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Settantaquattresimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.
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(Ancora su Duchamp). Dopo le sconcertanti memorie di Lydie Sarazin-Levassor, prima moglie di Marcel Duchamp, raccolte nel volume “Uno scacco matrimoniale”, già citato in uno degli “appunti” di questa rubrica, arriva in libreria una monumentale biografia su “l’uomo più intelligente del XX secolo”, come fu apoditticamente definito da André Breton. Il libro lo scrive il critico d’arte Bernard Marcadé e ha per titolo “Marcel Duchamp. La vita a credito”, con una prefazione di Achille Bonito Oliva, traduzione di Ximena Rodriguez, Joahn & Levi Editore, Verona 2009, pp. 602, € 32.00.
Il libro tenta di ricostruire la figura di Duchamp (1887-1968) soprattutto indagando la sua vita privata e collegandola con quella di altre personalità del Novecento come Man Ray, Francis Picabia, Apollinaire, Breton, Cage e altri. Un’attenzione particolare, nel monumentale saggio, è rivolta al suo rapporto con gli scacchi. Scriveva in una lettera del 1919: «Dedico tutta la mia attenzione agli scacchi. Ci gioco giorno e notte. La pittura mi piace sempre meno». E a chi gli chiedeva di spiegare la sua arte, forse astutamente deviando, disse «Non c’è niente di più bello che giocare». L’artista amava, infatti, giocare a scacchi. Annotava ancora in una lettera, tra l’altro e assai annoiato: «Che altro fare? Gli scacchi, ovviamente, moltissimo. Mi sono classificato abbastanza bene (terzo) in un torneo a Bruxelles. Morirò prima di stufarmi di questo dada». Un aspetto della vita del “genio francese del dadaismo e del surrealismo” che negli ultimi tempi è stato ampiamente trattato. Ricordo, al riguardo, l’ottimo elzeviro di Alberto Papuzzi apparso su “La Stampa” del 30 gennaio 2009 a pagina 38 con il titolo “Duchamp gli scacchi come gioco dadaista”. Un articolo scritto a conclusione della bella manifestazione “Scaccomatto”, organizzata dalla Società Scacchistica Torinese, che riferiva sulla conferenza di Martina Corgnati, storica dell’arte contemporanea, e di Adolivio Capace, direttore della rivista “L’Italia Scacchistica”. Si discuteva in quella occasione di Duchamp, del suo “bizzarro libro” «L’opposizione e i casi congiunti sono riconciliati», della partecipazione a quattro Olimpiadi con la squadra della Francia e del suo titolo di “campione europeo nel gioco per corrispondenza”.
Ora, la nuova biografia di Marcadé dedica a questa passione pagine interessanti di cui riporto qualche stralcio. Stralci che sono stati ampiamente scelti e pubblicati da Marco Carminati, puntualmente anticipando l’uscita del libro su “La Domenica” del Sole 24 Ore del 28 giugno 2009, N. 176, a pagina 42, e inserendoli sotto il titolo “Scacco matto alla noia”.
Piace ricordare quanto Man Ray, testimone privilegiato della passione scacchistica dell’amico, racconta: «Nei tre anni che trascorse a Parigi Duchamp non restò inattivo: aveva rinunciato alla pittura, ma gli scacchi lo assorbivano sempre di più; dedicava molto tempo allo studio del gioco, e ne frequentava i vari circoli. Io restavo un giocatore di terz’ordine, uno scaricatore, come diceva Duchamp. Preferivo inventare nuove forme di scacchi, cosa che non interessava affatto i giocatori, ma che era per me un fertile terreno d'invenzione. Duchamp condivideva il mio interesse perché un tempo aveva fatto progetti simili in Argentina, per esempio, anche se poi li aveva abbandonati, assorbito com'era dal gioco».
Stando a François Le Lionnais, l’approccio agli scacchi di Marcel Duchamp è particolarmente serio e ortodosso, apparentemente opposto al suo modo di rapportarsi all’arte: «Applicava regole assolutamente classiche, era forte nella teoria, aveva studiato la teoria degli scacchi nei libri. Era molto conformista, il che costituisce un modo eccellente di giocare. Nel suo gioco non vedo nessuna traccia dello stile dada o anarchico, sebbene sia assolutamente possibile. Per introdurre le idee dada nel gioco degli scacchi, sarebbe stato necessario essere un genio degli scacchi, più che un genio dada. Secondo me Nimzowitsch, il grande giocatore di scacchi, era dadaista prima di Dada. Duchamp lo identificherà come il suo “dio”. Ma non sapeva niente di Dada. Egli introdusse un anticonformismo fatto di idee apparentemente stupide ma che permettevano di vincere. Io non riconosco questo aspetto dada nel gioco di Duchamp. Ciò che invece vi riconosco è una grande onestà: era molto serio e molto diligente. Questo aspetto si ritrova nel modo in cui ha affrontato “La sposa messa a nudo”. Forse si trattava di un aspetto fondamentale della sua personalità: era una persona molto seria».
Ne è testimonianza di queste affermazioni il modo in cui sarà commentata la vittoria di Duchamp al Campionato di scacchi di Normandia nel settembre del 1924: «Il signor M. Duchamp, campione dell’Alta Normandia, ha ben meritato il titolo per il suo gioco profondo e solido. La sua freddezza imperturbabile, il suo stile ingegnoso e il suo modo impeccabile di sfruttare ogni minimo vantaggio ne fanno un avversario sempre formidabile».
Duchamp, nonostante le sue provocazioni “artistiche”, rimane un grande incantatore e un protagonista del Novecento. Diventa paladino di un’arte nuova che rompe con il passato: la pittura tradizionale e la stessa “arte”, nelle sue molteplici forme, non sono più capaci di esprimere la complessità dell’esistenza. Cambiano i canoni di bellezza e gli ideali e la rivoluzione iniziata con Picasso entra nell’ordinario. Cambia anche il modo di essere artisti, tra rimandi e silenzi. Come in una partita a scacchi ancora non conclusa.
(10. IX. 2009)
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(Storia e scacchi secondo Sky). I programmi televisivi di storia sono parecchi e molto seguiti. Le emittenti lo sanno. Non cessano, infatti, di inserirli nei loro palinsesti, anche se spesso in ore tarde, più frequentemente, come accade purtroppo nei nostri programmi Rai, in ore impossibili. La loro utilità è enorme per capire fatti più o meno recenti. Specie se riescono a sottrarre gli spettatori da spettacoli insulsi e sciocchi. Ancora di più se le immagini scelte sono sorrette da un commento parlato storicamente attendibile.
Il numero di settembre 2009 della rivista mensile “Skylife”, riservata agli abbonati della tv satellitare di Murdoch che delle trasmissioni di storia ne ha fatto un vessillo, dedica l’intera pagina 92 alla segnalazione dei documentari storici che saranno presto trasmessi. Sono annunciate, così, sperando di maggiormente incuriosire i lettori e futuri spettatori “ore di riprese che non sarebbero mai dovute essere proiettate in pubblico”. Leggendo l’articolo di questo tentante e fuorviante richiamo un particolare m’incuriosisce e più degli altri. E’ il modo con il quale viene annunciato una trasmissione di “The History Chanel”. A tal punto di rivelare di svelare, per la prima volta, incontri riservati dei maggiori protagonisti e presentare documenti “inediti provenienti dagli archivi segreti russi e inglesi” sulla seconda guerra mondiale. “Dietro le quinte della stanza dei bottoni” si divulgherà la notizia, infatti, del colloquio tra Ribbentrop e Stalin e dell’incontro, “avvenuto a Mosca il 12 agosto 1942”, tra Stalin e Winston Churchill. Il titolo dato all’articolo? Eccolo: “Quando Stalin diede scacco matto a Hitler”. Insieme al titolo non posso fare a meno di riportare il primo capoverso. Mi ha, infatti, colpito e più della stessa approssimativa intitolazione. Lo riporto integralmente perché, ancora una volta, c’è un richiamo al gioco degli scacchi: “Negli anni 30 gli scacchi diventarono lo sport nazionale in Unione Sovietica e certamente Stalin deve essere stato un fine giocatore viste le sue doti di stratega capace, prima, di stringere un’alleanza con Hitler e poi di intrattenere proficui rapporti con gli alleati”.
Contrariamente a quanto scritto, nutro seri dubbi sulla straordinaria maestria scacchistica e strategica di Iosif Džugašvili detto Stalin. Anche se, come Lenin e ora scopro anche Hitler, è noto che si appassionasse al gioco degli scacchi. E, ugualmente, sulla criticabile opportunità di Sky di invitare i telespettatori ad assistere a diligenti programmi con simili raffronti e discutibili inviti. E senza nulla togliere, beninteso, dell’essenziale contributo dei russi per sconfiggere il nazifascismo e della straordinaria importanza della scuola scacchistica russa. Una scuola definita dagli storici la “più perfetta macchina agonistica sportiva mai esistita”, come puntualizzato da Ferruccio Pezzuto nell’articolo “URSS, la fabbrica dei campioni” apparso su “Torre & Cavallo - Scacco!”, nel fascicolo di aprile 2002, a pagina 29, presentando l’interessante recensione del critico scacchistico Taylor Kingston al bel libro di Andew Soltis “Soviet Chess 1917-1991” (editore McFarland & Company, 1999).
(12. IX. 2009)
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(Scacchi e follia). Appassionato anche di cinema e della sua storia scopro, con grande meraviglia, un regista e un film con un rilevante riferimento al gioco degli scacchi. Apprendo la notizia ascoltando in auto, quasi per caso, la trasmissione radiofonica “Aladino”. Un’interessante programma che va in onda nel primo pomeriggio su “Radio Tre” nei giorni feriali a cura di Antonio Audino e con la partecipazione al microfono di Elena del Drago.
Tra gli argomenti della trasmissione di oggi, 16 settembre 2009, che mi capita di ascoltare con grande interesse, un ragguardevole spazio è dedicato alla “VIII edizione di Reggio Film Festival”, che si inaugura nel pomeriggio. Quest’anno la rassegna di Reggio Emilia è dedicata al tema della «follia», con la presentazione di cortometraggi da tutto il mondo con lo stesso argomento. Il regista, di cui non ricordo di aver mai sentito parlare, è Luigi Maggi (1867-1946), ex tipografo e attore in una compagnia filodrammatica, considerato un grande pioniere della regia cinematografica. Un regista oggi poco conosciuto ma artista apprezzato per il suo stile efficace e descritto nella “Garzantina del Cinema” come «uno dei più fantasiosi» maestri del muto italiano. Il dimenticato film è «Una partita a scacchi» girato da Maggi nel 1912, dopo il successo del suo esordio con “Gli ultimi giorni di Pompei” e avere adattato per lo schermo la tragedia di D’Annunzio “La fiaccola sotto il moggio”. Sono 185 metri di pellicola interpretato dall’attore Antonio Grisanti e Febo Mari e prodotto dalla Società Anonima Ambrosio di Torino.
Nella rassegna cinematografica il raffronto con il passato è, infatti, delegato con un appuntamento dei muti d’epoca e con la proiezione inaugurale anche di un’altra straordinaria pellicola d’inizio secolo «Neuropatologia», entrambe della collezione del Museo del cinema di Torino e proiettate al pubblico per la prima volta nella città reggiana.
Mentre quest’ultimo cortometraggio è un singolare documentario storico dal taglio scientifico e medico, il breve sceneggiato di Maggi è un vero e proprio racconto giallo, che entra nel cuore dell’intrigante accostamento tra “scacchi e follia”. Un argomento non nuovo e ampiamente svolto nella letteratura e nel cinema, consegnandoci capolavori di grande fascino. Come il celebre “Novella degli scacchi”, ultimo romanzo scritto da Stefan Zweig nel 1941 prima del suicidio, da cui è stato tratto il film di Gerd Oswald del 1960, uscito in Italia con il titolo “Scacco alla follia”. Ancora Vladimir Nabokov che dedicò alla follia degli scacchi uno dei suoi primi romanzi in lingua russa, il bellissimo “La difesa di Lužin”, con il drammatico film del 2000 di Marleen Gorris, apparso in Italia con il titolo “La partita”.
“Scacchi e follia”. Un tema, peraltro, non privo di luoghi comuni tanto da fare ritenere veritiero il paradigma che “tutti gli scacchisti hanno qualche pizzico di follia più di altri”. E gli esempi di giocatori colpiti da problemi psichici non mancano. Segnalati, tra i più noti, Morphy, Steinitz, Rubinstein, Torre e, più di recente, Mecking e lo stesso Ficher. Interessante, al riguardo, è l’analisi svolta, per sfatare tanti luoghi comuni, da Alberto Miatello nell’articolo “Ma è davvero follia?” apparso a pagina 265 della rivista “L’Italia Scacchistica” nel fascicolo di Luglio-Agosto 2004, N. 1170. Un breve intervento che si legge ancora con interesse e che rimanda a più essenziali letture.
E Maggi, dicevo, riesce a realizzare, a giudizio degli esperti, un piccolo capolavoro forse creando uno dei primi cortometraggi capaci di rappresentare la follia come pericolo. Uno sceneggiato che è stato definito, nel corso dell’intervista radiofonica, affascinante ed emozionante. Del film ne hanno parlato con rara competenza l'intervistatrice con Stella Dagna, responsabile del restauro film della Cineteca del Museo del Cinema di Torino. Da quella chiara conversazione ne ricavo, brevemente e a memoria, la storia: un folle, appassionato di scacchi e apparentemente “normale”, fugge dal manicomio e si ritrova su uno scompartimento di un treno. Decide di giocare la vita a scacchi con uno sconosciuto viaggiatore, ignaro della malattia del compagno di viaggio. La posta dell’incontro è la sua vita e quella del suo incauto e sfortunato avversario. Una folle scommessa. Una partita a scacchi molto pericolosa, quindi. Non mi è dato sapere la fine, ma è facile immaginarla.
Un film quasi contemporaneo del più noto, anche per la mitica comparsa come attore del grande campione J. R. Capablanca nella sua unica interpretazione nella parte di se stesso, «La febbre degli scacchi» (“Šachmatnaja gorjacka”) del regista russo Vsevolod Illarionovic Pudovkin. Un breve film muto di una ventina di minuti girato nel 1925 e dove pure la “follia” di uno scacchista era brillantemente raccontata. Ma qui siamo in un’altra visione nel rappresentare il “folle”. Infatti, il protagonista non è un matto, in realtà e, tanto meno, un soggetto “pericoloso per se stesso e gli altri”, come recitavano una volta le ordinanze di ricovero urgente della polizia. E’ solo un fanatico del gioco che intende diventare da grande un campione di scacchi, contagiato, come recita la didascalia, da “un’epidemia di febbre degli scacchi” che ha colpito la capitale della Russia. Seguendo il falso luogo comune che lo sforzo celebrale porti a psicopatologie, l’appassionato scacchista tanto si applica nello studio del gioco da smarrire l’intelletto con la conseguente disperazione della sua trascurata fidanzata. Ma questa volta il regista fa riacquistare al giovane giocatore di scacchi la ragione grazie al rinnovato amore della ragazza convertitasi, piace fantasticare per l’intervento del galante scacchista cubano, anch’essa al gioco. Non poteva essere diversamente. Il film era una commedia “celebrativa” del coinvolgimento suscitato dal grande torneo internazionale che si svolse nel novembre di quell’anno a Mosca con la presenza di alcuni dei maggiori campioni del tempo. Anche se, nelle mani di Pudovkin, l’«esercitazione» documentaria è diventata una narrazione affascinante e un capolavoro imperituro.
Due film d’epoca muti che riescono a “parlare”, ugualmente e ancora oggi, d’interrogativi profondi e di grande interesse grazie al comprensibile linguaggio universale degli scacchi e dell’arte del cinema.
(16. IX. 2009. Ultimato il 21. IX. 2009)
(Nota: l’appunto, con lo stesso titolo “Scacchi e follia” e in forma di lettera al Direttore, è apparso sulla rivista “L’Italia Scacchistica” nella rubrica “La posta dei Lettori”, fascicolo di Novembre 2009, Annata 99, N. 1212, pp. 402-403. In calce è stata riportata la mia nota di accompagnamento al testo, che piace trascrivere: «Caro Direttore, sperando che la segnalazione possa suscitare qualche curiosità, invio i migliori auguri per la bella Rivista soprattutto in vista dell’imminente centenario!». Aggiungo che a pagina 403 appariva la foto di scena del film “007 dalla Russia con amore” con la posizione finale della partita Spassky-Bronstein del campionato Urss del 1960 con due pedoni in meno [(c5 e d4)]. Un famoso diagramma, più volte riproposto, e che ricordo aver visto pubblicato tempo fa, come esercizio da risolvere, anche nella rubrica settimanale di scacchi che “Ala” cura per il quotidiano “La Stampa”. Sul link «http://www.museonazionaledelcinema.it/collezioni/ ricerche.aspx?id=592» è possibile, piuttosto e per chi è più curioso, rintracciare una fotografia, veramente drammatica, del film di Maggi, contrassegnata «F11460» e custodita nell’archivio del Museo Nazionale del Cinema di Torino [(“1 fotografia di scena, positivo, b/n, gelatina ai sali d’argento su carta, 13x18”)]. Aggiungo che il film di Pudovkin fu segnalato, senza gli errori di circostanze e date spesso ricorrenti apparsi in molti scritti, da Gianfelice Ferlito nel lucido articolo “Arte e Scacchi”, in margine al “Simposio alla Tate Gallery” della CCI del 19 gennaio 1991, pubblicato sulla rivista “Scacco” n. 5, Maggio 1991, pp. 218-220.- 12/XI/ 2009.-).
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(Una precisazione). Una doverosa precisazione. La partita a scacchi tra il musicista Aldo Clementi e lo scacchista Antonio Rosino, segnalata in questa rubrica al N. 265 sotto il titolo “Scacchisti in terra di Sicilia”, non si è mai svolta. Anzi, apprendiamo non era neanche in programma. Ugualmente, scopriamo, che il maestro catanese Clementi non ha festeggiato i suoi ottanta anni a Venezia. Era stato invitato ma, per ragioni di salute, dovette rinunciare.
Lo scrive, con il solito garbo, grande attenzione per la cronaca e dovizia di particolari, Antonio Rosino in una lettera al direttore de “L’Italia Scacchistica” pubblicata nel fascicolo di Settembre-Ottobre 2009, Annata 99, N. 1211, alle pagine 338-339, con il titolo “Una partita a scacchi con Aldo Clementi”. La lettera è un’importante postilla all’interessante articolo di Santo Spina apparso sulla stessa rivista (N. 1202, Agosto-Settembre 2008, pag. 299) che parlava, così come nel libro che recensivo nella rubrica, della grande passione scacchistica del celebre musicista. L’equivoco, come bene scrive Rosino, «è nato dal titolo della manifestazione musicale dedicata al grande compositore siciliano, “Una partita a scacchi con Aldo Clementi”, per festeggiare il suo ottantesimo compleanno svoltasi nell’Aula magna dell’Ateneo Veneto di Venezia il 23 ottobre 2005» e, aggiungo, da numerosi altri articoli apparsi negli organi di stampa che davano, e impropriamente, come vera la notizia.
Un analogo episodio, ampiamente pubblicizzato dagli organi d’informazione, era avvenuto a Taormina in occasione del “Film Festival”, e, curiosamente, con protagonista lo stesso Clementi, dove era data per certa la sua presenza e di una sua partita a scacchi con qualcuno degli intervenuti. Ma tale circostanza, essendo questa volta noi vicini a Taormina quasi quanto lo fu Rosino a Venezia, era smentita da chi scrive in un breve “appunto” apparso in questa rubrica al N. 286 con il titolo “Un’inventata partita a scacchi con la musica” e da Santo Spina nell’articolo “Scacchisti delusi a Taormina” in “La Sicilia” del 12 novembre 2008, a pagina 42.
Giusto per ristabilire la verità e di evitare che altri, consultando in anni successivi la stampa dell’epoca, incappassero in un analogo errore.
(25. IX. 2009)
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