Come è possibile constatare è una posizione iniziale diversa dal primo diagramma (N. 1). Ma ugualmente porta, a colori invertiti, al medesimo, e giustamente famoso per il contributo alla teoria dei finali, matto di Alfiere di Troitzky. Le cinque mosse finali riportate nel libro edito da Polillo (a pagina 241 e neppure correttamente trascritte come, purtroppo, in tutte le traduzioni curate senza la consulenza di uno scacchista) sono infatti: 45. Txc2 Cxc2; 46. Rxc2 b1=D+; 47. Rxb1 Rd3; 48. Ra1 Rc2; 49.d3 Ab2# .
L’edizione della stessa opera edita dalla “Compagnia del Giallo”, del gruppo Newton, 1993, malgrado indicata come “edizione integrale”, non solo non riporta il diagramma della posizione ma neanche la nota citata e inserita puntigliosamente dall’Autore “a beneficio del giocatore di scacchi esperto, interessato da un punto di vista accademico”.
Non possiedo l’edizione del 1941 (“Le avventure di Philo Vance”, Mondadori) dove è raccolto anche il racconto in argomento, e che poi è stato più volte ripubblicato come titolo a sé, per sapere se almeno in quella prima edizione apparve il diagramma.
Il Maestro per corrispondenza e amico Carmelo Coco, studioso appassionato delle opere letterarie con argomento gli scacchi, pur non essendo un “problemista esperto” e che si è incuriosito di questa superficiale ricerca, mi dice che il problema è stato in parte “demolito” visto che il Nero poteva offrire maggiore resistenza in partita con 1. Ah6+ Rg8 2. g7 e6+ 3. Rd6 Rf7 4. Re5 Rg8 5. Rf6 e5 6. Re7 e4 7. Rf6 e3 8. Axe3 h5 9. Aa7 h4 10. Ag1 h3 11. Ah2 Rh7 12. Rf7 Rh6 13. g8=D Rh5 14. Dg3 Rh6 15. Dh4 #
Cerco di dare, adesso, una, pur parziale e incompleta, risposta al primo e iniziale quesito che abbraccia un’interessante ricerca - mai intrapresa a mia memoria - nell’ambito del tema, a me caro, del vasto e ricco rapporto tra “Letteratura e Scacchi”. Oltre i noti romanzi di Lewis Carroll, Arturo Pérez-Reverte, Ronan Benett e dove, com’è ormai noto, sono inseriti diagrammi di scacchi, bisogna aggiungerne altri, forse meno conosciuti che, ugualmente riproducono uno o più “diagrammi”. Almeno e sicuramente, Gesualdo Bufalino e George Perec. Tanto per rimanere nel presente e non menzionare, per essere stati richiamati in altri scritti, opere troppo antiche e di cui non possiedo, neanche in copia, gli originali.
In “Diceria dell'untore” di Bufalino, nella “Nuova edizione accresciuta da pagine inedite e dagli archivi dell'opera” (Bompiani, VIII edizione “I Grandi Tascabili”, febbraio 1998) nella pagina 162 dell’Appendice, voce “Varie” è riporto il diagramma della posizione finale (detta di Damiano) della partita a scacchi giocata e perduta dall’eroe contro il Magro (Nero). Diagramma che è preceduto nella pagina precedente dalla notazione grafica. Curiosamente, sia il diagramma sia la notazione della partita non compaiono nella recente opera completa in raccolta in due volumi a cura di Maria Corti e Francesca Caputo (Classici Bompiani, 2006-2007). Una disattenzione che diventa un vero sgarbo a un letterato che, forse più di ogni altro, ha amato e praticato con passione il gioco degli scacchi.
Ne “La vie mode d'emploi” (1978) di Perec, scritto in memoria di Raymond Queneau, che leggo nella traduzione di Dianella Selvatico Estense (“La vita istruzioni per l'uso”, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1997), nel capitolo LXIX, intitolato «Altamont, 4», pagina 341, nella scrupolosa descrizione dell'ufficio di Cyrille Altamont, c’e il diagramma che riproduce una scacchiera, riposta in un mobile, con “la situazione dei pezzi dopo la diciottesima mossa del Nero nella partita giocata a Berlino 1852 fra Andersen e Dufresne, un attimo prima che Andersen iniziasse quella brillante combinazione di matto che ha dato alla partita il nome di «Sempreverde»”. A fianco del diagramma, a sinistra, c’è la chiave di lettura del seguito delle mosse per arrivare al famoso matto finale.
Ancora, nel simpatico racconto di Michel Tournier, “La colubrina ovvero l’assedio della fortuna” (“La couleuvrine”, Gallimard, 1994, traduzione di Francesco Bruno, Adriano Salani Editore, Milano, 2000) a pagina 45, c’è il diagramma con la posizione iniziale dei pezzi (e l’indicazione del nome dei singoli pezzi) della partita tra Faber (Bianco) e il comandante Exmoor (Nero) che vince pur non sapendo assolutamente giocare a scacchi. Tanto da non conoscere neanche le sue regole e le mosse possibili dei singoli pezzi. Una strana partita di scacchi “a specchio” che è poi trascritta, come la successiva, nelle pagine seguenti in notazione algebrica.
In alcune opere importanti, inoltre, capita di leggere la notazione descrittiva algebrica di una partita senza che appaia alcun diagramma. Eppure il gioco degli scacchi diventa emblema della stessa opera: gli scacchi come paradigma dello stesso gioco e metafora della vita. Penso, ad esempio, a “Murphy” di Samuel Beckett (Einaudi, 1962, traduzione di Franco Quadri) dove a pagina 182 e seguenti è trascritta e annotata l’«assurda» partita, “una «Affense» Endon, o «Zweispringerspott»” (!), che si svolge in una casa di cura per malattie mentali tra l'infermiere Murphy (Bianco) e il paziente Endon (Nero).
A solo titolo d’esempio, cito ancora l’ironico e classico romanzo di Daniel Pennac “Signor Malaussène” (Gallimard, 1995, traduzione di Yasmina Melaouah, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 1997). A pagina 26 c’è il racconto della conversazione, tristissima, con lo zio Stojil. Ogni parola della conversazione è intercalata dall’indicazione della mossa della partita a scacchi che aveva iniziato a giocare con Malaussène.
Penso, ancora, a romanzi famosi dove non è riportato nessun diagramma di scacchi e, persino, nessuna trascrizione di partita ma, ugualmente, è possibile ricostruirla da altre fonti. E’ il caso, ad esempio, del celebre racconto di Ian Lancester Fleming “James Bond 007 dalla Russia con amore” (“From Russia, with Love”, Glidrose Productions Ltd, 1957, traduzione di Enrico Cicogna, Tea S.p.A., Milano, 1998). Grazie alla scena, scacchisticamente perfetta per l’esatta ricostruzione di un importante torneo dell’URSS, che apre l’omonimo e celebre film di Terence Young. Nel tabellone è visibile una tra le più conosciute posizioni di scacchi, come è stato anche evidenziato in una delle puntate della solerte rubrica domenicale del quotidiano “La Stampa”. Ricavata, con due pedoni in meno (c5 e d4) per evitare problemi di copyright, da una partita di “gambetto di Re”, davvero giocata e vinta da Boris Spassky contro David Bronstein nel Torneo di Leningrado del 1960. O, come non pensare alla partita a scacchi giocata dal supercalcolatore Hal 9000 con l’astronauta Frank Poole nel bellissimo film di fantascienza “2001: Odissea nello spazio” di Stanlley Kubrick? Anche qui, almeno nella prima edizione dell’omonimo romanzo dello scrittore Arthur C. Clarke, tradotto da Bruno Oddera per la Teadue S.p.A., Milano, 1988, nessun diagramma e nessuna indicazione di una qualsiasi partita a scacchi o traccia di posizione per ricostruirla. Partite che sovente venivano disputate contro il calcolatore per distrarsi nel lungo viaggio cosmico. Il calcolatore “Hal 9000”, si legge a pagina 111, “ce la metteva tutta, poteva vincere qualsiasi partita; ma questo sarebbe stato negativo per il morale. E così lo avevano programmato in modo che vincesse soltanto il cinquanta per cento delle volte, e i suoi compagni di gioco umani fingevano di non saperlo”. Eppure è possibile, grazie al film e partendo dalla posizione sul visore dei pezzi sulla scacchiera ben visibile in una sequenza del film, ricostruire almeno una partita, vinta dal computer - che iniziava quindi a mal funzionare - in appena 15 mosse. Grazie alla facile ricostruzione del matto finale, nonostante le inesattezze del doppiaggio italiano come bene mette in risalto Andreas Vogt nel suo sito web “Scacchi!”, è stato possibile ricomporre l’intera partita. Una partita che fu realmente giocata nel torneo “Hauptturnier” di Amburgo nel 1910 tra gli scacchisti Roesch e Schlage. Ormai restituita a nuova vita e universalmente conosciuta, al posto dei dimenticati giocatori, come “Il matto di Kubrick”.
Altri romanzi meno noti riportano diagrammi di posizioni di partite di scacchi. Ad esempio nella fiaba di Paolo Racioppo “L'Albero degli scacchi” (La Traccia Editrice, Torino, 1997) a pagina 51. Oppure, ma senza diagrammi, nel famoso sonetto di Tommaso Cambray-Digny che ricostruisce un’intera partita giocata nel 1750 al Café de la Régence di Parigi, tra Kemur de Légal e il cavaliere di Saint Brie, più nota come “Il matto di Légal”. Un componimento poetico costituito da quattordici versi endecasillabi rimati e divisi in due quartine e due terzine, per inciso, a me amatissimo sin da bambino perché veniva declamato, a memoria e sbracciandosi velocemente intorno ai pezzi sulla scacchiera, da un mio caro zio.
Ci sono infine romanzi che non hanno diagrammi, né trascrivono le mosse della partita. Eppure debbono essere citati e inseriti ugualmente, a mio giudizio, in questo ipotetico elenco che tento di tracciare. Come non includere, infatti, lo straordinario romanzo di Walter Tevis “La regina degli scacchi” (“The Queens’s Gambit”, 1983, traduzione di Angelica Cecchi, Edizioni minimum fax, Roma, 2007)? Dal racconto non è possibile, certo, ricostruire le mosse di nessuna partita a meno di non essere un grande esperto del gioco. E’ verissimo. Ma è probabile, spero anche per il lettore digiuno di scacchi, rivivere le tensioni emotive della partita come se si stesse giocando e inseguendo, nell’eccitazione del racconto, la vittoria o la sconfitta. Tevis riesce, infatti, a proporre, e in modo sorprendente, una dimensione autentica, umana e sportiva, della giocatrice. Soprattutto quando segue la protagonista, la giovane campionessa Elisabeth Harmon, nelle sue partite che assurgono a comportamenti universali di ogni giocatore e descrivendo nient'altro che partite di scacchi.
Sarebbe lungo, poi, parlare dei fumetti (Dylan Dog, Tintin, Mafalda, ecc.) e dei racconti di fantascienza (“Gli scacchi della morte” di Walter Ernsting, “La scacchiera” di John Brunner, “La croce di ghiaccio” di Lino Aldani o “La variante dell'unicorno” di Roger Zelany, ecc.) o dei polizieschi (un diagramma lo usa anche Fabio Lotti in “Chi ha ucciso il campione del mondo?”, Prisma, 2005, pagina 43).
Per ultimo almeno una pagina sarebbe utile dedicare a romanzi importanti della letteratura che, pur non avendo per argomento gli scacchi, parlano di giochi in qualche modo affini e che ricostruiscono con utili diagrammi le partite, ad esempio di “go”. E’ il caso del bellissimo romanzo di Yasunari Kawabata “Il maestro di go” (“Meijin”, 1942, a cura di Cristina Ceci e con uno scritto di Raffaele Rinaldi, Se editore, Milano, 1991).
Una risposta, certo, che meriterebbe maggiore tempo, la possibilità di consultare i libri in lingua originale e in prima edizione (penso alle modifiche apportate dallo stesso autore al diagramma dell’assurdo problema scacchistico apparso nelle prime pagine del noto romanzo “Alice davanti allo specchio”!) e una ricerca più approfondita.
La mia speranza è di trovare un aiuto per perfezionare una simile indagine. L’unica ragione che mi spinge a pubblicare questo mio “appunto”, infatti, è quella di avere trasmesso una qualsiasi curiosità per realizzare una catalogazione di tutte le opere letterarie che hanno inserito nelle loro pagine un diagramma di scacchi o, comunque, una forte e chiara immagine che ad essa si collega.
(20. I. 2009)
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