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Cinquantatreesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.
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(Lettera di un amico sconosciuto). Non è la prima volta che ciò accade. E, come ogniqualvolta avviene, è una piacevole sorpresa. Rincuora e non fa sentirti solo nelle tue riflessioni che capita di scribacchiare. Oggi ho ricevuto un’ulteriore prova di questa affermazione. Aprendo una simpatica lettera da parte di una persona che non conoscevo e che scopro attento lettore dei miei “appunti”. Quasi un saluto affettuoso, anzitutto! Come conviene a chi si riconosce amico nel gioco regale degli scacchi e rende concreto il nostro nobile motto “Gens una sumus”!
Dischiudo la busta con non poca meraviglia, sconoscendo il nome del mittente, ben indicato sul retro. Scoprire un nuovo lettore dei miei modesti “appunti”, oltre i due o tre amici e la cerchia degli sparuti soci della Sezione Italiana dei “collezionisti” del “The Chess Collector International”, mi stupisce e mi rende contentezza. Gratifica, quasi, un impegno svolto in silenzio e nel tentativo esclusivo di capire, tramite la metafora del gioco degli scacchi e forse solo per sé stessi, il mondo che ci circonda. Tanto più se questo nuovo lettore si dimostra, come appare, non solo attento ma anche e immediatamente persona fraterna e generosa e al quale poter fare sicuro riferimento.
Penso, pur non essendo un bravo giocatore, che a lui non tocca giocare con il Nero come dichiara e nella speranza, avendo adottato un’insolita variante, di un mio apprezzamento tattico scacchistico, ma con il cuore. Così come conviene a chi si avvicina al nostro gioco non solo per vincere ma per scoprire il mondo affascinante degli scacchi nei suoi molteplici aspetti culturali ed umani. Come testimoniano le parole affettuose della sua lettera e il suo garbato umorismo.
L’ho ringraziato molto, quindi, per l’amabilità di avermi esternato le sue considerazioni e mi sono complimento per il tuo certosino lavoro di ricerca. Mi scrive, infatti, di aver redatto un elenco “di tutti i nomi, e appunto titoli di libri, e altre parole chiave” che ho usato nelle mie osservazioni. In altri termini, “un indice dei termini rilevanti citati nelle schede, in modo che il lettore possa utilizzarlo per le ricerche su tutto quanto lei va scrivendo. Io non so proprio”, continua nella lettera, “cosa questo benedetto lettore se ne possa fare, quanto pazzo sia per utilizzare l’indice, ma certo potrebbe trovarlo perlomeno divertente”. Non gli ho nascosto, rispondendogli con la stessa gentilezza, che avevo intenzione di farlo anch’io in vista di una possibile (ma per adesso improbabile) revisione dei testi da consegnare, per mio esclusivo diletto e l’insistenza dei miei amici, alle stampe. Sono passati, infatti, diversi anni da quando ho iniziato a collaborare, quasi per caso, al sito scrivendo, forse molto impropriamente, su “Letteratura e scacchi”. Ora quasi mi stupisco di aver superato i 200 “appunti”!
Non so ancora come utilizzare il certosino lavoro del mio nuovo amico e se la sua ricerca potrà trovare una qualsiasi utile collocazione in queste pagine web dove, come socio, collaboro. In ogni caso trovare un nuovo lettore per chi scrive è già una scoperta meravigliosa! Non dico, inoltre, della fortuna e contentezza di poter trovare un nuovo amico! Da queste pagine un rinnovato grazie e, “a presto!”.
(30. X. 2007)
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(Un avvenimento eccezionale in televisione). Ieri, 30 ottobre 2007, in prima serata, su “La 7” è accaduto un avvenimento veramente eccezionale. Una televisione con il sapore del teatro, dalla letteratura, della poesia, della tragedia, della storia dove la guerra purtroppo mai finisce e sempre si ripete. Una televisione che, finalmente, ti concilia persino con la stessa televisione. Simile a quanto accaduto anni fa in occasione della trasmissione del famoso monologo sulla immane sciagura annunciata del Vajont (“Il racconto del Vajont”, Garzanti, 1997) e della tragedia della strage di Ustica (“Quaderno dei Tigi”, Einaudi, 2001). Sempre con lo stesso magistrale interprete ed autore Marco Paolini. In diretta, da una cava di pietra di Zovencedo (Vicenza) davanti ad un pubblico imbacuccato per il freddo e attentissimo, senza interruzioni pubblicitarie, ha messo in scena, con la sua sola presenza e della sua arte per oltre due velocissime ore, lo spettacolo “Il sergente”. Un lavoro ispirato al capolavoro autobiografico dell’alpino scrittore Mario Rigoni Stern “Il sergente nella neve”, uscito per la prima volta nel 1953, nei «Gettoni» einaudiani diretti da Vittorini.
Come tutti sappiamo, alla fine del 1942, 65 anni fa, il Corpo d’Armata Alpino era in linea sul Don da Karabut a Nord al Novo Kalitwa a Sud. “Lassù all’estrema sinistra c’era il battaglione Verona del 6° alpini, laggiù a Sud il battaglione Saluzzo del 2° alpini. Dalla Liguria al Friuli, agli Appennini erano presenti tutte le popolazioni delle nostre montagne”. Alla fine di quella battaglia mancarono all’appello 84.830 italiani, 10.030 tornarono dalla prigionia. In 74.800 morirono per le ferite ed il freddo in quelle steppe, altri di stenti nei campi di prigionia. Ogni famiglia, anche non proprio montanara come quella siciliana, ha avuto un nonno, uno zio, un padre, un conoscente abbandonato nella neve o finito in qualche gulag in Siberia o nello Uzbkistan. Incredibilmente, solo nel 1989 fu possibile la restituzione dei primi resti delle salme di quei valorosi caduti. Paolini ha raccontato tutto questo, ripercorrendo i momenti drammatici della campagna di Russia creando “un evento che resterà nella memoria di chi ha avuto la fortuna di viverlo” e triplicando gli ascolti di una piccola rete televisiva e inchiodando alle sue responsabilità il contratto di lealtà della Rai che dovrebbe legare il servizio pubblico ai telespettatori, invece di ostinarsi a propinare programmi di Bonolis e della Carrà e confinando i programmi culturali e più impegnativi a notte fonda.
Cosa c’entra, direte voi, questo riferimento ad una trasmissione televisiva, che ricorda una delle più grandi tragedie di guerra, con il gioco degli scacchi? Perché inserirla arbitrariamente nel capriccioso titolo “Letteratura e scacchi”? C’è una ragione. Ed è semplice. Per tutto il tempo della poetica trasmissione, ho avuto sempre presente un’altra cronaca di quegli anni e di quelle circostanze. Un breve racconto altrettanto tragico, vero e meraviglioso insieme. Lo ha tolto dall’oblio il collezionista Massimiliano De Angelis scrivendo l’articolo “Scacchi dal campo di concentramento” apparso su “L’Italia Scacchistica”, nel fascicolo di Dicembre del 2003, N. 1165, alle pagine 420-421 e inserito in questa rubrica di “Storia”. Una vicenda piena di umanità che meriterebbe essere riletta e mai dimenticata.
Un ignoto soldato italiano, fatto prigioniero in quel triste inverno dall’armata di Stalin, subito dopo la tragica ritirata del nostro esercito in Russia, dona al fante della divisione “Torino”, Ruggero Y. Quintavalle, anch’egli prigioniero del campo di Pakta-Aral, denominato 29/2, nel Kazakistan, in Asia centrale, un set di scacchi di piccole dimensioni. Meravigliosi ed artistici pezzi che troveranno poi descrizione nel suo drammatico libro “Un soldato racconta” (Edizioni Athena, 1960, riproposto poi con il titolo “Ital’janskij davaj! Dalla Siberia all’Asia centrale” dalle edizioni Del Noce nel 1988) che, appunto, narra il “ripiegamento” dell’esercito italiano e della sua prigionia nell’Unione Sovietica. Qui c’è il riferimento al nostro gioco, importante. Un momento magico dove, ancora una volta, come spesso avvenuto in letteratura, il gioco degli scacchi tenta di salvare i protagonisti dalla disperazione e apre un’impossibile pagina di speranza e di vita.
Utilizzando piccoli pezzi di betulla, scrive il Presidente del Comitato CCI Italia, dando nuova vita e rinnovata emozione ai ricordi di Quintavalle, l’ignoto militare, servendosi del manico di un cucchiaino appositamente forgiato, intaglia meticolosamente i pezzi utili al gioco. Crea, così, le 32 figure degli scacchi e “in mancanza di vernici o smalti, si procurò ciò che gli occorreva in infermeria. Utilizzò del blu di metilene (tenuto in quel posto come disinfettante, ndr) per colorare lo schieramento di campo scuro e del chinino per evidenziare alcuni particolari sia dello schieramento di campo chiaro, che lasciò di legno naturale, che dell’altro così colorato. Con del giallo ocra e del marrone ottenuti dopo aver ridotto in polvere e successivamente diluito con differenti dosaggi il chinino, decorò portoni e finestre delle torri, regine e re. Per la scacchiera (andata perduta), assemblò carta riciclata tingendo le case scure con lo stesso procedimento”. Lo scrittore Quintavalle, qualche anno prima di morire nel luglio del 2003, in un toccante incontro con De Angelis, mostra “questi pezzi ben conservati, che sono, come spesso furono gli scacchi in passato, una attestazione di sfida, di storia, ma anche di sofferenza, oltre che di gioco”.
Penso a tutto ciò seguendo la voce ferma di Paolini e il suo drammatico racconto “... e boia che freddo e il moschetto del 1891 e il lepro e la bomba a mano che cade nella neve e fa pluff, e i tracianti, e i mortai e i morti e il ghiaccio e la ritirata”. Rifletto, persino in margine alla immane tragedia di un intero coraggioso esercito usato da uomini folli, al ruolo che i “collezionisti”, spesso criticati per la loro passione considerata elitaria, svolgono per restituire non solo pagine di storia ma anche la conservazione e l’amore per le testimonianze, anche umili, del nostro gioco. Come fa l’amico De Angelis chiudendo l’articolo, apparso su una rivista specialistica che non disdegna di inserire ampi panorami di cultura scacchistica, con questa appassionante riflessione: “Quando riapro questa scatolina (di latta, dove i pezzi sono stati sempre conservati pur attraversando inimmaginabili bufere storiche, ndr) avverto ogni volta, immediato, il sapore di questa vicenda; e nel narrarla mi piace pensare di rendere un piccolo omaggio al ricordo dei protagonisti scomparsi, quale erede e custode, oggi, di questa testimonianza”.
Mi consola, e fortemente, condividere che questo set di scacchi, povero e creato dal nulla per consentire un momento di svago pur in una situazione crudele, è conservato con tanto religiosa pietà e con tanta illuminata considerazione. Soprattutto quando sempre più pochi sono rimasti a testimoniare simili tragedie, come ha ricordato lo stanco e vecchio alpino Mario Rigoni Stern alla fine della emozionante trasmissione televisiva.
Uno splendido modo quasi per spiegare quali sono i veri interessi e le finalità che spingono uno scacchista a diventare anche “collezionista”. Per conservare, oltre il gioco, i ricordi delle tracce nascoste della storia e dei suoi anonimi eroi protagonisti. Esortando, ancora, perché la tragedia della guerra, come ha invitato poeticamente Paolini a voce alta, non si ripeta.
(31. X. 2007)
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(Come gioca Dio con l’universo?). “Così parlò la casta Susanna” è il titolo della recensione di Dario Fertilio che appare sul “Corriere della Sera” a pagina 51 del 6 novembre 2007. Parla dell’ultimo bel saggio che Armando Torno ha dedicato a dodici storie bibliche: “Il gioco di Dio” (Mondadori, pp. 102). Un tentativo per conoscere la verità su alcuni personaggi biblici, da Erode all’anonima adultera salvata da Gesù dalla lapidazione.
Sono sempre attento quando a scrivere è Fertilio. Basta leggere l’inizio per ritenere la segnalazione libraria utile per una riflessione anche sul nostro gioco. Inizia, quasi, quasi come fece, il 24 luglio del 1979, Friedrich Dürrenmatt nella sua affascinante conferenza al Politecnico Federale di Zurigo per ricordare l’anniversario della nascita di Albert Einstein, ora raccolta in “Una partita a scacchi con Albert Einstein” (Edizioni Casagrande, 2005).
Fertilio, infatti, comincia cercando di dare una risposta al vecchio ed enigmatico interrogativo che si era posto Einstein e il grande drammaturgo. “Eh no, non è affatto vero che Dio giochi a dadi con l’universo. Se davvero si divertisse a farlo, ricordava Albert Einstein, il puro caso governerebbe il mondo, distruggendo così qualsiasi possibilità di conoscenza scientifica. Può darsi allora che gli piaccia giocare a scacchi? Sbagliato di nuovo: dal momento che ogni strategia di re o di alfiere sfocia alla fine in sequenze obbligate, le partite in cui si impegnerebbe il Creatore ci apparirebbero di frequente prevedibili, regalandoci la sensazione di assistere impotenti, e innocenti, allo svolgersi di cose più grandi di noi. E allora? Non funziona nemmeno l’ipotesi di una passione celeste per l’azzardo puro, a un tavolo di roulette: che gusto ci proverebbe, Dio, a puntare su un numero di cui sa fin dall’inizio quando uscirà? Né lo potremmo immaginare così infantile da divertirsi con la mosca cieca, premiando o punendo chi gli capita secondo il gusto del momento; e per lo stesso motivo sono escluse dalle sue attitudini i giochi di prestigio, e dalle sue prerogative quelle di fornire in sogno i numeri delle lotterie. A che gioco giocherà mai, dunque, questo Dio?”.
Credo che non conosceremo mai il gioco preferito di Dio. Leggendo il bel saggio di Torno è possibile immaginare, come suggerisce Fertilio, che tutto quanto è stato messo in scena attraverso i millenni, da Adamo ai miracoli di madre Teresa, altro non sia se non una trama di Dio per illuminare il nostro cammino e l’imprevedibilità del destino umano. Sicuramente come può accadere, nel piccolo, davanti una scacchiera. Ed è per questo che continuo a ritenere, diversamente da Fertilio e come riteneva Einstein, che Dio ama giocare lealmente a scacchi. Le apparenti irregolarità non sono frutto di errori divini: «La natura nasconde i suoi segreti non perché ci inganni, ma perché è essenzialmente sublime».
Almeno come poeticamente sognava Jorge Luis Borges regalandoci, nella parte finale del suo “Ajedrez”, i versi: «Dio muove il giocatore, e questi il pezzo. / Che dio dietro di Dio la trama inizia / di tempo e sogno e polvere e agonie?» (in “L’Artefice”, edizione con testo a fronte, a cura di Tommaso Scarano, Adelphi, 1999, p. 107).
(8. XI. 2007)
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(Prima pagina). Spesso capita di trovare nella cronaca quotidiana del grande fermento della politica italiana termini che richiamano il gioco degli scacchi. Parole come “scacchiera”, “mossa del cavallo”, “strategia”, “stallo”, “scacco” e tanti altri, anche difficili come “zugzwawang”, tutti tratti dalla terminologia scacchistica, sono entrati, ormai, nell’uso comune giornalistico per spiegare i fatti della politica. Tutto ciò accade non solo nell’informazione della carta stampata ma anche nei notiziari radiofonici e televisivi. Proprio stasera, nel TG1 delle ore 20 del 10 novembre 2007, forse il più seguito tra tutti i programmi televisivi, si è fatto ricorso, e con dovizia di particolari, al gioco degli scacchi per spiegare le mosse politiche dell’opposizione a seguito del discorso di Veltroni sulla sua proposta del bipolarismo e del nuovo sistema elettorale. Nel servizio successivo a quello di apertura, infatti, è comparso nello studio televisivo, con la sua “Nota politica”, Bruno Luvara che ha esordito, per spiegare il possibile atteggiamento di dialogo di parte dell’opposizione, con “come in una partita a scacchi l’apertura sulle riforme di Veltroni determina movimenti sulla scacchiera politica...”. Continuando, quasi, più a parlare di scacchi che di politica e spiegando che Fini, sul referendum elettorale, si è riservato di fare “la mossa del cavallo”.
Altre volte, in particolare, si fa riferimento al gioco degli scacchi per mettere in luce o criticare l’atteggiamento dei singoli uomini politici. Ne abbiamo parlato, ad esempio, a proposito del comportamento del senatore Lamberto Dini nei confronti dei suoi alleati politici. Ed è il caso, per ultimo, per condannare l’infelice elogio delle tasse espresso dal responsabile di Economia e Finanze, da lui definite “bellissime”. Asserzione che segue ancora la più infelice filippica contro i “bamboccioni”, i ragazzi cresciuti che stanno ancora alle dipendenze dei genitori. Il vicepresidente Udc del Senato, Mario Baccini, non si è lascito sfuggire l’occasione e si è così a lui rivolto: “Mi permetto un appunto al ministro Padoa-Schioppa: non sta al Circolo degli Scacchi quando parla al Paese in veste di ministro dell'Economia. E’ inutile che provi, con escamotage retorici, ad indorare la pillola” (RaiNew24, 7 ottobre 2007).
Il riferimento al gioco degli scacchi nell’uso quotidiano delle parole e dei riferimenti in politica, quindi, è diventato talmente numeroso che è sempre più difficile poterlo analizzare, come pure piacerebbe fare. Sembra, in definitiva, come mi è capitato di segnalare, che tutti i nostri politici sono intenti, almeno in senso figurato, a meditare su una scacchiera.
Trovare però in prima pagina, su un giornale importante e con una firma autorevole, un intero periodo sul nostro gioco per spiegare scelte politiche, che agli osservatori appaiono disastrose, è un avvenimento singolare e non posso fare a meno di segnalarlo. Ebbene, nell’articolo di fondo dell’autorevole quotidiano “La Stampa” del 3 novembre 2007, a firma del sociologo e scrittore Luca Ricolfi, con il titolo “L’alibi delle regole”, appare una riflessione importante ed attuale sulla questione della legge elettorale, che, purtroppo, “non appassiona l’opinione pubblica” come dovrebbe. Un intero periodo dell’articolo, apertamente, richiama il “nobile gioco” o, meglio, la mancanza di regole nel gioco politico. Ed, inoltre, anche per chi scorre velocemente le puntuali osservazioni di Ricolfi in prima pagina, tale circostanza non può certo sfuggire leggendo il seguito dell’articolo. Continua, infatti, a pagina 35, ed è collocato sotto una singolare illustrazione di Dariush Radpour, il noto disegnatore iraniano trasferito in Italia da anni dove collabora a varie testare, che raffigura pezzi di scacchi abbandonati disordinatamente su una scacchiera modificata in una scatola elettorale. Fra pochi mesi, infatti, la Corte Costituzionale si pronuncerà sulla ammissibilità del referendum promosso da Segni e Guzzetta. Il Parlamento si troverà, allora, con le spalle al muro e noi “come spettatori impotenti, tutto quel che possiamo fare è cercare di capire la partita a scacchi che verrà giocata nei prossimi mesi, ossia i modi in cui le forze politiche cercheranno di strumentalizzare il tema”. Forse, aggiunge l’editorialista, “se l’arte del non governo ha raggiunto la perfezione mirabile di questi anni è sicuramente anche colpa delle regole, ossia di una Costituzione vecchia e di una legge elettorale malfatta. Però dare la colpa alle regole è soprattutto un alibi, un espediente per nascondere la sconfortante qualità del nostro ceto politico, la sua insensibilità all'interesse generale, la sua persistente mancanza di coraggio”.
Una illuminata precisazione sulle regole da rispettare in politica, oltre nel gioco degli scacchi, dell’autore del bel saggio, appena arrivato nelle librerie, “L’arte del non governo. Da Prodi a Berlusconi e ritorno” (Longanesi, pp. 245).
(10. XI. 2007)