|
Settantatreesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.
|
(Una storica rubrica). Adolivio Capece ha raccolto, in un nitido volumetto di 56 pagine, senza altra indicazione, “Le mie rubriche di scacchi a «la Voce», il giornale di Indro Montanelli. 1994-1995”. Un’utile raccolta degli articoli del direttore di una delle più note e antiche riviste di scacchi europei riprodotti così come sono apparsi in originale e nel breve anno di vita del quotidiano fondato da Indro Montanelli “dopo essere stato cacciato da il Giornale”. Una bella iniziativa per ricordare il centenario della nascita del grande giornalista (1909-2009) che ha voluto sempre inserire, nei quotidiani da lui diretti, pagine di vitale cultura insieme al gioco millenario degli scacchi.
Ho avuto il piacere - mi sia consentito un ricordo personale - di conoscere Montanelli in occasione di un premio a lui dato in una manifestazione culturale che si svolse in una cittadina sicilana di una bellissima sera stellata estiva di tanti anni fa. Io, allora giovane funzionario ministeriale, fui incaricato di presenziare alla premiazione. Fu per me motivo di grande onore e contentezza conoscerlo e di stare in sua compagnia mentre gli illustravo la bellezza del luogo e le pene della mia terra. A questo ricordo unisco adesso gli scritti di Capece che leggo con grande piacere. Una rubrica che scopro per la prima volta. Pur ricevendo in ufficio, infatti, tra la mazzetta giornaliera dei quotidiani nazionali, anche “la Voce” non avevo mai seguito quegli articoli, avendo, per un qualche inspiegabile e bislacco motivo, allora dimenticato, anzi cancellato quasi del tutto, l’amato gioco degli scacchi.
Il quotidiano “la Voce” apparve nelle edicole il 22 marzo 1994 e fu pubblicato sino al 12 aprile 1995. Montanelli, allora ottantacinquenne, aveva lasciato “il Giornale”, da lui fondato vent’anni prima, per le pesanti ingerenze svolte a sostegno dell’ascesa politica di Silvio Berlusconi, suo ex editore e fratello di Paolo Berlusconi cui aveva ceduto il quotidiano nel 1990. I giornalisti della nuova testata, ispirata nel nome all’omonima rivista di Giuseppe Prezzolini, provenivano quasi tutti da “il Giornale”, come Beppe Severgnini, Peter Gomez e Marco Travaglio che, sull’argomento, ha scritto nel 2004 il lucido saggio “Montanelli e il cavaliere. Storia di un grande e di un piccolo uomo”.
Tra i giornalisti del Giornale che seguirono Montanelli c’era anche Adolivio Capece che, per circa venti anni aveva curato la rubrica domenicale di scacchi, divenuta un importante punto di riferimento non solo per gli scacchisti che svolgevano attività agonistica ma per tutti i semplici appassionati del gioco.
Capece racconta, nella breve prefazione alla sua raccolta, come avvenne la scelta di seguire l’avventura di Indro Montanelli pur consapevole delle prevedibili difficoltà, come in realtà puntualmente si manifestarono, della vita della nuova testata. La leggiamo insieme. E’ una pagina di storia: «Montanelli aveva deciso di uscire con “il Giornale” e venni convocato in quella che allora era la momentanea sede della Redazione, nel Palazzo dei Giornali in piazza Cavour, dove mi proposero di far parte della nuova avventura. Non ricordo con chi stavo parlando, ma d’improvviso si aprì la porta nella stanza, entrò Montanelli, mi mise la mano sinistra sulla spalla destra, strinse (ricordo ancora quella stretta) e disse “Capece, sei dei nostri, vero?” Poi uscì. Fu una delle poche volte in vita mia in cui non riuscii a profferir parola».
Il volume ripercorre quell’esaltante avventura giornalistica e testimonia l’inusitato spazio assegnato, per un quotidiano italiano, per parlare settimanalmente di scacchi. Una scelta alquanto rara in un paese dove capita di sentirsi domandare, ascoltando qualche discussione intorno alla “siciliana”, se trattasi di un personaggio femminile e se era carina. La raccolta copre un anno intero ed è, quasi, come sfogliare una cara e bella rivista: ripercorrere le partite, spesso affascinanti; seguire lo sviluppo dell’informatica e del computer; scoprire i puntuali riferimenti storici sul gioco; conoscere celebri personaggi, primo fra tutti il nostro Stefano Tatai e Kasparov; seguire il tramonto della Pca e il tentativo, non ancora finito, della riunificazione del tiolo mondiale; incuriosirsi sulle figure emergenti e sui conti in tasca ai grandi campioni a partire da Judith Polgar; inseguire la corsa ad ostacoli alla presidenza della Fide dell’anziano Campomanes; conoscere gli appuntamenti di grande interesse italiani di quel periodo, come il torneo di Reggio Emilia, di Marostica e il campionato Seniores di Ponte Arche. Ancora le notizie più marginali ma gustosissime: la Riegler campionessa italiana, la giovanile passione scacchistica di Alberto Capotosti nominato vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, gli itinerari turistici per gli amatori di scacchi. Sino a ricordare le polemiche con la Fsi e la ferma difesa per tutelare con forza la libertà di opinione e di critica di ogni giornalista (l’incipit dell’articolo rimarrà a lungo ricordato: “Inamissibile. Inaccettabile. Sono rimasto allibito […]”).
La domenica del 9 aprile 1995 l’agonizzante e boicottato quotidiano, ormai privo di sostegni pubblicitari e abbandonato dai pochi azionisti, ospitava l’ultimo articolo di Capece con un titolo amaro ma nello stesso tempo ricco di future esperienze: “L’ex regina lascia e va in convento”. Anticipava la notizia, allora data per certa, che la georgiana Majja Grigor'evna Ciburdanidze, celebre campionessa del mondo femminile dal 1978 al 1991, aveva deciso di abbandonare gli scacchi e la vita mondana per una nuova vita. Forse era stato raccolto solo uno sfogo della scacchista, rimbalzato nel mondo dei media, al termine del suo disastroso match con Zsuzsa Polgar nel finale del Torneo delle Candidate, giocato a San Pietroburgo nel marzo di quell’anno.
Dopo tre giorni l’ultimo numero del quotidiano e l’aspro addio di Montanelli: «Noi volevamo fare, da uomini di destra, il quotidiano di una destra veramente liberale, di una destra che si sente oltraggiata dall’abuso che ne fanno gli attuali contraffattori».
Una delle poche rubriche di scacchi spariva così per sempre dai quotidiani italiani, insieme a una testata che rappresentava una voce non sempre condivisa ma sicuramente libera, onesta e di grande rigore intellettuale.
L’opuscolo, con il ricordo di un grande giornalista, recupera le pagine di una cronaca scacchistica vista con gli occhi attenti di un suo protagonista.
(23.VII.2009)
* * *
|
(Come ribellarsi al destino). Una simpatica illustrazione dell’architetto Carolina Vecchioni, che rappresenta uno spirito celeste che gioca a scacchi con un frastornato scimpanzé, impreziosisce l’antipagina interna della nuova opera del padre Roberto Vecchioni, “Scacco a Dio”, appena bblicata da Einaudi (Torino, 2009, pp.255, €17,50). Già questo disegno, oltre il titolo, renderebbe il libro particolarmente interessante ad ogni scacchista. Ancora di più se si viene a sapere che tra i protagonisti di uno dei dieci racconti che costituiscono il romanzo ci sono anche i due grandi scacchisti Capablanca e Alekhine. Intriga ancora di più, aggiungo, sapere, come già si erano domandati Albert Einstein e Friedrich Dürrenmatt, se Dio gioca a scacchi. «Credo che tutti gli uomini giochino a scacchi con Dio. Il problema è chiedersi se Dio lo permette o non lo sopporta»: così risponde il noto cantautore e narratore del suo nuovo romanzo.
Ho letto il libro a seguito della bella recensione di Massimo Romano comparsa su “Tutto Libri”, numero 1677, anno XXXIII, a pagina IV, di sabato 15 agosto 2009, con il titolo “Se Oscar Wilde va in convento” e il sottotitolo “Racconti. «Scacco a Dio», ribellarsi a un destino segnato con Vecchioni”.
Dieci racconti dove, a parte il titolo, gli scacchi assurgono a metafora per interpretare la libertà data da Dio agli uomini. Un bel libro. Vale la pena comprarlo non solo per il disegno della figlia ma, appunto, per leggerlo.
(18. VII. 2009)
|
(Le ragazze lo chiamano “papi”). No. Nel modo più fermo. Giuro. Di questa storia non ne voglio assolutamente parlare. Basta avere sfogliato i giornali, anche stranieri, per ritenere oltremodo opportuno non aggiungere una parola in più. Colpevole o innocente, peccatore incorreggibile o ingenuo sprovveduto poco importa. Quando una persona crea tanto imbarazzo è d’obbligo non aggiungere parola e tanto meno insistere, come fa qualcun altro, con inutili domande. I fatti si commentano da soli. Almeno ritengo.
Non ne voglio parlare e, infatti, dico d’altro. E’ la notizia di un nuovo film che attira la mia attenzione ascoltando la trasmissione radiofonica “Tabloid” del 25 agosto 2009, la rassegna stampa delle pagine interne dei principali quotidiani e settimanali di “Radio Rai 3” (nessun paragone certo con la storica e cara “Terza Pagina” di metà mattina curata da Michele Gulinucci con rara intelligenza e misura e inaspettatamente, ormai da anni, soppressa). Tra i diversi articoli scelti oggi dal vivace conduttore Luca Telese mi incuriosisce quello che parla di un “corto” con un titolo assai intrigante per questa rubrica. Si intitola, infatti, “Scaccomatto”. E’ un cortometraggio diretto dal regista Carlo Fumi e presentato a Venezia nel dicembre scorso. L’articolo segnalato da Telese è “Noemi madonna di Valva: «Non frequento gli anziani, io»” ed è tratto da “l’Unità”, a pagina 17, a firma di Susanna Turco. Parla della “madonna di Valva”, perché a Valva, piccolo paesino del salernitano, c’è la consegna di un premio all’attrice protagonista del corto “Scaccomatto” e dove interpreta il ruolo della fidanzata di un mafioso. Nulla di particolare in verità se non, oltre l’accostamento del titolo del film al gioco degli scacchi, per il nome dell’attrice protagonista: si chiama Noemi Letizia. La giovane napoletana alla cui festa per i 18 anni partecipò il presidente del Consiglio e a causa della quale sono iniziate profonde lacerazioni pubbliche e private.
Altre notizie si apprendono, senza necessità di cambiare quotidiano, il giorno successivo, 26 agosto 2009. In prima pagina, con il titolo “Dal premier al premio. E Noemi firma autografi” c’è un seguito dell’articolo, che si sviluppa nelle pagine 12 e 13, sempre di Susanna Turco, inviata nel paesino del salernitano, al «Valva International Short Film Festival». E nelle pagine interne, con le note foto di Silvio Berlusconi che appare impettito alla festa dei 18 anni dell’allora sconosciuta Noemi e altre che ritraggono la ragazza al Blue Beach del golfo di Marinella a Porto Rotondo e con il regista Carlo Fumo durante la serata di consegna dei premi, appare il titolo che richiama nuovamente la mia attenzione: “«Essere Noemi»: l’Italia da «Scaccomatto» a Palazzo Grazioli”, con il sommario: “La giovane del Casoria-gate nuova diva per festival che ne premia «il talento del futuro»: in un film appare come pupa di un boss. E la liason con il premier? «Nulla di male in quel che è successo. Vivo a metà la realtà e la fiction»”. Aggiunge la giornalista, alla fine del suo articolo, “Nulla di male, in fondo. I genitori annuiscono, sereni”.
Nel cortometraggio, riproposto in numerosi siti internet, l’attrice Noemi non proferisce parola, ma “lancia sguardi omicidi” e “ammicca copiosamente”, fino a quando non è invitata a cimentarsi in una partita a scacchi con il mafioso “don Michele”. Un particolare assai curioso colpisce non poco in questa sequenza. Infatti, i due non sembrano saper giocare bene a scacchi. Il “boss”, conduttore dei pezzi neri inizia, in modo irrituale, con la prima mossa e la ragazza che ha il bianco risponde, alla mossa del pedone in “e6”, avanzando il proprio in “d3”. Un’apertura impossibile da catalogare. Non è dato sapere, a maggior ragione, il seguito. Non credo, d’altronde, che meriti un qualche interesse. Non è una novità d’altronde il modo bislacco di rappresentare, a volte, il gioco degli scacchi nel cinema e nella letteratura quando gli autori o i traduttori, non conoscendo il gioco, non si fanno assistere da personale esperto.
Un nuovo film sugli scacchi, invece, con protagonista ancora una donna e che si spera di vedere presto nei nostri schermi, è “Queen to Play” con Sandrine Bonnaire e Kevin Klein, regia di Caroline Bottaro. Un adattamento tratto dal bel racconto di Bertina Henrich “La joueuse d’échecs” tradotto con il titolo “La giocatrice di scacchi” (Einaudi, 2006) e già segnalato in questa rubrica. Un semplice breve romanzo che parla di quello che possono fare gli scacchi per cambiare l’esistenza di una persona, riscattarla dal grigiore quotidiano e guadagnare la voglia di vivere.
Auguro che anche la giovane protagonista di “Scaccomatto” impari non solo a giocare a scacchi ma anche, come Eleni la protagonista del racconto della Henrichs, scoprire che per costruirsi un futuro ricco di soddisfazioni e successo occorre saggiamente, contro tutto e tutti e senza necessità di frequentazioni importanti, impegnarsi negli studi e nel lavoro.
(26. VIII. 2009)
|
(Un suggerimento alle mamme per i loro bambini). Come appassionato di scacchi e fiero del mio diploma di “istruttore elementare” sono molto contento dell’inchiesta, chiara e interessante, di Adolivio Capece apparsa nel N. 03 del mese di settembre 2009 su “Elle Junior”, il supplemento semestrale di “Elle”, N. 09. “Il giornale di moda più diffuso nel mondo” e “il miglior mensile femminile dell’anno”, come orgogliosamente tiene a puntualizzare la testata.
Con “Mosse vincenti”, alle pagine 127 - 129, il maestro internazionale di scacchi e direttore della quasi centenaria rivista “L’Italia Scacchistica”, scrive un ottimo articolo per spiegare come “alfieri e cavalli abbiano straordinari benefici per le giovanissime menti”. Un bel messaggio per tante mamme, mi auguro premurose e intelligenti oltre che attente alla loro bellezza ed eleganza, che nella ricerca di vestire e vedere crescere bene i propri figli scoprono, forse per la prima volta, l’occasione di far conoscere e far apprendere ai loro piccoli un gioco formativo. Proprio per questo trovo straordinariamente “importante” questo tipo di messaggio. Arriva, infatti, alle mamme improvviso. Come un lampo che può illuminare un percorso nuovo e diverso. Oltretutto è un articolo, anche sotto l’aspetto tecnico e culturale, scritto bene e con cognizione di causa.
Certo lo scritto, apparso su una patinata e costosa rivista, è rivolto a una cerchia di persone in qualche modo privilegiata e d’élite. Ma non per questo l’invito a far praticare il gioco ai ragazzi è meno importante. Bisogna pur cominciare da qualche parte e sperare in una sempre maggiore diffusione del gioco tra i giovanissimi, soprattutto nella scuola. Rendere, in qualche modo, gli scacchi sempre più popolari e, per i suoi limitati costi rispetto ad altri sport, veramente alla portata di tutti.
E l’articolo di Capece contribuisce a coltivare questa speranza. Speriamo che le mamme lo ascoltino. E molto attentamente.
(29. VIII. 2009)
|
(“Il grande dittatore”). Il sito “http://www.libero-news.it:80/pills/view/19676” del 3 settembre 2009 riporta, senza firma, uno stuzzicante annuncio, apparso originariamente sul quotidiano britannico “Daily Telegraph”. Recita il titolo: “Hitler e Lenin si sfidarono a scacchi. Lo dimostra un ritratto del 1909”. Sembra, infatti, che cento anni fa, Hitler giocò a scacchi con Lenin.
La notizia non è nuova essendo stata ripescata e ampiamente discussa dal fantomatico giornalista Edward Winter il 17 dicembre 2005 nel numero 4055 della sua nota rubrica di storia degli scacchi “Chess Notes”, con il titolo “Hitler and Lenin”. Una notizia certamente destinata a suscitare nuove diatribe e ad attualizzare vecchi dibattiti a suo tempo svolti per confutare i numerosi dubbi che erano sorti all’apparire, nel 1984, della clamorosa scoperta.
La prova che i due rivoluzionari si incontrarono realmente, a faccia a faccia, su una scacchiera sembra, infatti, provata da un disegno, dipinto nel 1909. Il ritratto, che sarà presto messo all’asta, porta la firma di tale Emma Löwenstamm o Lowenstramm, che fu maestra di disegno del dittatore tedesco durante il suo periodo giovanile trascorso a Vienna. Sul retro del ritratto risulterebbe la scritta a matita, originale e coeva alla data del disegno, “Lenin mit Hitler”.
L’articolo di “Libero” non offre altri elementi. D’altronde è ancora controversa, da parte degli storici, la presenza di Lenin nella capitale dell’Austria nel 1909, durante la sua fuga dal regime zarista e il suo peregrinare per l’Europa. In quell’anno Vladimir Ilich Uljanov ne aveva 39, mentre Adolf Hitler, sicuramente a Vienna in quel periodo dove inseguiva le sue velleità artistiche e dove aveva tentato inutilmente per ben due volte d’iscriversi all'Accademia delle Belle Arti, aveva appena 20 anni. Una differenza d’età e d’interessi che non facilita la comprensione di un incontro e, in più, nello studio di una sconosciuta maestra di disegno ebrea.
In attesa di altre notizie, che presto verranno quando il collezionista Rischard Westwood-Brookes tenterà di vendere il dipinto, mi sovviene immediatamente un’altra immagine e un’altra storia. Una vicenda che, per i suoi molteplici significati, mi ha, a suo tempo, appassionato. E’ la storia di una fotografia di Lenin che, ancora una volta, è ritratto mentre gioca a scacchi. Questa volta con lo scrittore Gorkij, a Capri nel 1908. Numerosi personaggi, in quella foto, seguivano la partita ed erano anch’essi raffigurati. Figure umane che, man mano e nel corso degli anni, sparivano, uno a uno e con abili ritocchi, dalla fotografia in quanto, come persone non più gradite a Stalin, non potevano più apparire accanto al padre della rivoluzione bolscevica. Insieme a migliaia di altri sconosciuti, esponenti del partito, intellettuali, scienziati, militari, artisti e ignari cittadini anche di altri paesi che nel periodo delle “Grandi purghe” sparirono non da un’immagine ma realmente dalla vita civile. E dopo bugiardi processi e crudeli torture, per essere stati condannati alla pena capitale o deportati nei gulag. Una storia “emblematica” già raccontata in queste pagine (http://www.cci-italia.it/lenin.htm) e tragicamente vera.
Il ricordo mi giunge con forza dato che la celebre fotografia è stata riproposta nei giorni scorsi a pagina 17 del quotidiano “la Repubblica” a corredo dell’articolo dello scrittore Giuseppe Montesano titolato “Quell’isola meta di esuli e poeti sfregiata da bla-bla e ignoranza”. La fotografia di Lenin che gioca a scacchi con Gorkij a Capri accompagna il commento appassionato sulla chiusura della “Grotta Azzurra” ferita dai liquami con la perdita della metafora di un’isola che è stata «per un secolo un simbolo della grande cultura europea». Così si domanda e così risponde l’autore di “Nel corpo di Napoli”: «Che ci facevano il rivoluzionario Lenin e lo scrittore Gorkij sull’isola della grotta azzurra nei primi del Novecento? Si curavano al sole della tisi e dei geli russi, sfuggivano al regime zarista ideando un regime altrettanto stolto e più feroce ancora, e giocavano a scacchi per passare il tempo, contemplando quel mare indescrivibile che un Bertolt Brecht incattivito definì “una maledetta limonata azzurra”».
Le immagini, fotografie e dipinti, servono per ricordare fatti reali o immaginari. Non sempre sono utilizzati per ristabilire l’autenticità storica. Così come la storia non sempre rispetta la verità.
(3. IX. 2009)
Qualsiasi riproduzione, anche parziale, dei testi dovrà essere preventivamente autorizzata dal curatore della rubrica.