LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Settantacinquesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    (“I duellanti”). L’intera pagina 22 de “il Giornale” del 21 settembre 2009 ospita un interessante articolo di Luigi Mascheroni su una sfida celebrativa che inizia oggi nella città spagnola di Valencia tra due grandi “duellanti”. Non con la sciabola o le armi come avvenne tra i due ufficiali ussari francesi, il nobile D'Hubert e il plebeo Feraud, nell’epica sfida che attraversò tutte le campagne napoleoniche nel film tratto dal celebre racconto di Joseph Conrad “Il duello”, ma con gli scacchi. Uno strumento meno sanguinario ma non per questo meno violento. Anzi, a detta di alcuni, il più violento in assoluto. Già il titolo entra nel vivo della notizia e rimanda a un’antica storia, non meno affascinante, nata con il ritiro di Bobby Fischer: “I duellanti Kasparov-Karpov e la partita che non vuole finire”. Un avvenimento presentato con la grande riproduzione fotografica che ricopre, in alto, cinque delle otto colonne dell’articolo. Seduti davanti alla scacchiera, sono immortalati, uno di fronte all’altro, Garry Kasparov e Anatolij Karpov ancor giovani e all’inizio del loro lungo primo confronto, alle ore 17 del 10 settembre 1984, “nel glaciale silenzio della sala delle Colonne, al Cremlino”. Uno scontro formidabile durato 48 partite senza vinto né vincitore. Il sommario è ancora più preciso. Recita: “I due scacchisti tornano a battersi 25 anni dopo l’epica sfida di Mosca durata 5 mesi. Solo uno sport così violento può generare un «odio» eterno”. Una notizia che ha suscitato un enorme interesse con sorpresa degli stessi protagonisti e degli addetti ai lavori.
    All’epoca il “ribelle” Garry Kasparov, che sarebbe stato campione del mondo dal 1985 al 1991 per l’Urss e poi fino al 2000 per la Russia, aveva appena 21 anni. Oggi ne ha 46 ed è impegnato in politica sul fronte anti-Putin. Anatolij Karpov, “pupillo del regime sovietico” e campione del mondo Fide dal 1975 al 1985 e dal 1993 al 1999, aveva 33 anni. Oggi ne ha 58 e si dedica preferibilmente agli affari. La manifestazione si svolgerà presso la “Città delle Arti e delle Scienze”, magnifico complesso di architettura moderna progettato dall’architetto Santiago Calatrava, autore tra l’altro del discusso Ponte della Costituzione sul Canal Grande di Venezia. Abbinato all’evento un importante simposio internazionale basato sul lavoro dello storico degli scacchi José Antonio Garzón, che sostiene come gli scacchi moderni, in particolare l’introduzione della figura della donna con le sue attuali caratteristiche di movimento, siano nati a Valencia nel XV secolo.
    Non solo “il Giornale” ma anche altri quotidiani, tra ieri e oggi, commentano la notizia, più o meno ampiamente. “La Gazzetta dello Sport” del 21 settembre 2009, a pagina 43, pubblica “Kasparov-Karpov bis 25 anni dopo”; Il Messaggero titola “Scacchi, Karpov contro Kasparov: 25 anni dopo riprende la sfida infinita” e “Il Corriere della Sera” con “Kasparov contro Karpov, 25 anni dopo”. Ancora, con più completi articoli, “la Repubblica” del 23 settembre 2009, a pagina 48, con “Scacchi, il ritorno degli zar torna la sfida Kasparov-Karpov” di Leonardo Coen e “l’Unità” online del successivo 24 con “1984-2009, la sfida infinita” di Adolivio Capece.
    Nel pomeriggio di oggi, 22 settembre 2009, inoltre, si è parlato di scacchi e ancora della sfida “Karpov-Kasparov: 25 anni dopo, la nuova sfida tra i due campioni di scacchi” nella trasmissione “Radio City” curata da Stefano Mensurati, in onda su “Radio Rai 1” Un programma che doveva andare in onda sabato scorso e che è stato rinviato per consentire, in diretta, l’arrivo e il ricordo dei nostri militari uccisi a Kabul. Nel corso della trasmissione sono stati intervistati anche Alessandro Sanvito, unico storico italiano invitato al simposio “Valencia Cuna del Ajedrez Moderno” svolto in concomitanza con la competizione, il musicista Ennio Morricone e Adolivio Capece che ha definito la sfida per il Campionato del mondo iniziata nel settembre del 1984 “il più estenuante torneo della storia”. La trasmissione è proseguita la mattina del 26 successivo con “E per un regno una scacchiera” nel corso della trasmissione “Inviato speciale”, sempre su “Radio Rai 1”, a risultati conosciuti. Il tempo nelle partite rapide è un elemento essenziale, come afferma Capece, e Karpov, più anziano di Kasparov, è stato visto sempre in affanno. Sembra che ci sarà un seguito in Francia e in altre città europee. L’unica cosa disdicevole è il poco spazio che Mensurati ha dedicato all’argomento. Penso, proprio per credere nella “seconda giovinezza” degli scacchi in Italia, che la notizia del nuovo duello scacchistico tra le due “K” poteva meritare qualche minuto in più. Ma, non potendoci tutti trasferire a Valencia, una città che ha già ospitato altri importanti eventi scacchistici, è già notevole aver sentito per radio parlare di scacchi. Mi auguro che la trasmissione sia stata seguita da molti perché veramente interessante e ben condotta. Notevoli gli interventi di Alessandro Sanvito, che a Valencia ha discusso la relazione “El profesor de ajedrez español en la corte de Lucrecia Borgia” e di Ennio Morricone che ha ricordato il suo rapporto con il gioco.
    Il primo, tra i più grandi esperti di storia degli scacchi, ha spiegato come gli “scacchi moderni” sono nati in Spagna, proprio a Valencia alla fine del ’400, dando potenza alla donna e all’alfiere e, in seguito, sono subentrati gli italiani. Importante, in questa evoluzione del gioco, è la figura di Lucrezia Borgia (Subiaco, 18 aprile 1480 - Ferrara 24 giugno 1519) figlia del cardinale spagnolo Rodrigo Borgia, arcivescovo di Valencia e poi divenuto papa con il nome di Alessandro VI. Ebbe, sembra, come maestro di scacchi lo spagnolo Francesco Vicent, autore del primo manuale scacchistico a stampa, andato perduto. Si è soffermato, inoltre, su altri personaggi illustri come Leonardo da Vinci, il grande matematico Luca Pacioli, Boccaccio e Tasso che conoscevano sicuramente il gioco degli scacchi.
    La grande scuola italiana, purtroppo, non ha saputo far tesoro della lunga tradizione, anche se Capece è intervenuto affermando che il gioco attraversa in Italia una “seconda giovinezza”. Cita, in proposito e come dimostrazione, i quarantamila ragazzi che praticano il gioco e gli avvenimenti in programma in questo periodo come il Festival della Scienza a Genova dove è previsto il nuovo incontro di Elena Sedina contro il computer e la presenza di Fabiano Caruana, tra i più giovani Grandi Maestri sotto i 18 anni. Avvenimenti che lasciano sperare e fantasticare, afferma Capece, per riconquistare il tempo perduto.
    Ennio Morricone, nel suo intervento, si è definito, come scacchista, “una schiappa”. Ma, simpaticamente, definisce gli scacchi un gioco “cavalleresco e spirituale” che ha apprezzato studiando da giovane il libro del Salvioli. Nel corso dell’intervista radiofonica, inoltre, ha dato una tra le più appropriate definizioni degli scacchi: “un gioco talmente fantastico che anche le schiappe si divertono a praticarlo”. Quasi restituendo al gioco la “sacralità del divertimento” e aggiungendo, convinto, che il “più alto ideale degli scacchi è la patta, l’unico modo per arrivare alla meta insieme”.
    A proposito di Valencia e della nascita degli scacchi moderni, colgo qui l’occasione per segnalare un importante saggio storico pubblicato nel 2005 dalla Generalitat Valenciana - Fundació Jaume II el Just. Il libro lo scrive José A. Garzón e ha per titolo “El Regreso de Francesch Vicent, la historia del nacimento y expansión del ajedrez moderno”. Sono 500 pagine straordinarie sullo scenario rigoglioso dei secoli XV e XVI e presentate dal Campione Mondiale di Scacchi Anatolij Karpov. Un libro affascinante, scrupoloso, denso di antichi documenti, preziose citazioni tratte da manoscritti molti italiani, ricco di diagrammi e riproduzioni di antiche stampe, veramente curato nell’impaginazione e destinato non solo agli scacchisti ma a tutti gli amanti della cultura e della storia. Il lavoro è la dimostrazione, sicura e affidabile, che Valencia fu il centro propulsore degli scacchi moderni, prima nel territorio spagnolo e, dopo, in Italia e Francia. Particolare importanza, inoltre, è data al segorbino Francesch Vicent che compilò il primo trattato sui nuovi scacchi nel mondo con il titolo de “Llibre del Jochs Partitis dels Sachs en nombre de 100”, scritto in vernacolo e stampato nella tipografia di Lope de la Roca il 15 maggio del 1495.
    Infine, l’amaro sfogo di Garry Kasparov che in un’intervista a “Europe-Échecs”, ripresa dal sito di ChessBase, ha affermato: “E’ tragico che una sfida Karpov-Kasparov, 25 anni dopo il primo Mondiale, 5 anni dopo il mio ritiro e ora che Karpov non è più tra i migliori, risulti il più grande evento scacchistico dell’anno. Questo dimostra che c’è qualcosa di sbagliato negli scacchi di oggi e dovrebbe far riflettere gli organizzatori, la Fide e tutti gli scacchisti.”
    Appunto, è il tempo e l’occasione per riflettere. Senza dimenticare che la possibilità di parlare e discutere nuovamente di scacchi, perfino alla radio, è stata data proprio dall’aver offerto all’attenzione del mondo un semplice incontro di scacchi, ma tra due grandi campioni.
    (27. IX. 2009)

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    (Un antico torneo). Sono sempre benvenuti i libri che raccolgono fatti, episodi e partite di scacchi poco conosciuti. Un modo per non disperdere la memoria, conoscere l’evoluzione del gioco e, per chi si rivede tra i protagonisti, una simpatica occasione di un amichevole “amarcord” o un ricordo di un’epoca affascinante e ormai scomparsa.
    Il Festival di Imperia è tra le più antiche manifestazioni scacchistiche italiane e vanta una straordinaria continuità. Nato nel lontano 1959 fu voluto dall’allora presidente Bruno Viano e incoraggiato dal mitico direttore de “L’Italia Scacchistica” Giovanni Ferrantes. Adesso, uno dei protagonisti della sua storia, presente in 48 edizioni del torneo e vicepresidente del Circolo scacchistico imperiese da oltre 20 anni ha celebrato, in un bel volume formato A4, un rilevante traguardo dell’ormai illustre torneo. E’ il bravo scacchista Antonino Faraci, che scrive “I 50 anni del Festival internazionale Scacchistico di Imperia 1959-2008”, Edizioni Ediscere, Verona 2009, pp. 240. Il sottotitolo è ancora più chiaro: “Le 50 edizioni commentate con aneddoti, classifiche, galleria fotografica, 300 partite ed un’appendice ricca e interessante”. C’è, quindi, se non tutta, la parte migliore della storia degli scacchi della ridente città ligure vista con gli occhi attenti e appassionati di un suo eccezionale protagonista.
    Scrive Faraci nella presentazione del volume: “Dopo non pochi ripensamenti, ho deciso di adottare una formula inconsueta per lo stile narrativo, consistente nel presentare ciascuna delle cinquanta edizioni mediante una cronaca sintetica, narrata al presente, in stile diario personale del sottoscritto -peraltro unico testimone di tutte le edizioni - ricca di episodi, aneddoti, a volte curiosi, a volte divertenti”.
    Utile, inoltre, la ricca appendice dedicata agli annulli filatelici, alle cartoline postali, al concorso nazionale di pittura, alla raccolta dei bandi, ai profili dei presidenti del Circolo, le statistiche e l’indice dei giocatori e delle fotografie.
    Un altro tassello si aggiunge per meglio conoscere la nostra storia scacchistica.
    (29. IX. 2009)

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    (Eroi che ci lasciano). Sono molti gli ebrei che, or non è molto, nel terribile evento che fu la Shoa e le persecuzioni naziste, hanno dovuto affrontare con la scacchiera della vita sconvolgenti partite. Le pagine di storia e di letteratura sono ricche di innumerabili esempi, spesso spietati. Non sarà mai possibile dimenticare i libri testamento di Primo Levi, i fogli del diario di Anne Frank, le amare pagine di Sándor Márai, le ricerche di Simon Wiesenthal, le riflessioni di Hannah Arendt, i ragionamenti di Enrico Deaglio e ancora i forti racconti e romanzi di Fred Uhlman, Stefan Zweig, Paolo Mausering e Icchokas Meras. Spesso, in alcune di quelle pagine, il gioco degli scacchi, apertamente e mirabilmente raccontato, è riuscito a compendiare, più di ogni altra manifestazione dell’uomo, la crudele situazione alla quale l’individuo si è dovuto aggrappare per non diventare folle o, coraggiosamente, per sfidare apertamente la morte con una vittoria o una sconfitta e ristabilire la verità e la dignità offesa.
    Una di queste drammatiche partite fu affrontata non su una scacchiera ma a Varsavia, colta e felice città prima dell’apocalisse dell’ultima guerra mondiale e della sua totale distruzione, da un giovanissimo Marek Edelman. “Marek Edelman è morto venerdì sera a Varsavia all’età di 87 anni. Era uno dei pochi sopravvissuti all’eroica insurrezione del ghetto di Varsavia nel ’43: uomini e donne che, se pur votati allo sterminio nazista, decisero di morire con le armi in pugno, mettendo in scacco per parecchie settimane l’esercito nemico e dando un segnale di coraggio e dignità a tutta l’Europa”. Lo scrive Francesco M. Cataluccio nell’intenso e partecipe articolo, “Marek Edelman eroe del ghetto” sulla “Domenica” de Il Sole 24 ore, 4 ottobre 2009, N. 273, a pagina 36.
    Un emozionato articolo per ricordare un fulgido esempio nel tentativo di vincere la strategia della paura e del terrore.
    Una lettura, aggiungo, ancora più drammatica se rievocata insieme al rapporto che lo sventurato ufficiale delle “Schutzstaffeln” (SS) Jürgen Stroop compilò per Himmler con il titolo «Il ghetto di Varsavia non esiste più», contenente anche l’album fotografico delle strazianti immagini della distruzione del ghetto e che internet consente, oggi, di consulare (http://it.wikipedia.org/wiki/ J% C3%BCrgen_Stroop). Per riflettere e mai dimenticare.
    (4. X. 2009)

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    (Scacchi, delitti e politica). Claudio Bressani scrive da Vigevano, “Stasi, scacco matto all’accusa. I periti nominati dal giudice scagionano l’imputato: demolito il lavoro dei pm” su “La Stampa” di martedì 29 settembre 2009, a pagina 6. Senza nulla togliere alla bravura del cronista occorrerebbe, però, la penna di Carofoglio per raccontare le crude pagine di una vicenda processuale penale così ingarbugliata e penetrante. E non solo per gli articoli di cronaca giudiziaria ma anche per quelli che trattono di politica. Leggo, infatti, dopo pochi giorni, l’articolo “Scacco a Tonino in due mosse” di Giovanni Fasanella su “Panorama” dell’8 ottobre 2009, alle pagine 70-73. Ma forse, senza lasciarsi incantare dal titolo, è meglio leggere sul lato oscuro del partito di Di Pietro e della sua leadership l’inchiesta di Marco Zerbino apparsa sulla rivista “MicroMega” (5/2009).
    (8. X. 2009)

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    (Storia del gioco). Il 23-24 aprile 2004 si è svolto a Treviso un seminario della Fondazione Benetton, sul tema del gioco e della sua storia, con l’obiettivo “di esplorare in una prospettiva globale e di lungo periodo i piani assai diversi, che hanno visto e vedono il gioco della guerra incontrarsi, scontrarsi e, talvolta, confondersi”. Gli atti del convegno sono stati ora raccolti in volume ne “Il gioco e la guerra nel secondo millennio”, a cura di Piero Del Negro e Gherardo Ortalli, Fondazione Benetton Studi Ricerche, Libreria Editrice Viella, Roma dicembre 2008, 224 pp., € 28,00.
    Gli scacchi rappresentano indubbiamente un indiretto predecessore, tra i pù antichi, del moderno “war game”. Il “gioco della guerra” nato dal bisogno militare di studiare l’arte della guerra e di inscenare nuovamente vecchie battaglie per scopi didattici. Antesignano pù preciso, e vero padre del war game moderno, è stato il “Kriegspiel”. Un “gioco di guerra” da tavolo creato dal luogotenente von Reisswitz per addestrare, nel periodo delle guerre napoleoniche, gli ufficiali prussiani.
    Per quanto riguarda più da vicino gli scacchi, tra i tanti contributi offerti dal libro, è da segnalare l’interessante esposizione della ricercatrice Paola Bianchi su “«Il nuovo gioco della guerra». Trasformazioni degli scacchi alle origini del war game” (pagine 69-90). La professoressa si sofferma, dopo aver percorso le non poche ambiguità e le riserve laiche e religiose che hanno pesato nel corso dei secoli sulla fortuna degli scacchi, a presentare i personaggi e gli ambienti sociali in cui maturarono, accanto alla tecnica del gioco, le potenzialità didattiche offerte dallo strumento ludico. In particolare, a decifrare le opere, tra i tanti, del patrizio genovese Francesco Giacometti che aveva inventato un nuovo “gioco di guerra” descritto in un trattato stampato a Genova nel 1793 e che ebbe successo in successive ristampe ancora all’aprirsi del XIX secolo.
    Un’edizione in italiano che fu estesamente descritta da Gianfelice Ferlito nell’articolo “The first edition of «Il Gioco della Guerra» by Francesco Giacometti” apparso sulla rivista “Scacchi e Scienze Applicate”, Fascicolo 21 (2001) alle pagine 12-14. Un contributo di notevole spessore che chiarisce come la precedente versione francese era stata dedicata al principe russo Potemkin, mentre un’altra edizione successiva, del 1801, in italiano e revisionata, è dedicata al Primo Console Napoleone Buonaparte. Nell’articolo di Ferlito è riprodotta pure la bella incisione della copertina del libro e mi rammarico che il contributo dello storico degli scacchi sia sicuramente sfuggito alla ricercatrice in quanto non ne fa menzione nelle note.
    La Bianchi si sofferma, tra i tanti aspetti esaminati, anche sul conte Armand-Charles-Daniel-Firmas-Périès che, seguendo gli appassionati dibattiti di allora sulla trasformazione degli scacchi in funzione didattica, pubblicò nel 1808 “Le jeu de stratégie ou les échecs militaires”, associando gli scacchi a un compito nello stesso tempo ideale e pratico. Un altro personaggio esaminato è Johann Georg Julius Venturini, coetaneo di Firmas-Périès, che aveva ideato alcune regole per un nuovo gioco di guerra ad uso delle scuole militari.
    Un saggio che si apprezza per la chiarezza, la novità della ricerca articolato su più piani, per l’importanza data agli scacchi come espressione dei tratti fondamentali della dinamica sociale e la loro evoluzione verso i giochi di strategia militare tra la fine del XVII e i primi decenni del XIX secolo. Un periodo, scrive la studiosa, che videro “la scacchiera al centro di qualcosa di più che una semplice tradizione di «loisir»”.
    Una pagina di storia poco conosciuta che meriterebbe un maggiore spazio di una semplice segnalazione e di cui si consiglia, vivamente, la lettura.
    (12. X. 2009)



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