LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Cinquantacinquesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    (Gli scacchi, maestri di vita). A distanza di oltre un anno, arriva nelle librerie la traduzione italiana del libro di Garry KasparovHow life imitates chess”. Con qualche forzatura è stato intitolato “Gli scacchi, la vita”, ed ha per sottotitolo il riduttivo “Lezioni di strategia del campione che è diventato il principale oppositore di Putin”. Lo pubblica Arnaldo Mondadori Editori in 328 pagine nella traduzione di Maria Cristina Bitti, con un “glossario” di alcuni termini scacchistici, un indice dei nomi e alcune “schede”, poste in fondo ai singoli capitoli, dei personaggi più importanti citati nel volume.
    Un libro, se non straordinario, di grandissima utile lettura e molto educativo. Pensando, inoltre, che il saggio è gradevole da leggere non solo per gli scacchisti, ma anche per quanti si sono interessati alle recenti vicende di questo grande ex campione, divenuto una delle poche voci libere di un paese in cerca ancora di un suo civile ed economico equilibrio, è quanto mai attuale.
    Ricco di aneddoti e di analisi psicologiche, è un preciso e incessante suggerimento di come ciascuno di noi, grazie al significato del gioco degli scacchi, può risolvere le diverse situazioni che è costretto ad affrontare ogni giorno ed in ogni momento nella vita. Kasparov, con la sua grande esperienza accumulata con lo studio profondo del gioco sin da quando, giovanissimo, frequentava a Mosca la famosa scuola diretta dall’ex campione del mondo Michail Botvinnik ed, infine, divenuto a ventidue anni campione del mondo e detentore del titolo per due decenni, cerca di dare, in pagine semplici e chiare, a volte gustose e ricche di civile passione, la spiegazione a tutto. Ogni problema, infatti, può essere risolto facendo riferimento a ciò che questo mirabile gioco insegna e tempra nell’evoluzione psicologica del singolo per arrivare, quasi, ad un perfetto stato di disciplina e di autocontrollo. Una formidabile palestra per crescere, combattere, avere il polso della propria forza, esercitare i valori della lealtà, del coraggio, della lungimiranza.
    Il saggio cerca di dimostrare, e senza forzature, che “la vita è come gli scacchi”. Nel senso che la pratica e lo studio del gioco possono diventare strumento prezioso per affrontare la vita, per non arrendersi di fronte alle sue mille difficoltà, per conquistare disciplina e governare le proprie impulsività. Niente sembra più vero: la strategia, la tattica, il calcolo, il talento, la preparazione e tutti gli altri elementi che caratterizzano il gioco degli scacchi possono aiutare a diventare più consapevoli dei propri procedimenti decisionali e della possibilità di migliorare ulteriormente. Una formula, peraltro, non universale e valida per tutti: ciascuno di noi, infatti, ha i propri carismi, diversi ed irrepetibili. Quello che conta è saperli identificare e saperli usare.
    Non pochi sono i richiami, per dimostrare ciò, ai grandi campioni di scacchi che lo hanno preceduto e, sotto questo aspetto, sono utilissimi i frequenti riferimenti alla sua monumentale opera “I miei grandi predecessori”, arrivata al quinto volume. Non mancano, inoltre, aspetti inediti e molto interessanti sulla sua attività scacchistica e quella dei suoi avversari, perché, scrive, «il merito di una partita a scacchi veramente bella va a entrambi i giocatori». Al riguardo ricorda una celebre partita contro Veselin Topalov durante il tradizionale supertorneo di Wijk aan Zee, in Olanda, dove, anche grazie alla sua strenua resistenza, Kasparov riuscì a giocare la più lunga combinazione della sua vita. Una mossa vincente, impossibile da calcolare, ma “vista” solo con l’aiuto dell’immaginazione e ben quindici mosse prima della fine.
    Ma insistenti ed opportune sono le appropriate citazioni e gli esempi di personaggi importanti della storia, della letteratura, dell’arte che ci fanno conoscere uno scrittore di grande cultura e profondo conoscitore delle aspirazioni e tensioni del mondo. Così, tanto per rimanere nell’esempio da lui richiamato nella partita con Topalov, cita, in altra parte del libro, il romanziere francese Anatole France quando scrisse che «per compiere grandi passi non dobbiamo solo agire ma anche sognare». Due sono, però, le persone che in maggior misura lo hanno aiutato a crescere, spesso citati: «Aleksandr Alekhine, che fu il mio primo eroe e la più grande fonte di ispirazione della mia carriera, trova una sua collocazione accanto a Sir Winston Churchill, che ancora oggi, con i suoi discorsi e i suoi scritti, rappresenta per me un costante riferimento».
    Il suo attuale impegno nella lotta per il rispetto dei diritti civili in Russia, che lo vede coraggioso oppositore di Vladimir Putin alla vigilia delle consultazioni parlamentari e presidenziali, non è che l’ultimo aspetto per testimoniare una scelta coraggiosa guardando agli scacchi come grandi maestri di vita. Ma, come lui ben sa, una cosa sono gli scacchi, un’altra la vita reale e la politica del suo paese. Come più volte ha avuto modo di affermare, negli scacchi le regole sono certe, mentre «le leggi della vita non sono così chiare come quelle degli scacchi».
    In particolare, in Russia, almeno in questo momento, le regole politiche non solo possono essere cambiate in ogni momento ma, persino, infrante. Malgrado ciò, e anche in un contesto così imprevedibile, gli scacchi hanno insegnato a Kasparov ad analizzare tutte le posizioni dell’avversario, prevedendo il maggior numero possibile delle sue mosse. Con un risultato, purtroppo, non difficile da prevedere ma, sicuramente, da apprezzare per l’ottimismo che contiene. E molto. Direi incondizionatamente. Perché, come spesso gli è stato ripetuto da sua madre, «anche un risultato negativo è un risultato».
    (22. XI. 2007)

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    (Riscoprire un’antica rivista). Il prof. Santo Spina, noto e apprezzato storico non solo di cose scacchistiche, nelle sue ricerche deve proprio divertirsi quando gli capita di imbattersi in vecchie e dimenticate carte che parlano del suo e nostro amato gioco. Un gioco appreso da bambino, praticato vittoriosamente nei tornei, in esaltanti partite in simultanea e per corrispondenza, esercitato nei suoi incarichi regionali in seno alla Fsi, nell’insegnamento ai più giovani e costantemente seguito come guida trainante di uno più accoglienti e signorili circoli che gravitano a Catania, l’A.D. “Scacchi Valverde”. Un club ospitato nello storico “Circolo dei cittadini” in un angolo di pace del piccolo quieto paese, limitrofo al capoluogo, dove Spina vive e che già il nome, Valverde, è un incanto di poesia.
    Ho pensato a tutto ciò ricevendo una copia, con affettuosa dedica autografa, del libro “L’Eco degli Scaccchi. Anno 1897” di Santo Daniele Spina, stampato in proprio e in tiratura limitata a Catania il 12 novembre 2007, di pagine 56. Ritengo, invero, che il valente studioso si sia felicemente divertito a riprodurre premurosamente, da antiche pagine ingiallite, la ristampa anastatica in formato A4 - che rende il testo meglio leggibile dell’originale che risulta appena più piccolo - dei primi sei numeri del “periodico bimestrale” de “L’Eco degli Scacchi”, organo del Circolo Scacchistico Palermitano, stampato a Palermo nel 1897. Dico ciò a ragion veduta già solo appena gustando con quanto scrupolo è stato redatto l’indice, non trovato nell’edizione originale o forse mai compilato, e inserito nelle pagine introduttive. E’ stato distinto in indice alfabetico, tematico, delle aperture (con classificazione Eco), delle partite e dei finali, degli articoli, del gioco per corrispondenza, dei problemi e concorsi problemistici, bibliografia e necrologie. Un esemplare modo per consultare agevolmente tutta l’annata.
    L’Autore, nella sua traboccante introduzione su “La nascita e lo sviluppo dell’Eco degli Scacchi (1897)”, ci racconta l’inizio e le vicissitudini del bimestrale fondato dal ventiseienne e dinamico problemista palermitano Francesco Abbadessa e dei suoi primi amici collaboratori, Angelo Mangiaracina e Antonino Noto. Un periodico che nasce come modesto “bollettino” di un circolo appena fondato e che diventa un’iniziativa che segna, come già sperava il giovane direttore 110 anni fa porgendo l’iniziale saluto ai suoi lettori nella prima pagina della rivista, “il risveglio degli scacchisti Siciliani, manifestatosi vigorosamente colla fondazione dei fiorentissimi Circoli di Catania e Palermo”. Il primo venne fondato alla fine del 1895, il secondo fu costituito pochi mesi dopo, nell’aprile del 1896, con il nome di “Circolo Scacchistico del Club Alpino Italiano”. Una sezione, quindi, di un nobile club ma autonoma e che assunse quel nome per riconoscenza al suo presidente, l’avvocato Fausto Orestano, che si prodigò non poco per la nascita del sodalizio. La rivista, divenne successivamente orgoglio e vanto dell’associazione che riuniva, dopo appena un anno, più di cento iscritti e tra i più forti dei dilettanti scacchisti palermitani. Si conquistò, infatti, un posto non indifferente nella stampa scacchistica nazionale (1897-1903 e 1913-1920). Tanto che, già nell’ultimo numero del 1897, eccezionalmente doppio rispetto alle otto pagine tradizionali, apparve la nota redazionale «Per angusta ad augusta», dove la direzione del bimestrale scriveva fieramente: “Ci sia permesso constatare con orgoglio come questo nostro giornale, nato non solo senza alcuna pretensione, ma con intendimenti piuttosto limitati, abbia, nella sua modestia, incontrato il favore degli amatori e riceva ora l’appoggio dei più illustri scacchisti”.
    Come non leggere, ad esempio e con una certa emozione, la lettera che l’ingegnere Paolo Campo inviava al direttore de “L’Eco degli scacchi”, il 27 aprile del 1897, per annunciare la presenza a Milano di Emanuele Lasker, “giovane di 28 anni, è simpatico, di modi composti e gentili”. Dopo averlo informato dello storico avvenimento gli trasmette, e in esclusiva, l’unica partita giocata dal grande campione nel capoluogo lombardo, presso la sede della Società Scacchistica Milanese, con il conte A. Castelbarco, che ha il Bianco e dove, annota Abbadessa (nel numero di maggio, Anno I, N. 3, p. 18), “le mosse provocano il gioco incalzante dei N. e la partita si perde per forza irresistibile”. Una visita, peraltro, quella di Lasker, che entusiasma tutti gli scacchisti italiani e costringerà persino lo scrittore Arrigo Boito, appassionato del gioco dei re e autore della famosa novella a contenuto scacchistico “L’alfier nero”, a disdire improvvisamente un importante appuntamento per poter partecipare ad un pranzo indetto in onore del grande scacchista, come testimonia un suo celebre e noto biglietto di scuse all’amico editore Giulio Ricordi.
    Una meritevole opera di recupero storico, questa ristampa anastatica. Riprodotta e commentata con attenzione e cura estrema. Le riflessioni di Spina, inoltre, appaiono importanti per comprendere i legami che intercorrono tra il gioco degli scacchi e le reti delle relazioni sociali, molto spesso veicolati dai nuclei familiari e amicali, grazie ai quali è possibile ricavare lo sviluppo e l’evoluzione nei secoli dello stesso gioco. E, chiaramente, non solo in Sicilia ma in ogni regione ed in ogni paese.
    Il libro, purtroppo, non è in commercio, perché pubblicato in proprio. Ma alcune copie, come apprendiamo dal sempre attento e aggiornato notiziario web de “L’Italia Scacchistica”, possono essere chieste al Prof. Santo Daniele Spina, Via Etnea 25, 95038 Valverde (CT), “santospina@tiscalinet.it”, dietro un contributo spese di euro 20, con spedizione inclusa.
    (23. XI. 2007)

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    (Benjamin e gli scacchi). Sotto una fotografia di Walter Benjamin, che gioca a scacchi con Bertolt Brecht, compare un brano della recente biografia illustrata che Tilla Rudel ha dedicato al filosofo e scrittore tedesco. Il breve testo è apparso a pagina VII su “Tuttolibri” n. 1591 del 24 novembre 2007 con il titolo “Giocando a scacchi con l’amico Brecht”. Il libro “Walter Beniamin. L’angelo assassinato”, con la traduzione di Lorenza Canepa, è stato finemente pubblicato dalle edizioni “Excelsior 1881” e ripercorre il suo pensiero, i suoi libri, le amicizie, gli amori e la vita, anche con molte rare immagini, del «moderno Socrate».
    Benjamin, nato a Berlino nel luglio del 1892, rimane una icona importante per i giovani della mia generazione, appassionati di cinema e fotografia. I suoi saggi di arte e società di massa, scritti nel corso degli anni Trenta e raccolti da Einaudi in “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” (1966), diventarono uno strumento prezioso per analizzare aspetti culturali poco conosciuti.
    Il libro della Rudel è un ritratto umano che esplora “la tristezza propria dell’anima sradicata” di Benjamin tramite gli incontri diretti con i suoi amici e interlocutori, a cominciare da Gershom Scholem, e le loro testimonianze. Così descrive il grande intellettuale: “L’uomo è un giocatore, anche nella vita. Benjamin gioca a poker, il re dei giochi, con Gershom Scholem e Bertolt Brecht, e con quest'ultimo fa lunghe partite a scacchi. «Stancare l'avversario era la sua tattica preferita / Durante le partite di scacchi all'ombra del pero / il nemico che ti ha fatto abbandonare tutte le tue carte / da persone come noi non si lascia stancare» dice una poesia di Brecht. Gioca anche a Parigi, in rue Dombasle, con Arthur Koestler. Con degli sconosciuti su un treno. Gioca a carte, gioca al «go», gioca a soldi. E’ bravissimo nel perdere tutto, tanto più che non possiede nulla. Frequenta i casinò, mette tutto sul banco, ne esce principe o mendicante. Benjamin ama l'immagine di coloro che sono stati rovinati al gioco: la sua malinconia rivoluzionaria lo porta a dare la parola ai vinti, agli umiliati, ai dimenticati. Ha presagito con largo anticipo il disastro che la società europea stava per partorire: un immenso declino, come il passaggio dall'infanzia all’età adulta. La sua acutezza nel prevedere la rovina è impressionante”.
    La sua morte arriva dopo un lungo vagabondare. Scappa dalla Germania, ma non va né a Londra, dove si sono trasferiti i familiari, né in Palestina dall’amico Gershom Scholem che lo aspetterà inutilmente per anni. Dopo essere stato esule a Parigi, in Spagna e in Italia, a fine agosto del 1940, raggiunge Marsiglia e si decide, infine, a emigrare negli Stati Uniti con la complicità di Theodor W. Adorno e di Max Horkheimer. Riesce ad ottenere solo un visto di transito per la Spagna e il Portogallo, ma non quello di uscita dalla Francia, già occupata dalle truppe tedesche. Decide allora di attraversare clandestinamente il confine attraverso i Pirenei. A pochi passi dalla salvezza in Spagna, si toglierà la vita con una dose di morfina nella notte tra il 25 e il 26 settembre in una pensione di Portbou, “ultima, anonima tappa della sua eterna fuga”. L’Apocalisse era appena iniziata.
     (25. XI. 2007)

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    (Notizie). Nella quasi totale mancanza di informazione sul gioco degli scacchi, i grandi media non mancano di parlarne quando sono coinvolti scacchisti famosi. Soprattutto quando questi personaggi sono implicati in vicende relative non alle loro attività agoniste e alla loro dedizione al gioco, ma per altre ragioni. Ciò è accaduto nel recente passato, giusto per non dimenticare, a margine delle Olimpiadi degli scacchi a Torino quando si è a lungo parlato, invece del gioco, di una rissa tra campioni per conquistare le grazie di una bella scacchista. Ancora più recentemente, in occasione di una sfida mondiale, con lo “scandolo dei gabinetti”, trascurando di commentare il corso e l’esito delle partite. Ed è, anche, il caso di questi giorni.
    Due grandi personaggi, che hanno reso veramente importanti il mondo gli scacchi, sono nuovamente in prima pagina in questi giorni: Bobby Fischer e Garry Kasparov e, certo, non in nome degli scacchi.
    “La Gazzetta dello Sport” del 24 novembre 2007, in prima pagina, titola “Fischer, scacco al re”, con un lungo articolo dell’inviato a Reykjavik Vincenzo Martucci, che si legge, a pagina 26, con vera apprensione trattando notizie sulla precarie condizioni di salute dell’ex campione del mondo. “Ci siamo messi sulle tracce del controverso genio americano degli scacchi, diventato famoso per le due leggendarie sfide con Spassky. È ricoverato a Reykjavik per insufficienza renale e rifiuta le cure mediche e si difende con una pesante cortina di silenzio eretta intorno a lui dagli amici”.
    L’altro campione che ha avuto un ampio risalto in quasi tutti i giornali e nei più importanti organi di informazione è Garry Kasparov, in occasione del suo arresto avvenuto a Mosca. A solo titolo di esempio riportiamo quanto scrive uno dei più diffusi quotidiani italiani. Il “Corriere della Sera” del 25 novembre 2007, dopo aver annunciato in prima pagina “E Putin arresta Kasparov”, all’interno, a pagina 12, ospita una dettagliata corrispondenza da Mosca di Fabrizio Dragosei . Il testo, inserito a fianco di una breve e lucida nota di Luigi IppolitoIl riflesso di Pavlov” sulla inutilità di tanto rigore, è arricchito di due grandi fotografie del momento del fermo dello scacchista da parte degli Omon, con le loro tetre tenute antisommossa, che coprono parte del foglio successivo. Esponiamo, nell’ordine, l’occhiello, il titolo, il sottotitolo ed il sommario dell’articolo: “Russia verso il voto. A una settimana dalle elezioni la polizia disperde con la forza gli oppositori scesi in piazza - Carcere per il dissidente Kasparov - Lo scacchista condannato per aver guidato una marcia non autorizzata - Inflitti cinque giorni di reclusione al principale oppositore di Putin, che gode comunque dell’80 per cento dei consensi”.
    Il giorno successivo, 26 novembre, è la vota di San Pietroburgo. Anche lì, come titola il “Corriere della Sera” in prima pagina, “Arresti a raffica. Putin criminalizza gli oppositori” con un articolo di Franco Venturini. Articolo che segue all’interno, nelle pagine 12 e 13, con altro a firma di Fabrizio Dragosei dal titolo “Russia, la stretta di Putin. Nuovi arresti tra i dissidenti. Dimostranti picchiati, fermato il liberale Nemtsov”. Stupisce constatare, dal corredo fotografico, come a fronte di pochi dimostranti tranquilli sia stato schierato un intero esercito, come accaduto a Mosca, equipaggiato con scudi, pettorine, gambali. Le notizie sulle vicende che interessano Kasparov non finiscono qui. Il corrispondente di Mosca Leonardo Coen su “la Repubblica” del 29 novembre 2007, a pagina 18, ci informa, dopo la condanna per aver organizzato una protesta senza permesso, del “mistero sul leader dell’opposizione in carcere: nessuna visita ammessa. Respinto anche l’ex rivale di scacchi Karpov. Kasparov, Putin avverte il mondo «La Russia non ammette ingerenze»”.
    Ma il titolo più indovinato lo leggiamo il 26 novembre 2007 sul sito web laziale “Rosso di Sera”: “A Putin non piacciono gli scacchi”. Conoscendo la sua passione per le arti marziali e la lotta libera senza regole, come in politica, mai annuncio è apparso più vero.
    Due amati campioni e due notizie che rattristono non poco: uno finito in galera solo per aver manifestato le proprie idee, l’altro, malato, senza “un numero di telefono, non un indirizzo certo, ma un letto, quello del Landspitali [uno dei due centri ospedalieri della capitale d’Islanda], dove l’abbiamo visto. Mangiava, e guardava il vuoto dalla finestra davanti a sé. Non ce la siamo sentita di disturbarlo oltre”.
     (29. XI. 2007)

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