LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Sessantanovesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    (Carlo Caracciolo: come gli sarebbe piaciuto essere ricordato). E’ morto ieri sera, nella sua casa romana, a 83 anni Carlo Caracciolo. Un grande italiano per il suo impegno civile e per aver speso la sua vita nell’operosità di costruire una società informata e consapevole. Tutti i maggiori quotidiani di oggi, 16 dicembre 2008, con qualche deplorevole esclusione, riportano la triste notizia e doverosamente in prima pagina, oltre a riservare spesso ampi servizi in quelle interne.
    Non solo lo salutano Eugenio Scalfari, Ezio Mauro, Daniela Hamaui e Nello Ajello dedicando tutto l’inserto “R2” dell’odierno giornale romano al suo fondatore, ma anche lo ricordano affettuosamente Umberto Eco, Giorgio Bocca, Carlo De Benedetti, Giampaolo Pansa, Bernardo Valli e tanti altri giornalisti, intellettuali, uomini politici e personaggi istituzionali, come il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
    Spesso nella premurosa memoria del principe editore, “padre” del quotidiano “la Repubblica” e del settimanale “L’Espresso”, non manca il riferimento del legame con la sua passione per il gioco. Paolo Conti, sul “Corriere della Sera”, a pagina 11, nel ricordare “Caracciolo, gli amici Agnelli e l’avventura nell’editoria”, scrive evidenziando questo aspetto quasi per svelare la personalità dell’imprenditore e la scelta del rischio associato alle sue scelte di vita: “Amava il gioco. Scacchi («vince chi sa giocare meglio») e poker («L’azzardo nasce dall’imponderabile che si nasconde sulla carta»)”. Una passione per il gioco svelata per la prima volta e con dovizia di particolari nel libro-intervista curato dallo storico editorialista di “la Repubblica” e amico Nello Ajello, il bellissimo “L’editore fortunato”, uscito da Laterza in occasione dei suoi ottanta anni e segnalato in questa rubrica. A proposito del gioco Ajello gli aveva chiesto, infatti, di conoscere quali erano i suoi compagni di scacchi e così Caracciolo aveva risposto: “Per molti anni ho giocato con il mio amico Emanuele De Seta, un siciliano che è morto una diecina di anni fa nella più assoluta miseria (ma non certo per colpa degli scacchi). Adesso gioco qualche volta con Gianluigi Melega, mio caro amico, e consigliere di amministrazione del nostro gruppo. Un altro giocatore molto bravo con il quale mi sono misurato spesso è stato Cesare Garboli, celebre scrittore e anche lui amico fraterno. Aveva l’anima del difensivista. Nel 1973 (qui il ricordo della data non è preciso; il famoso incontro di cui sta per parlare si svolse dall’11 luglio al 1° settembre del 1972, ndr) siamo andati a Reykjavik, per assistere ai campionati mondiali di scacchi. Il sovietico Boris Spassky contro l’americano Robert J. Fischer. Vinse clamorosamente Fischer”.
    Anche Lucio Caracciolo, omonimo direttore della pregevole rivista italiana di geopolitica “Limes” edita dal Gruppo editoriale L’Espresso, rievoca l’«editore scacchista» sul sito web con il sobrio articolo dal titolo “Un ricordo di Carlo Caracciolo”: “Il mio primo incontro con Carlo fu al torneo di scacchi interno di Repubblica, verso la fine degli anni Settanta. Ero allora un ragazzotto della tribù di principianti ammessa da Eugenio Scalfari a partecipare all’avventura di Repubblica. Del mio omonimo avevo un sacro rispetto e un po’ di timore, che si sciolse subito. La sua cordialità e il suo sorriso apparentemente distante, ma aperto e curioso, mi misero subito a mio agio. Non ricordo come finì la partita, ma conoscendo le mie qualità scacchistiche direi che avrà senz’altro vinto lui.”
    “Per farlo felice bastavano una scacchiera e un partner per lui” afferma il giornalista e scrittore Gianluigi Melega nell’articolo, ricco di ricordi personali, “Scacco al Principe” apparso su “la Repubblica” del 17 dicembre a pagina 46. Scrive così l’amico e compagno di gioco di tante partite: “Caracciolo aveva lo spirito del giocatore. Gli piaceva ogni tipo di sfida, e ancor più se rischiosa. Per questo divideva gli scacchi (in cui non è da gentleman scommettere denaro) dall’altra sua debolezza, il poker e l’écarté, in cui ci doveva sempre essere, per lui, una posta che valesse il batticuore. Negli scacchi era convinto che, non essendoci possibilità di trucchi, fosse possibile arrivare ai vertici della specialità studiando a fondo la tecnica e i risultati dei grandi maestri. Lo aveva indotto a questo errore Cesare Garboli, altro appassionato scacchista,…”. La sua apertura preferita era il «gambetto di Re». “Un’apertura rischiosa per chi la fa”, aggiunge Melega. Un modo di giocare che gli suggerisce di consegnare la riflessione: “Uno psicologo troverà certamente in questa fascinazione per il gioco e il rischio anche la chiave segreta che mosse Caracciolo nella costruzione del suo impero giornalistico”.
    Il glorioso «gambetto di Re». Un’apertura che sottintende uno stile di gioco, aggiunge Adolivio Capece nel ricordo apparso nella sua rivista “L’Italia Scacchistica” N. 1206 a pagina 16, “irruento e aggressivo, decisamente in contrasto con il suo portamento da signorile gentiluomo”.
    Il ricordo più efficace vorrei riprenderlo, però, dall’intervento di Claudio Sabelli Fioretti con il titolo “Le barzellette lo annoiavano” che “La Stampa”, del 16 dicembre a pagina 13, consegna, meglio di qualsiasi “coccodrillo”, ai suoi lettori. Il giornalista, apprezzato per alcune sue memorabili interviste, una assai nota con lo stesso Caracciolo apparsa all’inizio di quest’anno sullo stesso quotidiano torinese, ricorda nel suo intenso articolo proprio il momento delle memorie a lui affidate in quell’occasione. Inizia, infatti, con “Non conoscevo e non avevo nemmeno mai incontrato il principe Caracciolo quando l’ho intervistato all’inizio di quest’anno”. Una lunga intervista, tanto, scrive Sabelli Fioretti, da essere interrotta “perché era arrivata un’infermiera per una seduta di riabilitazione della gamba”. Come si apprende da Eugenio Scalfari, infatti, il principe e simbolo dell’«editore puro» “era malato da molto tempo e aveva attraversato le avversità della malattia con una forza come raramente accade di vedere, quasi indifferente a quanto accadeva nel suo corpo”. E subito dopo, continuando nel bel ricordo dell’incontro, così continua a scrivere Sabelli Fioretti: “Quando tornai per riprendere l’intervista lo trovai che giocava a scacchi con Gigi Melega. Gigi, un signore anche se non aristocratico, da grande collega, chiese ed ottenne la patta per consentirmi di riprendere l’intervista. Il Principe, sempre spiritoso, leggero, sincero, non si tirò indietro quando gli chiesi giudizi su persone amiche. (…) Parlò anche di Berlusconi e mi sorprese: era una delle persone che non gli riconosceva nemmeno la simpatia e il fascino. Da vero Principe mi disse che lo annoiava mortalmente quando raccontava le sue barzellette”.
    Sembra di rivedere, nella rievocazione dell’attimo di questa affermazione, il sorriso disincantato di Caracciolo, arguto e perfetto gentiluomo. Come quello consegnatoci nelle tante fotografie a corredo degli articoli di oggi. Un sorriso amabile e lontano che, adesso, appare più sereno e finalmente accontentato. Un acquietato sorridere per essere stato ricordato non solo per il suo ruolo di colto editore in difesa della libertà di opinione e di stampa (“«assoluzione di un compito civile» amava ripetere con signorile modestia”) ma anche per il suo legame alla vita vissuta come impegnato gioco e per la sua passione scacchistica.
    (16. XII. 2008. Ultima lettura: 5. I. 2009)

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    (“La meglio gioventù”). Veramente ammirevole l’articolo “Il re degli scacchi” di Loredana Tartaglia apparso nell’edizione romana de “la Repubblica” del 21 dicembre 2008 a pagina 11. “Discreto, serio, ha il dono di essere tenace. Pacato ed elegante, è consapevole che la scacchiera sia come un campo di battaglia, «un’esperienza violenta e crudele - come tiene a sottolineare - ma pur sempre divertente e affascinante»”. Parla di Daniele Vocaturo, una delle promesse italiane degli scacchi. Un diciannovenne che “gioca con i re eppure è semplice e modesto. Affonda alfieri e cavalli ma non ama la guerra. Dà scacco alla regina e attacca l’avversario senza pietà, pur senza essere uno stratega militare”. Così continua Loredana Tartaglia: “Ha conseguito la maturità lo scorso anno diplomandosi all’istituto Arangio Ruiz quasi con il massimo dei voti. La tesina? Ovviamente gli scacchi, ma con i professori ha parlato di Dante, Petrarca, Boccaccio e perfino delle poesie di Montale o Borges dedicate agli scacchi. E per la storia si è addentrato nei temi della guerra fredda a partire dalla famosa sfida del secolo del 1972 tra l’americano Fisher e il russo Spassky che venne giocata a Reykjavik, in Islanda, sotto i riflettori di tutte le telecamere mondiali”.
    Ecco ciò che più deve piacere quando si vedono crescere i giovani scacchisti: notare in loro il progresso della “tecnica scacchista” senza aver trascurato l’approfondimento della conoscenza della storia del Nobile Gioco insieme ai suoi affascinanti risvolti culturali.
    E un plauso, grande e incondizionato, merita la brava giornalista che, nell’additare ad esempio un giovane campione, non dimentica di mettere in risalto, oltre le vittorie sportive, gli importanti valori umani e formativi.
    (21. XII. 2008. Ultima lettura: 5. I. 2009)

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    (Le buone ragioni di una mossa di cavallo). Il caso della “Vigilanza Rai” ha suscitato non poco clamore nella cronaca della politica italiana in queste ultime settimane. I fatti sono noti: il senatore Riccardo Villari, medico epatologo e docente universitario, è stato eletto presidente della Commissione bicamerale per la vigilanza Rai. Ma è stato votato non dall’opposizione, come è prassi nelle commissioni di controllo, ma con i voti della sola maggioranza. Il suo, ora ex, partito politico, il Partito Democratico, non lo ha votato. Anzi, a elezione avvenuta, l’aveva immediatamente invitato a dimettersi, pena la sua espulsione. Villari non si è arreso e, addirittura, ha continuato ad assolvere il suo mandato con cocciutaggine ostentazione, fiero di aver conquistato un momento di grande popolarità e ritenendo pienamente legittima la sua elezione. Ha creato, così, nel modo in cui è stato posto l’accento dagli organi di stampa e d’informazione, un vero e proprio ingorgo istituzionale che ha messo in una posizione di «stallo» la Rai. Al posto del «ribelle» e al fine di restaurare «una prassi istituzionale che è ormai una regola», come autorevolmente è stato ricordato, è comparso il prestigioso nome di Sergio Zavoli, sul quale Pdl e Pd si sono infine, e dopo non altre poche accese polemiche, accordati.
    Fabio Martini, attento giornalista parlamentare de “La Stampa”, scrive sul quotidiano torinese del 19 novembre 2008, a pagina 7, uno dei più vivaci resoconti dell’atto probabilmente finale di questa complessa e pittoresca vicenda. Una vicenda, direi, tipicamente “italiana” e perfetto esempio, per altri versi, dello spirito di clientela che, e non da oggi, sembra animare tutti i partiti nella ripartizione dei posti a viale Mazzini. E’ giusto, a questo punto, elogiare la mossa equilibrata e distensiva che racconta nel quotidiano torinese con penna felice.
    L’articolo ha per titolo “Sergio, papà Veltroni e la prima Telethon. In una lettera la storia di un’amicizia lunga 60 anni”, e svela la “privatissima” lettera che Walter Veltroni, diventato da poco direttore de “l’Unità”, scrisse agli inizi del 1990, a Sergio Zavoli. Con quella missiva chiedeva al giornalista riminese, che aveva per l’intuito di suo padre iniziato a lavorare alla radio con lui inventando con Cesare Zavattini il fortunato “neorealismo radiofonico”, di raccontargli com’era. Un affettuoso tentativo di meglio ricostruire la figura del padre, avendolo improvvisamente perduto per una forma di leucemia fulminante quando aveva appena compiuto un anno. Ne aveva ricevuta una risposta molto bella, aggiunge il giornalista: “Un ritratto vivo di papà Vittorio Veltroni, il geniale dirigente della Rai degli Anni Cinquanta, talent scout e inventore di trasmissioni che hanno fatto storia”. Una corrispondenza che ha rinsaldato, scrive Martini, “l’amicizia tra Walter Veltroni e Sergio Zavoli” e che gli fa adoperare l’espressione, “mossa del cavallo”. Un modo di dire, ormai sempre più utilizzato nel generale linguaggio politico e giornalistico, per indicare una decisione risolutiva. In questo caso la vincente iniziativa abile e inattesa di Veltroni. Continua, infatti, a scrivere: “E ieri mattina a quel filo si è ricollegato il leader del Pd quando ha prodotto la mossa del cavallo che gli ha consentito di riprendere in mano la situazione, soffocando la sempre più aggressiva fronda interna e risolvendo il caso-Vigilanza”. Proporre, cioè, il nome dell’anziano senatore del Partito Democratico a presidente della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi.
    Una mossa, una “veltronata” dicono i detrattori, che poteva sembrare azzardata e che si è rilevata alla fine l’unica praticabile per superare l’ostacolo e porre, si spera, la parola fine alla triste sceneggiata.
    L’eterno duello, nei finali di partita, tra l’alfiere e il cavallo. Quasi per riaffermare che il cavallo, almeno sulla scacchiera e anche se carico e ricco di anni, è sempre più forte del più bellicoso alfiere «cattivo», condizionato dai pedoni del suo stesso colore.
    Per mio conto, non posso che essere felice della designazione avanzata e auguro a Sergio Zavoli un lavoro ricco di esemplari risultati. Sono sicuro che presiederà l’organo di controllo con la saggezza e l’equilibrio che lo ha sempre contraddistinto. Un “cavallo di razza” del giornalismo radiofonico e televisivo, da me seguito sin dagli anni giovanili. Vivissimi sono ancora nella mia memoria i suoi affascinanti resoconti sportivi e le illuminanti indagini sulla società civile. Un ascolto iniziato con la memorabile ed emozionante trasmissione alla radio, vincitrice nel 1958 del Premio Italia, “Clausura” con la toccante storia di Suor Maria Teresa dell’Eucarestia, allora priora del Monastero dell'Ordine delle Carmelitane Scalze di via Siepelunga a Bologna. Per la prima volta, il 19 novembre 1957, un microfono, consegnato attraverso la grata, entrava in un luogo di clausura. Esordiva Zavoli: “E ora comincio il racconto di ciò che vedrò, ma soprattutto di ciò che sentirò... ”.
    E’ appena il caso di ricordare, per inciso e quasi come fortuita concomitanza ricca di buoni auspici, che Teresa Sánchez de Cepeda Ávila y Ahumada di Gesù, fondatrice dell'Ordine Carmelitano delle “Scalze” e degli “Scalzi”, Dottore della Chiesa e Santa cara a tutti gli scacchisti, nei suoi scritti ha lasciato memorabili pagine di spiritualità servendosi straordinariamente di esempi desunti dal gioco degli scacchi.
    (21. XII. 2008. Ultima lettura: 5. I. 2009)

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    (Scacchi: una chiave di lettura per ogni sport). I titoli utilizzati nei quotidiani per sintetizzare i risultati delle partite di calcio, di basket, di tennis e altri sport costituiscono, quasi sempre, piccoli capolavori di efficace linguaggio giornalistico. Mi diverte, spesso, leggerli. Ma, ancora più spesso, lo stesso testo riserva utili sorprese. Rappresenta una fonte inesauribile di rimandi ad altre situazioni e a altri giochi, quasi per meglio chiarire le peculiarità della disciplina di cui si tratta. In particolare, come segnalato in diverse occasioni, paragonando momenti, stati d’animo o le stesse partite con quelli che si vivono sul tavolo del gioco degli scacchi.
    Traggo dal roseo giornale principe di tutti gli appassionati sportivi, “La Gazzetta dello Sport” del 21 dicembre 2008, sotto il saltellante titolo “Siena va, Teramo seconda. Roma e Fortitudo ok fuori”, l’articolo di Antonio Pitoni che sintetizza l’11a giornata del campionato “A” di basket con la vittoria della Lottomatica Roma sulla Salsonica Rieti, per un punto e al supplementare. Scrive Pitoni: “Con la gara incanalata sui binari dell’equilibrio, il match si trasforma in una partita a scacchi”. Aveva iniziato l’articolo scrivendo che “cinque secondi nel basket sono un’eternità”. Figurarsi in una partita a scacchi quando la lancetta dell’orologio tenta di far cadere la bandierina!
    Ancora lo stesso quotidiano, appena il giorno precedente e parlando di calcio, ospitava un articolo di Claudio Lenzi con il titolo “Rocchi-gol, riparte la Lazio” che magnificava il ruolo dell’attaccante subentrato a Zarate e che “affonda” - così scrive il giornalista sportivo- il Palemo al 21’ della ripresa. Un incontro che la penna di Lenzi presentava come una “partita a scacchi, nel primo tempo, dove protagonista è soltanto la paura di prenderle”.
    Lo stesso giorno, 20 dicembre 2008, nell’ultimo aggiornamento web delle 17,50 dell’agenzia “Ign”, portale del Gruppo Adnkronos, è riportata la dichiarazione del tecnico del Napoli Edy Reja su alcune assenze della sua squadra di calcio in vista della gara con il Torino: “Ecco, piuttosto sarà un ambiente caldo e affamato di punti. E poi conosco Novellino, so con quale meticolosità e precisione prepara le gare. Sarà una partita a scacchi in cui conterà tanto anche la personalità”.
    Questa singolare affermazione dell’allenatore, appare assai interessante. Nel gioco, e in tutti i giochi, specie in quello degli scacchi aggiungo, infatti, “la parola «gioco» indica lo stile, il particolare modo di esprimersi di un interprete, attore o musicista, vale a dire i caratteri originali che distinguono dagli altri il suo modo di suonare uno strumento o di recitare una parte. Pur dovendo restare aderente al testo o alla partitura, gli resta pur sempre un certo margine di libertà per manifestare la propria personalità con inimitabili, sottilissime sfumature o variazioni”.
    Il creativo pensiero è dell’Accademico di Francia Roger Caillos custodito nell’importantissimo saggio del 1958 “I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine”, a pagina 7. Un libro, ora ristampato nei Tascabili Bompiani con la prefazione di Pier Aldo Rovatti e note di Giampaolo Dossena, che dopo “Homo ludens” di Johan Huizinga, rimane il più esemplare classico nel suo genere.
    (22. XII. 2008. Ultima lettura: 5. I. 2009)

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    (Scacchi e strategie anti-crisi). Il “Corriere della Sera” di domenica 21 dicembre 2009 a pagina 18 annuncia l’inserto, nell’intera seconda metà del foglio, del “Corriere Economia”, che sarà in edicola lunedì prossimo.
    La pubblicità, peraltro inserita nella stessa pagina che parla della “recessione che morde. Il potere d’acquisto che diminuisce. Le fabbriche che chiudono, la cassa integrazione che dilaga, i licenziamenti che incombono”, rappresenta una mano che spinge un pedone bianco di Re su una scacchiera e dietro, ancora in ordine e sulle case di partenza, tutti gli altri pezzi dello stesso colore. Una frase, a caratteri cubitali, sovrasta tutta la scacchiera sopra i pezzi alquanto sfocati rispetto al pedone, in primo piano e in chiaro risalto. Recita: “2009. Gli italiani e le strategie anti-crisi”. In basso a destra sono raffigurate le prime pagine abbinate del quotidiano e del supplemento.
    Auguriamo buona fortuna a questo coraggioso pedone, in un contesto così difficile, che avanza indomito sulla scacchiera e che ci fa riflettere sull’efficacia del messaggio pubblicitario dove gli scacchi sono, una volta tanto, correttamente interpretati.
    (22. XII. 2008. Ultima lettura: 5. I. 2009 )

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    (Un nuovo scacco all’evasione fiscale). A leggere i giornali in questi giorni la notizia più importante, insieme al crollo dei consumi di Natale, è quella del sorprendente successo della lotta all’evasione.
    L’Agenzia delle Entrate ha fatto sapere, come ampiamente riportato dai quotidiani, che nei primi 10 mesi dell’anno le riscossioni da accertamenti fiscali sono cresciute del 46% rispetto al 2008. Ben 730 milioni di euro di maggiore incasso. Non mancano le letture politiche: da una parte il successo del governo impegnato nella lotta all’evasione, dall’altra, per l’opposizione, si parla di «grossolana mistificazione».
    Polemica a parte, interessa qui segnalare, soltanto, l’uso della terminologia scacchistica per spiegare il fenomeno finanziario, purtroppo ancora lontano, che tende a spingere il contribuente a trovare più conveniente pagare le tasse che cercare di evaderle. Come accaduto altre volte, infatti, il quotidiano economico e finanziario “ItaliaOggi” utilizza, e mette in prima pagina, un termine scacchistico per spiegare i nuovi poteri messi a disposizione dell’Agenzia delle Entrate per le indagini finanziarie. “Evasione sotto scacco” è l’eloquente titolo dell’editoriale di Marino Longoni che ricopre tutta l’intera prima pagina del giorno 23 dicembre 2008.
    (27. XII. 2008. Ultima lettura: 5. I. 2009. )

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    (Come scrivere intorno alla musica). Mi capita a volte di sfogliare, come aspettando rassegnato il mio turno nello studio dentistico, riviste, spesso datate, che non mi capita di incontrare abitualmente. Ma non per questo, scopro, meno interessanti.
    Leggo, così, su “Famiglia Cristiana”, n. 49 del 7 dicembre 2008, nella rubrica settimanale di musica di Gigi Vesigna,con il titolo “Cantautore giramondo”, una sua intervista al cantante Tiziano Ferro. Nella vergogna di scoprire, ahimè, di non aver mai sentito parlare del cantautore né mai ascoltato una sua canzone, mi colpiscono ancora di più gli elogi sfoggiati dell’attendibile giornalista, decano del Festival di Sanremo.
    Apprezzamenti che mi sembrano schietti e capaci, inoltre, di suscitare un inaspettato interesse per il calzante paragone trovato nell’illustrare la capacità inventiva e poetica del giovane autore di canzoni. Scrive Visigna, infatti, con esemplare chiarezza e usando un riferimento scacchistico: “Tiziano ricorda uno di quei campioni di scacchi che giocano più partite in una volta sola. Fanno una mossa e già devono pensare a quella del tavolo successivo. Scrive i suoi brani, ne scrive per colleghi illustri, ha prodotto la prima canzone e anche il primo album di Giusy Ferreri, questo disco («Alla mia età» è il titolo del nuovo e quarto album del giovane cantautore, ndr) l’ha arricchito con i contributi di Franco Battiato, che ha detto ascoltava sin da bambino, e di Ivano Fossati. Laura Pausini gli ha regalato La paura non esiste, della quale hanno scritto insieme le parole.”
    Un paragone ben scritto per far risaltare la bravura di chi sa trasformare sentimenti di tutti nella poesia della musica, così come ogni scacchista, pur modesto, vagheggia di poter essere capace di nobilitare le sue tracce sulla scacchiera inseguendo ineguagliabili forme d’arte.
    (5. I. 2009)



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