LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Cinquantottesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    (Come tenere allenato il cervello). Esistono molte occasioni sportive e numerosi strumenti per tenere allenato e giovane il corpo. Le palestre di ginnastica e danza che sorgono sempre più numerose e attrezzate nelle nostre città costituiscono una prova evidente. Ma è possibile fare altrettanto per mantenere in buona forma l’organo più importante che possediamo, il cervello? Una prima risposta a questa domanda è possibile trovarla leggendo un gustoso articolo apparso su “il Giornale” del 24 dicembre 2007. Il quotidiano pubblica, infatti, a pagina 13, a cura di R. A. Segre, interessanti notizie, con il titolo “Le palestre della mente”, sugli sviluppi della ricerca del cervello svolte dallo scienziato israeliano Shlomo Breznitz.
    Il professore Breznitz è presentato da Segre come uno psicologo di fama internazionale, ex rettore dell’Università di Haifa, scienziato «che porta i suoi 71 anni con l’agilità fisica di un cinquantenne e intellettuale di un ventenne» e lavora ad un avveniristico programma di ricerca scientifica sul cervello in Israele presso la società, da lui fondata, “CogniFit”.
    Sembra utile riportare almeno un breve stralcio dell’articolo nella parte dove si fa riferimento agli scacchi e che si legge nell’ingenua e nascosta speranza di poter migliorare anche nel nostro prediletto gioco, allenando la mente.
    «Ci voleva però anche la curiosità di uno scienziato scampato da bambino allo sterminio nazista grazie alla sua prodigiosa memoria (una vicenda incredibile e commovente raccontata in un libro di memorie tradotto anche in italiano, “I campi della memoria”, Garzanti, 1992) e alla sua passione per il gioco degli scacchi. È proprio dal gioco degli scacchi che ha tratto alcune delle idee che ha concretizzato in un sistema di allenamento computerizzato del cervello che ha fatto la fortuna della società CogniFit, oggi leader mondiale nel campo della lotta contro l’invecchiamento cognitivo e anche di prevenzione per molte malattie mentali legate all’invecchiamento. Cosa insegnano gli sacchi? Insegnano che nel tentativo di costruire dei robot capaci di battere lo scacchista si sono sviluppati due approcci. Il primo è quello che cerca di costruire delle macchine che simulano il pensiero logico dell’uomo. Il secondo, non meno efficace, è quello che accumula nella memoria del robot tutte le possibili soluzioni - vincenti, perdenti o terminate alla pari - di partite conosciute. In questo caso, la macchina trae dalla sua memoria “accumulata” la soluzione nota che appare la più adeguata allo “stimolo”. Questo secondo approccio è più vicino al funzionamento del cervello perché si fonda sul principio dell’ozio. Il robot, come il cervello, non si sforza a cercare soluzioni nuove ma sceglie l’apparentemente migliore fra quelle che gli offre la memoria. Quando qualcuno afferma di tenersi intellettualmente in forma con normali attività di vita o di lavoro, si illude perché usa cellule mentali vecchie, non nuove».
    Continuare a giocare a scacchi sembra, quindi, un buon metodo ed un’ottima palestra per mantenersi giovani. Anche se le abitudini e l’automatismo, ormai acquisite nel gioco, non sempre ci permetteranno di vincere o di migliorare, come succede invece ai muscoli del corpo quando sono sottoposti allo sforzo dello sport e della ginnastica.
    Non ci rimane, quindi, che attendere di venire in possesso del rivoluzionario programma, chiamato “Mind Fit” e prodotto dalla società creata dal professore, per l’allenamento celebrale. Ammesso che il software in questione possa veramente aiutare la concentrazione. Almeno la mia. Massimamente davanti una scacchiera e prima di muovere il pezzo.
    (5. I. 2007)

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    (Una verità tutta speciale). Il settimanale “Panorama”, nel primo numero del 2008, a pagina 42 e seguenti, raccoglie, a cura di Gianluigi Nuzzi, una lunga intervista del generale della Guardia di Finanza Roberto Speciale, reintegrato dal Tar e poi dimissionario, con il titolo “Parla il Generale: E ora vi racconto una verità molto Speciale”.
    L’ex generale legge in tutta la sua storia «il naufragio di un progetto per mettere la Finanza nell’angolo». Mentre si immagina «un ruolo politico che metta al servizio del Paese le mie competenze in sicurezza e difesa» con sdegno respinge «tutte le accuse giornalistiche di aver utilizzato mezzi del corpo a fini personali».
    Non manca, infine, di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Rifacendosi a quanto riferito agli organi di stampa da Gian Carlo Caselli, procuratore capo antimafia a Palermo quando anche lui prestava servizio nel capoluogo siciliano, si sfoga: «Poi se Gian Carlo Caselli afferma che non mi vorrebbe avversario in una partita di scacchi, battuta che mi ha ripetuto ieri mattina Francesco Cossiga al telefono, significa che apprezza implicitamente il mio rispetto delle regole. Che negli scacchi sono cristalline».
    Tra i commenti all’articolo, inseriti sul sito web della rivista e, immancabilmente, tutti a sostegno del generale, che, con ogni probabilità vedremo presto seduto in uno degli scranni del Parlamento, qualcuno ha lasciato scritto, in modo astioso nei confronti del magistrato che ha combattuto mafia e terrorismo: «Caselli ha detto che non vorrebbe averlo come avversario a scacchi! Fossi in lui tacerei per sempre visto, che in quel gioco sottile, l’ha fregato pure Andreotti!».
    Per conto mio ho semplicemente riflettuto sulla difficoltà di giocare serenamente a scacchi quando si incrociano sulla scacchiera avversari convinti di dover vincere ad ogni costo. Ineccepibilmente, come aveva ritenuto giusto dichiarare il giudice Caselli.
    (5. I. 2007)

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    (La triste fine di un leggendario campione di scacchi). La notizia giunge inaspettata con il tamtam con il quale si anticipano, tra gli amici scacchisti sparsi nel mondo, gli avvenimenti più incredibili.
    Robert James Fischer è morto, all’età di 64 anni, nella notte del 17 gennaio per insufficienza renale, dopo aver rifiutato ogni cura medica. Lo sapevamo malato ma non così grave e l’avevamo lasciato, a seguito di una toccante corrispondenza di Vincenzo Martucci, in altre pagine richiamata, solo e triste, in un letto di un ospedale di Reykjavik, in Islanda.
    L’annuncio dell’improvvisa morte del grande scacchista inizia, il mattino del giorno successivo, a fare il giro del mondo, suscitando, ovunque, sorpresa e dolore. Poi i comunicati più completi nei primi annunci di agenzia e dei telegiornali che si susseguono nel pomeriggio e nelle ore serali. Il mattino del successivo 19, sui principali quotidiani di tutto il mondo, giungono le notizie più complete e particolareggiate. Il più delle volte, come giusto, in prima pagina e con grande risalto. Dal “The New York Times” con “Fischer vs. the World: A Chess Giant’s Endgame” di Edward Rothstein ma ricco di altri articoli, come quello di Bruce WeberBobby Fischer, Troubled Genius of Chess, Dies at 64”, sino al quotidiano francese “Le Monde”. Quest’ultimo, chiudendo le sue pagine nel pomeriggio, è tra le prime testate di rilievo a dare la notizia lo stesso giorno 18 con “Bobby Fischer sur la diagonale du fou”, ripubblicando un noto articolo di Pierre Barthèlémy apparso sullo stesso quotidiano il 18 settembre del 2004. La titolazione data, il successivo giorno 19, al secondo articolo “Bobby Fischer, génie paranoïaque des échecs”, con l’attacco «Un fantôme est mort», appare, però, più come espressione di certa stampa a sensazione che commento sereno ed equilibrato. Stupisce trovare tale incauto modo di esporre la notizia nelle proverbiali pagine di discrezione del giornale francese. Non si è mancato di registrare in questa occasione, infatti, in molte testate e corrispondenze, un certo “cinismo” nel comunicare la morte di Fischer mettendo in risalto i logori aspetti scandalistici della sua “fuga”, della sua “follia”, del suo “antisemitismo”.
    In Italia, sempre il 19 gennaio 2008, il penoso annuncio è in prima pagina, nel taglio basso, solo per “l’Unità”; per “Il Sole 24 Ore”, nel piccolo capolavoro giornalistico del giornaliero sommario “Panorama”; per “il manifesto”, ancora nel taglio basso ma in evidenza su tre colonne e, naturalmente, almeno questa volta, per “La Gazzetta dello Sport”. Ma quasi tutti gli altri quotidiani, nelle pagine interne e con vario rilievo, ripercorrono la vita del leggendario giocatore di scacchi statunitense, morto in esilio.
    In particolare, Adolivio Capece su “l’Unità”, quotidiano sempre attento al gioco degli scacchi con la sua diligente rubrica settimanale, scrive il bellissimo “Addio Fischer, scacco matto al re”. Articolo che continua, accompagnato da alcune famose fotografie dell’ex campione, all’interno, a pagina 18, con il titolo “Addio Fischer giocò a scacchi con il mondo”. «Era il 1956», scrive Capece, e «a 13 anni batté Donald Byrne, allora uno dei più quotati campioni statunitensi, letteralmente regalandogli la Regina dopo solo 17 mosse. Una partita entrata nelle antologie, che anche lo scrittore Roberto Cotroneo ha immortalato in un suo romanzo». Anche Daniele Archibugi, su “il manifesto”, nel suo articolo “Bobby Fischer, la guerra fredda a scacchi” ricostruisce con esattezza il «destino emblematico dell’eroe che sa fare magistralmente una sola cosa ed è un disadattato in tutte le altre». Un altro splendido articolo è quello che compare su “Il Sole 24 Ore” in prima e che Stefano Salis firma a pagina 8, con il titolo “Addio a Bobby Fischer, scacchista ribelle”. Così conclude: «Ha tentato di fuggire, per tutta la vita, alle formule e alle etichette che gli venivano appiccicate di volta in volta: genio ribelle, eroe americano, paladino della controcultura. Ha cercato solo e sempre di essere libero. Quando è venuto a contatto con il mondo si è trovato coinvolto in un gioco più grande di lui. Purtroppo non erano gli scacchi».
    L’ampia corrispondenza che appare su “la Repubblica”, a pagina 42, la scrive da Washington Vittorio Zucconi con l’indovinato titolo “Fischer. Il genio degli scacchi che sconfisse l’Urss”. Un servizio che si apprezza per essere imperniato sul ruolo del campione nell’immaginario della società americana. Sotto questo aspetto è interessante anche leggere, nei giorni successivi, su “La Gazzetta dello Sport” del 23 gennaio, a pagina 28, l’articolo che Massimo Lopes Pegna invia da New York con il titolo “Fischer, l’ombra del gigante”. Una ricerca sui luoghi cari al campione, scoprendo il suo passato: i tavoli in pietra del Washington Square, il Marshall Chess Club, «quello cui Fischer era più affezionato» con il tavolo dove aveva giocato, via telefono, il torneo all’Avana. Poi il quartiere di Brooklyn, l’interminabile Flatbush Avenue con il suo liceo abbandonato a 16 anni, fino ad arrivare sotto casa sua, «una palazzina sobria di quattro piani in mattoni marroncino opaco», al 560 di Lincoln Place. Sul muro di fronte un inquilino ecuadoriano sospettoso indica al giornalista una fotografia. «E’ una foto stampata con il computer: Robert Fischer, 1943-2007, una sorta di epitaffio arrangiato alla meglio. Non c’è nessuno in giro: solo il silenzio di una gelida mattina festiva».
    “La Stampa”, dedica l’intera pagina 17 al “personaggio” con un articolo di Alberto Papuzzi dal titolo “Addio Fischer il re folle degli scacchi”. Una esemplare fotostoria, con brevi didascalie, accompagna il testo. Nella stessa pagina, inoltre, Giulietto Chiesa, con “La partita che sconvolse il mondo”, rievocando la sfida del 1972, fa il punto della portata straordinaria per la propaganda antisovietica, in quegli anni di guerra fredda, della vittoria di un campione americano su un russo. Anche il “Corriere della Sera”, a pagina 27, ospita un interessante articolo di Roberto Rizzo dal titolo “E’ morto Bobby Fischer, la leggenda degli scacchi”. Articolo arricchito, oltre di alcune interessanti foto, dal diagramma con la mossa che rese famoso Fischer, allora giovanissimo, nella finale del campionato Usa 1965-66, costringendo Paul Benko ad abbandonare. In margine appare il ricordo dello scrittore Raul Montanari, con il titolo “Dal trionfo su Spasski all’isolamento”.
    Non manca di rimpiangerlo, in un appassionato articolo apparso il 26 gennaio 2008, con la limpida dicitura “The Chessman” sulla rivista americana “Time”, anche Garry Kasparov, colui che forse gli è stato più simile. Scrive nel rimpianto e di non averlo mai incontrato. Nel 1972, quando Spassky combatteva contro Fischer, ricorda il grande campione di scacchi «ero un ragazzo 9 anni e giocavo nel mio club nativo di Baku in Unione Sovietica. Seguivo l’incontro avidamente. I giornali avevano iniziato a dare un’ampia copertura giornaliera delle partite. Interesse giornalistico che man mano scemava appena, in modo chiaro, si profilava la sconfitta per il campione sovietico. II suo libro, “My 60 Memorable Games”, è stato uno dei miei primi libri di scacchi. (Era stato tradotto in russo e venduto in URSS senza il rispetto del diritto d’autore o royalties, facendo infuriare il suo autore)».
    Anche la nostra televisione su “Rai 3” ha trasmesso nell’ambito del programma “La storia siamo noi”, condotto in studio da Giovanni Minoli, l’ottimo documentario “Scacco matto. La guerra fredda di Bobby Fischer”. Come tutti i programmi migliori è andato in onda, però, a notte fonda, il 24 gennaio 2008 alle ore 01.40. Circa 50 minuti di trasmissione, con gran parte di materiale inedito e con interviste a coloro che conobbero Bobby e alcuni campioni sovietici che hanno giocato con lui. Grazie all’attenzione di alcuni appassionati, ottimi conoscitori degli strumenti internet, è stato possibile, peraltro, rivedere il filmato sul proprio computer in ore più comode tramite “YouTube”.
    Tralasciando, inoltre, le interessanti e meditate pagine che tutte le riviste specialistiche, da “L’Italia Scacchistica” a “Torre e Cavallo-Scacco!”, da “Europe Escecs” a “New in Chess”, hanno scritto all’indomani della morte del leggendario Bobby Fischer, è da ricordare che sulla sua vita e le sue partite esiste una sterminata bibliografia, troppo numerosa perfino da accennare.
    Mentre si annuncia anche un film basato sul libro “Bobby Fischer goes to war” di David Edmonds e John Eidinow, un nuovo ed ultimo volume sarà presto in libreria, nel prossimo febbraio, pubblicato da Mondadori. E’ un romanzo. Il titolo è “Re in fuga” e, proprio ieri l’altro, la fuga è terminata. Lo scrive Vittorio Giacopini e, evidentemente, è stato scritto a prescindere dal luttuoso evento. L’autore del libro, raggiunto dalla notizia della scomparsa di Fischer ha così dichiarato in una nota diffusa dall’Agenzia di stampa “Apcom” il 18 gennaio 2008: «Nessun commento a caldo; niente frasi fatte o piagnistei. Sarebbe falso liquidarlo con una bella frase ispirata, un pensierino. Per tutta la vita Bobby Fischer ha lottato contro il filisteismo di chi avrebbe voluto inchiodarlo ad un cliché, incastralo dentro formule falsamente ammirate, insulti troppo scontati, stereotipi: il genio maledetto, il rinnegato, l’eccentrico, l’eroe della guerra fredda o il traditore. Adesso vorranno fargli un ipocrita monumento alla memoria, proveranno a catturarlo un’altra volta. Ma nessuno si illuda. Nella sua eterna fuga - da un'infanzia sbagliata, dal successo, dai ricatti della politica o della storia - c’è sempre stata un’immensa, dolorosa, lucida, lezione di libertà che non si può congelare in due parole. Nessuno come lui ha incarnato il dramma - e l’enigma - di cosa voglia dire restare sempre e soltanto un individuo. Gli scacchi sono “morti”; lui, paradossalmente, è ancora vivo».
    Un amico, entusiasta giocatore per corrispondenza e attento osservatore di quanto accade nel mondo degli scacchi, appena conosciuta la tragica notizia, ha scritto, nelle pagine web dell’Asigc, un breve ma significativo ricordo dello straordinario campione con il titolo “La morte di Bobby Fischer fine di un’era”. Forse, per i più giovani, tale asserzione, racchiusa nel titolo, sembrerà esagerata. Ma per chi ha vissuto quegli anni sino alla memorabile «sfida del secolo» non può essere che così.
    Si rimane solo sconsolati, e come sempre davanti al mistero della morte, che tutto sia avvenuto in modo talmente triste e improvviso. Sembra che “Bobby” abbia voluto privarsi, nella sua continua fuga, di tutto ciò che più amava e del conforto amico di tutte le persone che, sempre perdonandolo per le sue discutibili scelte di campione detentore del titolo e di vita, lo hanno seguito con grande affetto. Come testimonia, fra i tanti esempi che è possibile riscontrare, il necrologio di un appassionato scacchista, apparso su “la Repubblica” del 19 gennaio 2008, che «piange sconvolto l’artista sublime».
    (26. I. 2008)

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    (La scacchiera politica italiana). Mariolina Sattanino da Bruxelles, il 25 gennaio 2008 sul telegiornale di “Rai 2” delle ore 13, offre un’ampia panoramica dei commenti svolti dalla stampa internazionale all’indomani della caduta del Governo guidato da Romano Prodi. Resoconti e immagini, con l’indecoroso spettacolo al Senato, che hanno fatto il giro del mondo e che mai avremmo voluto vedere.
    Il premier, infatti, abbandonato da due senatori Udeur e due diniani, ha perso l’ultima battaglia. E tutto è avvenuto con una sceneggiata che ha sconvolto la solenne aula di Palazzo Madama fatta di insulti, corna, sputi, lacrime, svenimenti, inutili scampanellate nei confronti dei banchi dell’opposizione dove alcuni senatori festeggiavano la “vittoria” riempiendosi la bocca di mortadella e stappando bottiglie di spumante. E tutti i giornali che la Settanino mostra ai telespettatori mettono in evidenza, spesso in prima, ma sempre assegnando un’intera pagina accompagnate da fotografie, il corpo a corpo, gli insulti virgolettati della convulsa seduta che ha sancito le dimissioni, dopo poco meno di due anni, del governo di centrosinistra.
    Tra i tanti quotidiani, il belga “Le Soir” annuncia la crisi politica italiana con l’asciutta espressione scacchistica “Romano Prodi échac et mat” e con una foto curiosa del presidente del Consiglio incorniciato al centro di due microfoni. Le espressioni usate nelle altre titolazioni, messe in evidenza nel servizio, sono numerose e spesso somiglianti: “scacco matto”, “l’equilibrista finisce per cadere”. Il significato è uno solo: un’Italia sempre più instabile, come commenta, quasi tristemente, la giornalista.
    (27. I. 2008)

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     (“Scacchi e matrimoni”). Un curioso titolo appare in prima pagina, nella parte bassa, del “Corriere della Sera” dell’8 febbraio 2008. Un articolo che prosegue nell’interno, a pagina 25, e, considerato il rilievo dei protagonisti e il curioso richiamo alla mortale mossa degli scacchi, non si può trascurare di leggere. Il testo lo scrive, con arguzia tutta femminile, Maria Luisa Agnese, e il titolo è “Sarkozy e la politica sentimentale. Alberoni: «Nel gioco dell’amore scacco matto di Cécilia»”.
    Srive la giornalista: «Scacco quasi matto al re di Francia che soffre d'amore per la bella ex moglie cinquantenne, mentre all’Eliseo è arrivata come novella sposa una delle quarantenni più desiderate al mondo. La mossa con cui Cécilia ha colpito al cuore Nicolas Sarkozy lasciandolo tramortito più della rivolta dei tassisti parigini, è totalmente spiazzante e degna di un Fischer redivivo. Ed è la peggiore per un uomo innamorato che in extremis lancia uno sms di amore e disperazione - “se torni annullo tutto” - e in cambio non solo non ottiene risposta, ma vede il suo appello pubblicato sui giornali di tutto il mondo. E allora ripercorriamola questa singolare partita a scacchi amorosa a tre, con un presidente che voleva emulare Napoleone o perlomeno de Gaulle e si ritrova immortalato dai grandi caricaturisti come il piccolo innamorato piagnucoloso, una nuova moglie molto ben nata e molto ambiziosa (“voglio un uomo dotato della bomba atomica”, secondo le ultime esternazioni indiscrete), e una ex moglie che ostenta distacco dal potere ma poi, forse grazie ai consigli del suo nuovo amore, l’abilissimo pubblicitario Richard Attias, non sbaglia una mossa mediatica».
    E Maria Luisa Agnese fa dire ad un’autorità in materia come Francesco Alberoni, studioso di lungo corso dei legami amorosi, a proposito del nuovo schiaffo all’ex marito da parte di Cécilia Ciganez-Albniz con la dichiarazione di non nascondere di essere innamorata di un altro uomo: «E Cécilia gli dà scacco; e, visto che qui i giocatori sono tre e non due, Cécilia dà scacco a lui ma anche a lei, Carla Bruni, perché quell’sms è come se annunciasse al mondo che il presidente non la ama».
    Non stupisce più, a questo punto, leggere la notizia che il brano della cantante Jeanne Cherhal, “Si tu reviens, j’annule tout”, sembra sia diventato il più ascoltato sul web.
    E, a proposito di scacchi e matrimoni, Leonetta Bentivoglio, sulle pagine culturali “R2” di “la Repubblica”, aveva scritto, proprio il precedente 7 febbraio, nell’intera pagina 41, l’indiscreto “Duchamp, la sposa ignorante e il genio provocatore”. Recensiva il libro “Uno scacco matrimoniale” di Lydie Sarazin-Levassor, prima giovane moglie del geniale animatore di dadaismo e surrealismo, che, nel titolo, richiama «la mania più coltivata da Marcel Duchamp, scacchista insigne e ossessivo» e già uscito postumo in francese e in inglese e ora edito in Italia da Archinto. Una grottesca storia matrimoniale durata pochi mesi d’insulsa convivenza e dove Duchamp è definito, come mette in rilievo la Bentivoglio «un “bricoleur” più che un artista e un mostruoso cacciatore di dote, capace d’inferire sulle sue vittime con perversione chirurgica». Un matrimonio che nasce senza romanticismo e senza dialogo e dove «Lydie trova “bizzarro” quest’artista che ha abbandonato la pittura per concentrarsi sugli scacchi, mentre Duchamp si dice affascinato dall’ignoranza catastrofica di lei: “Meraviglioso ignorare tutto a tal punto!”».
    Due storie vere che fanno rimpiangere, non certo per il bello stile adoperato delle due giornaliste e come Mina non ha mancato di annotare, la piacevole leggerezza delle storie d’amore inventate nei tanti romanzi rosa scritti da Liana Cambiasi Negretti-Odescalchi, più nota con lo pseudonimo, trovatole da Gabriele D’Annunzio, di Liala.
    (8. II. 2008)



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