LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Settantaduesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    (La passione per il gioco della dama). In quel breve capolavoro mattutino della rassegna stampa estera di “Radio 3 Mondo” curata da Cristiana Castellotti e condotta il 22 giugno 2009 da Luigi Spinola, è commentata tra le tante notizie quella, sorprendente, apparsa su “Times on line” dello stesso giorno, racchiusa nel titolo “Journalists escape from Pakistan prison thanks to game of draughts”. Una storia di successo e di libertà, oltre che assai intrigante per via del gioco della dama (“draughts”) trasformatosi in astuto strumento per la singolare fuga.
    Il giornalista David Rohde di 41 anni inviato di guerra del New York Times e la sua guida, l’accompagnatore afghano Thair Luddin di 34, sono riusciti a fuggire dopo sette mesi di prigionia nel nord-est del Pakistan conosciuto come “the most dangerous place on Earth”. I due giornalisti sono arrivati a “stordire” i carcerieri talebani a forza di partite, una dietro l’altra, a dama. Poi in piena notte, dopo che avevano visto i loro carcerieri addormentarsi distrutti, con una corda nascosta precedentemente, sono scesi da una finestra. Nella discesa, come avviene nei migliori film o racconti di avventura, si sono fatti male a un piede. Zoppicando, continua a raccontare Spinola traducendo dalle pagine del quotidiano britannico, entrambi si sono diretti verso la libertà, così fuggendo ai 200 talebani che circondavano il luogo della prigione. Una straordinaria storia di libertà che sarebbe stata ancora più completa, almeno nelle mie aspettative, se su quella scacchiera, preparando l’astuto tranello per la fuga, si fosse giocato a scacchi anziché a dama. Ma, come dice il titolo di una commedia shakespeariana, “tutto è bene quello che finisce bene”.
    Giusto per rimanere in tema, seppure sotto un aspetto meno avventuroso, rispolvero un vecchio ritaglio che avevo messo da parte. E’ dell’11 dicembre 2008 ed è tratto dal torinese “La Stampa”. Nell’intera e “appetitosa” pagina 29 che tratta dei “piaceri della tavola e del viaggio” trova spazio una delle “pagelle” di Edoardo Raspelli con le sue critiche circa alberghi e ristoranti. Ha per titolo “Passione per la Dama sulle strade di Fossano”. Segnala ai lettori l’albergo “Dama” sito a Fossano (CN) dove “la scacchiera è su tutti i tavoli della squillante saletta della prima colazione ed è la testimonianza della passione dei giovani padroni di casa che, con il succedaneo degli scacchi (ma è proprio così?), fanno concorsi, manifestazioni, pubblicità, oltre a mettere il gioco addirittura nel nome dell’albergo e dell’attigua concessionaria automobilistica”.
    Anche il gioco della dama, debbo ritenere, come gli scacchi, non finisce di stupire.
    (22.VI. 2009)

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    Post Scriptum: licenziando con grande ritardo questi miei “appunti” (è l’occasione anche per scusarmi con i due o tre lettori che ancora si ostinano a seguire questa rubrica), aggiungo che l’autorevole quotidiano “La Stampa” del 25 luglio 2009 dedica un intero paginone al gioco della dama con una corrispondenza, densa di foto e di grafici didattici, che proviene da Fossano. Anzi proprio dal Dama Hotel appena segnalato da Raspelli e dove, in una saletta dell’albergo, si sta svolgendo un importante torneo internazionale: il “Primo Trofeo delle Nazioni”. A pagina 25 Erica Asselle scrive il lungo articolo “La dama per soli uomini. Concentrazione, disciplina e ora il computer: i nuovi appassionati di un gioco antico”. Il titolo fa notare che le donne iscritte alla Federazione Italiana Dama, che raccoglie tremila giocatori a livello agonistico, sono appena una decina. Il servizio della Aselle è abbastanza completo. Oltre a fornire simpatiche note di colore sul torneo, sullo stesso albergo (“arredato con una scacchiera intarsiata nel parquet di ogni stanza”), sui titolari grandi appassionati del gioco, sui campioni e le squadre presenti (“gli sfidanti indiani non sono potuti partire per colpa del visto”), la giornalista riesce a illustrare le regole essenziali del gioco e a intervistare, utilmente, l’arbitro internazionale Gianfranco Borghetti. Non mancano, inoltre, simpatici riferimenti con il gioco degli scacchi. Quasi alla fine dell’articolo si legge: “Il paladino dei damisti è Edgar Allan Poe che li difende dalla continua competizione con gli scacchisti. Per lo scrittore americano, l’umile gioco della dama, più dei macchinosi scacchi, è capace di stimolare l’intelletto”.
    Al riguardo Poe, oltre a quanto ha scritto nel breve saggio “Il giocatore di scacchi di Maelzel”, ha lasciato interessanti riflessioni anche sulla dama nel capitolo introduttivo al famoso racconto “Gli assassini della rue Morgue” (The Murders in the Rue Morgue, 1841). Si legge, infatti, a pagina 407-408 del giallo (nella traduzione di Delfino Cinelli, Arnaldo Mondatori Editore, Opere Scelte a cura di Giorgio Manganelli, I Meridiani, Verona 1971): “[…] approfitto dunque dell’occasione per asserire che il massimo potere della riflessione è più decisamente e utilmente provato dal modesto gioco della dama che non dalla complicata futilità degli scacchi. In quest’ultimo essendo i pezzi dotati di movimenti diversi e bizzarri e di valori diversi e variabili, quello che è soltanto complessità vien preso (errore abbastanza comune) per profondità. L’attenzione sì, è messa in gioco moltissimo. E se per un momento si allenta, si commette una svista che risulta in una perdita o nella disfatta. Essendo i movimenti possibili, oltre che vari, involuti, le occasioni di quelle sviste ne vengono moltiplicate; e in nove casi su dieci non è il giocatore più acuto ma il più concentrato che vince. Nel gioco della dama al contrario, nel quale la mossa è una sola e non subisce che poche variazioni, le probabilità di inavvertenze sono minori e l’attenzione del giocatore relativamente libera, per cui i vantaggi riportati da questo o quel contendente si ottengono grazie a una perspicacia superiore”.
    Forse, dopo aver letto tutto questo e ancora appagati per la riconquistata libertà dei due giornalisti, della squisita ospitalità di alcuni alberghi che si ornano con i simboli del gioco, di avere appreso le sue regole e dall’avere finalmente superato, conoscendone le cause, l’orrore delle nostre cappellate, è l’occasione per riflettere seriamente di sostituire, e definitivamente, il gioco degli scacchi con la dama. (25. XI. 2009).

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    (Libri per l’estate). E’ buona consuetudine, in occasione della partenza per le vacanze estive, mettere in valigia anche qualche buon libro, anche di scacchi. Mai, come quest’anno, tale piacevole operazione si è rilevata impresa difficile per chi segue la letteratura scacchistica in lingua italiana, come sempre ha amato fare l’appassionato scacchista e bibliofilo Alvise Zichichi. Con la pubblicazione testé avvenuta (fine giugno 2009), infatti, del consueto e atteso appuntamento annuale delle novità della Prisma Editori si è concluso un semestre editoriale eccezionale sia per numero che per qualità.
    Libri interessanti da avere sempre al seguito con l’intento di leggerli tutti, tutti meritando. Siccome ciò non sembra possibile, appare almeno utile fornire qualche svelta indicazione e consentire a ciascuno la scelta ritenuta più appropriata.
    Il buon mattino era stato già annunciato, qualche mese prima da Caissa Italia con l’uscita, in un’accattivante veste grafica contrassegnata dal nuovo logo dalla casa editrice, di quattro importanti volumi. Anzitutto, la gradita opera conclusiva delle migliori partite, con note autobiografiche, del grande maestro e gentiluomo estone Paul Keres. Ripercorrere le partite dei grandi della scacchiera commentate dagli stessi protagonisti, come è il caso del volume in esame, è non solo il modo migliore per apprendere il gioco ma anche un motivo in più per capire il percorso umano di chi degli scacchi ha fatto una ragione di vita (Paul Keres, “Partite scelte” vol. 2, pp. 240, € 27,00). Un libro che si apprezza anche per le numerose foto storiche con risvegliate didascalie a cura di Yuri Garrett, una “prefazione sentimentale” di Mihail Marin e ben 12 partite aggiuntive (1959-1975) selezionate da Mario Lamagna e non comprese nell’edizione originale del 1961. Inoltre, giusto per rimanere “nell’esempio dei grandi”, il libro di Isaak Efremovich Boleslavskij e di Igor Zakharevich Bondarevskij che narra il combattuto match “Petrosjan-Spasskij 1969, scontro tra titani” (pp. 192, € 28,00). Uno straordinario volume, scritto a quattro mani dai secondi dei duellanti, entrambi grandi maestri nominati dalla Fide nel 1950, e segnalato - è dato di leggere nella quarta di copertina - direttamente a Caissa Italia da Mark Dvoretskij come uno dei capolavori assoluti della letteratura scacchistica sovietica. Per chi si appresta a partecipare a qualche torneo e aspira a verificare sulla scacchiera le ultime novità in apertura, invece, giungono in soccorso due ottimi e aggiornati volumi di teoria: uno dell’abile scacchista del Kazakistan Boris Avrukh con il suo riuscito esordio “1.d4. Repertorio avanzato” (volume 1: Catalana, Slava, Gambetto di donna rifiutato, Gambetto di donna accettato e linee minori, pp.352, € 32,00) e l’altro dell’amabile e colto GM rumeno Mihail MarinLe partite di gioco aperto” (secondo volume, pp. 216, € 27,00) che tratta, in dettaglio e da par suo, il seguito logico della sua precedente opera, pubblicata sempre da Caissa Italia, la Partita Spagnola, regina indiscussa del gioco aperto.
    Proseguiamo. Insieme ai libri diciamo “tecnici” non bisogna dimenticare che il gioco degli scacchi è anche occasione di racconti, avventura, personaggi e arte. Come non mettere in valigia, ad esempio, l’intrigante romanzo di Diane A. S. StuckartLa mossa dell’alfiere” (Nord, pp. 360, € 18,60)? Un “giallo” che riporta il lettore nella Milano del 1483 e a una partita di scacchi viventi che mette a repentaglio la vita, nientedimeno, di Leonardo da Vinci, incaricato di indagare sulla misteriosa morte del personaggio che impersonava l’alfiere bianco. Oppure la trama, sullo sfondo dell’11 settembre 2001 e dell’ingresso delle truppe americane a Bagdad, raccontata da Katherine Neville ne “Il fuoco” (Mondadori, pp. 427, € 20,00)? Quasi un seguito, in uno scenario globale alla ricerca di tutti i pezzi degli “Scacchi di Montglane”, che ha segnato il successo planetario del suo precedente “Il segreto del Millennio” (Mondadori, 1961). E tra i racconti curiosi e affascinanti bisogna aggiungere, anche se non stampato quest’anno ma lo scopro e leggo solo ora e grazie all’attenta rubrica curata da Nicola Vozza per il “Centro Studi Scacchistici Touring Duchamp”, “Il quarto enigma” dello scrittore vagabondo Daniel Chavarría (Marco Tropea Editore, 2005, pp. 317, € 16,50). Nel romanzo, peraltro complicatissimo da raccontare, c’è un personaggio veramente interessante: lo scacchista, Gregorio Montijo. Leggere le sue intense pulsioni scacchistiche (e non solo quelle!), anche se limitate a qualche pagina, merita tutto il romanzo. E, a proposito di Duchamp, Bernard Marcadé, scrive una nuova biografia dell’artista francese “Marcel Duchamp. La vita a credito” (Johan & Levi, pp.602, € 32,00) che merita di essere letta nell’intento di dare “scacco matto alla noia” anche quando si è in vacanza. «Non c'è niente di più bello che giocare» disse una volta Duchamp a chi gli chiedeva di spiegare la sua poetica, come ricordato in recenti pagine della rivista “L’Italia Scacchistica”. Duchamp, sappiamo, amava in particolare giocare scacchi: e non per nulla Marco Carminati nel segnalare il libro di Marcadé nella “Domenica” de “Il Sole 24 Ore” sceglie proprio lo stralcio delle pagine del libro dove è fatta risaltare questa sua passione e la sua frase sopra riportata, densa di sacra passione. Ancora merita di essere ricordato il catalogo della mostra che si è svolta recentemente al Museo Popoli e Culture del Pime a Milano: “Riflessi. Incontri ad arte tra Oriente e Occidente” e dove la giovane studiosa Maria Angelillo racconta, con un ricco apparato illustrativo e con il contributo di Rodolfo Pozzi e di Alessandro Sanvito, “Gli scacchi: dall’India al mondo” (Pimedit Onlus, s.i.p.).
    Encomiabile, inoltre, è la ricerca storica, già segnalata, di Alessandro RizzacasaLivorno nella storia degli scacchi. Dal secolo XVI alla fine del XIX” (collana “Temi di cultura”, edita dal Comune di Livorno, pp. 285). L’opera illustra, con una visione storica attenta e grazie alla puntuale conoscenza dell’apporto dello scacchismo della città labronica, come il gioco degli scacchi abbia rivestito non solo una sorprendente importanza a Livorno ma anche costituito una pagina utile per la crescita del nobile gioco in tutta l’Italia. Uno splendido volume, anche per la cura grafica e con un imponente apparato iconografico, generosamente offerto dall’Assessorato alle Culture, Beni Culturali e Spettacolo del Comune di Livorno ai suoi cittadini e a tutti gli innamorati degli scacchi. Un libro che si apprezza, inoltre, per la palpabile lungimiranza di un’Amministrazione che tiene a essere custode orgogliosa del suo passato, della sua storia e guida, nel ricordo della nobiltà delle sue tradizioni, per le future generazioni.
    Meritevole e affascinante anche la ristampa fototipica del manoscritto in latino con disegni a penna e acquarelli raffiguranti il gioco degli scacchi (XIV secolo) conservato presso la Civica Biblioteca Angelo Mai di Bergamo (MA 223 - già Gamma II 33) “De ludo schachorum”, ovvero “Liber de moribus hominum et officiis nobilium”, di Iacopo da Cessole (“Il gioco degli scacchi ovvero Il libro dei costumi degli uomini e dei doveri dei nobili”, Centro Studi Valle Imagna, novembre 2007, contributo di € 45,00). Al libro principale, simile a quello originale e rilegato (carta Gardapat di grammi centoquindici), è stata affiancata una brossura (“Il gioco degli scacchi”, idem, pp. 90) che contiene la descrizione codicologica, una presentazione di Giorgio Locatelli, una descrizione critica del manoscritto De ludo scachorum di Giulio Orazio Bravi, un’introduzione e il testo integrale ben tradotto in italiano a cura di Antonio Previtali.
    Non hanno invece bisogno di presentazioni le ultime novità della Prisma, tutte graficamente elegantissime, di piacevole e comoda lettura. Il maestro internazionale inglese Richard Palliser scrive, per i giocatori con fascia Elo 1400-1800, l’utile “Repertorio dinamico con il pedone di Donna” (304 pagine, 423 diagrammi, € 26,00). Poi l’istruttivo libro di Lev Alburt e Alexander Chernin, “Largo alla Pirc” (448 pagine, 910 diagrammi €32,00) con una veste grafica che rende facile e proficuo l’apprendimento. I diagrammi delle linee principali sono, infatti, un poco più grandi rispetto alle analisi e alle linee secondarie. Ancora, utilissimo,“La tecnica del gioco d’attacco” del grande maestro paraguaiano Zenon Franco (384 pagine, 601 diagrammi, € 32,00). Numerosi esercizi e 33 famose partite ben analizzate, quasi mossa per mossa, per padroneggiare l’attacco seguendo il prudente detto virgiliano “Audentes Fortuna iuvat”, poi diventato lo scriteriato e pernicioso proverbio “La fortuna aiuta gli audaci”! Per ultimo, il secondo volume della celebre collana di Isaac e Vladimir Linder dedicata ai quattordici Campioni del mondo, da Steinitz a Kramnik, “Il mondo e gli scacchi di Robert James Fischer” (336 pagine, 102 diagrammi, € 32,00). Un libro esemplare, arricchito da un pregevole e spesso inedito apparato fotografico, per capire la vicenda umana e sportiva del grande scacchista americano, recentemente scomparso in quell’Islanda che lo aveva visto campione nella memorabile sfida del 1972 con il russo Spassky e che amorosamente l’aveva accolto per dargli riparo dalle disavventure in cui la vita lo aveva precipitato.
    Che altro? Carlo Alberto Cecchini che in “I grandi maestri della scacchiera” (Arduino Sacco Editore, pp. 262, € 20,00) narra, in ordine cronologico, le straordinarie vite degli scacchisti a partire dal XVI secolo. Un volumetto che ho apprezzato, curiosamente, perché in quarta di copertina riporta un appropriato pensiero di Goffredo Fofi sugli scacchi tratto dalla prefazione al libro “Il re degli scacchi” di Acheng (Bompiani, 1998). Ancora sembra utile leggere “Il centro statico” di Gojko Laketic (LakiSkaki Ruma, novembre 2008, pp. 156, s.i.p.) che tratta della struttura pedonale con pedoni opposti e4-e5 dopo che è stato eseguito il cambio dei pedoni “d”. La particolarità è data dalla scelta delle partite illustrate, tratte da tornei disputati in Italia e sovente giocate, oltre dall’autore, da scacchisti di categoria nazionale.
    A volte alcuni libri si scoprono con ritardo e quasi per un avvenimento fortuito. E’ il caso di un libro di Andrea Borruso, professore di Filologia araba e Lingua e Letteratura araba presso l’Università di Palermo, “Da Oriente a Occidente”. Il volume, edito dall’Officina di Studi Medioevali nel giugno del 2006 (Scrinium, pp.120, s.i.p.), accoglie argomenti diversi sull’arte arabo-islamica che, nel periodo del suo splendore, ha offerto all’Occidente numerosi contributi, oggi patrimonio della stessa cultura europea. Così insieme alle scienze matematiche, all’astronomia, all’astrologia, alla geografia e alla medicina un intero e consistente capitolo è dedicato al rapporto tra “Gli Arabi e gli scacchi”. Ed è affascinante scoprire come uno studioso letterato, apparentemente digiuno della nostra disciplina, parla con tanta competenza di scacchi senza dimenticare neanche i problemi, croce e delizia di tanti appassionati, con il celebre matto di Dilara, così chiamato da una principessa indiana, “che risolve con estrema eleganza una partita da tutti considerata irrimediabilmente perduta”. E scoprire, quasi con meraviglia, che se il primo libro in assoluto stampato in Inghilterra, in lingua inglese, è la traduzione di una raccolta di sentenze arabe, il secondo è la versione di un trattato di scacchi, stampato nel 1474 e tradotto da William Caxton con il titolo “Game and Playe of the Chess”. Ancora una volta, come raccontato in “Riflessi”, un significativo passaggio interculturale grazie agli scacchi.
    Poi, per finire, non bisogna dimenticare di acquistare, leggere e tenere sempre sotto braccio le riviste scacchistiche, così sostenendole e diffondendole. Occupano poco spazio e sono il sale che impreziosisce il sapore di ogni ulteriore approfondimento, migliorando il nostro gioco e la comprensione che con il gioco dobbiamo mantenere.
    Buone letture e una bella estate!
    (20.VII. 2009)


    (Nota: il presente appunto, ma limitatamente ai libri non tecnici, è apparso a mia firma sulla rivista “L’Italia Scaccchistica” nella rubrica “Novità in libreria. L’altro scaffale della libreria”, fascicolo di Settembre-Ottobre 2009, Annata 99, N. 1211, pp. 310-312 .- 15/X/2009.-)

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    (Un carcere che non si riesce a chiudere). Mentre Barak Obama spegne, con un simbolico gesto, il tabellone luminoso piazzato sulla facciata della sede diplomatica Usa sul lungomare dell’Avana con gli insipidi slogan anti Castro, la vituperatissima prigione cubana di Guantánamo voluta da Bush continua a esistere.
    Il primo presidente pacifico degli Stati uniti d’America si era impegnato, appena dopo il suo insediamento, di chiudere il supercarcere cubano, simbolo di un’epoca e di una politica tra le più buie della storia Usa, aggiungendo: «l’America non tortura». Ciò non è ancora avvenuto: il trasferimento, infatti, dei “nemici combattenti” in America e in paesi amici si è rilevato complesso e irto di difficoltà.
    Molto interessante su “La Stampa” del 26 luglio 2009 è il reportage dell’inviato Francesco Semprini sulla città-prigione che apre la prima pagina con “Viaggio nelle celle di Guantanamo. Recitano il Corano e leggono Harry Potter”. Riusciamo così a sapere, anche per le efficaci foto e i disegni a corredo dell’ampio articolo che si sviluppa nelle pagine interne, quasi tutto di ciò che accade giornalmente nelle sue celle: la classificazione dei detenuti in 4 categorie in base alla loro pericolosità; la cucina con “sei diversi menù, dal vegetariano a quello ricco di fibre”; il pallone come passatempo preferito; la visione di dvd sportivi; la biblioteca “con alcune centinaia di testi in 18 lingue dall’arabo all’inglese, dal farsi al pashtun. I più richiesti, oltre ai libri sacri del profeta Maometto portati a mano dai detenuti esclusivamente da impiegati di religione mussulmana in osservanza ai precetti del Corano, sono le grammatiche inglesi e i libri di Harry Potter”; l’ospedale che “funziona come una qualsiasi struttura civile, anche se l’armadietto con tubi e flebo per l’alimentazione forzata ci ricorda ancora una volta che siamo in un carcere sui generis”.
    Nel tempo libero, ma solo nella prigione di media sicurezza, sono abituali anche le sfide a scacchi tra i detenuti. Annota l’attento giornalista la circostanza che “uno di loro chiede a una guardia un nuovo alfiere degli scacchi, l’altro si è rotto mentre giocava con il vicino di cella”.
    Qualcosa, quindi, all’interno del carcere, così come spero negli altri simili sparsi nel mondo, è migliorato. Continuo a ritenere, e fermamente, che poter giocare a scacchi esclusivamente per non soccombere psicologicamente al Leviatano non è che restituisca onore a un Paese nato per difendere i “diritti individuali fondamentali di libertà”. Il prezzo della paura non può affatto giustificare l’esigenza di una giustizia esercitata in violazione dei diritti civili. Poter giocare a scacchi o svolgere altre attività sapendosi privati di qualunque diritto, anche quello proprio dei prigionieri secondo la Convenzione di Ginevra, non è assolutamente ammissibile. Non bisogna assolutamente dimenticare che l’«habeas corpus» è un antico istituto di fondamentale garanzia per l’individuo, sancito sin dal 1215, e la “Dichiarazione universale dei diritti umani”, frutto di una elaborazione umana centenaria, fu adottata e firmata nel 1948 sull’onda dell’indignazione per le atrocità commesse durante la Seconda Guerra Mondiale.
    (27. VII. 2009)



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