LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Sessantaduesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    (Scacchi: genio e follia). Il settimanale “Tutto Scienze” dedica l’intera pagina V a un personaggio geniale reso famoso da un libro di Sylvia Nasar e da un film, diretto da Ron Howard e interpretato dall’attore Russell Crowe, entrambi intitolati “A Beautiful Mind” di gran popolarità e successo. L’articolo, apparso sullo stimolante supplemento allegato al quotidiano “La Stampa” del 30 aprile 2008, è a firma della scrittrice e psichiatra Alessandra Gorini ed ha per titolo “Il mio viaggio nella mente di John Nash”.
    John Forbes Nash Junior, matematico e schizofrenico, oggi ottantenne essendo nato nel 1928 a Bluefield in Virginia, premio Nobel per l’economia per aver trovato l’equilibrio nella “Teoria dei Giochi”, è stato ospite, recentemente e per il secondo anno consecutivo, del “Festival della matematica”. Una manifestazione - quest’anno con il sottotitolo “La Regina delle scienze e delle arti”- che ha richiamato a Roma, ancora una volta, migliaia di spettatori. Nash è stato invitato per tenere una conversazione pubblica con l’israeliano Robert Aumann, anch’egli un teorico dei giochi premiato con il Nobel, per la prima volta insieme.
    Una ghiotta occasione per molti curiosi di “incontrare il folle genio dei numeri, prima malato e poi risanato” che ha vissuto 25 anni da squilibrato, soffrendo di schizofrenia paranoide e credendosi l’imperatore dell’Antartide e il Messia.
    Oltre la Gorini, forse spinta di incontrarlo per essere una studiosa della mente e che ha tracciato un ritratto vivo e partecipe dello scienziato perfettamente guarito ma ancora alla ricerca “dell’equilibrio della vita”, non poteva non essere presente, nella sua veste di direttore scientifico del Festival, lo studioso che ha fatto del “raziocinio” il suo vessillo di vita. Così anche Piergiorgio Odifreddi, sul settimanale “L’Espresso”, N. 10 del 13 marzo 2008, alle pagine 122- 126, offre il ricordo il suo incontro con la “mente meravigliosa” sotto il titolo “John Nash genio e follia”. Un’interessante intervista sulla sua vita, le teorie, la malattia, gli scacchi, il Nobel. Ottant’anni vissuti tra schizofrenia e invenzioni fondamentali per il genere umano. Un colloquio che appare come il puntuale seguito di quello del 13 ottobre 2003, quando Odifreddi aveva incontrato Nash a Princeton per la prima volta e inserito nel suo libro di grande successo “Il matematico impertinente”, ora ristampato in una nuova edizione nella collana di saggistica della Tea (2008).
    Tra le prime domande, il professore di Logica Matematica presso l’Università di Torino e la Cornell University, non manca in questa occasione di richiamare anche il gioco degli scacchi. Un argomento, come sappiamo, caro al “matematico impertinente” ed esposto in molti suoi libri e articoli divulgativi come quello che pubblicò il 30 giugno 2007, a pagina 50, sul romano “la Repubblica” con il bel titolo “Scacchi un gioco infinito”. Giusto per dimostrare e senza scomodare “visir, re e poeti” il vertiginoso numero matematico che è possibile raggiungere sulla scacchiera. E spiegare, inoltre, l’indissolubile e affascinante rapporto tra gli scacchi e la matematica partendo dal celebre teorema di Ernst Zermelo (Berlino, 27 luglio 1871 - Friburgo, 21 maggio 1953). “Primo fondamentale passo” - aggiunge lo studioso - “della teoria dei giochi che studia le situazioni di conflitto tra due o più contendenti, e ha già portato a ben cinque premi Nobel per l’economia (John Harsanyi, John Nash e Reinhard Selten nel 1994, e Robert Aumann e Thomas Schelling nel 2005)”.
    Seguiamo un frammento dell’affascinante dialogo, almeno nella parte che a noi più interessa: “«Professor Nash, l’anno scorso al Festival lei ha giocato una partita a scacchi con l’ex campione del mondo Spassky. Com’era andata?»”, domanda Odifreddi. “«Come principiante non ho potuto fare molto. Quando Spassky ha fatto una certa mossa con il suo alfiere, ho pensato che ci fosse un tranello e non ho risposto nella maniera ovvia. Invece il tranello era appunto quello, che non c’era tranello». Dunque, «Gli scacchi possono essere una metafora della matematica, o viceversa?», insiste il professore. «Ci sono molte somiglianze tra un teorema e una partita: ad esempio, nella precisione e nella bellezza. Giocare bene è come fare una bella dimostrazione»”. E ancora, giusto per rimanere sull’argomento, interroga: “«Abbiamo parlato di scacchi, e sembra che anche lì ci sia un legame con la follia: basta ricordare Bobby Fischer, che è morto da poco in circostanze simili a quelle di Gödel, perché non si lasciò curare di una malattia banale». Risponde Nash: «Fischer non sembrava razionale a parlarci, ma giocava in modo razionale»”. Prima di questa domanda Odifreddi aveva chiesto notizie sul matematico, logico e filosofo statunitense di origine boema, naturalizzato statunitense, Kurt Gödel (Brno, 28 aprile 1906 - Princeton, 14 gennaio 1978) lasciatosi uccidere dalla fame. Soffriva, infatti, di disturbi ipocondriaci della personalità che lo portavano a non mangiare per paura di essere avvelenato. “«E di Kurt Gödel, grande logico, anch’egli professore a Princeton, scomparso 30 anni fa, cosa può dirci?». «È anche lui un esempio di ciò che stiamo dicendo. La sua follia lo condusse addirittura alla tomba, perché si lasciò morire di consunzione. E sicuramente anche prima aveva forti elementi di eccentricità»”.
    Sembra utile a questo punto domandarsi, come è accaduto a Odifreddi e come ha risposto Nash, se è la matematica o gli scacchi, nel loro rapporto con la pazzia, a far uscire di senno le persone o, piuttosto, la “Logica”.
    (2. V. 2008)

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    (Ricordando Aldo Moro). A trenta anni di distanza dai tragici fatti e nel giorno anniversario del ritrovamento del cadavere del presidente della Democrazia Cristiana nel centro di Roma, arriva in televisione, oggi, in prima serata su “Canale 5”, lo sceneggiato “Aldo Moro il presidente”.
    Una rappresentazione televisiva che già al suo annuncio aveva suscitato non poche polemiche. Nonostante pronto da tempo e già programmato in occasione dell’anniversario di via Fani, il 16 marzo, è andato in onda solo ora per obbedire, curiosamente, alle norme della “par condicio” per via della campagna elettorale allora in corso. Notizia riportata dal torinese “La Stampa”, a pagina 6 del 13 marzo 2008, in un articolo di Raffaella Silipo dal titolo “Salta la fiction su Moro. Il produttore: è la prova che la Dc c’è ancora. Doveva andare in onda su canale 5, slitta a maggio”.
    Non voglio entrare nel merito di simili pavidi divieti e di una trasmissione che ricostruisce, con il sapore dello spettacolo e per un vasto pubblico, una pagina tra le più crudeli del nostro presente. Tanto che tutti quelli che hanno vissuto in quegli anni ricordano con orrore il rapimento e il sequestro dello statista Aldo Moro così da ricordare esattamente cosa facevano la mattina del 16 marzo 1978, giorno dell’agghiacciante strage degli uomini addetti alla scorta, due carabinieri e tre poliziotti. I servitori dello Stato che qui onoro ricordare con il loro nome, spesso dimenticato: Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Domenico Ricci e Francesco Zizzi. Né, almeno in questo momento, svolgere una valutazione di come sono stati ricostruiti i fatti nell’opera filmica del regista Gianluca Maria Tavarelli e interpretata da Michele Placido nella parte dello statista assassinato dai “brigatisti rossi”. Già le famiglie delle vittime della strage e la stessa di Aldo Moro hanno avuto modo di denunciare il tentativo di sfruttamento mediatico del loro dolore. Non m’interessa, neppure, tentare di spiegare le ragioni di tanta gratuita malvagia disumanità di un gruppo di folli “rivoluzionari”. Nemmeno tentare di capire i tanti fatti incomprensibili che ancora avvolgono la tragica vicenda con scrupolo analizzati dal saggista e maestro di scacchi romano, Vladimiro Satta, documentarista alla Commissione Stragi, nel suo fondamentale lavoro “Il caso Moro e i suoi falsi misteri”, edito da Rubbettino Editore nel 2006. Mi sembra solo importante, adesso, mettere in risalto come il regista sia riuscito, almeno in questa prima parte, a tentare di restituire il ricordo e la dignità dell’umanità dello statista e della figura di Moro, attraverso le sue qualità di uomo, di nonno e di padre.
    Invero, solo di un particolare del film voglio parlare e che mi ha, in modo speciale, colpito. Una sola sequenza. Un breve richiamo che ravviva, da solo, un modo di essere e di porgersi di un individuo giusto e innocente. Una serie di inquadrature dell’invenzione narrativa dell’opera televisiva ci introduce, infatti, nella vita familiare e intima di Moro. Immagini serene che mettendo in rilievo il legame del nonno nei confronti del piccolo Luca, figlio della primogenita Maria Fida, instancabile presidiaria della memoria del padre. Per fare ciò il regista descrive, e in modo che appare attento e premuroso, artisticamente riuscito, come il “nonno” Moro non trascurasse di dare valore alle piccole cose, anche insegnando il gioco degli scacchi al piccolo nipote. Una circostanza, che a distanza di anni, è stata possibile documentare e ritenerla, quindi, particolarmente significativa. Com’è possibile verificare leggendo la dolce pagina dallo statista in una lettera indirizzata al nipote, mai recapitata e trovata solo nel 1990 nel covo delle Br di via Monte Nevoso a Milano. Una missiva tenerissima e struggente: forse unico momento di serenità nei tristi giorni della sua inumana prigionia. Scriveva: «Mio carissimo Luca, non so chi e quando ti leggerà, spiegando qualche cosa, la lettera che ti manda quello che chiamavi il tuo nonnetto. L’immagine sarà certo impallidita, allora. Il nonno del casco, il nonno degli scacchi, il nonno dei pompieri della Spagna, del vestito di torero, dei tamburelli. E’ il nonno, forse ricordi, che ti portava in braccio come il S. S. Sacramento, che ti faceva fare la pipì all’ora giusta, che tentava di metterti a posto le coperte e poi ti addormentava con un lungo sorriso, sul quale piaceva ritornare. Il nonno che ti metteva la vestaglietta la mattina, ti dava la pizza, ti faceva mangiare sulle ginocchia. Ora il nonno è un pò lontano, ma non tanto che non ti stringa idealmente al cuore e ti consideri la cosa più preziosa che la vita gli abbia donato e poi, miseramente, tolta. Luca dolcissimo, insieme col nonno che ora è un pò fuori, ci sono tanti che ti vogliono bene. E tu vivi e dormi con tutto questo amore che ti circonda. Continua ad essere dolce, buono, ordinato, memore, come sei stato. Fai compagnia oltre che a Papà e Mamma, alla tua cara Nonna che ha più che mai bisogno di te. E quando sarà la stagione, una bella trottata coi piedini nudi sulla spiaggia e uno strattone per il tuo gommoncino. La sera, con le tue preghiere, non manchi la richiesta a Gesù di benedire tanti ed in ispecie il Nonno che ne ha particolare bisogno. E che Iddio pure ti benedica, il tuo dolcissimo volto, i tuoi biondi capelli che accarezzo da lontano, con tanto amore. Ti abbraccia tanto nonno Aldo».
    Aveva appena due anni il nipotino Luca, l’età gioiosa anche del mio, quando fu privato di rivedere il suo nonno. Cosa ricorda di lui, domanda la scrittrice Amabile Flavia, in una intervista raccolta venticinque anni dopo quando quel bambino, divenuto adulto, accetta di parlare, per la prima volta, con un rappresentante della carta stampata. Un servizio di civile e appassionato giornalismo apparso sul quotidiano di Torino “La Stampa” dell’11 marzo 2003, a pagina 9 con il titolo: “Prima intervista dell’«amatissimo Luca», ricordato con affetto nelle lettere della prigione Br. Venticinque anni dopo il nipote di Aldo Moro canta il suo dolore. Nel film «Piazza delle Cinque Lune», dedicato all'assassinio dello statista democristiano, apparirà con una chitarra in mano ed eseguirà una canzone composta da lui: «Maledetti voi»”.
    Una nota e bella intervista che ora è riportata, in parte e insieme alla lettera, anche nel recente lavoro di Mario Leoncini, “Scaccopoli. Le mani della politica sugli scacchi” (Fhasar edizioni, maggio 2008, nella parte riservata ai “Politici italiani”, con il titolo “Il nonno degli scacchi”, pp. 189-190, ma senza l’attenzione di citare l’Autore e gli estremi dell’articolo, come accaduto in altre parti del libro). Non ci sono tentennamenti nelle parole di quel bambino alle domande rivolte da una delle più serie professioniste della carta stampata di oggi. Il gioco degli scacchi appresi dal nonno è rimasto straordinariamente impresso, più di tante altre cose, a Luca Moro. Seguiamo la risposta dell’ormai maturo e sensibile artista che così ricorda, malgrado allora piccolissimo, la figura del nonno: “Anche se sembra incredibile, mi ha insegnato a giocare a scacchi. Un giorno quando avevo già dieci anni mia nonna mi chiese se volevo fare una partita. Io risposi che non sapevo giocare. Invece, quando mi trovai la scacchiera davanti mi resi conto che a poco a poco ricordavo tutto, come si muovono l’alfiere, la torre, la regina, come se qualcuno me l’avesse detto e scoprii che era stato lui, il nonno”. Il “nonno degli scacchi”, dice, infatti, Aldo Moro nelle sue lettere, ma anche il nonno che la portava a fare “una trottata con i piedi nudi sulla spiaggia” o dava “uno strattone per il tuo gommoncino”. Anche qui la stessa domanda della giornalista: ricorda qualcosa? La risposta non è più precisa come la prima sugli scacchi. Dichiara, con estrema sincerità, Luca: “No, non ho ricordi del nonno legati al mare, ricordo come si lavava le mani, il suo modo di fumare, ricordo alcune parole. Ricordo soprattutto il periodo dei 55 giorni, la casa sempre buia perché tenevano le persiane abbassate”.
    Gli scacchi e le persiane abbassate. Quanto basta per restituire significato e nuova vita, testimoniando come fa il nipote, alla scomparsa figura del nonno, raddolcendo nei ricordi la pietosa vicenda individuale e familiare. Piena di dolore e di pathos. Per non dimenticare un’assurda tragedia che qui ho tentato di richiamare, per gli intimi sentimenti rappresentati, con quanto più pudore possibile. Non certo come sono stati capaci di rendere il regista Tavarelli e la giornalista Amabile Flavia. Un aspetto di una storia certo irriducibilmente personale ma che coinvolge quella che nutre nel cuore, crudelmente offeso, di tutti noi. E dove, ancora una volta, il magico gioco degli scacchi aiuta a custodire un ricordo incancellabile. E non solo per Luca Moro.
    (Nel “Giorno della memoria”, 9. V. 2008.)

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    (Una nuova partita che si spera serena). I titoli apparsi in questi giorni sulla stampa, alla vigilia del dibattito e della fiducia alla Camera e al Senato, sono spesso ricorrenti e, tra loro, frequentemente ripetuti. Dopo il voto del 13 e 14 aprile e alla vigilia del formale riconoscimento il quarto governo Berlusconi è già allestito. A differenza di quanto accaduto in passato, inoltre, tutto lascia credere che il dialogo tra i poli sarà costruttivo. Addirittura il presidente del consiglio, si apprende dagli organi di informazione quasi stupiti, ha appena telefonato a Walter Veltroni, in quanto leader del maggior partito d’opposizione, proponendogli un rapporto costante di confronto. Come spiega la magra nota ufficiale i due hanno «concordato di vedersi dopo il voto di fiducia per avviare un confronto continuativo tra maggioranza e opposizione».
    In prima pagina, con il seguente titolo, è presentato sul “Corriere della Sera” del 13 maggio 2008 l’articolo di Maria Teresa Meli sul “dialogo” e nuovo corso politico: “Silvio e Walter: partita a scacchi”. L’aria che aleggia sul “Loft”, la nuova costosa sede ristrutturata del Partito Democratico, non sembra, peraltro, delle migliori. Da più parti sono segnalati i pericoli di una manovra avvolgente di Palazzo Chigi con il rischio di fare un’opposizione non troppo convincente. Così, infatti, segue, nel taglio basso della pagina interna 13, la titolazione dell’articolo della Meli: “Walter va alla partita a scacchi con Silvio. «Però state attenti, non siamo dei polli»”.
    “«Non siamo certo dei polli»: Ermete Realacci, ministro ombra per l’Ambiente, riassume con una battuta lo stato d'animo con cui i vertici del Pd si accingono al confronto con il governo di Silvio Berlusconi”. E la giornalista non può fare a meno di annotare, poco più avanti: “Al Pd, quindi, ci si allena come se ci si trovasse di fronte a una sorta di partita a scacchi, sapendo che il premier vuole vincerla, quella partita”.
    A chiarire ogni retroscena della delicata questione, lo stesso giorno e nel medesimo quotidiano a pagina 12, è “La Nota” di Massimo Franco con l’efficace intestazione “La mossa del Cavaliere e le incognite per l’opposizione”.
    La partita quindi sta per iniziare e non sarà, certo, una partita facile. Ci auguriamo solo che prosegua serena e costruttiva. Senza insidie e tranelli. Soprattutto se la partita dovesse svolgersi, come è da presumere, nel contesto avvelenato artificialmente dal rapporto politica-giustizia.
    (13. V. 2008)

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    (Un paese in bancarotta che ama gli scacchi). E’ alquanto singolare registrare, ogniqualvolta si parla dell’Islanda e per i più diversi motivi, non vedere ricordato lo storico incontro di scacchi tra Bobby Fischer e Boris Spassky che si svolse nel 1972 nell’isola dei “pulcinella di mare”, dei vulcani, dei geyser, dei ghiacciai e delle cascate più numerose d’Europa.
    Accade così di leggere, sul “Corriere della Sera” del 18 maggio 2008, nella parte alta di tutta la metà pagina 17, il richiamo al celebre episodio scacchistico della “Guerra fredda” perfino in un articolo che parla dell’aspetto socio-economico di quel paese. Nella corrispondenza di Michele Farina dal titolo “La ricca Islanda in bancorotta salvata dai cugini scandinavi”, quindi, “quel giorno a Reykjavik” diventa parte integrante dell’articolo, anche per il richiamo, accanto al testo, di una celebre fotografia dei due scacchisti. Anche se l’articolo non parla di scacchi ma dell’attuale crisi della finanza islandese costretta ad accettare l’apertura di una linea di credito di 1,5 miliardi di credito da parte di Danimarca, Norvegia e Svezia. Un gesto che sarà costato molto agli islandesi. Più per il denaro, per il gesto di sottomissione nei confronti degli ex dominatori che hanno retto la lontana isola dal tempo dei vichinghi all’indipendenza del 1944.
    (19. V. 2008)



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