LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Sesto numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    Il quotidiano “La Repubblica” di giovedì 15 luglio 2004 esordisce, in tutta prima pagina, con la notizia principale: l’imminente nomina del nuovo Ministro del Tesoro a seguito delle dimissioni di Tremonti. Sopra una grande foto a colori che ritrae un “algido” Gianfranco Fini e uno “sconsolato” Silvio Berlusconi, distanziati da due sedie vuote nel banco di Governo durante il dibattito di ieri alla Camera, campeggia la titolazione: “Tesoro, le condizioni di Fini”. Per gli appassionati del nostro gioco e per quanti, almeno, sono curiosi di conoscere l’uso della terminologia scacchistica nei resoconti politici, colpisce di più il vicino articolo di spalla di Curzio Maltese, sempre sullo stesso argomento: “Il protagonista. Lo ´scacco´ al Cavaliere del mite democristiano”. Nel pasticcio dell’infinita verifica di governo, il pacato Marco Follini, infatti, pare che voglia sferrare un colpo mortale. La corrispondenza del giornalista prosegue, accanto ad una foto che coglie in conversazione i “pontieri” Carlo Giovanardi e Rocco Buttiglione, a pagina 4, con un gran titolo che non risparmia neanche questa volta il richiamo di termini abitualmente in uso negli scacchi. A metà foglio, per ben cinque colonne, si legge, appunto: “Il finale della partita è nelle mani del leader Udc, e così il destino di Berlusconi. Schiaffo RAI e gelo in Aula. Follini dà scacco a re Silvio”. Nelle stesse ore, infatti, in commissione di vigilanza, l’Udc votava con la sinistra la mozione “contro la Rai dei berluscones”, chiedendo le dimissioni del Cda entro settembre. Uno “strappo” al quale ha fatto seguito, sono sempre parole di Maltese, “la seconda mossa dello scacco”: durante il dibattito parlamentare, al passaggio decisivo del discorso del premier sulla promessa che la coalizione si ripresenterà unita alle prossime elezioni, Follini non ha applaudito, come hanno fatto, con estrema immediatezza e scattando in piedi, i deputati di Forza Italia, AN e Lega. Così continua il vivace e colorito giornalista, “Domani con l’assemblea dei centristi la partita si chiude. Si vedrà se con lo scacco al re oppure con la resa dell’alfiere. Mezzo copione è già scritto. …Chi l’avrebbe detto che dopo un decennio di trovate e di rivoluzioni, al profeta del nuovismo e del modernismo sarebbe toccato in sorte, in un modo o nell’altro, di morire democristiano?”. “Quantum mutatus ab illo”, che differenza dal Berlusconi raggiante davanti alle telecamere, in anni recenti, nel salotto di Vespa, con i suoi lucidi e pennarelli evidenziatori!
    L’argomento della “verifica”, d’altronde, in grand’evidenza su tutti gli organi d’informazione, è presente nelle pagine di altri quotidiani come primo titolo. A noi piace citare anche il servizio di Augusto Minzolini apparso, sempre nella stessa data, su “La Stampa”, nell’intera metà della pagina 5, “L’ultima carta del cavaliere «Fare il democristiano»”. Anche questo ultimo bravo giornalista usa, come in passata corrispondenza, un’appropriata terminologia scacchistica. Scrive, infatti, nel corpo dell’articolo: “ ... Ma che la partita a scacchi con gli alleati non sia arrivata ancora all’ultima mossa, lo si arguisce dalla battuta che (Berlusconi) regala all’uscita di Montecitorio commentando il discorso di Marco Follini: «un discorso costruttivo, specie se si tiene conto del tipo…»”.
    La partita, pertanto, nonostante la situazione ormai compromessa, prosegue e con disperazione. E’ di poco aiuto per il Presidente del Consiglio, lasciando Palazzo Madama, nel pomeriggio, essere costretto, per distrarsi e trovare nuova forza nell’incontro che sa che sta forse perdendo e che dovrà nelle prossime ore necessariamente continuare, di concedersi una brevissima pausa saltellando “allegramente” con i suoi fans azzurri che l’attendevano all’uscita, “chi non salta comunista è… ”.
(15.VII.2004)

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    Triste, solitario e finale può essere il tempo della vecchiaia. Lo hanno detto in molti: è stato sempre così. A ricordarlo c’è un film del 1952 che, come ha scritto Fernaldo Di Giammatteo nella sua “Storia del cinema” (Marsilio Editori, 1998), lo racconta crudelmente, con il distacco di un verbale di polizia. “Umberto D.”, il “capolavoro” del neorealismo, che nasce dalla collaborazione, in un momento di grazia per entrambi, tra il sentimentale Vittorio De Sica e il geniale Cesare Zavattini e che narra la vecchiaia del pensionato Umberto Domenico Ferrari, mirabilmente interpretato dall’attore dilettante Carlo Battisti.
    Ma, se è sempre stato così, la regola trova subito l’eccezione. Infatti, stamane, a seguito di una tempestiva ed opportuna segnalazione apparsa sul sito web de “L’Italia Scacchistica”, abbiamo rivisto in televisione (Rai1), nel programma “Unomattina Estate”, dedicato alla longevità e a come conservarsi “giovani” negli anni della vecchiaia, il caro Grande Maestro Enrico Paoli. Veniva ripreso mentre giocava, nel suo ordinato soggiorno ricco di ricordi, una partita a scacchi su un’elegante e classica scacchiera, con il tempo delle mosse scandito da un grande orologio d’antan. Mentre muoveva i pezzi e commentava la partita, trovava il modo per raccontare anche, con freschezza e allegra serenità, la sua vita, i suoi affetti e la sua passione per gli scacchi, appresi a dieci anni e che pratica, con evidente gioia, tuttora e a livello agonistico, alla bella età di 96 anni! L’artefice di una delle più sorprendenti continuazioni del gioco, che porta il suo nome, nella “Difesa dei due Cavalli”, vincitore nel 1951, 1957 e 1968 dei tornei di campionato italiano, primo nel torneo internazionale di Vienna nel 1950-51 davanti agli austriaci Alfred Beni e del più famoso Ernest F. Grünfeld, arbitro internazionale della Fide, scrittore, teorico e organizzatore conosciuto ed apprezzato nel mondo, sembra non avere perduto lo slancio e la passione giovanile. Noi lo ringraziamo per aver avuto l’amabilità di testimoniare, ancora una volta, e in una significativa trasmissione che speriamo sia stata seguita, il fascino del Nobile Gioco e la necessità e opportunità di una sua maggiore diffusione, almeno nel nostro paese. E gli siamo grati, soprattutto, per averci regalato, in così tanti longevi anni e speriamo per molti altri ancora, con i suoi libri, i suoi articoli e il suo esempio di vita, molteplici momenti di felicità e di riflessione. Al “Cavaliere della Repubblica” per meriti scacchistici, che ci ricorda in tutta semplicità che questo fantastico gioco, amato dagli dei, può anche aiutarci a conservare, pur negli anni maturi, la mente e il cuore sempre giovani, formuliamo, con animo grato e in vista del suo nuovo compleanno, auspici di ogni fortuna: grazie e auguri di rinnovata giovinezza!
(16.VII.2004)

( Nota: questo breve scritto è apparso, insieme con una foto giovanile del Grande Maestro ad honorem, sotto forma di lettera al Direttore, su “L’Italia Scacchistica”, fascicolo N. 1171, Set.-Ott. 2004, a pag. 316, nella rubrica “La posta dei lettori”, con il titolo “Scacchi a Unomattina”.)

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    Con più o meno enfasi, quasi tutti i quotidiani italiani, da “La Stampa” a “Il Resto del Carlino”, di sabato 17 luglio 2004, seppure con notevole ritardo, danno la clamorosa notizia. “Il Corriere della Sera”, con un articolo di Sandro Veronesi, l’annuncia in prima pagina, sotto una foto recente del sessantunenne Robert James Fischer incorniciato da un’incanutita barba: “Arrestato il genio degli scacchi”. Così il sunto della corrispondenza, nell’occhiello: “Bobby Fischer, genio degli scacchi, arrestato a Tokio per passaporto irregolare. Recluso, paranoico: l’America si scatenerà contro di lui”. Il bel testo, su cinque colonne, si trova nella successiva pagina 13, con la titolazione: “Finisce a Tokio la folle fuga di Fischer, genio degli scacchi. L’ex campione mondiale potrebbe essere estradato negli Stati Uniti dove è ricercato dal 1992”.
     Il servizio giornalistico ci fa sapere che Fischer è stato fermato e tratto in arresto (legalmente?) due giorni fa all’aeroporto internazionale Narita di Tokyo, mentre cercava di imbarcarsi su un volo per le Filippine, con un passaporto americano non valido, violando le leggi sull’immigrazione. Il più giovane grande maestro nella storia del gioco, il vincitore nell’amena Reykjavik del “match del secolo” che ha infranto il predominio sovietico inaugurato ventiquattro anni prima, l’asociale e paranoico ebreo-antisemita, l’eccentrico newyorchese pro-11 settembre, il ricercato dalle autorità federali degli Stati Uniti (per reati d’opinione) e per la ridicola (ma grave) accusa di aver violato le sanzioni contro l’ex Jugoslavia (nel 1992, per giocare nell’isola montenegrina di Sveti Stefan una banale - non nella ricompensa di ben 3,35 milioni di dollari! - rivincita con Boris Spassky), capace di sparire per anni, ha finito di nascondersi. Seccatori, poliziotti, giornalisti e fans non lo hanno lasciato in pace, così come lui stesso chiedeva, e ora l’attende la vendetta di tutta una nazione, ancora più incattivita nel suo ritrovato maccartismo.
    Ci siamo riavvicinati agli scacchi, con il trasporto degli anni giovanili, così com’è accaduto a molti della nostra generazione, grazie al suo affascinante gioco e tramite la lettura di due libri. Uno, veramente ben fatto, di Mario Monticelli, apparso tempestivamente all’indomani del clamoroso evento scacchistico nelle edizioni U. Mursia & C, nel 1972: “Fischer-Spasskij. La sfida del secolo. Tutte le partite dalle eliminatorie al campionato del mondo”. L’altro, che consideriamo uno dei contributi più significativi e importanti di tutta la letteratura scacchistica mondiale e che amiamo in modo particolare, è quello scritto dallo stesso Bobby Fischer nel 1969 e da noi tradotto da Adolivio Capece, sempre nel 1972 per la stessa casa editrice, “60 partite da ricordare. Presentate dal Grande Maestro Larry Evans”.
    Ora tutto è finito e ci domandiamo, non senza amarezza e preoccupazione, cosa ne sarà del Grande Campione. Com’è stato detto, dopo di quello del matematico John Forbes Nash, schizofrenico, ma premio Nobel nel 1994 per i suoi studi sulla teoria economica dei giochi, riteniamo che forse si è aperto per gli psichiatrici il caso clinico più interessante. Per noi solo un amaro e struggente ricordo di grandi passioni e la consapevolezza di avere incontrato un grandissimo e ineguagliabile genio, purtroppo, per sempre e da tempo, almeno per il nostro gioco, perduto.
(17.VII.2004)

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    Oggi, 13 agosto 2004, nel pomeriggio, iniziano, con la sfilata delle rappresentanze di ben 202 Paesi, le Olimpiadi d’Atene. Volute, in origine, da Ercole, dopo le sue fatiche e, in epoca moderna, da Pierre de Coubertin, tornano dopo 108 anni nella sua culla d’origine. L’atletica, addirittura, ha scelto di iniziare il suo cammino da Olimpia, nella cittadina dell’Elide, ad oltre 270 km dal centro di Atene. Nello stesso luogo, vale a dire, dove furono celebrati i primi Giochi Olimpici dell’antichità, nel 776 a.C. Riprendono, quindi, con un ritorno al luogo d’origine, fra storia e leggenda mitologica, dopo 1611 anni, risalendo al 393 dopo Cristo l’ultima edizione antica dei Giochi. Tutti, anche chi non segue gli avvenimenti sportivi, salutano l’evento aspettando con interesse - scopriremo, che saranno quattro miliardi di telespettatori in diretta! - la cerimonia d’apertura, che ci auguriamo, com’è poi accaduto, esemplare e significativa. Durante l’attesa, sono apparsi, in un crescendo rossiniano, articoli, corrispondenze, riflessioni che, ormai, riempiono le pagine di tutti i quotidiani, sovrapponendosi e trascurando quasi i tragici avvenimenti di guerra e di terrorismo che, purtroppo, continuano ad avvelenare il mondo.
    Una notizia curiosa, riportata peraltro solo in modo marginale dagli organi di stampa, è il gran poster del “Che” che gli atleti cubani avevano posto nella facciata principale della palazzina dove sono ospitati e che sono stati costretti, in seguito all’ espressa richiesta degli organizzatori, a togliere. Pare, però, che il manifesto incriminato sia stato solo spostato sulla stradina laterale. Al riguardo si legge con diletto la breve nota apparsa su “La Stampa” del giorno 10 ottobre scorso a firma di Marco Ansaldo in “Cerchi e botti: L’icona del Che sparita e ricomparsa”. Nessun altro quotidiano segnalava, peraltro, che l’immagine del guerrigliero rivoluzionario argentino era raffigurata nel grande poster “mentre giocava a scacchi”, come ha messo in rilievo, con maggior precisione, il “Corriere della Sera” dello stesso giorno, nella sua consueta e giornaliera corrispondenza sul “Villaggio Olimpico”. Non sappiamo com’è andata a finire … nessun seguito ha dato la stampa alla nota di colore, né qual è stata l’esatta immagine esposta. Probabilmente è la stessa che abbiamo visto nel bel francobollo che Cuba ha emesso, recentemente, in occasione dell’ottantesimo anniversario della FIDE e che raffigura Guevara assorto su una scacchiera con il suo immancabile sigaro fra le mani (lui asmatico cronico!). Ci rammarichiamo, solo, che in quel piccolo capolavoro scritto da Ernesto Guevara de la Serna, “Latinoamericana. Un diario per un viaggio in motocicletta” (Universale Economica Feltrinelli, 1993), tradotto e pubblicato in Italia grazie alla grande determinazione di Gianni Minà che ha curato anche il bellissimo documentario sul film che, con sublime poesia e fedeltà al testo, ha girato il regista Walter Salles, non si parli mai di scacchi. Eppure, in quelle pagine, il “Che” si sofferma non poco a parlare persino … della sua passione calcistica, visto che, da bravo argentino si è improvvisato allenatore ed ha giocato anche come portiere di una squadra in Amazzonia. Per conoscere meglio questo personaggio che ha insegnato che la politica è morale e non pratica, insieme alle sue contraddizioni, consigliamo, presentandosene ora l’occasione, la lettura della fortunata biografia scritta dal docente di storia e antropologia, giornalista e scrittore spagnolo, residente da anni a Città del Messico, Paco Ignacio Taibo II, “Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Ernesto Che Guevara”, tradotta in nove lingue e ora, in uscita nelle librerie italiane in una nuova edizione, riveduta e corposamente ampliata fino a raggiungere ben 864 pagine, per i tipi de “Il Saggiatore”. Proprio all’inizio di questo appassionato racconto, che è anche un memorabile affresco di un continente con i suoi conflitti mai risolti e la sua sete di giustizia, è ricordato l’amore per gli scacchi, mai abbandonato, da parte di “Fúser” (il soprannome di Guevara prima di essere universalmente noto come “Che”, dal diffuso e caratteristico intercalare - di origine guaraní - che rende immediatamente riconoscibili gli argentini in tutto il Sud America). Partecipa, infatti, nel 1948, ventenne studente di medicina al torneo interfacoltà e arriva a giocare, nello stesso anno, all’Hotel di Mar del Plata, una simultanea con il Grande Maestro, di origine polacca ma divenuto cittadino argentino e uno dei più forti giocatori del mondo, Miguel Najdorf, naturalmente perdendo.
    Ma, tornando ai giochi olimpici, una riflessione sembra doverosa: un tempo, nel rispetto dell’importante evento e per facilitare la partecipazione degli atleti, si fermavano persino le guerre. Adesso, purtroppo, non è più così. Ed è ancora più difficile considerare che i giochi rappresentano, come appunto gli scacchi, - che pur essendo stati riconosciuti come “attività sportiva” non ne fanno ancora parte - la sola competizione con gli avversari auspicabile e possibile. La “guerra senza guerra”, come la chiama, quasi parafrasando Gorge Orwel, Nigel Spivey in “The Ancient Olympics”, Oxford University Press, 2004: una ritualizzazione simbolica della lotta per la sopravvivenza trasformata in disfida incruenta. Sul punto e sul modo dei filosofi antichi e degli studiosi contemporanei di relazionarsi con lo sport e con la “guerra” degli scacchi si legge con interesse, anche per i rimandi alle novità editoriali, l’ottimo articolo di Nicla Vassalo, “Strane "somiglianze di famiglia" tra scacchi e basket”, apparso nel Domenicale del Sole 24 Ore dell’8 agosto 2004, a pag. 38, nella rubrica “Homo ludens”.
    Proprio oggi che i giuochi olimpici rinascono e, sorprendentemente, nella loro culla ateniese, ci sembra veramente significativo, malgrado le sconvolgenti notizie del giorno, che almeno un quotidiano di grande tiratura trovi lo spazio per dedicare, con un inizio in prima pagina, il ricordo di una lontana e triste storia di guerra con le vittime -560 persone, la maggior parte delle quali erano anziani, donne e bambini! - di Sant’Anna di Stazzema. Così esordisce “Il Corriere della Sera” del 13.VIII.2004: “Schily a S. Anna. Abbraccio al superstite della strage”, con un seguito di un ampio servizio di Giusi Fasano a pagina 9 che merita di essere ritagliato e conservato. Ha pianto Otto Schily, Ministro dell’Interno tedesco e “Grande Maestro Onorario di Scacchi”, presente con Giuseppe Pisanu alle celebrazioni del 60° anniversario della strage, dicendo parole bellissime: “Per noi tedeschi il 12 agosto 1944, il giorno del massacro di Sant’Anna di Stazzema, è un giorno di vergogna, della vergogna più profonda ... Fu l’epoca più buia della storia tedesca … Noi tedeschi siamo grati a voi tutti per avere preteso giustizia senza meditare vendetta.” Anche il contadino del paesino dei monti della Lucchesia, uno dei pochi bambini sopravvissuti all’eccidio e ora anziano “Presidente dell’Associazione Martiri di Sant’Anna di Stazzema” scoppia a piangere, rincuorato dalle coraggiose e inaspettate parole. Una strage finita nell’ormai tristemente famoso “armadio della vergogna” con i suoi 695 fascicoli trovati solo nel ’94 (!) e ricordata, insieme ad altre tragiche vicende di quegli anni, nel fondamentale e corposo studio di Mimmo Franzinelli, “Le stragi nascoste” (Mondatori, pagine 418, 2002). Ci domandiamo, com’è accaduto per un’altra tragedia non di guerra e da noi ricordata in precedenti pagine, quella del Vajont, se in qualche abitazione o casolare di Sant’Anna andati distrutti dai lanciafiamme e dagli esplosivi della famigerata divisione tedesca in ritirata, la 16a SS-Panzergrenaider Reichsführer, ci fosse qualche scacchiera…
    La nostra cultura occidentale, nel ricordo delle enigmatiche silhouette - quasi un attuale fotofinish! - degli atleti corridori immortalati sui preziosi vasi attici del VI e V secolo a.C., c’impone di considerare il vero significato delle olimpiadi o forse quello che si proponevano: cambiare il mondo! E, nella serata inaugurale, vorremmo vedere mano nella mano gli atleti delle due Coree con un’unica bandiera, gli israeliani insieme ai palestinesi, i mussulmani con i cristiani, gli iracheni con gli americani, i negri e i bianchi e i gialli salutare la folla insieme, e nessun segno di follia. E’ troppo?
    Come ci ricorda il sempre aggiornato sito web de “L’Italia Scacchistica”, tra gli atleti italiani in campo ad Atene per le Olimpiadi c’erano anche gli appassionati di scacchi. Ivano Brughetti, poi oro nella marcia dei 20 km, frequentava, infatti, da ragazzo il circolo scacchistico di Bresso, partecipando alle competizioni agonistiche giovanili. Stefano Baldini è anch’egli, come dichiarato dal fratello minore, un appassionato del nostro gioco. Guadagnerà l’oro nella più bella gara dei giochi, in una maratona esemplare che rimarrà a lungo nella memoria di tutti come apodittica vittoria della stessa Olimpiade e lui stesso come atleta eponimo. Quasi com’era avvenuto a Londra, il 24 luglio 1908, nell’impresa grandiosa e sfortunata di un altro maratoneta italiano entrato nella leggenda, il piccolo reggiano Dorando Pietri. Sono forse questi i sottintesi motivi che ci fanno amare, in modo del tutto particolare, questi giochi che si sono appena conclusi o è la forte speranza di credere, sempre, e in un prossimo futuro, in un mondo migliore? Semplicemente non consideriamo tramontati gli ideali che avevano mosso il barone de Coubertin nell’affermare che “per diffondere questi principi bisogna costruire un’umanità più forte e più valida e, soprattutto, più generosa”. Principi che, con ammirevole grazia e fermezza, sono stati offerti, anche nelle ore finali, da tre donne di fibra e di cuore, artefici dell’inaspettato successo d’Atene e nuove vestali per testimoniare al mondo il senso più profondo dello spirito olimpico: Gianna Angelopulos Dasklaki, Presidente del Comitato che ha organizzato le Olimpiadi, Dora Bakoyannis e Fofi Gennimatas, rispettivamente Sindaco e Presidente della Provincia d’Atene. Sono forse le stesse voci di donne che oppongono alla sete di guerra degli uomini “l’amore ostinato della pace” descritte nel coraggioso invito di Alessandro Baricco a rileggere il poema “Iliade” di Omero (Feltrinelli, pagine 163, 2004). Anche grazie a loro è potuto rinascere, dal braciere mai spento di quest’emozione ultramillenaria, il miracolo che permette di credere alle favole e unire cuori, lingue e culture, come ha fatto notare, con tanta grazia e partecipazione, Evelina Christillin, Vicepresidente vicario dei Giochi di Torino 2006, nel suo bell’articolo di spalla “Il mondo bello alla rovescia”, apparso su “La Stampa” il 13 agosto 2004. Perché il mondo, come ha affermato il nostro straordinario Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi assistendo, in piedi, al passaggio allegro e disordinato dei 398 membri della delegazione azzurra, “non è l’esplosione terroristica, il mondo è lo spirito di Atene. Il mondo in cui ogni nazione rimane fiera di sé, delle sue tradizioni, ma lavora per incontrare pacificamente tutte le altre, per realizzare insieme uno sviluppo che combatta la povertà, l’arretratezza, gli odi nazionali, ideologici, religiosi”. A Torino e con questo spirito, dunque!
(13-30. VIII. 200

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