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Cinquantanovesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.
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(Il fascino degli scacchi). Gli scacchi, con il suo fascino e la sua ricca storia, tornano prepotentemente alla ribalta in questi giorni. Ieri, 24 febbraio 2008, su “Rai 3” è stato ospite di Fabio Fazio, nel programma televisivo di “Che tempo che fa”, il campione di scacchi Garry Kasparov. Veniva presentato, seguito da quasi 4 milioni e ottocentomila telespettatori, il suo recente libro “Gli scacchi, la vita”, edito da Mondadori e già recensito in altre pagine. Oggi, 25 febbraio, nella bella e interessante trasmissione televisiva, sempre su “Rai 3”, “Leonardo”, in onda nel primo pomeriggio dopo il telegiornale, si è parlato nuovamente del nostro amato gioco. Al centro della puntata, l’interessante servizio sul manoscritto autografo del frate Luca Bartolomeo Pacioli da Borgo San Sepolcro, redatto nel periodo in cui il grande matematico collaborava con Leonardo da Vinci. Uno scritto, riconosciuto a 500 anni dalla sua scomparsa, che si è rivelato prezioso per la storia degli scacchi.
Sul “De ludo schachorum”, questo il titolo del trattato, si è parlato a lungo, anche in questa rubrica. Ma, adesso, dopo anni di ricerche e di confronti, si è anche tentato di rispondere, con ragionevole persuasione, circa l’autore del disegno dei pezzi usati per i diagrammi. Su “la Repubblica” dello stesso giorno 25, in prima pagina, con il titolo “Uno studio attribuisce al genio toscano i manoscritti. Risolto il giallo dei disegni: gli scacchi sono di Leonardo” il dilemma sembra chiarito. Nell’interno del supplemento culturale R2, a pagina 31, Michele Smargiassi, inviato a Gorizia, scrive un informato articolo che spiega, infatti, come i disegni del manoscritto del Pacioli, «leggeri come ombrellini, esili come alberi sullo sfondo di un dipinto rinascimentale. Re, regina, torre, cavallo, alfiere e perfino l’umile pedone, eleganti, aerodinamici, marziani, mai visti su un tavolo da gioco», debbano essere attribuiti a Leonardo. Smargiassi non manca di interrogare Franco Rocco, settantenne architetto e scultore milanese, autore famoso per aver ideato il gioco “Scaccomatto” che permette di assemblare i pezzi di ciascun colore in un cubo perfetto. Secondo lui non ci sono dubbi e nelle sue conclusioni non ci sono incertezze sulla paternità di questi «sei pezzi di genio. Del nostro più grande genio». Da questi «disegnini curiosi che affollano le minute pagine del libretto» ne ha ricavato perfino, dopo lunghi studi, un set di pezzi firmati molto famosi nell’ambiente collezionistico. L’antica e autorevole rivista “L’Italia Scacchistica”, nel numero 1194 del luglio-agosto 2007, alle pagine 272-274, con l’articolo “La via geometrica degli scacchi”, aveva già anticipato la notizia dell’incarico affidato all’architetto da parte della Fondazione Coronini Cronberg, proprietaria del manoscritto ritrovato dal bibliofilo Duilio Contin, per realizzare gli scacchi del Pacioli e della convinta certezza dell’architetto che i disegni dei diagrammi erano nati dalle sapienti mani di Leonardo.
Una notizia che, prudentemente, deve ancora attendere conferma scientifica definitiva, se mai sarà potuta dare, da parte dei maggiori esperti e studiosi dell’opera di Leonardo da Vinci.
Nell’attesa, si domanda Smargiassi, giocheremo, allora, al posto dei pezzi Staunton, con i nuovi pezzi realizzati da Rocco? E risponde al quesito con le parole del maestro Aldolivio Capece, direttore della succitata centenaria rivista e che «quando curò la (costosissima) ristampa anastatica del De Ludo, rimase affascinato da quei pezzi leggeri come sogni». Capece, dopo aver esitato, dichiara: «Con gli amici, sì. In torneo, no. Gli scacchi di oggi sono sport, gara contro il tempo, tensione. Questi pezzi sembrano fatti per un’altra idea di scacchi: un gioco sereno, senza fretta, senza agonismo».
Il gioco a noi più caro: ricco di poesia e leggerezza.
(25. II. 2008)
(Nota: non posso fare a meno, licenziando il soprastante “appunto” in ritardo, di citare una notizia frattanto diffusa il 14 aprile 2008 dall’agenzia “Adnkronos”. Richiamando un articolo del critico d’arte Dylan Loeb McClain apparso sul “New York Times”, viene messo in risalto lo scettico giudizio di Martin Kemp, uno dei maggiori esperti dell’opera di Leonardo, professore emerito di storia dell'arte alla Oxford University, sull’ipotesi secondo la quale sarebbe stato il genio di Vinci a illustrare il manoscritto “De Ludo Scachorum”. Secondo Kemp, infatti, “non c’é nessuna possibilita’ che i disegni dei diagrammi e dei pezzi degli scacchi presenti nel manoscritto siano di mano di Leonardo”. Una polemica che è destinata a non concludersi in tempi brevi e invita a leggere l’articolo succitato del quotidiano “la Repubblica” con la necessaria cautela. 20/IV/2008)
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(“Miscellanea”). Si legge su “il Gionale.it” del 12 febbraio 2008, in un articolo di Fabrizio De Feo, a proposito di un possibile accordo tra il partito centrista dell’Udc e quello di Forza Italia: «È una partita a scacchi tutta giocata sul filo dei nervi, quella tra Silvio Berlusconi e Pier Ferdinando Casini. Una trattativa serrata in cui le porte si chiudono senza essere sbattute e il dialogo procede sotto traccia, come un fiume carsico, nella consapevolezza che le sfide identitarie e solitarie rischiano di risultare velleitarie, tanto più con lo sbarramento imposto dalla legge elettorale».
Un’altra partita, ancora più difficile, si svolge nel centro dell’Europa. Un’Europa sempre più incapace di apparire unitaria e determinata. “La Stampa” del 18 febbraio 2008, in prima pagina, annuncia: “Kosovo, addio a Belgrado” e a pagina 2 titola: “Kosovo anno zero. «Siamo indipendenti». La Serbia: Stato fantoccio. Putin chiede l’annullamento all’Onu”. Scrive Giordano Stabile commentando la nascita della “piccola Albania”, lo Stato del Kosovo, il settimo uscito dalla disintegrazione della Jugoslavia, il 193° al mondo, il secondo a maggioranza mussulmana in Europa: “La partita a scacchi è cominciata subito, aspra”.
La cronaca degli sviluppi dell’inchiesta, intitolata dal Nucleo Provinciale della Guardia di Finanza di Milano “Scacco alla Torre”, si legge su “La Stampa” del 28 febbraio, a pagina 5, con il titolo “In carcere la Spa dell’evasione. Quattro commercialisti nei guai: 600 milioni di dichiarazioni false”. E, nel quotidiano italiano più letto, “la Repubblica”, sempre del 28, a pagina 39, si legge la corrispondenza da Londra di Enrico Franceschini “Processo alla Regina”. Ci informa dell’esito dell’inchiesta giudiziaria, tra commedia e tragedia, che doveva dimostrare la cospirazione della casa reale britannica per la morte della principessa Diana e che inizia con “Scacco alla regina”. Ancora sul “Corriere della Sera” del 29 febbraio 2008, a pagina 33, sulla privatizzazione della nostra compagnia di bandiera, l’articolo di Antonella Baccaro è titolato “Alitalia-Air France in stallo”.
E, per finire, il curioso titolo apparso in prima pagina su “La Stampa” del 2 marzo 2008 sul disordine della raccolta dei rifiuti in Campania e sulla ferma decisione del suo governatore a non dimettersi nonostante il rinvio a giudizio: “L’arrocco di Bassolino «Non sono un disertore»”.
(3. III. 2008)
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(“E’ tutto vero, più o meno”). Vittorio Giacopini, con «Re in fuga», appena edito da Mondadori nella “Collezione Scrittori italiani e stranieri” (febbraio 2008, pp. 280, €17,50), scrive uno dei libri più avvincenti mai apparsi su “la leggenda di Bobby Fischer”, come recita, in modo appropriato, il sottotitolo.
Un romanzo sulla vita del grande campione, vero “professionista” del gioco degli scacchi, che si legge con l’emozione, non ancora sopita, della sua recente e improvvisa scomparsa avvenuta a 64 anni in un letto di ospedale di Reykjvík. Una storia che restituisce, tra fatti davvero accaduti e con personaggi realmente esistiti, un’interpretazione “inventata”, affascinante e poetica, del “vero” Fischer. Con i suoi sogni e la sua sensibilità, il dramma del padre assente e la relazione sempre più difficile con la madre e la sua famiglia, il suo rapporto con gli scacchi, le sue battaglie svolte non solo sulla scacchiera, il suo genio e i suoi contributi alla storia universale degli scacchi, i suoi gesti clamorosi, la sua determinazione per non scendere a compromessi o di mentire. Sino ad arrivare al suo lunghissimo silenzio e alla sua scelta di morire lontano dalla sua patria, che non riconosce più sua, da cittadino islandese in un paese sperduto che ama gli scacchi, spesso neanche appena accennato nelle cartine meteorologiche d’Europa. Ma da uomo libero. Dopo essere stato tenuto in carcere dai giapponesi, assurdamente per undici lunghi mesi, per un passaporto non ritenuto più in regola e con una richiesta di estradizione negli Usa che lo considerava, ormai, dopo la plateale disobbedienza consumata nell’ex Jugoslavia e alcune sue infelici esternazioni, suo nemico. «Il 6 agosto del 2004 - a cinquantanove anni esatti dal bombardamento di Hiroshima - Bobby Fischer scrive questa famosa lettera all’ambasciata americana di Tokyo, a Rappongi. Col suo stampatello nervoso ma ordinato traccia per l’ennesima volta la linea e mette un punto. Nel suo ultimo rifiuto c’è l’ambigua anticipazione di una pace impossibile e un’ingannevole, vaga, falsa promessa di rinascita. “Io, Robert James Fischer, da questo momento rinuncio irrevocabilmente e permanentemente alla mia cittadinanza americana e a tutti i suoi presunti diritti e privilegi ... Libero finalmente, libero finalmente, grazie a Dio onnipotente finalmente sono libero.”» (p. 270).
Giacopini, con una scrittura spedita, a volte graffiante, che affonda nell’arte poetica per cogliere le emozioni che risiedono nelle pieghe più segrete del cuore, riga dopo riga, pagina dopo pagina, restituisce alla storia, con forza e pudore, i sentimenti e le vicissitudini di un uomo che ha amato, sopra ogni cosa e sin da piccolo, “il gioco più intelligente e violento” che esista. Sembra che l’autore, tanto sia riuscito ad interpretare l’animo dell’eroe americano della “guerra fredda” e nell’averlo saputo raccontare con tanta maestria, da essere stato in sua compagnia e accanto a lui da sempre: dagli esordi nella Brooklyn degli anni Cinquanta sino alla sua triste e solitaria morte in Islanda, avvenuta, in modo che appare singolare e significativo insieme, in coincidenza con l’uscita del libro. Nessuna ulteriore pagina, infatti, nessuna altra parola, poteva essere aggiunta a questo formidabile romanzo biografico per meglio completare e chiarire il percorso interiore, spesso tormentato e drammatico, di Robert James “Bobby” Fischer.
Una ricostruzione ancora più ammirevole se si considera, per penetrare quasi ogni momento della vita del grande campione di scacchi, che, per i fatti realmente accaduti, il giornalista e scrittore romano si è documentato su pochi ma fondamentali libri. Libri tutti elencati nella nota finale e che sembra utile qui ricordare i più importanti. Come gli scritti dello scacchista e psicologo Rebuen Fine (“La psicologia del giocatore di scacchi”, Adelphi, 2002), dei giornalisti Dmitrij Plisetskij e Sergej Voronkov (“I Russi contro Fischer”, Caissa Italia, 2003), degli scrittori David Edmonds e John Eidinow (“Bobby Fischer Goes to War”, Faber & Faber, 2004 e non l’approssimativa traduzione italiana apparsa nel 2006) e dall’unico breve libro scritto da Fischer, «the word chess champion», con qualche velleità letteraria “I Was Tortured in the Pasadena Jailhouse!”, che racconta l’allucinante esperienza della sua reclusione di due giorni, avvenuta nel 1981 perché scambiato per un rapinatore di banca, in un fetido carcere americano senza un motivo preciso e senza accuse. Si è servito, altresì, di alcune indovinate e pertinenti citazioni tratte da “La difesa di Lužin” di Vladimir Nabokov, del romanzo di Acheng “Il re degli scacchi” e della famosa conferenza “Una partita a scacchi con Albert Einstein” di Friedrich Dürrenmatt. Tutto il resto, annota Giacopini, è solo “invenzione, interpretazione arbitraria, tradimento”. Ma, sempre, nel riguardo di restituire a Fischer le sue ragioni, di riuscire a ricostruire, in modo tanto schietto quanto avvincente, i conflitti nascosti di un’intera epoca unitamente alla tormentata personalità di un grande e sensibile artista.
Un riuscito tentativo di restituire, con sofferta intensità, l’atmosfera romanzesca di una vicenda con l’identica meraviglia con la quale molti, in tutto il mondo, or sono trascorsi più di 7 lustri, hanno seguito la “sfida del secolo” di Reykjvík. Un avvenimento teletrasmesso in diretta come fosse un decisivo incontro di calcio e che ha avvicinato milioni di persone ad un gioco nobile e antico, praticamente ignorato dai più.
Una storia appassionata. Una storia reale, seppure poeticamente inventata con pudore e rispetto. Una formidabile pagina che può anche essere letta come metafora della lucida paranoia che, a volte, avvolge il nostro vivere quotidiano.
(5. III. 2008)
(Nota: la recensione, con qualche lieve modifica e sotto forma di lettera al Direttore, con lo stesso titolo e a mia firma, è apparsa su “L’Italia Scacchistica”, nel fascicolo di Maggio-Giugno 2008, Annata 98, N. 1200, pp. 145-146, nel servizio dedicato a: “Ancora Bobby Fischer”).
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(La mossa di Putin). La Russia, il paese più grande del mondo, torna in primo piano. I suoi cittadini, è stato detto, sono “finalmente liberi”. Ma è stato pure aggiunto: “ma liberi di che cosa? Forse solo liberi di aver potuto votare, ieri, per l’uomo giusto”. L’uomo indicato da Vladimir Putin che intende proseguire il corso politico del presidente uscente e avendo come Primo Ministro proprio il suo mentore.
L’agenzia Ansa, nella notte del 3 marzo 2008, con una nota di Beatrice Ottaviano, annuncia la notizia, prevedibile e attesa: “Russia, Medvedev vince le presidenziali”. Il quarantunenne neoeletto si è affermato sfiorando il 70 per cento dei voti. Come scrive Sandro Viola su “la Repubblica” del 3 marzo 2008 nel suo lucido commento “La misura del Delfino”, in prima pagina, «il Delfino doveva, infatti, vincere largamente, ma non poteva certo raggiungere un risultato superiore a quel 71,3 per cento che Putin ottenne alle presidenziali del 2004. Sarebbe stato un atto di lesa maestà».
Aggiunge l’Ottaviano nella nota Ansa: «Quanto all'opposizione democratica, non è stata messa in condizione di produrre neanche una candidatura: all’ex campione mondiale di scacchi Garry Kasparov è stato in pratica impedito di creare un suo gruppo di iniziativa; l’ex premier liberale Mikhail Kasianov si è visto respingere come false le firme a suo sostegno; il leader dell'Unione delle forze di destra Boris Nemtsov ha rinunciato invitando al boicottaggio dopo che il candidato da lui indicato, lo scrittore dissidente Vladimir Bukovski, era stato bocciato dalla Corte costituzionale per un problema di doppio passaporto. Kasparov ieri era stato bloccato da una ventina di agenti mentre tentava di raggiungere la Piazza Rossa con in mano una busta di plastica su cui era scritto “non partecipo a questa farsa”».
Intanto, come precedentemente annunciato dalla stessa agenzia di stampa, l’opposizione russa intende costituire un suo parlamento ombra, costituito da circa 335 delegati di tutti i partiti anti-Cremlino, e alcuni esponenti del Partito comunista russo. Ad annunciarlo è stato lo stesso Kasparov, leader del movimento Altra Russia. La prima seduta del “parlamento alternativo”, come è stato battezzato dall’ex campione di scacchi, si dovrebbe tenere il 23 marzo prossimo.
Ancora “La Stampa” del 3 marzo, sempre in prima pagina, titola: “Trionfa il delfino di Putin. Una diarchia al Cremlino. Medvedev al 70%. Kasparov: ora scelga il suo Paese”. Lo stesso quotidiano torinese, il giorno successivo, dedica l’intera pagina 12 ai risultati delle elezioni presidenziali annunciando: “Manganelli e arresti nel primo giorno dell’era Medvedev, Scontri in piazza tra apposizione e polizia. Gli osservatori europei: «Voto non libero»”. Emanuele Novazio, inviato del predetto giornale a Mosca, scrive che «Altra Russia - la coalizione di opposizione guidata dall’ex campione di scacchi Garry Kasparov - scende in piazza per protestare contro “la farsa elettorale”, il trasferimento di poteri da Putin al suo delfino attraverso elezioni delle quali gli osservatori del Consiglio d’Europa - unici occidentali presenti dopo la polemica rinuncia dell’Osce - hanno messo in dubbio la libertà e la correttezza». Racconta, quindi, gli arresti dei dimostranti e le cariche degli agenti antisommossa avvenuti nella capitale moscovita. Precisa che «nessun divieto invece per i “Nashi”, i giovani filo Putin che hanno festeggiato la vittoria di Medvedev lungo la Moscova, nella centralissima piazza Pushkin e davanti all’ambasciata Usa, oltre che in altre 40 città. (...) Kasparov e Limonov hanno scelto invece Pietroburgo, dove le autorità della città natale di Putin e Medvedev hanno autorizzato la manifestazione e non ci sono stati incidenti».
Una interessatissima pagina di attualità giornalistica è apparsa, inoltre, nella trasmissione radiofonica mattutina di “Radio 3 Mondo”, nella puntata del 3 marzo 2008. Il giornalista Stefano Cingolani, esperto in politica estera, in diretta con il suo franco parlare e con l’intervento di molti ascoltatori, ha discusso sulle “Elezioni in Russia” con il politologo e ambasciatore Sergio Romano - critico sull’importanza della presenza “politica” di Kasparov in Russia -, con il giornalista e scrittore Leonardo Coen, con Emanuele Gout e, infine, con una intervista allo stesso Garry Kasparov. Commentando i primi risultati delle elezioni presidenziali, il leader di “Altra Russia” ha ribadito, con forza, quanto aveva dichiarato al Tg1 poche ore prima: «Putin non si è accorto che la catena di comando è arrivata alla fine. Nell’Unione Sovietica e in Russia non ci sono mai stati due centri di comando. Medvedev è destinato o a salvare se stesso e il Paese, che è in piena crisi economica, oppure gli interessi di Putin».
(16. III. 2008)
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