LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Sessantaquattresimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    (Calcio e scacchi). L’affinità fra il gioco del calcio e la nobile arte degli scacchi offre notevoli esempi nelle corrispondenze giornalistiche e dell’informazione sportiva, più di quanto non appaia a prima vista. Proprio recentemente, nei giorni della vigilia della tredicesima edizione dell’Europeo, che si gioca in Svizzera e Austria, numerosi organi di informazione hanno dato risalto alle considerazioni di Gianluigi Buffon. “Il Tempo”, “Tgcom”, “Eurosport”, “Calcio.com” e “Rai Sport”, il 27 maggio 2008, con diversi titoli ma tutti riconducibili a quello lanciato nel primo mattino dall’agenzia “Asca”, “Calcio: Buffon, contro Francia sarà partita a scacchi”, il calcio e gli scacchi si sono trovati, ancora una volta, almeno nei notiziari sportivi, indissolubilmente uniti.
    Il più bravo portiere al mondo, Buffon, pensava alla sfida con la Francia, l’«avversario eterno» che concluderà il 17 giugno il girone C degli Europei per gli azzurri, campioni del mondo. Un incontro tra noi e i francesi che appare, agli occhi di molti giornalisti e dello stesso nostro estremo difensore, come “una partita a scacchi infinita”. Una partita, forse determinante, che sarà giocata, “come in una scacchiera”. Su “Calcio.com” con il titolo “Italia, Buffon: «Stupiremo ancora»” il mitico giocatore pensa già alla sfida con la Francia e dichiara: “Contro la formazione di Domenech sarà la terza gara del girone, forse decisiva. Come in una partita a scacchi, noi e loro ci sfidiamo attenti a non scoprirci mai, in cerca del punto debole dell’avversario da colpire”.
    Sembra, peraltro, che le previsioni sono state già fatte e con criterio matematico. Quindi scientifico e attendibile. La prima ipotesi arriva inaspettatamente dalla banca svizzera “UBS” e dalla banca austriaca “Raiffeisen Zentralbank”. La presenta l’8 giugno 2008 Fausto Panunzi che scrive sull’interessante “blog” “noiseFromAmerika”, un sito serio che si occupa anche di cose banali, creato da un gruppo di docenti universitari italiani che vivono e lavorano negli Stati Uniti d’America. E’ basata sul metodo “Elo”, il sistema di classificazione usato per determinare la forza dei giocatori di scacchi che deve il suo nome al fisico professore Arpad Elo. Si basa, “come il ranking Fifa, sui risultati passati delle varie squadre, ma dando pesi diversi ad amichevoli e partite ufficiali e tenendo conto anche del peso dell’avversario”.
    E da Berna il 9 giugno 2008 l’inviato de “La Gazzetta dello Sport”, Gaetano De Stefano nel suo articolo “Incubo Oranje per l’Italia. L’Europeo è tutto in salita” parla dell’infelice esordio degli azzurri e sulle scelte, sbagliate, di Roberto Donadoni e, indovinate, di Marco van Basten, titolando il secondo capoverso, appunto, “Partita a scacchi”.
    Quando l’inglese “Daily Mail” mormora, ormai alla fine del campionato, su alcuni sospetti di certa stampa italiana sul possibile ormai famoso “biscotto” tra l’Olanda e la nazionale rumena, penso a quanto scriveva Xavier Tartakower: “Negli scacchi, come nella vita chi rischia può perdere, ma chi non rischia mai perderà sempre”. Un pensiero riproposto, e molto opportunamente in questi giorni, sul sito web della Federazione Scacchistica Italiana.
    Calcio e scacchi, un confronto spesso ricorrente, quindi. E’ stato anche usato da una firma del giornalismo molto apprezzata e conosciuta. In un articolo che è valso al suo autore l’ambito riconoscimento del Premio “Alvise Zichichi 2008” che, come è noto, premia ogni anno a cura della Fsi, oltre i migliori libri, anche, nella “sezione giornalisti”, il migliore articolo di argomento scacchistico apparso sui quotidiani italiani nei dodici mesi precedenti. Questo anno il premio in memoria dell’indimenticabile maestro di scacchi e di vita Alvise Zichichi è meritatamente toccato a Adolivio Capece per il servizio “Quella volta che Reggio Emilia diventò capitale degli scacchi” e pubblicato su “l’Unità” del 27 dicembre 2007, a pagina16.
    Un articolo che, nell’annunciare la nuova edizione dell’importante torneo, ne ricordava l’antica collocazione storica, gli splendori, le favorevoli vicissitudini tanto da farlo diventare, nella 34° edizione dal 27 dicembre 1991 al 6 gennaio 1992, il torneo più forte mai organizzato al mondo. Ebbene, nel menzionare le persone coinvolte nel torneo, Capece non manca di indicare anche il direttore di gara, la signora Franca Depiran. E lo fa con queste parole: “uno degli arbitri più autorevoli e conosciuti a livello internazionale, il «Collina» degli scacchi, per fare un paragone calcistico…”.
    Penso, nell’indimenticabile ricordo di Alvise Zichichi, che anch’egli, con il suo inconfondibile sorriso, manifesterà contentezza di questo singolare e galante paragone come del meritato premio dato in sua memoria all’amico di tante battaglie per lo sviluppo degli scacchi in Italia.
    (19. VII. 2008)

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    (Ritorna a splendere il dipinto di scacchi più antico al mondo). La bella notizia viene data dall’agenzia “Adnkronos” che, sin dal 4 luglio 2008, l’aveva anticipa. Si sono conclusi, dopo oltre ottocento giorni, i lavori di consolidamento e pulitura dei mosaici della Cappella Palatina di Palermo. L’affascinante edificio, indiscussa bellezza d’arte arabo-normanna e patrimonio artistico mondiale, sito all’interno del complesso monumentale del Palazzo dei Normanni e oggi sede dell'Assemblea Siciliana, riaprirà l’11 prossimo al pubblico. I restauri, iniziati il 21 marzo 2005, sono stati finanziati dal mecenate tedesco Reinhold Würth, presidente dell’omonima Fondazione, che, nel 2003, aveva firmato il protocollo d’intesa con la Regione Siciliana.
    Il grande storico degli scacchi Adriano Chicco, in più occasioni, ha messo in evidenza nei suoi scritti come la Sicilia fu, per la sua posizione geografica, un terreno ideale per il radicamento e lo sviluppo del gioco degli scacchi in Occidente.
    Questa ipotesi trova una conferma per chi ha la fortuna di visitare la Cappella Palatina, costruita nel 1130 e consacrata nel 1143, ora riaperta ai visitatori. Ugo Falcando, storiografo della corte normanna (1190 circa), gli dedica questa nota, riportata nell’enciclopedia Wikipedia: “A coloro che entrano nel palazzo da quella parte che guarda si presenta per prima la Regia Cappella col pavimento rivestito di un magnifico lavoro, con le pareti decorate in basso con lastre di marmo prezioso e in alto invece con tessere musive, parte dorate e parte di vari colori, che contengono dipinta la storia del vecchio e del nuovo testamento. Adornan poi l’altissimo tetto di legno la particolare eleganza dell’intaglio, la meravigliosa varietà della pittura e lo splendore dell’oro che manda raggi dappertutto”.
    Una straordinaria sorpresa li attende in aggiunta: in uno dei riquadri dello splendido soffitto c’è la raffigurazione di due persone che giocano a scacchi. E’ stato il dr. Gianfelice Ferlito, sulla storica rivista “Scacco” nel N. 4 dell’Aprile 1993 alle pagine 192-193 con il titolo “Il primo dipinto al mondo di una partita a scacchi è in Sicilia”, a fornire per la prima volta un ampio studio sul celebre dipinto che adorna il soffitto della Cappella. Si legge, in quel sorprendente intervento: “Tra i motivi pittorici abbiamo il ciclo della vita signorile dei Califfi. Le pitture illustrano scene di vita principesca come la caccia, i banchetti, le danzatrici, i musici, i lottatori e... giocatori di scacchi. Per la prima volta al mondo, una partita a scacchi viene dipinta. Si svolge sotto una tenda tra due Arabi inturbantati che accovacciati con gambe incrociate sulla nuda terra giocano allo shatranj su una scacchiera”.
    Una segnalazione che mi è apparsa opportuno ricordare quasi per riproporre nuovamente all’attenzione degli scacchisti il famoso dipinto che, ultimamente, è stato riprodotto in numerosi apparati iconografici di edizioni scacchistiche, come, per esempio nel bellissimo “Gli scacchi e il chiostro”, già citato in altre parti di questa rubrica.
    (20. VII. 2008)

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    (Uno scrittore coraggioso). Ho scoperto il romanzo “La nuova vita” di Orhan Pamuk in occasione e preparazione di un mio recente viaggio. Una gita turistica con un confortevole pullman all’interno della Turchia, nella leggendaria valle dell’Anatolia centrale. Non certo simile allo scomodo viaggio effettuato dal disperato e sfortunato protagonista del romanzo, Osman.
    Non avevo mai letto nulla di Pamuk, nato a Istanbul nel 1952 e premio Nobel per la Letteratura nel 2006. Primo turco a ricevere l’importante riconoscimento. Avevo solo seguito con partecipazione dai giornali la sua vicenda processuale per aver egli dichiarato con gran coraggio le sue idee a proposito del genocidio degli Armeni e della feroce repressione contro i Curdi. Mi affascinava scoprire un intellettuale, il primo scrittore nel mondo musulmano a condannare la fatwa iraniana contro Salman Rushdie, che, con i suoi scritti e le sue parole, rivendicava a voce alta la verità della storia, i diritti civili delle minoranze della popolazione turca e gridava con forza i drammi sofferti durante i secoli dalla sua nazione a causa degli inevitabili contrasti derivati da una posizione geografica divisa tra Europa ed Asia, Occidente ed Oriente.
    Adesso piace ricordare il romanzo non solo per aver avuto la possibilità, mentre lo leggevo, di visitare i medesimi luoghi descritti nel libro, ricchi di antica storia e cultura, ma per una circostanza del tutto marginale. Mi stupisce, al riguardo, scoprire, più o meno e paradossalmente, che non esiste pagina di un bel libro senza un esplicito riferimento, seppure breve, al gioco degli scacchi. Come accade anche nel fortunato romanzo di Pamuk.
    Mi limiterò a ricordare uno dei passi del racconto dove si parla, e non per la prima volta, del gioco degli scacchi. Il protagonista, nella sua ricerca del significato della vita e alla fine del suo pluriennale viaggio, incontra il signor Süreyya, “uno di quegli ottantenni che fumano felicemente due pacchetti di Samsun al giorno come se il tabacco contenesse l’elisir di lunga vita” e creatore delle caramelle “Nuova Vita”. Caramelle caratterizzate da una figura d’angelo nella confezione e avvolte in diverse e migliaia di brevi poesie, molte delle quali da lui stesso scritte, che in passato avevano trovato un gran successo commerciale in tutta la Turchia. Süreyya gli racconta del negozio di dolciumi di Budapest, quasi non più ricordando da dove avesse tirato fuori il marchio delle sue caramelle. “Ma pensava che quel magico nome fosse appropriato perché la caramella faceva ricordare alle persone che vivevano in queste terre il loro passato perduto e, allo stesso tempo, l’esistenza di una sensibilità e di un sapore nuovi”. Poco prima e all’inizio del suo racconto si era agitato “nella poltrona, il viso rivolto alla luce grigia proveniente dal giardino ombroso e all’improvviso mi chiese se parlassi tedesco. Senza aspettare la risposta, disse: - Schachmatt, scacco matto - . Poi mi spiegò che questa parola era un ibrido europeo composto dalla parola persiana shah per «re» e la parola araba mate per «morto». Avevamo insegnato noi il gioco degli scacchi agli occidentali. Nell’arena terrena della guerra, i bianchi e i neri si combattono come il bene e il male nella nostra anima. E cosa avevano fatto loro? Avevano ricavato una regina dal nostro visir e un alfiere dal nostro elefante, ma questo non era poi così importante. L’importante era che ci avevano rimesso sul tavolo il gioco degli scacchi come una vittoria della loro intelligenza e del loro razionalismo. Noi, oggi, con il loro razionalismo cerchiamo di comprendere la nostra sensibilità e pensiamo che questo voglia dire essere civili.” (“La nuova vita” [Yeni Hayat], traduzione di Maria Bertolini e Semsa Gezgin, Einaudi ET, 2008, p. 241).
    Il bianco e il nero del gioco degli scacchi non sono sempre gli unici colori con i quali noi possiamo interpretare la realtà che ci circonda. Ogni colore ha le sue sfumature, a volte morbide e indescrivibili nella poesia e complessità della vita che esprimono. Come la vista che si è a me presentata delle acque tinte del Bosforo davanti la malinconica Istanbul, antica Bisanzio e già Costantinopoli, in un tramonto di luglio. Solo così, e in quel momento, mi è sembrato di comprendere quello che Pamuk, chiuso nella stanza della sua casa natia con l’inchiostro della penna e su un bianco foglio di carta, ha scritto: “Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull’altra riva, l’Asia. Stare vicino all’acqua, guardando la riva di fronte, l’altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere”.
    Nelle sue parole appare possibile giocare sulla scacchiera del mondo e della vita, ora con i Bianchi e poi ugualmente con i Neri, con la stesa forza e con il medesimo cavalleresco impegno.
    

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    Appena finisco di scrivere, e non volendo più nulla modificare, sono raggiunto da una triste notizia. Ancora una volta un nuovo atto di terrore insanguina l’ordinata scacchiera sognata da Orhan Pamuk e nella quale ho immaginato anch’io di poter svolgere una partita serena. Un attentato dinamitardo ha, infatti, domenica sera, sconvolto un quartiere molto popolare e frequentato di Istanbul. Già si contano i primi morti e feriti, una nuova strage. L’Ansa annuncia alle ore 22,32 del 27 luglio 2008: “Duplice attentato a Istanbul. Due bombe sono esplose provocando almeno 13 morti e 72 feriti di cui 30 gravi. Le esplosioni sono avvenute nel quartiere europeo di Güngoren” (si saprà poi che nel duplice attentato hanno perso la vita diciassette persone e centocinquanta sono rimaste ferite, ndr). La pacificazione appare ancora lontana. A piangere sono, come sempre, gli innocenti e i più indifesi. Ai familiari delle vittime, ai feriti e a quanti ingiustamente soffrono esprimo la mia solidarietà e vicinanza. Con sincera e dolorosa partecipazione essendo rientrato appena da qualche ora da Istanbul. Con lo stesso animo inquieto di Orhan Pamuk che mi sembra di aver sempre conosciuto.
    (27. VII. 2008, ore 23)

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    (Tennis, scacchi, altri sport e non solo). Oltre il calcio, il più popolare di tutti gli sport in ogni angolo del pianeta, anche il tennis trova spesso utili similitudini con il gioco degli scacchi. E’ il caso di un piacevole articolo sulla finale maschile del più antico e prestigioso evento nello sport del tennis. L’unico tra quelli del Grande Slam a essere giocato sull’erba e dove i giocatori e le giocatrici devono indossare, ancora, completi rigorosamente bianchi. Come era d’uso ai tempi in cui ho iniziato a praticare questo sport, seppure sui campi di terra rossa.
    L’articolo lo scrive il bravissimo Alessandro Mastroluca il 7 luglio 2008 ed è apparso su “Ubitennis”, il portale sportivo di “Quotidiano Net”, con il titolo: “Wimbledon 2008. Epifania di un Campione. Il Delfino ha battuto il Principe: la vittoria di Rafa Nadal apre una nuova era. La sconfitta potrebbe però far bene a Federer per curare la «sindrome Nadal»”.
    Bisogna proprio complimentarsi con Mastroluca per il modo con cui racconta questa vittoria, proprio per il puntuale riferimento al nostro, altrettanto appassionante, gioco. Scrive: “Come un giocatore di scacchi, Nadal vede e legge lontano, sembra programmare i colpi a due o tre alla volta, pur essendo capace di atti di improvvisazione da standing ovation. Ma ancor più dei rovesci incrociati ad angoli fuori dall'umana portata, al di là del nuovo servizio e del suo topspin uncinato di diritto, oggi ancora più velenoso in quanto viaggia più basso sopra la rete e prende un rimbalzo più sgusciante, al di là del suo martellare incessante sul rovescio di Federer, del suo affondare il coltello nella ferita, a colpire sono stati gli occhi di Nadal. In tutta la partita dallo sguardo del maiorchino traspariva una passione viscerale, un amore incondizionato e totale verso questo sport, verso il giocare a tennis, che raramente ricordo di aver visto in altri campioni”.
    Un finale epico che passerà alla storia anche per la durata, sia in termini di tempo, ben 4 ore e 48 minuti contro le 4 ore e 16 minuti di Connors-McEnroe del 1982, che in termini di game, 62 contro il precedente record di 58 di Drobny-Rosewall del 1954.
    E gli altri sport? Non mancano puntuali riferimenti. Spesso. Solo a titolo d’esempio ne cito due, tratti da avvenimenti del motociclismo e dell’automobilismo di questi giorni.
    Sul sito “Racingworld.it” del 2 agosto 2008 con il titolo “SBK. Brands Hatch, Superpole: Bayliss dopo la pioggia” leggo: “Lo scroscio dura pochi minuti, sufficienti però a rendere la pista inservibile. Il vento però spazza velocemente le nubi, la sua azione, unita al sole che ritorna a farsi largo, potrebbero asciugare la pista. Ai box è una vera e propria partita a scacchi, tutti aspettano la mossa dell’altro, il solo Kagayama decide di tentare con le gomme da bagnato, ma i suoi tempi restano comunque a oltre 4 secondi dalla Superpole di Lavilla”.
    Invece, Felipe Massa fa sperare gli appassionati di automobilismo e, dalla terza posizione, riesce ad andare davanti a tutti. Nei fogli sportivi de “il Giornale” del 4 agosto 2008 l’intera pagina 32 è dedicata al gran premio automobilistico di Formula 1 dell’Ungheria. Una gara che rimarrà nella storia per la stupenda partenza di Massa, l’immediato sorpasso su Kovalainen, la superba frenata su Hamilton e la solitaria fuga al comando. “Hamilton, la fortuna del campione” è l’articolo di spalla di Andrea De Admich che svolge, da par suo, esatte riflessioni sull’imprevedibile esito della gara. Scrive a commento del centrale titolo di apertura “Il sogno Ferrari in fumo a tre giri dalla fine. Vince «l’altra» McLaren. Massa rompe il motore quando era in testa: è Kovalainen a far festa”: “Ma ecco comparire quell’elemento di disturbo che io chiamo, lo sapete bene, la fortuna dei campioni completi. Hamilton buca, distrugge la ruota anteriore sinistra, perde tanto tempo, ma alla fine eccolo ancora li a lottare per punti mondiali. Massa rompe incredibilmente il motore a 3 giri dalla bandiera a scacchi: poteva balzare in testa al mondiale, dare la carica tecnica ed emotiva alla Ferrari, diventare di fatto il numero 1 della squadra da qui a fine campionato. No: rompe il motore ed Hamilton finisce quinto, rimanendo in testa al mondiale e dimostra che la fortuna di uno può essere anche originata dalla sfortuna degli altri”. Certo, non spingersi nelle gare di automobilismo oltre la “bandiera a scacchi” è un vero dramma. Ancora più crudele se si è costretti a fermarsi a pochi chilometri dal traguardo.
    La Cina è vicina, scrive in uno degli ultimi editoriali nella sua bella rivista il Maestro Adolivio Capece e c’è da credergli. Che gli scacchisti cinesi giocano bene a scacchi è ormai risaputo. A Torino, durante le ultime Olimpiadi degli Scacchi ne hanno data una compatta e autorevole dimostrazione. Sono giunti, infatti, secondi dopo l’Armenia e davanti agli statunitensi e malgrado, questi ultimi, tutti forti scacchisti ex russi.
    Peccato che gli scacchi sono, ancora una volta, esclusi dalle storiche “Olimpiadi”. Per meglio conoscere tutti gli altri sport che reclamano la loro presenza, come gli scacchi, nell’illustre manifestazione è piacevole leggere l’articolo di Alessandra Retico dal titolo “Olimpiadi. Dal cha-cha-cha al bridge la strana gara degli esclusi” a pagina 35 de “la Repubblica” del 10 giugno 2008. Neanche a Londra, nel 2012, sono previste nuove discipline.
    E alla Cina, dove a giorni inizieranno a Pechino le ventinovesime Olimpiadi, mi riporta un’altra notizia che leggo nella parte bassa, ma in evidenza, su “La Stampa” del 27 luglio 2008, a pagina 31. Non parla di scacchi ma di finanza. Recita il titolo dato all’articolo di Valeria Sacchi l’esemplare “Huang dà scacco matto all’acciaio australiano”. Una attività che, certo, non ha nulla a che fare con gli scacchi ma che al gioco in un certo modo riconduce. Penso, ironizzando, che i cinesi riescono a dare “scacco matto” non solo con gli scacchi e nello sport ma anche in altri campi.
    Poi, meglio riflettendo, annuisco che lo “sport” non è più quello di una volta, dove bastava partecipare. “La più grande ipocrisia il motto di de Coubertin. Adesso lo sport non è gioco, è vincita, è business, è industria”, scrive lucidamente qualcuno. Dicendo il vero. Purtroppo.
    (4. VIII. 2008)

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    Inserisco qui, per attinenza, un breve e quasi indispensabile aggiornamento. Sempre a firma di Alessandro Mastroluca, e ancora sul sito web “Ubitennis” del giorno 8 ottobre 2008 con il titolo «Il cinema omaggia “Big Bill” Tilden», si racconta della prossima realizzazione sul grande schermo della vita e della carriera di questo straordinario campione di tennis americano, sembra intitolato “I trionfi e la tragedia”. Il film è tratto dalla biografia di Bill Tilden, stella indiscussa in campo tra il 1920 e il 1930 e figura controversa fuori, scritta da Frank Deford, con il titolo “Big Bill Tilden: The Triumphs and the Tragedy”. Scrive Mastroluca, ancora una volta facendo riferimento al gioco degli scacchi, “Giocatore rapido e intelligente, Tilden riusciva a mantenere un’invidiabile resistenza atletica pur essendo un accanito fumatore. Seppur dotato di un potente servizio, preferiva interpretare il tennis come gli scacchi, e giocare di passanti, sfruttando il rovescio slice, le palle corte e i mortiferi pallonetti”.
    Mi domando a questo punto se i migliori tennisti giocano tutti come i campioni di scacchi - la qual cosa da ex tennista mi conforta enormemente - o tutti i giornalisti amano seguire gli atleti avendo come metro di riferimento della loro maestria il gioco degli scacchi. (8/X/2008)



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