LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Sessantaseesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    (Un manuale esemplare). Insieme a tante altre novità, come appena segnalato, la nostra editoria riaccende l’interesse sul millenario gioco degli scacchi, seppure in modo meno fragoroso, dando alle stampe un limpido e bel «volumetto» su uno dei suoi tanti affascinanti aspetti, forse troppo poco conosciuto: la problemistica.
    Si tratta di “Nel Mondo del Problema” di Fabio Magini (SC. A. CH, Polverigi [Ancona], 2008, pp. 344, €10,00). Un’opera, come giustamente scrive il Maestro Roberto Messa nella puntuale introduzione, che insegna “ad apprezzare il valore estetico di questa antica forma di creatività scacchistica e a individuare le caratteristiche tecniche di ogni composizione”.
    Un utile libro che raccoglie buona parte dei numerosi e brevi articoli del CM fiorentino Fabio Magini, riveduti e perfezionati, che sono apparsi nel corso degli anni sulla NET, “Nuova enigmistica tascabile” della Corrado Tedeschi Editore, dove cura da quasi 35 anni quella che è considerata una fra le più vecchie rubriche scacchistiche italiane. L’esposizione è sempre piana e gradevolmente particolareggiata. Non mancano, nemmeno, utili cenni storici sui primi antenati dei moderni problemi. Si inizia, infatti, dal “matto di Dilaram”, tratto da una celebre mansuba riportata in un manoscritto arabo anteriore all’anno 1000 dove il Re Bianco, già stretto in una morsa mortale, si salva e vince con uno spettacolare sacrificio di tutte le sue due Torri. Si percorre, successivamente, il “Bonus Socius”, il “Civis Bononiae”, l’attualissimo trattato “De ludo scachorum” di Luca Pacioli per essere stato di recente ritrovato, sino ad arrivare ai lustri raggiunti dal “Good Campion Chess Club” di Filadelfia (1910-1924: ben 600 membri, “Buoni Compagni”, sparsi in tutto il mondo!) e dai problemisti, con le relative scuole, americani, inglesi, boemi, germanici, sovietici e italiani dei nostri anni recenti.
    Piace, infatti, trovare, tra i tanti, anche un “aiutomatto” in quattro mosse (Hm 4) del professor Oscar Bonivento, composto il 2 agosto del 1970 a Viserbella di Rimini, che presenta un doppio Switchback delle 2 Torri nere sulla quarta traversa e che, meritatamente, vinse il primo premio de “L’Italia Scacchistica”. Un andirivieni dei pezzi sulle case della scacchiera che non ha nulla da invidiare, come allude il titolo inglese del tema, alle montagne russe dei luna park sulle cui rampe vanno e vengono i piccoli convogli. Nel verdetto il giudice Mario Camorani, apprezzando il caratteristico movimento di apri e chiudi delle Torri e auspicando - come poi avvenne - una sua correzione con risparmio di materiale, lo chiamò il “Tema della fisarmonica”. Un nome, quello di Bonivento, di un problemista e di uno studioso che ha propagandato con i suoi numerosi e straordinari libri “il problema” come pochi nel mondo e che continua a curare, con grande passione e con animo giovanile ricco di entusiasmo, la sezione “Problemi” della più antica rivista italiana, fondata 98 anni fa da Alberto Batori e Stefano Rosselli del Turco e ora diretta da Adolivio Capece.
    Con un linguaggio chiaro e l’ausilio di numerosi diagrammi Fabio Magini tratta alfabeticamente i diversi temi e le plurime manovre della raffinata arte del problema con le soluzioni complete, comprese le varianti secondarie e la spiegazione delle mosse per i testi più antichi.
    Un libro che è stato dato in regalo a tutti i partecipanti del recente festival internazionale di Senigallia, dedicato alla memoria del dottor Aldo Perini, pioniere dello scacchismo locale, vinto quest’anno dal Grande Maestro serbo Miroljub Lazic e al quale ha partecipato per la prima volta lo stesso autore. Un volume, quindi, che appare nuovamente in una deputata occasione di agonismo e di promozione culturale degli scacchi. Nella stessa precedente manifestazione, lo scorso anno, fu dato in omaggio, come segnalato in questa rubrica (Quarantottesimo numero, N. 209, “Due libri, due splendide iniziative”) l’ormai introvabile “I Grandi della Scacchiera”. Il precedente ottimo e istruttivo libro di Magini, curato dal Circolo Scacchistico di Senigallia, dove ogni pagina conteneva la foto e la minibiografia di alcuni fra i più grandi scacchisti di tutti i tempi con una loro celebre partita, brevemente commentata.
    Pure il suo eccellente ultimo lavoro, grazie alla sua indiscussa bravura di problemista e compositore, si colloca in questo fondamentale e fruttuoso cammino culturale. Un cammino che, questa volta è stato nobilmente riproposto dalla Scuola per l’Avviamento agli Scacchi (SC.A.CH.) di Ancona. La prima Scuola di Scacchi nelle Marche, riconosciuta ufficialmente dalla FSI, che si è in questi anni distinta per aver creato uno dei più grandi vivai giovanili italiani, grazie alla passione dei suoi dirigenti e di un gruppo di genitori desiderosi di diffondere e propagandare il gioco degli scacchi soprattutto tra i bambini. Una benemerita associazione che ha avuto la saggezza di farsi carico di curare la stampa del libro in un’elegante e seducente veste e che, questa volta, è possibile trovare anche in libreria.
    Arricchiscono il bel volume due accurati indici, degli argomenti e degli autori dei problemi, nonché una breve bibliografia e un fine segnalibro con notizie sull’Autore e con un suo piacevole diagramma di un matto in due mosse.
    Incanta, inoltre, segnalare che un’avvincente recensione del volume di Magini, con una ricca presentazione fotografica, è apparsa il 14 agosto 2008 sul magnifico “blog” di Stefano Bellincampi, “Scacchierando”, uno dei più seguiti e informati siti internet di scacchi.
    Al libro, al suo autore e a quanti si prodigano per la diffusione del millenario gioco auguriamo, di tutto cuore, ogni fortuna e successo. In attesa di un altro e simile auspicato appuntamento che sarebbe magnifico veder ripetuto nel futuro non solo nella simpatica manifestazione di Senigallia ma in ogni occasione dove, in aggiunta al gioco degli scacchi, gli organizzatori sono capaci ad abbinare, con illuminata saggezza, cultura, impegno e professionalità.
    (10. IX. 2008)

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    (Un locale di tendenza). Piace trovare su un giornale del nord una breve e gastronomica notizia che segnala un’antica “confetteria” sita nella parte più meridionale, lontana e staccata dello Stivale.
    “La Stampa” di Torino dell’11 settembre 2008, a pagina 24, con un simpatico articolo di Angelo Surrusca, dal titolo “Luoghi del gusto. Giarre, torte e granite nella confetteria”, scopre un piacevole posto in Sicilia dove poter trovare non solo granite e gelati, praline e torte ma anche, semplicemente, sorbire un caffè o una tazza di cioccolato e scambiare serenamente due chiacchiere. E, ancora di più e per me di ancora maggiore meraviglia, esclusivamente sostare su uno degli eleganti tavoli del locale in attesa di incontrare un nuovo avventore, anche sconosciuto, per impegnarsi in una partita a scacchi. Non solo con meravigliosi pezzi di scacchi di cioccolato fondente, pure disponibili e in bella mostra nelle vetrine, ma figure di scacchi più ortodossi. In legno, tipo “Staunton”, da torneo. Bellissimi. Uno dei pochi luoghi dove ciò è possibile, almeno credo, in Sicilia.
    Una storia antica, che ha il sapore di favola. Ben raccontata nell’articolo. Santi Finocchiaro, dopo anni di lavoro in un’azienda di caramelle e confetti dell’Argentina, tornato nel suo paese di origine con alcune “pilloliere” in valigia decise di aprire, insieme alla moglie, un laboratorio dolciario. I risultati furono talmente eccellenti da meritare, appena un anno dopo, il diploma e la medaglia d’oro per le caramelle speciali all’Esposizione internazionale del lavoro di Milano del 1906. Negli anni Venti e Trenta fu l’unica fabbrica specializzata in “confetti siciliani” e ottenne ulteriori successi e significativi riconoscimenti. Poi, la seconda guerra mondiale e la partenza del figlio Giovanni costrinsero Santi a sospendere l’attività. Nel 1949, ritornato Giovanni, l’azienda riprese la sua operosità, riconquistando presto l’antico prestigio. Nel 1964, quasi come miglioramento di quella prosperità che i confetti stessi esprimono, venne costruito un nuovo stabilimento per la produzione di cioccolata, e in particolare delle uova pasquali di cioccolato, trasformandosi in una delle più importanti e apprezzate aziende dolciarie nel Mezzogiorno, la “Dolfin”.
    Aggiunge Surrusca: “Oggi, negli antichi locali della Fabbrica, Gaetano, nipote del fondatore, ha ricavato un bel caffè letterario che fa parte del circuito dei Locali Storici d’Italia: ampi spazi decorati da affreschi in stile liberty, credenze in legno scuro, vetrinette d’epoca, antiche bocce di vetro contenenti caramelle di ogni tipo”. Con un bel giardino estivo, all’interno del locale, o in terrazza.
    Peccato che gli scacchisti nel catanese ormai sono sempre più nascosti e riservati. Non sembrano, in ogni caso, più disponibili a frequentare i luoghi ad essi dedicati. Troppe delusioni. I circoli nella mia città, stranamente numerosi negli elenchi della FSI e spesso “virtuali”, sono diventati quasi tutti amaramente tristi e totalmente deserti, non offrendo non solo iniziative di sorta ma neanche un privilegiato locale dove incontrarsi. Altrimenti, almeno l’antica confetteria di Finocchiaro, distante pochi chilometri da Catania, potrebbe trasformarsi anche in un felice ritrovo del gioco degli scacchi. Quasi emulando la gloria dei famosi caffè che, nel passato, hanno segnato il cammino e costruito una pagina affascinante della storia del nobile gioco.
    Un piccolo sogno. Stando in buona compagnia. Magari gustando, come mi accadeva da bambino, l’antico perduto odore e sapore dei colorati “confetti e cannellina” appena usciti dalle ruotanti e grosse caldaie di rame.
    (11. IX. 2008)

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    (Una drammatica e coraggiosa partita). Quante persone, a volte, bisogna ringraziare per averci consigliato la lettura di un buon libro!
    Nel nostro caso, se non proprio tutti, almeno chi si è più adoperato. Anzitutto La Giuntina, unica casa editrice europea specializzata in cultura ebraica, che lo stampa con la consueta eleganza di tutte le sue collane. Poi la Fiera Internazionale del Libro di Torino che ha fatto conoscere la Lituania inserendola, nell’edizione del 2007, come “Paese ospite d’onore”. Ancora, tra i tanti, quanti hanno recensito lo straordinario romanzo quasi con un passa parola discreto e sempre più intenso. Da Elena Loewenthal su “Tuttolibri” (“Terre promesse: in quanti modi scrive Israele”, 19 maggio 2007, pagina IX) a Marilia Piccone (“Soffi di leggerezza e tragicità”, nel sito “Stradanove” dell’Assessorato alle Politiche giovanili del Comune di Modena del 21 settembre 2007) e ad Anna Rolli (“Scacco perpetuo” in “Nuova Agenzia Radicale” del 19 gennaio 2008). Anche il maestro e teorico del gioco degli scacchi Fabio Lotti ne parla estesamente e con compartecipazione, malgrado non è un giallo, sul “Thriller Magazine” (“Non dimentichiamo…” del 28 luglio 2008). Per ultimo, il negozio scacchistico “Le due Torri” che ha la saggezza di inserirlo, tra le novità librarie, nelle sue pagine web proprio in questi giorni e anche se non è, precisamente, un libro di scacchi.
    Leggiamo, così e con singolare meraviglia, il breve romanzo “Scacco perpetuo” di Icchokas Meras (Firenze, 2007, collana «Schulim Vogelmann», pp. 180, €14,00). Un’opera non solo memorabile ma da considerare strumento ricco di insegnamenti per la lucida testimonianza di uno dei periodi più bui della storia dell’uomo. Un nuovo piccolo capolavoro della letteratura che è stato già tradotto in almeno venti lingue e ancora in catalogo presso gli editori. Un bellissimo romanzo scritto da uno sconosciuto scrittore, almeno da noi, ma che è universalmente considerato un maestro del romanzo breve. Adesso Aušra Povilaviciute e Vanna Lucattini Vogelmann lo traducono felicemente dall’edizione lituana riveduta di “Lygiosios trunka akimirka” del 1998 (“Il pareggio dura un attimo”, Vilnius, 1963). Meras, sappiamo dalla stringata nota di copertina del suo primo e unico libro tradotto in italiano, è nato in una famiglia ebraica a Kelmè in Lituania e ha conosciuto personalmente gli orrori del ghetto di Vilnius dove i suoi genitori furono assassinati. Vive, dal 1972, in Israele, dove è approdato dopo aver vissuto e superato non poche avversità legate al destino della sua illustre e travagliata terra.
    Ancora una volta il gioco degli scacchi in questa novella, come accaduto in altri eccezionali racconti di Stefan Zweig e Paolo Maurensig, diventa una metafora della vita e, nello stesso tempo, una sofferta pagina per non dimenticare la tragedia dell’Olocausto. Un’estenuante partita, come nello stupefacente film di Ingmar Bergman, che richiede “il suo tempo” per essere completata al fine di ritardare o capovolgere l’esito conclusivo. Tragico e ingiusto. Ma, ancora una volta, con un finale inaspettato che, in qualche modo, crudelmente rappacifica.
    La posta in gioco in questa partita di scacchi giocata durante le ultime settimane dell’occupazione nazista nel ghetto di Vilnius, dove sono rinchiusi gli ebrei, è, infatti, la vita o la morte. E dove, scegliere la vita, significa perdere la partita. Ma è possibile perdere quando è in gioco non solo la propria vita ma la stessa dignità di persona e, con essa, assistere impotenti all’annunciata strage di bambini innocenti?
    Il diciassettenne ebreo Isaac, detto Izia, noto per la sua bravura a scacchi, è costretto a giocare un’ultima e decisiva partita con Schoger, il perfido ufficiale tedesco sorvegliante del ghetto. La scommessa, come detto, è disperata. Se Izia vince i bambini resteranno nel ghetto, ma lui sarà ucciso. Se perde resterà vivo ma i bambini saranno tolti ai loro genitori e portati via. E se la partita è patta? Questa ulteriore possibilità non preoccupa l’arrogante e menzognero Schoger che così risponde al padre di Izia, Abraham Lipman, che in nome del Consiglio del ghetto era venuto a implorare, con dignità e l’angoscia nel cuore, di lasciar vivere almeno i bambini con i loro genitori: «Tu non capisci niente degli scacchi, Lipman. Tuo figlio non mi avrebbe mai posto una simile domanda. E’ molto più difficile pattare che vincere o perdere. No, non ci sarà la patta. Ma va bene, voglio essere magnanimo, Lipman: Se è patta… Se tuo figlio riesce a pattare, lui resterà in vita e i bambini nel ghetto. Sei soddisfatto?».
    Cinquantadue mosse per riflettere e guadagnare tempo per Izia e la sua comunità sconvolta, quasi in attesa che, al suo posto, «un angelo custode invisibile muovesse il pezzo da giocare…». Nello stesso tempo, come tanti flashback cinematografici, rivivono nella memoria, in una prosa narrativa asciutta e poetica, i momenti drammatici del passato della vita nel ghetto. Con l’invocazione biblica e solenne di Abraham Lipman, in diverse occasioni pronunciate, «Ho generato una figlia, Rachel… un figlio, Kasriel…una figlia, Riva… una bambina, Teibele…», iniziano tante nuove storie di orrore, di punizioni, di violenza, di gravidanze forzate, di morte. Lampi che squarciano visioni di assoluta brutalità, come l’episodio della piccola Teibele Lipman affidata a una famiglia di generosi lituani nella speranza di un futuro sicuro e ugualmente impiccata, a nove anni, insieme ai suoi genitori adottivi. Ma anche di ordinarie e quotidiane intimidazioni, paure, che costringono le vittime a dover racchiudere, senza dignità, tutta la propria vita e il tempo che a ciascuno è dato di vivere solo «in un anno, o anche sei mesi o ancora meno». In un mondo dove «è difficile piangere senza lacrime» accadono ugualmente, e nonostante tutto, avvenimenti straordinari. Episodi di amicizia, di eroismo, di coraggio, di resistenza armata nei confronti del nemico. In un posto dove si proibiscono anche i fiori nasce perfino l’amore. «Lo sapete voi come brilla il sole in primavera? Voi probabilmente non lo sapete come brilla. Del resto come lo potreste sapere, se non avete mai visto il sorriso che illumina il volto di Buzia». Come quello, appunto, che unisce, da sempre, il giovane Izia all’ancora più giovane Ester «con i capelli color di lino… e i grandi occhi azzurri», chiamata dall’amato con il dolce diminutivo di Ester-Libia, Libuzia, Buzia.
    Infine, quando ormai una folla, sempre più numerosa e partecipe, si stringe intorno a Schoger per seguire l’esito della partita, Izia vede che è arrivata la fine. «In quel momento, la partita poteva essere patta per scacco perpetuo. In quel momento, se i bianchi muovevano il cavallo avrebbero vinto. I bianchi avevano la scelta tra due mosse, le ultime». Una sola mossa è, però, quella buona per Izia, che ha avuto la “sfortuna” di iniziare a giocare con i bianchi. La mossa che gli assicura la dignità. Mai l’ufficiale tedesco, infatti, come spavaldamente minaccia davanti agli spettatori sempre più agitati, avrebbe rispettato l’impegno preso con suo padre, Abraham Lipman, «povero sarto di via Kalvarija, padre di molti figli, che sulle dita ha tante punture d’ago quanti sono i granelli di sabbia del mare».
    Un monumento agli ebrei di Vilnius. Un racconto esemplare intorno alle più tragiche e poetiche immagini della lotta tra il bene e il male che l’umanità è costretta ad affrontare in ogni angolo della terra ancora oggi e che il gioco degli scacchi così artisticamente e direttamente riesce a comunicare.
    Quando a muovere i pezzi sono persone capaci di ascoltare le leggere note musicali che essi esprimono, interpretandole per il bene dell’umanità, come è riuscito a fare, e in modo straordinario, Icchokas Meras.
    (27. IX. 2008)



    (Nota: il mio “appunto” sul bel racconto di Icchokas Meras è apparso su “L’Italia Scacchistica”, fascicolo di Novembre 2008, Annata 98, N. 1204, alle pagine 404-406, nella rubrica “Novità editoriali” con il titolo, che contrassegnava l’intera pagina 405, “Un libro sicuramente da leggere”. 20/11/2008).

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    (Scacchi e cultura). Piace dare un caloroso benvenuto a un nuovo sito web che divulga gli aspetti culturali riguardanti il gioco degli scacchi. Si tratta del “Centro Studi scacchistici Touring Duchamp”, quasi quotidianamente aggiornato. E’ il riuscito risultato di una lunga storia nata a Torino nel 1996 grazie alla manifestazione “Scaccomatto” organizzata dalla Società Scacchistica Torinese e dalla Xeo. In quella occasione venne avvertito il bisogno di creare una produzione culturale organica riguardante gli scacchi. Un’esigenza poi confluita nel programma culturale delle Olimpiadi degli Scacchi “Mosse d’Autore”.
    Soci fondatori della bella iniziativa sono Massimo Settis (presidente), Michele Cordara (vice-presidente), Marco Cassinera, Roberto Mascolo, Massimo Terzolo e Massimo Vallariello. Il Centro Studi ha come compito, oltre “la diffusione del gioco degli scacchi attraverso la promozione e l’organizzazione di iniziative culturali scacchistiche di ogni genere”, principalmente “la divulgazione scientifica e culturale, con il proposito di perseguire come campo di ricerca e come obiettivo sociale l’indagine di tutti quegli spazi di attività che si generano a partire dal gioco degli scacchi e che non sono direttamente collegabili all’agonismo”.
    Una nuova pagina di appassionata cultura, raggiungibile dal rinnovato sito web della Società Scacchistica Torinese (www.scacchisticatorinese.it) cliccando sull’indovinato logo ufficiale del Centro Studi ideato e realizzato da Mauro Ciani, studente del corso di grafica dell’Istituto Europeo di Design di Torino.
    Ancora una volta una delle più gloriose e antiche associazioni italiane di scacchi riesce a esprimere un nuovo progetto che ha come obiettivo la crescita del “Nobil Giuoco” in tutti i suoi molteplici aspetti. Un percorso culturale che si rinnova puntualmente nel tempo, come segnalato in un appunto, leggibile in questa rubrica, scritto dopo aver letto l’affascinante libro “C’erano una volta i Re” (Trentunesimo numero, “Antiche tradizioni”, N. 144).
    Non solo scacchi, quindi, ma letteratura, recensioni di libri, musica, arte figurativa, società, conferenze e manifestazioni varie. Gli argomenti finora apparsi sono diversi e tutti di grande interesse. Sia quelli generici, come “Scacchi e terza età” e “Scacchi e finanza”, che gli articoli più attinenti al gioco vero e proprio ma sempre esaminati in una visione culturale e storica. Come gli scritti relativi al manoscritto di Luca Pacioli, alla famiglia di Emanuel Lasker e ancora Duchamp, Alan Turing e quelli sul culto, ancora non scomparso, del gambetto Blachmar-Diemer. Poi, la parte più indovinata ed estesa relativa ai libri “scacchistici” più o meno recenti: Jorge Luis Borges, Graham Greene, George Steiner, Walter Tevis, Maxence Fermine, Fabio Stassi, Giordano Tedoldi. Di quest’ultimo, autore dell’interessante “Io odio John Updike” edito Da Fazi e già segnalato in questa rubrica, c’è un utile scambio di mail con Nicola Vozza che firma, con rara competenza ed equilibrio, la maggior parte degli approfondimenti.
    (29. IX. 2008)



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