|
Sessantasettesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.
|
(Un libro, un inno all’amicizia). Puntuale, a ogni inizio d’autunno, arriva sulla mia scrivania un “piego di libro” contenente una nuova opera di Oscar Bonivento e di Ivo Fasiori. Un libro che accolgo ogni volta, pur non essendo un esperto della speciale arte scacchistica, con una certa emozione perché so scritto con grande partecipazione e atteso da molti problemisti di tutto il mondo.
Dopo i recenti straordinari volumi su Guidelli, Bottacchi, Cristoffanini e i compositori scacchisti italiani della seconda metà dell’Ottocento, quest’anno è la volta del fascinoso, nostalgico e appassionato affresco sui “Compositori Scacchisti Emiliani della 2a Metà del '900 a oggi”. Come sempre nel formato A4 e nell’ormai consueta edizione fuori commercio Onlus (© Oscar Bonivento, via Luigi Silvagni n.6, 40137 Bologna, settembre 2008, pp. 134) di 150 copie numerate e firmate dall’Autore. Ben 381 magnifici diagrammi per altrettanti problemi e studi dei compositori emiliani, “viventi e non viventi, insigni e dilettanti, conosciuti in Italia e all’estero o sconosciuti e dimenticati persino dai loro Circoli”, che non avevano ancora trovato adeguato posto nella letteratura scacchistica con opere proprie o espressamente dedicate. Se si escludono, quindi, i Maestri emiliani della composizione Alberto Mari, Ottavio Stocchi, Giorgio Mirri, nonché Enrico Paoli e lo stesso Bonivento, entrambi oriundi della Venezia Giulia ma emiliani per opzione, sono stati inclusi tutti gli altri o, come più modestamente chiarito, “quasi tutti”. Un impegno di ricerca eccezionale il cui intento, come precisato nella prefazione, opportunamente riproposta in lingua inglese, non è stato quello “di presentare, un’Antologia delle opere, cioè l’élite della produzione, ma un saggio-raccolta di attività personali nell’ambito di un’appassionata compartecipazione creativa”.
I problemisti e studisti presentati sono una quarantina e tutti, elencati in ordine alfabetico negli indici, con una o più opere sapientemente selezionate. Alcuni di loro molto noti come il Maestro della composizione Antonio Piatesi, il Giudice Mario Camorani, il colto e “saccheggiato” «Argus» Arturo Carrà, il bibliofilo ed enigmista «Pino da Imola» Europe Cacciari, l’affabile astrofisico del «Good Companion» Ettore Foschini, il fondatore dell’«Accademia Reggiana degli Scacchi» Armando Sivieri, l’amico discreto e una volta sempre presente a tutte le manifestazioni Angelo Ferrarini, il prolifico musicista Erio Salardini, il più volte premiato nelle prestigiose riviste iugoslave e ungheresi Marcello Montanari, l’appartato autore di alcune sorprendenti “bizzarrie” Livio Lucarelli e l’instancabile collaboratore di periodici scacchistici Fiorentino Palmiotto. Altri rappresentano gli eredi brillanti, già affermati in campo nazionale e internazionale, del problemismo emiliano come Francesco Simoni e Alessandro Cuppini. Ancora, tra i tanti, gli apprezzati studisti Franco Bertoli, Marco Campioli, il compianto Mario Tamburini e i molti altri nomi che qui sono impossibili da elencare. Un vero tributo, indistintamente, a tutti i compositori emiliani, al loro valore e personalità. Un affresco, inoltre, che, pur circoscritto geograficamente, conferma come un interesse comune può avvicinare ceti e professioni diverse. Da quelle più umili del tappezziere e del cameriere a quelle più prestigiose del medico chirurgo e dell’ingegnere.
Oltre per la riproduzione dei precisi diagrammi e l’accurato commento, accompagnato spesso da sconosciuti particolari, il volume si apprezza pure per le numerose notizie sparpagliate gioiosamente nelle pagine iniziali del volume. Un album ricco di fotografie e destinato, più a documentare un’epoca, a ravvivare i ricordi, quasi, come Bonivento e Fasiori amabilmente scrivono, per ritrovarsi in “un felice amarcord felliniano”.
E’ stato questo uno degli aspetti del libro che più mi ha colpito e apprezzato. Ho assaporato le pagine, infatti, leggendole come un inno all’amicizia. Un vincolo che vorrei incontrare sempre tra tutti gli scacchisti. Anche nelle più crudeli battaglie che si affrontano sulla scacchiera. Un sentimento forte. Collegato persino alla scoperta di vedere con quanta solidarietà, bravura e competenza è possibile restituire un pezzo di memoria, seppure una traccia appena leggibile ma sicuramente indistruttibile, in pagine ricche di umanità.
Un esempio, perfettamente riuscito, di sentire associata e vicina la comunità scacchistica. Non solo l’emiliana ma quella, enormemente più vasta, sparsa in ogni angolo del globo terrestre, che si riconosce nel nostro incomparabile “gioco”. Anzi, nella “magnifica arte” del gioco degli scacchi: il problema.
Come non aspettare il prossimo settembre, con grande impazienza, un “piego di libro” contenente una nuova opera di Bonivento e Fasiori?
(4. X. 2008)
* * *
|
(Un’inventata partita a scacchi con la musica). La Sicilia, la sua bella città di Taormina e il suo seducente paesaggio che si riflette sul mare all’ombra dell’Etna in eruzione, poteva essere, oggi, al centro della musica e degli scacchi. Magnificamente, ancora una volta, insieme.
Il “Corriere della Sera” del 21 ottobre 2008, a pagina 46, con uno straordinario articolo di Giuseppina Manin dal titolo, preso a prestito da una confidenza di Ennio Morricone, “«Noi musicisti giocatori. Io scambierei l’Oscar per la Coppa di scacchi»”, aveva annunciato il nutrito programma del “Sinopoli Festival di Taormina Arte”. Gli scacchi in questa felice corrispondenza, anche per alcune belle fotografie di Morricone in sala di registrazione e di Aldo Clementi assorto su una scacchiera, trovavano il giusto rilievo. Non si mancava, infatti, di scrivere, quasi con meraviglia, «e, ciliegina tra fanti e alfieri, il maestro Clementi (cui è dedicato il primo concerto, eseguito dalla Sinopoli Chamber Orchestra del Conservatorio Corelli di Messina diretta dal maestro Renato Rivolta) sarà lì, pronto a sfidare alla scacchiera chiunque voglia cimentarsi con lui».
La manifestazione apriva, infatti, la sua quarta edizione con una mostra “Partita a scacchi con la musica”. Fotografie, quadri, pensieri consacrati al rapporto tra il gioco degli scacchi e la creazione musicale. Ancora di più, nell’istintiva dichiarazione di Morricone di preferire tra l’Oscar e la Coppa del mondo di scacchi quest’ultima rinunciando a «tutti gli Oscar del cinema per quel Trofeo», era racchiusa la passione di tanti compositori, e non solo del maestro catanese Aldo Clementi. Un compositore famoso, cresciuto con la generazione di Maderna, di Berio, di Nono. Un uomo che ama giocare a scacchi e nelle occasioni più disparate. Come è possibile leggere nel bel ricordo dell’amico Nicola Sani, custodito nella simpatica e augurale pubblicazione dell’Università degli Studi di Catania del 25 maggio 2005 in occasione del suo ottantesimo compleanno e nel conferimento della laurea honoris causa. Così il compositore ferrarese rievoca la passione scacchistica di Clementi: «“Aldo, perché componi?” e la sua risposta è stata “perché quando comincio una storia, mi interessa sapere come va a finire”. Nell’apparente semplicità di questa risposta ad una domanda apparentemente banale, c’è tutta l’esperienza del grande scacchista, dell’attesa, mossa dopo mossa, di arrivare alla conclusione della partita. L’ho incontrato anche alla mattina presto, all’aeroporto, pensieroso sulla sua scacchiera elettronica, intento in una partita a scacchi contro un avversario virtuale, proiezione di se stesso nel meccanismo della quotidianità. Un esercizio di stile, per chiedersi nuovamente e mille volte ancora come andrà a finire». (In “Per Aldo Clementi”, supplemento a “Note su Note”, rassegna di contributi musicologici curata e realizzata dalla Cattedra di Storia della Musica della facoltà di lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Catania, n. XI-XII, dicembre 2004, pag. 86). E poi, ancora, nella bella esposizione della giornalista Giuseppina Manin le sapienti riflessioni di Morricone: “Ma cos’è che tanto affascina lei e i suoi colleghi di questo gioco? Cos’è che lo rende così affine con la musica? «Gli scacchi sono parenti della matematica e la matematica, come sosteneva Pitagora, lo è della musica. In particolare di un certo tipo di musica, per esempio quella di Clementi, così legata alla serialità, ai numeri, alle combinazioni. Gli stessi elementi-chiave del gioco degli scacchi». Gioco di misteriosa, emblematica, complessità, non a caso citato anche da Ingmar Bergman nel suo capolavoro, Il settimo sigillo, dove il cavaliere Antonius Block sfidava la Morte a scacchi. «In effetti quando li prendi in mano quei pezzetti di legno diventano una forza, prendono l’energia che uno gli dà - conferma Morricone, che per Torino Scacchi 2006 scrisse persino l’Inno degli scacchisti -. Negli scacchi c’è la vita, c’è la lotta. E’ lo sport più violento che esista, paragonabile al pugilato, ma molto più cavalleresco. Non si sparge sangue, non ci si fa male. Ma non è per niente freddo, anzi è dominato da una tensione spasmodica. Qualcuno dice che gli scacchi sono musica silenziosa. Di certo, per me giocare a scacchi è come comporre una sinfonia»”. E, nel leggere queste parole, l’immaginazione correva al felice rapporto tra musica e scacchi rievocando la figura del grande compositore François André Danican Philidor che, oltre ad essere un eccellente musicista “degno compagno di strada di Mozart e Haydn”, fu il più grande giocatore e teorico degli scacchi del Settecento (cfr. Corrado Rollin, “Philidor: il musicista che giocava a scacchi”, Messaggerie Scacchistiche, 1994, pp. 72).
Con l’inaugurazione della mostra c’era soprattutto, come detto e come pure metteva in risalto Matteo Pappalardo sulla “Gazzetta del Sud”, a pagina 18 del successivo giorno, nell’articolo “Sinopoli, kermesse senza confini”, “la preziosa opportunità di cimentarsi nel gioco con il M. Aldo Clementi”. Tutto ciò in attesa dell’atteso concerto inaugurale serale, “Omaggio ad Aldo Clementi”. A tal fine una invitante scacchiera era in bella mostra nelle sale del Palazzo dei Congressi di Taormina. Anche la locandina con il programma della manifestazione dava rilievo all’evento. Era ivi possibile leggere, per il giorno 22 ottobre alle 18, “Il maestro Clementi sfida agli scacchi altri giocatori” e, a seguire, la presentazione degli Atti del Convegno 2007, a cura di Pietro Bria e Massimo Fusillo. Notizia confermata telefonicamente la stessa mattina dagli organizzatori, con l’invitante cortese risposta «intende sfidare a scacchi il Maestro?».
Gli scacchisti intervenuti all’inaugurazione della mostra, pochi in verità e come è abituale in simili occasioni, sono, però, rimasti amaramente delusi. Nessuno, infatti, si è premurato di avvertire ufficialmente i presenti dell’assenza del compositore. Anche l’incolpevole maestro Clementi, apprendendo ciò, ne rimarrà assai meravigliato. Si è passati, infatti, al secondo punto del programma senza neanche che gli organizzatori e i relatori avvertissero, per un doveroso obbligo di cortesia, della soppressione del primo. Inutile attendere o chiedere chiarimenti. L’educato personale addetto a ricevere i congressisti e il pubblico nulla sapeva chiarire in merito. Solo più tardi, quando gli scacchisti si erano già allontanati e poco prima del concerto serale, come è possibile leggere in una successiva corrispondenza di Matteo Pappalardo apparsa, sempre sulla “Gazzetta del Sud” ma del giorno 24, si apprendeva, con il testo minimizzato tra parentesi, che “il compositore etneo, impossibilitato a raggiungere la Sicilia ha inviato un breve ma sentito messaggio letto da Sandro Cappelletto prima del concerto”. Notizia, peraltro, che si legge con maggiore informazione e partecipazione nei giorni successivi sia sullo stesso quotidiano che nella corrispondenza di Piero Violante, pubblicata nell’edizione palermitana de “la Repubblica” del 25 ottobre 2008, a pagina 18, con il titolo “La necessità di rileggere la lezione di Clementi” e in quella dello stesso giorno di Virgilio Cilletti sul quotidiano “Avvenire”, a pagina 32, “Catania, quattro giorni di grande musica e creatività per non dimenticare Sinopoli”.
La scacchiera, realmente collocata in una sala al termine del percorso della mostra, per un caso fortunato, non è rimasta inoperosa. Così come con vivo interesse si sono potute ammirare le opere esposte di Clementi. I semplici disegni dedicati alla figlia negli anni Sessanta, “Per Anna”, bellissimi: «Tu hai dei bambini, dei figli piccoli? Quanti anni hanno i tuoi figli? Disegnavo per loro, in verità per me, tentando di recuperare una dimensione perduta, l’ingenuità dello sguardo». Il paziente lavoro dei numeri sulla carta a quadretti come lavoro preparatorio in sostituzione del pentagramma per comporre la musica, «anche questo dà malinconia. Poi c’è l’angoscia, la crudeltà della consegna, che lascia sempre un’ombra di sospetto: avrei potuto fare così…». Stupisce, ancora, osservare nei minuziosi contrappunti esposti il magico gioco delle combinazioni di linee verticali e orizzontali, «a scacchi si gioca per linee orizzontali, verticali, diagonali. Geometrie e intuizioni, riflessione e decisione. Anche sulla scacchiera si disegnano contrappunti. Sono stato un grande appassionato». Infine, le numerose fotografie con tanti intensi ricordi di Clementi. Una didascalia sotto alcune di queste foto, molte famose, recitava: «ma il clou fu l’arrivo di Cage. Ricordo David Tudor che suonava la musica, Maderna che faceva da guida, e John Cage che rideva. Aveva sempre questo sorriso. Era molto simpatico, e con lui giocavamo ogni tanto a scacchi».
Una bella mostra, una significativa manifestazione anche per il bel ricordo del grande direttore d’orchestra Giuseppe Sinopoli. Un elegante catalogo con nitide riproduzioni a colori in vendita. Anche se rimane viva la delusione degli scacchisti, appositamente convenuti a Taormina per incontrare Clementi, per non aver saputo nulla o almeno a tempo debito della sua assenza. Peccato.
Un’altra occasione, in parte mancata, per onorare il millenario gioco e i suoi appassionati. Insieme alla musica.
Pure illustri compositori presenti alla Sinopoli Festival, per altre e forse più serie ragioni, hanno trovato l’occasione per lamentarsi. Hanno, infatti, ufficialmente indirizzato un appello al senatore Sandro Bondi, Ministro per i Beni e Attività Culturali, per “la preoccupante situazione economica degli enti lirici italiani” e per “il precario futuro delle poche orchestre rimaste”.
Come dire che le manifestazioni relative all’arte e alla cultura, almeno nel nostro Paese, rivelano sempre qualche amarezza per essere realizzate, rispettate e fatte amare. E tutto ciò indipendentemente dallo straordinario e generoso impegno di pochi illuminati intellettuali e studiosi impegnati nel faticoso cammino di seminare “cultura”.
(24. X. 2008)
|
(La grande crisi). Tutti i quotidiani, in questi giorni e ormai da qualche tempo, aprono le prime pagine con inquietanti notizie sulla crisi finanziaria e bancaria che investe i mercati del mondo.
Una più confortante voce si apprende, finalmente, leggendo il supplemento di “la Repubblica” “Affari&Finanza” del 27 ottobre 2008. Nell’intera pagina 6, a cura di Marco Panara, c’è un lungo e speranzoso colloquio con Rainer Masera, sotto il cubitale titolo «“Scacco matto alla crisi in sei mosse”».
La fonte è autorevole essendo Masera, come si legge nell’interessante servizio giornalistico, un economista e banchiere assai apprezzato e ascoltato, appena nominato dal presidente Manuel Barroso membro della commissione che dovrà indicare le nuove regole per la finanza europea. I suggerimenti proposti e indicati nel lucido sommario, «Sottrarre a Maastricht gli investimenti in infrastrutture, ricerca ed energia pulita; finanziare le pmi; rottamare gli impianti di riscaldamento obsoleti; aiutare i ceti meno abbienti e, prima di tutto, ricapitalizzare le banche», sembrano rispondere all’esigenza di evitare il rischio di una lunga e cupa recessione.
Inoltre il titolo dato all’articolo, veramente ben azzeccato, ci appare come un ottimistico invito di un impegno comune per fare ciascuno la propria parte nella difficile ma non impossibile partita. Non sarà certo uno “scacco” agevole e non si esaurirà in solo sei mosse. Basta crederci. Ugualmente come in queste ore il russo Vladimir Kramnik, ormai sull’orlo del baratro e quasi facendo tesoro degli insegnamenti di Xavier Tartakower autore dell’intramontabile “Bréviaire des échecs”, ha orgogliosamente vinto nel mondiale di Bonn la sua decima partita contro l’indiano Viswanathan Anand. Per rimanere in gara e sperare ancora. Anche se ciò, ormai, appare impossibile.
Il panico in economia, come negli scacchi e in qualsiasi altra attività umana, non è mai un buon consigliere.
Scriveva Benjamin Franklin nel lontano dicembre del 1786: “dagli scacchi impariamo l’abitudine di non farci scoraggiare dal cattivo stato in cui a un dato momento sembrano versare i nostri affari, e l’abitudine di sperare in un prossimo mutamento favorevole, e quella di perseverare nella ricerca di nuove risorse”.
(27. X. 2008)
|
(Il gioco immortale). La più straordinaria partita che sia mai stata giocata è nota in tutto il mondo come l’«Immortale». Con questo appellativo, usato per la prima volta da Ernest Karl Falkbeer nel 1855 nella rivista da lui fondata e diretta “Wienner Schachzeitung”, venne chiamata l’Anderssen-Kieseritzky giocata, peraltro per mero allenamento, il 21 giugno del 1851 al Simpson’s Grand Divan di Londra. Un’affascinante storia degli scacchi, ora, si snoda nei secoli seguendo quelle stupefacenti mosse.
David Shenk, giornalista americano esperto di telecomunicazioni e di mass-media e autore di saggi di successo, sceglie questa celebre partita, per narrare, mossa dopo mossa, in modo divulgativo ma storicamente corretto, l’esemplare cammino della popolarità degli scacchi nel mondo. Anche il titolo della sua attenta ricerca prende il nome da quella partita. Si tratta di “Il gioco immortale”, che appare nella collana degli "Oscar Mondadori" con la chiara traduzione di Lorenzo Flabbi (pp. 348, settembre 2008, titolo originale “The Immortal Game” [2006], €12,00). Un saggio che rimarrà giustamente a lungo un riferimento importante sull’argomento. A differenza della monumentale opera “A History of Chess” [La Storia degli Scacchi], mai tradotta in italiano, di Harold James Ruthven Murray e alla quale Senk dedica pagine di grande ammirazione, vi è in questo libro un riuscito approccio per divulgare la millenaria storia degli scacchi, nuovo ed entusiasmante. Mai tentato prima.
Differentemente, infatti, dall’impressionante mole di informazioni raccolte da Murray nel suo celebre lavoro, in queste pagine viene spiegato, più semplicemente ma non per questo in modo storicamente meno rigoroso, il significato del successo in ogni angolo del mondo del gioco degli scacchi nei suoi millecinquecento anni di vita. Dalla Persia del V secolo ai giorni nostri. Quasi per capire le ragioni di un “passatempo” che, a differenza di altri e nel suo sviluppo storico, non si è mai sottoposto alle mode del tempo, né è mai scomparso. Un gioco utilizzato, in ogni luogo ed epoca, ai fini più disperati, “dai re per intimorire e convincere, dai filosofi per costruire metafore e teorie, dai poeti per seguire il richiamo delle muse, dai moralisti per predicare, dai tecnici informatici per elaborare programmi più sofisticati e a fare notevoli progressi nei loro studi sull’intelligenza artificiale. E ancora si è fatto ricorso agli scacchi come potente mezzo didattico per l’approfondimento nelle scuole elementari e medie, e per studiare la memoria, il linguaggio, la matematica, la logica”.
Una storia degli scacchi rivolta a un pubblico ampio di non specialisti, seppure esigenti lettori. Un’opera ricca di notizie sconosciute, di aneddoti, di approfondimenti culturali, scientifici e sociali sempre descritti con rara passione. Forse la stessa con la quale giocava e viveva di scacchi un antenato dell’autore, l’esule polacco rifugiato a Parigi Samuele Rosenthal, uno tra i migliori giocatori dell’Ottocento, assiduo frequentatore del “Café de la Régence”.
Il volume, abbondante di note, rimandi bibliografici e sitografici, con numerose appendici utili non solo per i neofiti del gioco, di partite memorabili e di un comodo indice dei nomi, si apprezza, soprattutto, perché traccia “un’affascinante introduzione a un gioco che, tra vicende curiose e protagonisti insospettabili, illumina la nostra comprensione della guerra, dell’arte, della scienza e della mente umana”.
Come penetrare, in altre parole, nella conoscenza di una disciplina ludica che è metafora straordinaria della condizione umana. E, come è stato felicemente scritto, delle sue “contraddizioni, struggimenti, lotte e speranze”.
Un libro pensato e realizzato, forse, da un dilettante giocatore di scacchi, per stessa ammissione dell’autore, ma scritto a seguito di approfondite ricerche, sorretto dalle tesi dei più importanti storici, sempre ben informato e di gradevole lettura. Un lavoro che brilla nel panorama divulgativo del gioco come il nobile metallo cesellato dell’orologio da taschino a lungo dato per perso e felicemente ritrovato di Samuel Rosenthal, dono del suo circolo scacchistico per un “estenuante incontro per corrispondenza tra Parigi e Vienna nel biennio 1884-85”. Un oggetto importante nell’immaginario di David Shenk sin da quando era bambino e che, nel ricordo del trisavolo vittorioso in incontri con il campione del mondo Wilhelm Steinitz, con il campione russo Michail Cigorin, con l’altro fenomeno polacco Simon Winawer e persino con il grande Adolf Anderssen, si è lasciato conquistare più del gioco in sé “in maniera viscerale dalla sua storia”.
Un racconto veramente affascinante. Degno del più affascinane dei giochi, gli scacchi.
(9. XI. 2008)
Qualsiasi riproduzione, anche parziale, dei testi dovrà essere preventivamente autorizzata dal curatore della rubrica.