(Ancora due libri di scacchi). Stupisce scoprire, tra i tanti libri apparsi ultimamente, il rinnovato interesse per il gioco degli scacchi. Non parlo delle novità sulla tecnica del gioco, sempre più numerose e ottimamente stampate, ma di opere narrative di raffinata cultura letteraria ospitate in collane importanti della nostra editoria. Scacchi come pretesto per narrare vicende romanzate di alcuni suoi protagonisti più famosi e dove il gioco diventa metafora della vita.
Non si è ancora spenta l’eco del successo del ritrovato “La regina degli scacchi” di Walter Tevis e del formidabile “Zugzwang mossa obbligata” di Ronan Bennett (finalista al Premio Bancarella), entrambi di recente ben tradotti e accolti con grande favore di pubblico anche da noi, che ecco giungere in libreria due racconti avvincenti di autori italiani. Ancora due libri “sugli scacchi” che si affacciano nel panorama librario immediatamente dopo l’inconsueto e suggestivo romanzo di Vittorio Giacopini, “Re in fuga”, di cui si è parlato in precedenti pagine. Uno sulla vita del cubano Capablanca, l’altro dove la trama si sviluppa come una sfida scacchistica, caratterizzata, capitolo dopo capitolo, da una mossa di una travolgente partita dove il re subisce, alla fine, lo spietato “matto affogato”.
Il primo lo scrive, sulla “linea ferroviaria Viterbo-Orte-Roma”, Fabio Stassi, di origine siciliana, che vive a Viterbo e lavora in una biblioteca a Roma. “La rivincita di Capablanca” (Edizioni minimum fax, marzo 2008, pp. 208, €11,50) è l’indovinato titolo di questo suo terzo romanzo, dopo i successi di “Fumesteria” e “E’ finito il nostro carnevale”. Racconta la vicenda biografica e le passioni di uno dei più grandi e amati scacchisti di tutti i tempi: José Raúl Capablanca y Graupera. E lo fa, come già accaduto a Giacopini per il suo Fischer, con grande rispetto e senza trascurare fatti e circostanze reali.
Un romanzo, come l’autore afferma in una piacevole intervista apparsa nella trasmissione radio di Rai 3 “Faharenheit” del 24 marzo 2008, che «mi sarebbe piaciuto leggere e non scrivere». Stassi inizia, infatti, a pensare a questa opera narrativa anni fa, quando viene a sapere che l’ultimo progetto che aveva in animo di scrivere Gesualdo Bufalino, scrittore a lui carissimo e appassionato giocatore di scacchi, era una sorta di biografia romanzata di Capablanca. Un racconto, come abbiamo già avuto modo di segnalare, che il grande scrittore siciliano non ebbe mai il tempo di completare per l’improvvisa morte in un incidente stradale, mentre si recava nella natia Comiso. Un’opera straordinaria che, grazie alla vedova signora Giovanna Leggio Bufalino, è stata data alle stampe, nonostante la sua incompiutezza, nel 2006 dalla casa editrice Bompiani e della Fondazione Gesualdo Bufalino, nel decennale della sua scomparsa, con il titolo “Shah Mat - L’ultima partita di Capablanca”, in un’edizione non venale, curata stupendamente dal professor Nunzio Zago e stampata solo in 1000 copie, con una bella copertina che riproduce un particolare de “Echec et mat” di René Magritte (ora in Gesualdo Bufalino, “Opere/2 [1989-1996]”, ma a cura di Francesco Caputo, Classici Bompiani, 2007).
Il ritratto che tratteggia Stassi di Capablanca è perfetto e, nello stesso tempo, «non indicava più, o almeno non soltanto, una persona vera, nata a Cuba nel 1888, e divenuta poi campione del mondo in un memorabile incontro con Lasker all’Avana, nel 1921». E’ solo un signore elegante, distinto, amato dalle donne, che parla diverse lingue, che affronta la scacchiera con lo stesso fascino disincantato che occorre avere anche nella vita, espressione di un uomo che restituisce alla sua trascurata terra, e dopo secoli di schiavitù, popolarità e prestigio. Un campione che sogna come il più modesto pezzo di una scacchiera: un pedone che intende «raggiungere l’ottava traversa. Non rassegnarsi all’infelicità del proprio stato. La chiave di tutto era nell’ansia di una metamorfosi, nel sogno dei pedoni di diventare regine». Insieme con lui si incontrano altri personaggi: i grandi scacchisti del passato Morphy, Cigorin, Lasker, Corzo, Euwe e Aleksandr Alekhine, fuggito dal suo paese dopo la Rivoluzione di Ottobre per arrivare, quasi alla fine del suo cammino, tra la corte dei gerarchi nazisti. Il rivale naturale di Capablanca che gli strappò, in un lungo incontro disputato nel 1927 a Buenos Aires, il titolo di Campione del Mondo. Oltre gli scacchisti, altre figure si muovono nel racconto. Il padre, anzitutto. L’amata principessa georgiana Olga, sua seconda e comprensiva moglie, il regista russo Pudovkin. Perfino Stalin con il famoso episodio, sicuramente non vero e certo non attribuibile a una partita con il campione cubano, della scacchiera con prepotenza rigirata dal dittatore nella speranza, risultata vana, di ritrovarsi in una posizione vincente.
Una storia di grande potenza narrativa che mette in risalto aspetti psicologici e umani di grande fascino. Prima di tutto il rapporto tra Capablanca e il padre. Poi, il tema della rivincita. Il romanzo è, infatti, costruito, e diversamente dall’idea di Bufalino affascinato dalla fama di “dongiovanni” del cubano, sulla rivalità tra Capablanca e il grande scacchista russo. Una contesa, iniziata a San Pietroburgo nel 1913, che vide l’ultimo confronto diretto tra i due nel torneo Avro del 1938 e che permise ad Alekhine di riportare in parità il risultato delle partite ufficiali con l’avversario. Il sogno mai spento di una rivincita di Capablanca, ormai segnato dalla malattia, che non è vendetta ma solo desiderio di rinascita in “un’epoca caratterizzata dalla crudeltà della guerra e dalle innumerevoli illusioni spezzate”. Un riscatto che nulla ha del sanguinoso regolamento di conti e che arriva, alla fine del romanzo, in un modo molto poetico e inaspettato.
Piace al riguardo trovare su “Almanacco dei Libri”, il supplemento letterario de “la Repubblica” del 19 aprile 2008 a pagina 34, la favorevole recensione di Irene Bignardi con il titolo “Il re degli scacchi e l’ultima rivincita”. Un libro che la giornalista, spesso incontrata nel comune cammino in cerca di opere narrative sugli scacchi, definisce «fascinoso anche per i non scacchisti» e che «sa trasmettere come un altro bel libro sullo stesso gioco recentemente riscoperto (“La regina degli scacchi” di Walter Tevis), la magnifica ossessione che sono gli scacchi - e il sogno dei pedoni di diventare regine - costruendo con una scrittura di inconsueta finezza il ritratto di un uomo e di un’epoca al tramonto, e le passioni di un gioco che Einstein (una delle tante comparse illustri di questa storia) diceva di non amare perché gli ripugnava la sua violenza e il suo spirito competitivo».
Il secondo romanzo è quello di un altro scrittore siciliano, giornalista della sede palermitana della Rai, Roberto Alajmo, che ha pubblicato, tra i tanti, i volumi “Un lenzuolo contro la mafia” (Gelka, 1993), “Almanacco siciliano delle morti presunte” (Edizioni della Battaglia, 1997), “Le scarpe di Polifemo” (Feltrinelli, 1998), “Notizia del disastro” (Garzanti, 2001), “Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo” (Mondadori, 2004), “1982. Memorie di un giovane vecchio” (Laterza, 2007) e che ora scrive, con leggerezza e ironia, “La mossa del matto affogato” (Mondadori, marzo 2008, pp. 248, €17,00). Questo non è, come il precedente, un libro imperniato sugli scacchi, ma solo una sua allegoria. Si racconta dell’impresario teatrale Giovanni Alagna che ha costruito la sua vita dragando e bruciando denaro pubblico, intrallazzando, barando e sfruttando ogni opportunità per vivere al di sopra dei suoi mezzi. Una vita che ha le sue radici, a partire dal titolo del romanzo e nella successione dei capitoli, in un autodistruggersi, alla stregua di come avviene a volte in una partita a scacchi: si va dal “Pedone Bianco che avanza in E4” sino “Cavallo Nero che salta in F2”. Così seguendo, nei successivi 26 capitoli e nelle 13 mosse della partita (con un evidente errore di trascrizione del tratto 9° del nero, malgrado la “consulenza scacchistica”) il famoso “matto affogato” che Gioacchino Greco inflisse nel 1620 a uno dei suoi numerosi ignoti avversari. Una storica e celebre partita riportata in ogni buon manuale elementare di scacchi che non manca di essere opportunamente ripetuta, per inciso e per una comoda verifica, nell’ancora insostituibile libro di Chicco e Rosino “Storia degli scacchi in Italia”.
Afferma Alajmo: «Si tratta di una metafora che allude all’onta vera e propria, ossia allo scacco più umiliante». Il protagonista, infatti, quando la fortuna lo abbandonerà, si troverà non solamente solo e assediato dai creditori, ma scoprirà amaramente che le persone a lui più vicine, la moglie e le figlie, sempre trascurate, contribuiranno a perfezionare la sua fine, come in una partita a scacchi giocata in modalità autodistruttiva e nell’imparabile ultima e decisiva mossa del cavallo. Si legge, nelle ultime pagine del romanzo: «E’ come negli scacchi, quando un giocatore è costretto a subire l’onta del matto affogato, lo scacco più mortificante. Attraverso una serie di sacrifici l’avversario ti ha chiuso in gabbia. Uno dopo l’altro sono i tuoi stessi pezzi ad averti circondato e messo in un angolo da cui non puoi scappare».
Il romanzo non sfugge neppure all’attenzione di Silvana La Spina che lo segnala, con convinto entusiasmo, sul settimanale “D la Repubblica delle Donne” nella sua consueta rubrica dal provocatorio titolo “Perché leggerlo” (n° 594, 19 aprile 2008, pag. 52). Una veloce recensione dove la scrittrice sa però cogliere gli aspetti più significativi del racconto, rimanendo entusiasta «per lo stile freddo e crudele di uno scrittore duro e vendicativo, persino moralista».
Alajmo richiama, con l’ardita tecnica di scrittura cronachistica, il suo scrittore preferito Leonardo Sciascia, così come Stassi rimanda, con la sua prosa disincantata, a Gesualdo Bufalino. «Poiché gli scacchi» - scriveva quest’ultimo nel suo romanzo incompiuto di Capablanca - «non sono semplicemente un gioco. Sono guerra, teatro e morte. Cioè, tutt’intera, la vita».
Due libri che annunciano, insieme al ricordato straordinario romanzo di Giacopini, una buona primavera, una bella stagione per la letteratura italiana. Culliamo la speranza che ciò possa accadere in ugual modo per il nostro amato gioco degli scacchi.
(26. IV. 2008)
(Nota: l’appunto sui due libri, scritto a caldo su invito del Direttore de “L’Italia Scaccchistica” venuto a conoscenza di alcune mie recenti letture, è apparso, con qualche modifica, nella rubrica “Novità in libreria”, nel fascicolo della Rivista di Maggio-Giugno, Annata 98, N. 1200, pp. 134-137. Una illuminata locandina di Adolivio Capece, inclusa tra le pagine della segnalazione libraria e che sembra utile riportare per intero, ricorda il vivo interesse di Bufalino per Capablanca e il suo approccio con il romanzo che aveva in animo di portare a termine rievocando l’ultima sera di vita del suo prediletto scacchista, rispetto a quello poi diversamente realizzato da Stassi. Una testimonianza preziosa per conoscere meglio un aspetto del grande scrittore siciliano e scoprire il motivo della presenza nella sua biblioteca, oltre de “Le ultime lezioni”, anche di altri libri di scacchi. Scrive il dr. Capece: «La ricordo bene quella telefonata di Gesualdo Bufolino, che arrivò totalmente inattesa, in un tranquillo pomeriggio.“Ho in mente di scrivere un libro su Capablanca; ma non dal punto di vista scacchistico, bensì rifacendomi alla sua fama di grande seduttore. Lo immagino sul letto di morte, che ripercorre le fasi essenziali della sua vita e rivive via via le sue avventure.” L’idea mi divertì. Bufalino mi chiese se ero in grado di fornirgli materiale in merito, con aneddoti e curiosità. Ne trovai molti, tutti pubblicati su L’Italia Scacchistica, più altri da qualche testo straniero; così qualche giorno dopo potei spedirgli un pacco in cui inserii anche una copia de “Le ultime lezioni”. Mi telefonò di nuovo, contentissimo. “Grazie, era proprio quello che cercavo! Ci sentiremo presto”. E invece purtroppo qualche settimana più tardi arrivò la tragica notizia della sua morte». Nello stesso “specialissimo” numero “1200” - che contrassegna un traguardo importante per la storica rivista - è stato pubblicato, inoltre, alle pagine 145-146, il mio “appunto” sul romanzo di Vittorio Giacopini “Re in fuga”, con il titolo identico a quello dato in “Letteratura e scacchi”, “E’ tutto vero, più o meno” e inserito in un più ampio servizio su “Ancora Bobby Fischer”. 12/05/2008).
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