|
Cinquantasettesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.
|
(Leopardi e Foscolo: scacchi e fremiti amorosi). Esce, nella “Biblioteca minima” delle edizioni Adelphi, l’incantevole volumetto “Memorie del primo amore” di Giacomo Leopardi, a cura di Cesare Galimberti (pp. 66, €5,50). Un libro che richiama, nella felice stagione della giovinezza, i nostri amati studi liceali.
Per chi ha amato Leopardi sin dai tempi della scuola non può che essere felice di leggere, nella maturità e forse per la prima volta, questa confessione preziosa di un giovane uomo solo, desideroso di una compagnia femminile e l’autoanalisi, fredda e serena, che ne deriva. Scritte nel 1817, quando il poeta aveva diciannove anni, ci consentono, inoltre, di scoprire un aspetto, allora completamente sconosciuto, di Leopardi scacchista e che oggi piace mettere in rilievo. Come il poeta in altre pagine scrive, infatti, la passione per il «giuoco degli scacchi e in essi filotimiéa da piccolo» ovverosia “la brama di gloria negli scacchi da giovanissimo”, era divenuto suo «desiderio sommo». Gli scacchi, ancora, ritornano, con più profonda riflessione, persino nelle “Operette morali” dove nella “Proposta di premi fatta dall’accademia dei Sillografi” c’è un preciso riferimento al gioco per interpretare il significato della stessa vita: «Ora a giudizio di molti savi, la vita umana è un giuoco, ed alcuni affermano che ella è cosa ancora più lieve, e che tra le altre, la forma del giuoco degli scacchi è più secondo ragione, e i casi più prudentemente ordinati che non sono quelli di essa vita».
I riferimenti leopardiani, seppur brevi, al gioco degli scacchi non devono meravigliare. Siamo all’inizio dell’Ottocento e “il gioco incomparabile” degli scacchi viveva, specie tra le famiglie aristocratiche, quale era quella del conte Monaldo, padre del poeta, un periodo di grande fortuna, anche grazie alle figure dei tre grandi modenesi Lolli, Del Rio e Ponziani. Probabilmente, anche se ciò non risulta sia stato mai evidenziato, nella biblioteca del settecentesco palazzo patrizio di Recanati, spazio privilegiato dell’incontro del padre con i figli e ricco di 20.000 volumi, qualche libro di scacchi dell’epoca doveva pur esserci. Il passatempo ludico, d’altronde, insieme allo studio “breve ma quotidiano”, è il metodo di educazione adottato da Monaldo Leopardi. Scrive al cognato, marchese Carlo Antici, in una lettera ora raccolta in una delle più sorprendenti e affascinanti corrispondenze tra un padre e un figlio di tutti i tempi (“Il monarca delle Indie” a cura di Graziella Pulce e con un’introduzione di Giorgio Manganelli, Adelphi, 1988): «Ne ho ottenuto che i figli sono cresciuti colla idea che lo studio sia la occupazione connaturale dell’uomo, e che non vi hanno mai mostrata la menoma avversione. [...] Li ho divertiti con ogni genere di proporzionato solazzo domestico, li ho premiati con quanto ho potuto immaginare che gradissero, [...]». E gli scacchi, insieme con altri giochi di società tipici dell’epoca, come il gioco delle carte, era un insegnamento ed uno svago indubitabilmente coltivato in famiglia, come presto vedremo.
A leggere le auliche e sincere pagine delle memorie di Giacomo giovanetto, il gioco degli scacchi, in più, permisero al poeta l’opportunità di avvicinare una donna, suo “primo amore”. Ciò accadde in occasione di una visita in casa Leopardi di una cugina del padre, Gertrude Cassi Lazzari. Un’occasione a lungo attesa, racchiusa nel famoso letterario incipit delle sue memorie: «Io cominciando a sentire l’impero della bellezza, da più d’un anno desiderava di parlare e conversare, come tutti fanno, con donne avvenenti, delle quali un sorriso solo, per rarissimo caso gittato sopra di me, mi pareva cosa stranissima e meravigliosamente dolce e lusinghiera: e questo desiderio della mia forzata solitudine era stato vanissimo fin qui». Poi, giunge la desiderata visita, la sera di giovedì 11 dicembre 1817, della signora pesarese di ventisei anni, lontana parente, con il marito «di oltre a cinquanta, grosso e pacifico, alta e membruta quanto nessuna donna ch’io m’abbia veduto mai» e «creduta capace di dare qualche sfogo al mio antico desiderio». L’incontro, quindi, non è certo abbagliante, forse paragonato al lungo tempo trascorso nell’attesa di una qualsiasi apparizione femminile. Ne loda, tuttavia, il volto «tutt’altro che grossolano, lineamenti tra il forte e il delicato, bel colore, occhi nerissimi, capelli castagni, maniere benigne, e, secondo me, graziose [...] e non mi dispiacque; ma le ebbi a dire pochissime parole, e non mi ci fermai col pensiero». E riprende, a narrare, nelle ore e nei giorni successi, i suoi sentimenti, i suoi palpiti, l’invidia per i fratelli che, con naturalezza, si intrattengono a conversare con lei. La sera seguente, riesce, finalmente, facendosi coraggio, a vincere la sua naturale riservatezza e a scambiare con lei qualche parola prima del pranzo e, perfino, per attirare ancora di più la sua attenzione, a giocare a scacchi. «Il Venerdì le dissi freddamente due parole prima del pranzo: pranzammo insieme, io taciturno al mio solito, tenendole sempre gli occhi sopra, ma con un freddo e curioso diletto di mirare un volto più tosto bello, alquanto maggiore che se avessi contemplato una bella pittura. Così avea fatto la sera precedente, alla cena. La sera del Venerdì, i miei fratelli giuocarono alle carte con lei: io invidiandoli molto, fui costretto a giuocare agli scacchi con un altro: mi ci misi per vincere, a fine di ottenere le lodi della Signora (e della Signora sola, quantunque avessi dintorno molti altri) la quale senza conoscerlo, facea stima di quel giuoco. Riportammo vittorie uguali, ma la Signora intenta ad altro non ci badò; poi lasciate le carte volle ch’io l’insegnassi i movimenti degli scacchi: lo feci ma insieme cogli altri, e però con poco diletto, ma m’accorsi ch’ella con molta facilità imparava, e non se le confondevano in mente quei precetti dati in furia (come a me si sarebbero senza dubbio confusi) e ne argomentai quello che ho poi inteso da altri, che fosse Signora d’ingegno». Aspetta l’indomani per giocare ancora con lei «e così ottenere quel desiderato parlare e conversare con donna avvenente: per la qual cosa con vivo piacere sentii che sarebbe rimasa fino alla sera dopo». Riesce finalmente a giocare, questa volta probabilmente a carte. Racconta: «Venuta l’ora, giuocai. [...] La Signora m’avea trattato benignamente, ed io per la prima volta avea fatto ridere colle mie burlette una dama di bello aspetto, e parlatole, e ottenutone per me molte parole e sorrisi». Poi, dopo il gioco, subentra, come naturale corollario della sua vita, la scontentezza e il rimpianto. Nello stesso tempo inizia a capire che quel piacere dello stare insieme era tanto «più torbido e incerto» che non se l’era immaginato e «ad ogni modo io mi sentiva il cuore molto molle e tenero». Infine, più del gioco, il travaglio delle intense emozioni: «Mi posi in letto considerando i sentimenti del mio cuore, che in sostanza erano inquietudine indistinta, scontento, malinconia, qualche dolcezza, molto affetto, e desiderio non sapeva né so di che, né anche fra le cose possibili vedo niente che mi possa appagare. Mi pasceva della memoria continua e vivissima della sera e dei giorni avanti, e così vegliai sino al tardissimo, e addormentatomi, sognai sempre come un febbricitante, le carte il giuoco la Signora». Comprende che tutto è finito di buon mattino, quando, svegliatosi, annota accoratamente: «E perché la finestra della mia stanza risponde in un cortile che dà lume all’androne di casa, io sentendo passar gente così per tempo, subito mi sono accorto che i forestieri si preparavano al partire, e con grandissima pazienza e impazienza, sentendo prima passare i cavalli, poi arrivar la carrozza, poi andar gente su e giu, ho aspettato un buon pezzo coll’orecchio avidissimamente teso, credendo in ogni momento che discendesse la Signora, per sentirne la voce l’ultima volta; e l’ho sentita». Non resta, con la partenza dell’amata, la consolazione della parola e del suo carattere liberatore, l’unica vera forza nella vita di Leopardi: «Volendo pur dare qualche alleggiamento al mio cuore, e non potendo farlo altrimenti che collo scrivere altro, ho scritto queste righe». Solo qualche giorno successivo, dopo aver confidato la sua passione al fratello Carlo, scrive anche le dolci terzine dette “Elegia I”, così chiamate per distinguerle da una “Elegia II” scritta nel 1818. Poesia che verrà in seguito inclusa nei “Canti”, fin dall’edizione fiorentina del ’31, con il titolo “Il primo amore” e che, molto opportunamente, è ora raccolta nel volume magistralmente curato da Galimberti.
Il richiamo agli studi liceali e ai temi svolti nella maturità classica sui principali precursori del Romanticismo letterario italiano è occasione, inoltre, per ricordare un altro grande poeta, quasi suo contemporaneo, Ugo Foscolo. Un uomo, al contrario di quanto accaduto a Leopardi, che aveva sempre avuto successo con le donne e non nasconde, perfino, di aver dovuto trascurare una sua amata per gli scacchi. Scriveva, nel luglio del 1812, a Quirina Mocenni Magiotti: «Questa sera, Donna gentile, e con mio sommo dispiacere, non potrò venire a vedervi. Di dieci cose ch’io volevo fare non ne ho fatta in tutt’oggi una sola. Una benedetta partita puntigliosissima agli scacchi mi fece perdere il tempo, e quasi anche il buon umore ch’io avevo portato di Lombardia. Alla partita è succeduto un invito grazioso ed ho desinato con il mio competitore: appena n’esco bisogna ch’io mi faccia da Pietro barbitonsore scorticare le guancie per presentarmi a Madame la Contesse. Dunque per istasera addio...».
E’ tanta è la passione nel Foscolo per il gioco degli scacchi che non manca di richiamarlo, in più occasioni, nelle sue opere. Basta ricordare alcune pagine delle “Ultime lettere di Jacopo Ortis”. Opera cara al poeta e rimaneggiata sino al 1817, lo stesso anno dei fremiti amorosi di Leopardi. Nell’impietoso rapido giudizio sul rivale Odoardo, raccolto nella lettera del 1° novembre, Jacopo non manca di scrivere, riecheggiando un verso dantesco: «del resto, Odoardo sa di musica; giuoca bene a scacchi; mangia, legge, dorme, passeggia». Ed ancora, nella lettera del 17 marzo, nello scoprire il “fuoco soave” per Teresa, il protagonista annota: «suo padre giuoca meco a scacchi le intere serate». Foscolo, “disperato amante senza patria” come Jacopo Ortis, continua ad amare anche se sa che l’amore è destinato a subire, alla fine, uno scacco mortale. Quando Jacopo, infatti, torna nella sua terra, trova Teresa sposata al mediocre Odoardo e, ormai senza più altre speranze, si uccide.
La lettera alla mite nobildonna italiana Magiotti, inoltre, ci permette di scoprire il carattere irritabile di Foscolo, costretto, dopo la partita, come scrive, ad una pronta rappacificazione con il suo avversario. Quando perdeva, infatti, riferisce qualcuno dei suoi biografi pur senza citare la fonte, spesso si lasciava andare a sussulti collerici, scaraventando in aria l’occorrente del gioco e tentando di malmenare il malcapitato rivale.
Gli scacchi, due poeti, una passione comune per il gioco, il desiderio di amare e di essere riamati. Il gesto disperato di Jacopo Ortis, forse, non è tanto lontano da quello balenato nella mente di Leopardi dopo la partenza della “Signora”, suo “primo amore”. Se ciò non è avvenuto è perché i due grandi poeti hanno avuto il dono di sapersi affrancare dalle delusioni della vita dispiegando, se non con il gioco degli scacchi ma con la poesia della parola, il loro animo in pagine che sono tesoro della letteratura mondiale.
(3. I. 2008)
* * *
|
(Il personaggio dell’anno). La notizia è apparsa su tutti gli organi di informazione ed è stata accolta con un certo imbarazzo e, da molti, addirittura, con vera incredulità e stupore. Vladimir Putin, secondo la storica rivista “Time”, è la «Persona dell’anno». Il suo volto, serio e impettito, riempie la copertina datata 31 dicembre 2007, Vol. 170, No. 27. Il presidente russo, a giudizio di Richard Stengel, “managing editor” del settimanale americano, è stato scelto come “Person of the Year” per la «sua straordinaria capacità di leadership nel prendere un Paese che era nel caos e portarlo alla stabilità». Un messaggio, accanto alla foto, annuncia, nelle pagine interne, l’articolo “A Tsar Is Born”.
Non sono mancate, nel corso degli anni, oltre ad indovinate scelte, altre polemiche e controversie in ordine a simili preferenze. Come la copertina del 1938 con la fotografia di Adolf Hitler, o quando il personaggio dell’anno fu, nel 1939, Joseph Stalin, alleato dei nazisti, o, ancora e più recentemente, nel 1979, quando sulla pagina esterna del settimanale apparve l’Ayatollah Khomeini.
Il quotidiano “la Repubblica”, a pagina 36 del 20 dicembre 2007, dopo aver annunciato che, “nella classifica del settimanale Usa ha superato Al Gore, il premier cinese Hu Jintao e «la mamma» di Harry Potter”, pubblica l’articolo dell’inviato a Washington Vittorio Zucconi con il titolo “Putin. Time incorona lo zar russo è lui il personaggio dell’anno”. Scrive l’esperto giornalista: «La foto che Time pubblica a corredo della notizia, ritrae infatti dal basso un Putin seduto sulla poltrona a gambe e braccia larghe e con espressione corrucciata e imperiosa, in una posa che lui ha scelto per sottolineare il messaggio “da qui non mi muovo”. Nell’intervista a corredo, quando gli viene chiesto conto di una campagna elettorale scandalosa, culminata nell’arresto del suo avversario Garry Kasparov, “il nuovo zar” non si difende, attacca, e ricorda brusco “che il vostro Presidente (Bush) non è stato eletto dal popolo ma dai tribunali”».
Il giorno prima, 19 dicembre, il sito web di “The Other Russia” aveva ospitato sull’argomento il critico intervento dell’ex campione di scacchi Garry Kasparov. Diceva la propria «per non consentire equivoci sul significato del riconoscimento dato dal Time a Putin». Senza tante perifrasi e con coraggio sosteneva che il solo merito di Putin è stato quello di «aver calpestato il dissenso politico, di aver manipolato le elezioni e di aver distrutto sistematicamente le istituzioni democratiche e le libertà civili, accelerando i processi a carico dell’opposizione nel corso del 2007».
Sul “Corriere della Sera”, a pagina 2 del 20 dicembre 2007, il corrispondente da Washington Ennio Caretto intervista il politologo “liberal” americano Paul Berman nell’articolo con il titolo “«Con Mosca dialogo e pressioni». «Il Cremlino non va isolato, ma è importante sostenere i dissidenti»”. Nel corso dell’intervista non può sfuggire al giornalista la domanda per conoscere il suo pensiero su Putin. Ecco la risposta, certamente non di parte: «Ha rilanciato la Russia rifacendone economicamente e politicamente una grande potenza, ma speravo che si comportasse in modo diverso. La prima reazione è stata: bisogna tornare ad appoggiare i dissidenti. E’ cruciale conferire più prestigio ai loro leader, a uomini come Garry Kasparov. Trovo molto triste dover chiamare di nuovo l’opposizione “dissidenza”, ma è anche un segno che la battaglia per la democrazia rimane aperta».
Kasparov deve ritenersi molto fortunato ad avere almeno un amico autorevole da qualche parte che lo difende. Forse per questo non demorde nel suo noto impegno di politico impegnato nella difesa dei diritti di libertà e di guida del movimento «Altra Russia» che tenta di contrastare i metodi dell’attuale assetto politico del Cremlino. E lo fa senza pause, con determinazione e tenacia. “Kasparov denuncia sul web le persecuzioni” è il titolo che il 27 dicembre 2007 compare nel sito “agendacomunicazione.it”. Si legge: «Il noto campione di scacchi, impegnato da anni in una strenua opposizione contro il governo di Vladimir Putin, apre un sito internet, proprio nei giorni della nomina del presidente russo a “Uomo dell'anno” della rivista Time, per dar voce ai molti dissidenti (anche giornalisti) perseguitati». E, più avanti: «Garry Kasparov sembra avere una diversa scala di valori, e muove i suoi pedoni - in questa partita non ha a disposizione altri pezzi - contro gli alfieri dello Zar, denunciandone in rete gli abusi. Per il momento gli articoli sono disponibili soltanto in russo, ma presto arriverà la traduzione inglese, già pronta nel layout del sito».
Una partita che non è destinata affatto a terminare, almeno per ora. E nella convinta speranza degli umili pedoni di poter diventare regine.
(5. I. 2008)
|
(Giocare a scacchi con i libri). Barbara Briganti a pagina 35 del supplemento settimanale “Almanacco dei libri”, allegato al quotidiano “la Repubblica” di sabato 22 dicembre 2007, recensisce il recente volume del norvegese Jostein Gaarder “Scacco matto” edito da Longanesi con la revisione di Lucia Barni. L’intestazione data all’articolo richiama, come d’altronde il titolo del libro e la sua indovinata sovraccoperta, il nostro gioco: “Partita a scacchi con Gaarder”.
Anche il testo della Briganti mette in bella mostra il gioco degli scacchi. Si legge, proprio all’inizio: «L’ultimo libro di Jostein Gaarder, “Scacco Matto”, potrebbe apparire come una furba operazione editoriale, e sicuramente così sembrerà a molti frettolosi acquirenti, dato che propone brani tratti dai precedenti romanzi dello stesso autore, scelti e rimontati come fossero pedine su una scacchiera. Questi brandelli di storie si possono considerare come racconti a sé stanti, come aforismi o parabole, è perfino possibile tentare di leggerli secondo le sequenze di una partita a scacchi, collegandoli con percorsi molteplici, capricciosi ed imprevedibili».
I passi, come si legge nella nota di copertina, «sono 64 come le case di una scacchiera, tra le quali i contenuti si richiamano tracciando percorsi inediti e creando un’immagine completa dell’universo gaarderiano. “Scacco matto” si configura così come una raccolta di enigmi, fiabe e racconti che è sia un’introduzione a Gaarder, sia un libro appassionante per tutti coloro che si sono lasciati incantare dal suo mondo».
Un mondo veramente meraviglioso come testimonia il successo planetario dei suoi romanzi “Il mondo di Sofia”, “Maya”, “Il venditore di storie”. Le trame da lui inventate e i molti simboli presenti nelle sue opere, come peraltro suggerisce la presente raccolta, fanno spesso allusione ad una partita a scacchi.
(6. I. 2008)
|
(Cinque secoli d’arte al femminile). “Sette idee per sette giorni” così “La Stampa” del 23 dicembre 2007 a pagina 7, con un ricco articolo di Bruno Ventavoli invita a trascorrere, oltre le settimane bianche, anche un Natale di “cultura”.
Tra i tanti suggerimenti proposti, spicca la possibilità di poter visitare alcune mostre di alta qualità sparse in tutta Italia. Tra queste quella allestita a Milano nel Palazzo Reale e fruibile sino al 9 marzo. Un invito irresistibile, come stimola la fotografia apparsa a margine del servizio giornalistico. E’ la fotografia del celebre e amato dipinto «Partita a scacchi» di Sofonisba Anguissola del 1555 ed esposto, insieme con altre 200 opere, nella mostra “L’arte delle donne dal rinascimento al Surrealismo”. Una ghiotta occasione non solo per ammirare, finalmente “de visu”, il noto quadro conservato, purtroppo, in un museo estero, ma anche per conoscere una “breve ma veridica storia della pittura” e della scultura fatta da 110 artiste donne in occasione dell’anno europeo delle “Pari opportunità”.
(4. I. 2007)
|
(In memoria di Julien Gracq). Nel più completo silenzio, come ha vissuto negli ultimi anni, si è spento ad Angers, sabato 22 dicembre 2007, lo scrittore francese Julien Gracq, pseudonimo di Louis Poirier, nato a Saint Florent le Viel en Maine et Loire nel 1910.
Considerato l’ultimo esponente del movimento surrealista, trovò in André Breton il suo primo estimatore. Rifiutò, nel 1951 il Premio Goncourt assegnatoli per “Le rivage des Syrtes” e solo nel 1989, dopo aver pubblicato tutti i suoi libri con l’amico editore librario José Corti, accettò che la sua opera entrasse nella prestigiosa collana “La Pléiade”, presso Gallimard.
Nel rimpiangere la scomparsa di questo narratore, poeta, saggista e memorialista, discreto e riservato, ritiratosi da molti anni a vivere nel suo villaggio natale, estraneo per nobile scelta al mondo letterario della capitale francese, traggo dalle incantevoli “Lettrines”, Librairie José Corti 1967 e 1974 (nella traduzione dal francese di Aldo Pasquali, “Letterine”, Edizioni Theoria s.r.l., 1989, con una introduzione di Lionello Sozzi) il suo affascinante ricordo sugli scacchi alle pagine 257-259.
«Non sono mai stato iniziato agli scacchi. Sono andato loro incontro, brancolando, da solo, senza guida, con difficoltà, ma senza ostinazione, mi sono concesso a loro sin dall’inizio, come una bussola al polo magnetico, senza che avessi la minima attitudine. Un giorno (dovevo avere tredici anni), un mio compagno di liceo mi insegnò a muovere i pezzi: conosceva le regole in modo approssimativo, per caso, perché non giocava mai. In modo molto approssimativo, perché per parecchio tempo ignorai la regola dell’arrocco e della presa al varco, e credetti che fosse consentito muovere simultaneamente due pedoni ancora sulla casella di partenza. In un primo momento fui affascinato non dal gioco, di cui non capivo niente, ma dalle figure, che ebbero su di me un immediato effetto magico; mi sembrava che vi fosse celato un potere, come negli arcani dei tarocchi: era una specie di gioco sacro. Non avevo scacchiera e me ne fabbricai una con una tavoletta e un po’ d’inchiostro. Poi con un coltello tagliai rozzamente i pezzi. Con questo materiale rudimentale, la domenica, in un angolo della sala di studio, muovevo i pezzi di legno senza stancarmi, un pò a casaccio, in compagnia di qualche monello consegnato. Un giorno - a Champtocé, nella vecchia casa di famiglia - scoprii su un foglio di giornale che forse era servito per un pacchetto, un’intera partita riprodotta e annotata. Veder riconosciuta dalla stampa la mia mania semiclandestina mi lasciò frastornato dalla sorpresa, dal rispetto e dal mistero; non conoscevo la notazione: di fronte a quei segni incomprensibili, ero come Champollion davanti alla stele di Rosetta. Quando in seguito un opuscoletto da pochi soldi me ne rivelò il segreto, mi misi subito ad annotare tutte le mie partite. Ne possiedo ancora due o tre taccuini pieni: l’incoerenza, le incongruenze, la stupidità del gioco di quei Crusoe della scacchiera che eravamo tutti quanti (avevo cinque o sei adepti) sono dal principio alla fine cosí incredibilmente costanti che non mi stupisco poi tanto dei secoli trascorsi e dei milioni di partite giocate, sino a Philidor, senza che il gioco abbia mai fatto il minimo progresso. Infine scoprii Philidor, nel retro di una libreria - poi nel 1929, a Londra, il libro di Reti: Modern Ideas in Chess, che è un pò il manifesto surrealista degli scacchisti, mi offrí tutta un’estate di scoperte e felicità. Nel 1931, fu la volta di Nimzowitsch e di Mein System. Devo tutto ai libri e quasi niente alla pratica del gioco, rimasta per me molto saltuaria; oltre a una naturale e appurata scarsa predisposizione, una mia ulteriore debolezza nel gioco - questa volta acquisita - è un po’ quella dello scribacchino che, dovendo scrivere una lettera d’affari, si chiede suo malgrado ogni momento come l’avrebbero affrontata Racine, Baudelaire o Victor Hugo. Non giocatore di scacchi, ma piuttosto dilettante di partite, proprio come si è dilettanti di pittura».
E, sempre nel “libro delle cose amate e delle cose odiate”, in un successivo aforisma, si legge: «Sulla scacchiera, il quadrato dell’ipotenusa è uguale al quadrato di ognuno degli altri lati. Reti deve a quest’idea la singolarità di certi suoi studi per i finali di partita, che a volte sembrano stregati».
La morte di Julien Gracq è stata liquidata dai giornali con poche righe. Così come malamente sono riuscito a conservare il suo ricordo in queste pagine. Ma lasciando a lui la parola. Intensa. Anche in presenza di un gioco.
(5. I. 2007)
Qualsiasi riproduzione, anche parziale, dei testi dovrà essere preventivamente autorizzata dal curatore della rubrica.