Parigi a Nevers sulle ginocchia del suo nuovo proprietario.
    I concittadini di Dalègre capirono dalla sua faccia che le preoccupazioni erano svanite una volta per tutte, e per sempre, per lasciare il posto a uno stato d’animo più felice. […] Non era più lo stesso uomo; il viaggio l’aveva ringiovanito, la sua faccia faceva piacere a guardarla. […] Dalègre rincasò verso le quattro, per avere il tempo di appendere trionfalmente il suo violino e di goderselo durante la cena.
    Chi non ha osservato un collezionista in certe ore, non può sapere che cosa accade nell’animo di questi uomini. Niente, in una collezione di oggetti rari, è sacrificato al caso: profonde meditazioni determinano se una pipa cinese dev’essere collocata sopra un rospo del Malabar. In questo Dalègre era meticoloso. Doveva stare attento a non far sparire il violino mettendogli vicini faenze disperate. Poiché il violino aveva una decorazione monocroma, era importante tenere lontani i pezzi a colori smaglianti.
    Tutto nell’appartamento doveva essere sacrificato al violino: Dalègre pensava, anzi, a ragione, che sarebbe stato prudente cambiare la tappezzeria della stanza per far risaltare il violino di faenza su un parato di tono neutro, come pure la meraviglia doveva essere appesa abbastanza in alto perché i profani non potessero raggiungerla con la mano, e abbastanza in basso affinché, salendo su uno sgabello, il proprietario potesse farla ammirare in ogni suo aspetto.
    Alle sei la vecchia Marguerite era venuta già due volte ad annunciare la cena e non osava più riprovarci, perché un gesto reciso di Dalègre l’aveva allontanata come se il collezionista fosse stato disturbato nel momento in cui cambiava il volto dell’Europa. Cambiava di posto le sue faenze. Ma i capelli all’indietro, l’occhio acceso, il volto arrossato, testimoniavano quale importanza Dalègre annetteva a quella sistemazione. […]
    Dalègre aveva altro da pensare. Doveva alzare di tono il violino di cui, per precauzione, aveva allentato le chiavi durante il viaggio e si mise ad accordarlo come un comune strumento.
    Tese più o meno le corde, Dalègre prende un archetto e vuol trarne degli accordi; ma i suoni attutiti dimostrano che il ponticello è mal regolato. Per sistemarlo Dalègre è costretto a sforzare di nuovo i cavicchi del violino.
    Tutt’a un tratto, durante questa operazione, si ode un sinistro scricchiolio.
    La tavola di faenza cede, cade, va in mille pezzi, e Dalègre, stupefatto, resta col manico dello strumento in mano! Rimane muto per un attimo.
    Il furore si impadronisce di lui; […]
».
    Poi il dramma, la reazione inconsulta, la distruzione delle faenze appese alle pareti, la malattia della depressione e, infine, nel ricordo “dell’azzurro mirabile e seducente dei decori della ceramica”, la guarigione grazie al “celeste intenso degli occhi dei figli amatissimi”.
    (16. XII. 2009)

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