Oggi, 13 agosto 2004, nel pomeriggio, iniziano, con la sfilata delle rappresentanze di ben 202 Paesi, le Olimpiadi d’Atene. Volute, in origine, da Ercole, dopo le sue fatiche e, in epoca moderna, da Pierre de Coubertin, tornano dopo 108 anni nella sua culla d’origine. L’atletica, addirittura, ha scelto di iniziare il suo cammino da Olimpia, nella cittadina dell’Elide, ad oltre 270 km dal centro di Atene. Nello stesso luogo, vale a dire, dove furono celebrati i primi Giochi Olimpici dell’antichità, nel 776 a.C. Riprendono, quindi, con un ritorno al luogo d’origine, fra storia e leggenda mitologica, dopo 1611 anni, risalendo al 393 dopo Cristo l’ultima edizione antica dei Giochi. Tutti, anche chi non segue gli avvenimenti sportivi, salutano l’evento aspettando con interesse - scopriremo, che saranno quattro miliardi di telespettatori in diretta! - la cerimonia d’apertura, che ci auguriamo, com’è poi accaduto, esemplare e significativa. Durante l’attesa, sono apparsi, in un crescendo rossiniano, articoli, corrispondenze, riflessioni che, ormai, riempiono le pagine di tutti i quotidiani, sovrapponendosi e trascurando quasi i tragici avvenimenti di guerra e di terrorismo che, purtroppo, continuano ad avvelenare il mondo.
Una notizia curiosa, riportata peraltro solo in modo marginale dagli organi di stampa, è il gran poster del “Che” che gli atleti cubani avevano posto nella facciata principale della palazzina dove sono ospitati e che sono stati costretti, in seguito all’ espressa richiesta degli organizzatori, a togliere. Pare, però, che il manifesto incriminato sia stato solo spostato sulla stradina laterale. Al riguardo si legge con diletto la breve nota apparsa su “La Stampa” del giorno 10 ottobre scorso a firma di Marco Ansaldo in “Cerchi e botti: L’icona del Che sparita e ricomparsa”. Nessun altro quotidiano segnalava, peraltro, che l’immagine del guerrigliero rivoluzionario argentino era raffigurata nel grande poster “mentre giocava a scacchi”, come ha messo in rilievo, con maggior precisione, il “Corriere della Sera” dello stesso giorno, nella sua consueta e giornaliera corrispondenza sul “Villaggio Olimpico”. Non sappiamo com’è andata a finire … nessun seguito ha dato la stampa alla nota di colore, né qual è stata l’esatta immagine esposta. Probabilmente è la stessa che abbiamo visto nel bel francobollo che Cuba ha emesso, recentemente, in occasione dell’ottantesimo anniversario della FIDE e che raffigura Guevara assorto su una scacchiera con il suo immancabile sigaro fra le mani (lui asmatico cronico!). Ci rammarichiamo, solo, che in quel piccolo capolavoro scritto da Ernesto Guevara de la Serna, “Latinoamericana. Un diario per un viaggio in motocicletta” (Universale Economica Feltrinelli, 1993), tradotto e pubblicato in Italia grazie alla grande determinazione di Gianni Minà che ha curato anche il bellissimo documentario sul film che, con sublime poesia e fedeltà al testo, ha girato il regista Walter Salles, non si parli mai di scacchi. Eppure, in quelle pagine, il “Che” si sofferma non poco a parlare persino … della sua passione calcistica, visto che, da bravo argentino si è improvvisato allenatore ed ha giocato anche come portiere di una squadra in Amazzonia. Per conoscere meglio questo personaggio che ha insegnato che la politica è morale e non pratica, insieme alle sue contraddizioni, consigliamo, presentandosene ora l’occasione, la lettura della fortunata biografia scritta dal docente di storia e antropologia, giornalista e scrittore spagnolo, residente da anni a Città del Messico, Paco Ignacio Taibo II, “Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Ernesto Che Guevara”, tradotta in nove lingue e ora, in uscita nelle librerie italiane in una nuova edizione, riveduta e corposamente ampliata fino a raggiungere ben 864 pagine, per i tipi de “Il Saggiatore”. Proprio all’inizio di questo appassionato racconto, che è anche un memorabile affresco di un continente con i suoi conflitti mai risolti e la sua sete di giustizia, è ricordato l’amore per gli scacchi, mai abbandonato, da parte di “Fúser” (il soprannome di Guevara prima di essere universalmente noto come “Che”, dal diffuso e caratteristico intercalare - di origine guaraní - che rende immediatamente riconoscibili gli argentini in tutto il Sud America). Partecipa, infatti, nel 1948, ventenne studente di medicina al torneo interfacoltà e arriva a giocare, nello stesso anno, all’Hotel di Mar del Plata, una simultanea con il Grande Maestro, di origine polacca ma divenuto cittadino argentino e uno dei più forti giocatori del mondo, Miguel Najdorf, naturalmente perdendo.
Ma, tornando ai giochi olimpici, una riflessione sembra doverosa: un tempo, nel rispetto dell’importante evento e per facilitare la partecipazione degli atleti, si fermavano persino le guerre. Adesso, purtroppo, non è più così. Ed è ancora più difficile considerare che i giochi rappresentano, come appunto gli scacchi, - che pur essendo stati riconosciuti come “attività sportiva” non ne fanno ancora parte - la sola competizione con gli avversari auspicabile e possibile. La “guerra senza guerra”, come la chiama, quasi parafrasando Gorge Orwel, Nigel Spivey in “The Ancient Olympics”, Oxford University Press, 2004: una ritualizzazione simbolica della lotta per la sopravvivenza trasformata in disfida incruenta. Sul punto e sul modo dei filosofi antichi e degli studiosi contemporanei di relazionarsi con lo sport e con la “guerra” degli scacchi si legge con interesse, anche per i rimandi alle novità editoriali, l’ottimo articolo di Nicla Vassalo, “Strane "somiglianze di famiglia" tra scacchi e basket”, apparso nel Domenicale del Sole 24 Ore dell’8 agosto 2004, a pag. 38, nella rubrica “Homo ludens”.
Proprio oggi che i giuochi olimpici rinascono e, sorprendentemente, nella loro culla ateniese, ci sembra veramente significativo, malgrado le sconvolgenti notizie del giorno, che almeno un quotidiano di grande tiratura trovi lo spazio per dedicare, con un inizio in prima pagina, il ricordo di una lontana e triste storia di guerra con le vittime -560 persone, la maggior parte delle quali erano anziani, donne e bambini! - di Sant’Anna di Stazzema. Così esordisce “Il Corriere della Sera” del 13.VIII.2004: “Schily a S. Anna. Abbraccio al superstite della strage”, con un seguito di un ampio servizio di Giusi Fasano a pagina 9 che merita di essere ritagliato e conservato. Ha pianto Otto Schily, Ministro dell’Interno tedesco e “Grande Maestro Onorario di Scacchi”, presente con Giuseppe Pisanu alle celebrazioni del 60° anniversario della strage, dicendo parole bellissime: “Per noi tedeschi il 12 agosto 1944, il giorno del massacro di Sant’Anna di Stazzema, è un giorno di vergogna, della vergogna più profonda ... Fu l’epoca più buia della storia tedesca … Noi tedeschi siamo grati a voi tutti per avere preteso giustizia senza meditare vendetta.” Anche il contadino del paesino dei monti della Lucchesia, uno dei pochi bambini sopravvissuti all’eccidio e ora anziano “Presidente dell’Associazione Martiri di Sant’Anna di Stazzema” scoppia a piangere, rincuorato dalle coraggiose e inaspettate parole. Una strage finita nell’ormai tristemente famoso “armadio della vergogna” con i suoi 695 fascicoli trovati solo nel ’94 (!) e ricordata, insieme ad altre tragiche vicende di quegli anni, nel fondamentale e corposo studio di Mimmo Franzinelli, “Le stragi nascoste” (Mondatori, pagine 418, 2002). Ci domandiamo, com’è accaduto per un’altra tragedia non di guerra e da noi ricordata in precedenti pagine, quella del Vajont, se in qualche abitazione o casolare di Sant’Anna andati distrutti dai lanciafiamme e dagli esplosivi della famigerata divisione tedesca in ritirata, la 16a SS-Panzergrenaider Reichsführer, ci fosse qualche scacchiera…
La nostra cultura occidentale, nel ricordo delle enigmatiche silhouette - quasi un attuale fotofinish! - degli atleti corridori immortalati sui preziosi vasi attici del VI e V secolo a.C., c’impone di considerare il vero significato delle olimpiadi o forse quello che si proponevano: cambiare il mondo! E, nella serata inaugurale, vorremmo vedere mano nella mano gli atleti delle due Coree con un’unica bandiera, gli israeliani insieme ai palestinesi, i mussulmani con i cristiani, gli iracheni con gli americani, i negri e i bianchi e i gialli salutare la folla insieme, e nessun segno di follia. E’ troppo?
Come ci ricorda il sempre aggiornato sito web de “L’Italia Scacchistica”, tra gli atleti italiani in campo ad Atene per le Olimpiadi c’erano anche gli appassionati di scacchi. Ivano Brughetti, poi oro nella marcia dei 20 km, frequentava, infatti, da ragazzo il circolo scacchistico di Bresso, partecipando alle competizioni agonistiche giovanili. Stefano Baldini è anch’egli, come dichiarato dal fratello minore, un appassionato del nostro gioco. Guadagnerà l’oro nella più bella gara dei giochi, in una maratona esemplare che rimarrà a lungo nella memoria di tutti come apodittica vittoria della stessa Olimpiade e lui stesso come atleta eponimo. Quasi com’era avvenuto a Londra, il 24 luglio 1908, nell’impresa grandiosa e sfortunata di un altro maratoneta italiano entrato nella leggenda, il piccolo reggiano Dorando Pietri. Sono forse questi i sottintesi motivi che ci fanno amare, in modo del tutto particolare, questi giochi che si sono appena conclusi o è la forte speranza di credere, sempre, e in un prossimo futuro, in un mondo migliore? Semplicemente non consideriamo tramontati gli ideali che avevano mosso il barone de Coubertin nell’affermare che “per diffondere questi principi bisogna costruire un’umanità più forte e più valida e, soprattutto, più generosa”. Principi che, con ammirevole grazia e fermezza, sono stati offerti, anche nelle ore finali, da tre donne di fibra e di cuore, artefici dell’inaspettato successo d’Atene e nuove vestali per testimoniare al mondo il senso più profondo dello spirito olimpico: Gianna Angelopulos Dasklaki, Presidente del Comitato che ha organizzato le Olimpiadi, Dora Bakoyannis e Fofi Gennimatas, rispettivamente Sindaco e Presidente della Provincia d’Atene. Sono forse le stesse voci di donne che oppongono alla sete di guerra degli uomini “l’amore ostinato della pace” descritte nel coraggioso invito di Alessandro Baricco a rileggere il poema “Iliade” di Omero (Feltrinelli, pagine 163, 2004). Anche grazie a loro è potuto rinascere, dal braciere mai spento di quest’emozione ultramillenaria, il miracolo che permette di credere alle favole e unire cuori, lingue e culture, come ha fatto notare, con tanta grazia e partecipazione, Evelina Christillin, Vicepresidente vicario dei Giochi di Torino 2006, nel suo bell’articolo di spalla “Il mondo bello alla rovescia”, apparso su “La Stampa” il 13 agosto 2004. Perché il mondo, come ha affermato il nostro straordinario Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi assistendo, in piedi, al passaggio allegro e disordinato dei 398 membri della delegazione azzurra, “non è l’esplosione terroristica, il mondo è lo spirito di Atene. Il mondo in cui ogni nazione rimane fiera di sé, delle sue tradizioni, ma lavora per incontrare pacificamente tutte le altre, per realizzare insieme uno sviluppo che combatta la povertà, l’arretratezza, gli odi nazionali, ideologici, religiosi”. A Torino e con questo spirito, dunque!
(13-30. VIII. 200
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