LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Cinquantunesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    (Sputnik, un anniversario). Non potrò mai dimenticare le mie ricerche nel cielo stellato, ancora non inquinato dalle fonti di luce, del primo satellite artificiale. Una sensazione entusiasmante. Lo “Sputnik”, una piccola sfera di alluminio lucidissimo, era stato lanciato dall’Unione Sovietica il 4 ottobre del 1957. Passava veloce, oltre sopra i nostri cieli, anche sopra gli Stati Uniti, scatenando preoccupazioni di ogni genere, soprattutto militari e la grande potenza iniziava nuovamente a spaventarsi. Quattro mesi dopo, il 31 gennaio 1958, apparve nello spazio “Esplorer I”. La risposta che segnò l’inizio della spasmodica gara tra russi e americani per arrivare primi sulla Luna e per trasformare anche lo spazio in uno strumento di politica.
    Sergio Romano, in un ampio servizio apparso sul “Corriere della Sera” del 2 ottobre 2007 alla pagine 30-31 per ricordare il cinquantenario dell’eccezionale evento, scrive il bellissimo “Guerra fredda. La mossa più ardita”. Così l’incipit dell’articolo, affascinante per il suo immediato approccio al gioco degli scacchi: “Il lancio di un satellite sovietico il 4 ottobre 1957 fu visto come la mossa della torre o dell’alfiere sulla scacchiera della Guerra fredda. Non era ancora uno scacco, ma poteva rapidamente diventarlo”.
    La “guerra fredda”. Una pagina di storia strisciante e silenziosa, iniziata nel 1945 e, almeno si spera timidamente, finita nel 1989, quando le barriere della Cortina di Ferro cominciarono a sgretolarsi sotto i colpi della glasnost di Michail Gorbaciov. Il 9 novembre cadde anche il simbolo più vistoso: crolla, a colpi di piccone e in una ritrovata allegra festa popolare, il Muro di Berlino. Lo stesso muro davanti il quale, il 15 giugno del 1963, John Fitzgerald Kennedy tenne il famoso discorso che sarebbe diventato un altro formidabile simbolo della guerra fredda: «Ci sono molte persone al mondo che non comprendono, o non sanno, quale sia il grande problema tra il mondo libero e il mondo comunista. Lasciateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che il comunismo è l'onda del futuro. Lasciateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che, in Europa e da altre parti, possiamo lavorare con i comunisti. Lasciateli venire a Berlino! E ci sono anche quei pochi che dicono che è vero che il comunismo è un sistema maligno, ma ci permette di fare progressi economici. Lasst sie nach Berlin kommen! Lasciateli venire a Berlino! [...] Tutti gli uomini liberi, ovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso di dire, Ich bin ein Berliner!».
    Anche il gioco degli scacchi, al pari dell’avventura spaziale e delle altre metafore di tensione che hanno caratterizzato la nostra storia recente, ha svolto un ruolo significativo per interpretare quegli anni. E’ stato raccontato, oltre nel bellissimo “I russi contro Fisher”, in molti altri libri e dietro angolature diverse. E’ stato chiarito anche in un non dimenticato articolo di Stefano Bartegazzi dal titolo “Re, regina e alfiere alla Guerra Fredda. Scacchi e politica”, apparso sul supplemento “La Domenica” di “la Repubblica” del 31 luglio 2005. Gli scacchi, infatti, in quegli anni furono interpretati come un’immagine del confronto Usa-Urss, ancora più dei missili che man mano andavano popolando l’atmosfera. Scriveva il giornalista: “«Tu giochi alla guerra, io gioco agli scacchi»: così, e in yiddish, durante l´occupazione tedesca della Polonia nel corso della seconda guerra mondiale, il campione polacco Reshevsky avrebbe liquidato il comandante tedesco, che aveva voluto disputare un incontro con lui, e aveva perso. Gli scacchi sono già di per sé una guerra. L´araldica dei pezzi ritrae un esercito, insieme assediante e assediato: la fanteria che avanza piano, la cavalleria che scarta di lato, i portabandiera che attraversano il campo in diagonale (ma in inglese il nostro alfiere è un vescovo, bishop, e in francese un matto, fou), i torrioni di rinforzo ai lati e i potenti che si spartiscono il ruolo attivo e offensivo della regina e quello passivo e difensivo del re. Può venire però il dubbio che gli scacchi abbiano rappresentato una guerra in particolare: la Guerra Fredda fra Stati Uniti e Unione Sovietica”.
    A Reykjavik, nel 1972, appunto, si svolse un’altra guerra, terribile e affascinante insieme, di scacchi. In quel periodo c’era anche la guerra vera: i bombardamenti massicci nel Vietnam, gli attacchi terroristici dell’Ira nell’Irlanda del nord, i terroristi palestinesi che sequestravano gli atleti israeliani a Monaco di Baviera durante le olimpiadi, Israele che bombardava il Libano meridionale, mentre stava per iniziare lo scandalo Watergate in Usa. In questo clima carico di tensioni si svolge l’«incontro del secolo» tra il russo Boris Vasil’evic Spasskij e l’americano Robert James Fisher. Il primo è il decimo campione del mondo in carica e rappresenta l’ininterrotta egemonia della scuola sovietica dai tempi di Alekhine, orgoglioso vanto dell’Urss. Il secondo è il portatore, nella retorica mediatica, dei valori di libertà del mondo capitalista occidentale. Un avvenimento, durato 50 giorni, straordinario e raccontato, ormai, in centinaia di libri e in migliaia di resoconti.
    E Spasskij, tuttora, ospite del Festival della Letteratura a Mantova lo scorso 7 settembre, non ha remore ad aprire la discussione nel dibattito pubblico in programma su “La guerra fredda negli scacchi” affermando “durante il mio incontro contro Fischer avevo l'impressione che negli Stati Uniti tutti tifassero per me mentre in Russia tutti tifassero per Fischer”. Dopo qualche anno del suo rientro in patria, sconfitto, Spasskij si trasferisce a Meudon in Francia dopo aver conosciuto Marina Šcerbacheva, cittadina francese ma di origini russe. Dice di aver perso il titolo di campione del mondo ma, riferendosi alla sua terza moglie, è felice di annunciare di aver guadagnato una Regina. Un risvolto importante di quella competizione che stravolse le vite di entrambi. Alla fine positivi per lui, più tragici per “Bobby”. Come lo chiama, affettuosamente per nome, ancora oggi, il suo amico Spasskij.
    Forse, se non fosse stato per le forzature “politiche” dei media e Fischer così antisovietico, capriccioso ma sereno come Spasskij, il celebre incontro di scacchi in Islanda si sarebbe potuto trasformare nel primo grande simbolo di distensione di un’epoca in subbuglio. Così come oggi avviene nella cooperazione dei programmi spaziali.
    (5. X. 2007)

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    (Compositori scacchisti italiani). Ad un anno esatto di distanza dalla pregevole pubblicazione “Una meteora splendente. Guido Cristoffanini”, il prof. Oscar Bonivento e Ivo Fasiori hanno dato alle stampe la loro ultima fatica per far meglio conoscere la lunga storia del problemismo italiano.
    Il nuovo volume, stampato in 150 copie numerate e firmate dall’Autore, in una curata edizione arricchita di antichi ritratti, ha per titolo “Compositori scacchisti italiani della seconda metà dell’'800. Dal classico agli albori del moderno”. Sono 136 pagine ricche di notizie, di magnifici diagrammi, di un esemplare indice per autori e fonti, di un utile dizionario di alcuni elementi strategici e temi usati nell’opera e con l’elenco cronologico dei periodici e delle rubriche dal 1847 al 1900.
    Un elenco che gli autori amorevolmente hanno riportato per intero dal manoscritto-raccolta del 1976 del Rag. Arturo Carrà, noto problemista e collaboratore per molti anni, con articoli di storia e varietà, della rivista “L’Italia Scacchistica”. A completamento di questo puntuale elenco, inviato in anni lontani da Bonivento a Adriano Chicco, il libro ripropone, quasi in forma di premessa, l’ampio articolo che il grande storico scrisse per quella rivista, allora diretta da Giovanni Ferrantes, “Rubriche Scacchistiche italiane dell’'800” (Aprile 1987). Uno studio che ancora oggi si rilegge con grande utilità per serbare memoria del grande prestigio che godevano i problemisti italiani, anche minori.
    I protagonisti di questo ultimo lavoro sono peraltro gli elaborati, con i loro elementi strategici, che mettono in luce la notevole attività compositiva svolta sulle riviste scacchistiche, italiane e straniere, e sulle numerosissime rubriche fiorite in molte città e non solo in quelle più importanti.
    Un lavoro attento che mette in risalto, dal nord al sud dello stivale, quella esigenza di rinnovamento del problema scacchistico che iniziava a farsi sentire anche in Italia. Ed è merito degli autori di aver evidenziato l’impegno di molti scacchisti, spesso sconosciuti, e di molte storiche riviste per incoraggiare tali aspirazioni. Un lodevole intento per restituire al problema una chiave di lettura moderna ed artistica in un momento storico nel quale gli scacchi erano considerati solo un futile passatempo.
    Alcune copie dell’edizione, fuori commercio Onlus, sono ancora disponibili presso l’Autore (Via Luigi Silvagni, 6 - 40137 Bologna).
    (6. X. 2007)

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    (Torture). Sui metodi usati nei confronti dei presunti terroristi prigionieri nel carcere della base americana di Guantanamo esiste, ormai, una vasta letteratura. Numerosi tristi casi, infatti, sono stati svelati dalla stampa statunitense che hanno messo in luce possibili direttive delle “maniere forti” caldeggiate dal Dipartimento della Giustizia americano e non degne di un paese civile. Tanto che George Bush, rispondendo alle accuse del “New York Times”, come si legge su “la Repubblica” del 6 ottobre 2007, ha dovuto affermare: «L’America non tortura».
    Ora il “Corriere della Sera”, a pagina 15 del 7 ottobre 2007, pubblica un importante articolo che riscopre un’antica pagina di storia, vecchia di sessanta anni. Lo firma il corrispondente da Washington Paolo Valentino ed ha per titolo “I veterani Usa che interrogavano i nazisti «Torture? Noi usavamo scacchi e ping-pong». I vecchi ufficiali dell’intelligence contro i metodi di Guantanamo: «Rispetto per i detenuti»”.
    A parlare è un ex ufficiale dell’inteligence americano che, nel 1945 ed insieme con altri, fu assegnato agli interrogatori dei prigionieri di guerra nazisti. Si chiama Henry Kolm, 90 anni, fisico in pensione del Massachusetts Institute of Technology, che “dall’altra parte della scacchiera ebbe di fronte addirittura Rudolf Hess, l’ex delfino di Hitler”. Ha raccontato al Washington Post: “«Abbiamo ottenuto più informazioni da un generale tedesco con una partita a scacchi di quanto non ne ottengono oggi [i funzionari della Cia] con i loro metodi estremi»”. Una testimonianza di un veterano che fa riflettere e che fa scrivere all’attento giornalista “convincere un generale, uno scienziato o un semplice ufficiale di bordo a parlare era per loro soprattutto una sfida intellettuale. Un raffinato duello psicologico, dove anche pedoni, torri, regine, il ping-pong e perfino una bistecca al ristorante potevano servire alla lenta, ma inesorabile demolizione delle barriere erette dai prigionieri di guerra nazisti. Negare un diritto elementare era per loro motivo di disagio: discutere se fosse morale mettere dei microfoni-spia nelle celle e si sentivano in colpa quando dovevano aprire la corrispondenza. Altra scuola”.
    Ecco, ancora una volta, come un semplice gioco ci permette di fare una breve riflessione per ricordare alcuni valori fondamentali che sono alla base dei diritti individuali e della nostra convivenza civile. Quasi per condannare tutte le azioni malvagie dell’uomo, soprattutto quando è designato a servire le istituzioni statali, nei confronti di altri suoi simili, innocenti o colpevoli che siano. Un fermo invito perché la tortura non abbia più diritto di cittadinanza. Come auspicava, sembra ieri, Pietro Verri nel suo celebre “Osservazioni sulla tortura”, scritto fra i primi mesi del 1776 e il febbraio del 1777 e appena ristampato, a cura di Silvia Contarini, nei “classici del pensiero” dalla Bur, con, in appendice, i testi di Cesare Beccaria e di Joseph von Sonnenfels.
    (7. X. 207)

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    (Lo scacco dei “kamikaze”). La chiamano «la morte dei mille tagli» per la lunga serie di colpi. I “mille tagli” sono le missioni suicide, gli agguati ai militari, le uccisioni delle spie, effettuate dai kamikaze provenienti dal Waziristan e Baluchistan pachistano, ai confini con l’Afghanistan, per combattere contro il governo del dittatore “miscredente” Pervez Musharraf, considerato alleato degli Usa.
    Il “Corriere della Sera” del 9 ottobre 2007, a pagina 16, ci informa, in un articolo di Guido Olimpio, dei mille soldati pachistani uccisi nello scontro con i miliziani vicini ai fondamentalisti islamici. Il titolo è significativo: “Al Qaeda, scacco al Pakistan in tre mosse. Nel piano di Osama l’apertura di un fronte nelle città. Nuovi missili antiaerei”.
    L’esito della partita è, quindi, molto incerto, anzi drammatico. In gioco, con la stabilità del Pakistan e la sua Costituzione sospesa, c’è il suo arsenale atomico, l’istanza del nucleare in Iran, l’infelice guerra in Iraq e in Afghanistan e l’Italia lì presente con i nostri valorosi soldati.
    Come può l’Occidente non suggerire autorevolmente la mossa migliore per rimediare?
    (10. X. 2007)

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    (Nuove partite e nuovi scacchisti in politica). Mi sovviene, quando si fa qualche paragone in politica al gioco degli scacchi, il ricordo, nelle mie curiose ricerche e pulsioni di collezionista, di aver avuto tra le mani, or non ricordo più dove e quando, una vecchia ed ingiallita cartolina illustrata degli anni Venti. Mostrava, con un intento di chiara propaganda fascista, i padri dell’unità d’Italia, Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Mazzini e Cavour, seduti intorno ad un tavolo, davanti ad una scacchiera. Nello stesso ambiente, ma in un altro tavolino poco distante, la cartolina raffigurava, anch’essi davanti una scacchiera, Vittorio Emanuele III e i triunviri del fascismo De Bono, Grandi e Mussolini. Il disegno richiamava il paragone, per il tocco solenne della posa dei protagonisti e dell’austero ed elegante salone dove i due gruppi di persone sostavano, con i quattro uomini che in quel momento governavano l’Italia. Essi, uomini della provvidenza, erano, secondo gli intendimenti dell’autore del disegno, evidentemente i continuatori ideali, seppure inverosimili ai nostri occhi, degli illuminati uomini politici risorgimentali ed artefici, altresì, della rinata salvezza del paese. Il gioco degli scacchi, allegoricamente presente, magnificava le virtù politiche, tattiche e strategiche delle persone raffigurate.
    Cosa c’è di meglio oggi, ma con un tono non più aulico ma piuttosto umoristico ed ironico, di rifarsi al nobile gioco per decifrare la politica odierna? Non più certo con una cartolina illustrata, pomposa ed improbabile. Ma raccontando i fatti della politica nei giornali usando una terminologia in uso nel gioco degli scacchi. Basta sfogliare i nostri quotidiani di questi giorni. Tutti insistenti nel richiamare il gioco degli scacchi ed almeno, così speriamo, con meno conseguenze tragiche di quelle accadute negli anni in cui il messaggio era diffuso ed additato come esempio con una discutibile cartolina propagandistica.
    “La partita a scacchi di Dini? E’ appena cominciata”. Con questo titolo apre “il Punto” dell’attento editorialista Stefano Folli su “Il Sole 24 Ore” del 20 settembre 2007 a pagina 15. Apprendiamo, così, che anche il “liberaldemocratico” Lamberto Dini, esperto in ribaltoni politici, almeno nella scacchiera della politica, gioca, alla vigilia della Finanziaria, virtualmente a scacchi. Un settantaseienne a capo di uno sparuto gruppo politico, che in Parlamento conta appena tre senatori, è ancora l’ago della bilancia della formazione governativa. Ne fa parte ma, in ogni occasione, manifesta il suo pessimismo sul futuro del governo, non preoccupandosi, perfino, di affermare, e apertamente, che «difficilmente riuscirà a risalire la china». Spiega lo scrittore Folli, scavando sulla precarietà del governo Prodi e dell’«instabile stabilità» di cui parla D’Alema, che “Dini, da consumato esperto dei giochi di palazzo, ha fatto una mossa: diciamo che ha cominciato una partita di scacchi. Ma nessun può dire come la concluderà. Possono sembrare astrusi questi arabeschi della politica italiana, nel momento in cui le piazze ribollano e il discredito si rovescia sul Parlamento. Ma tant’è”. In definitiva, conclude l’articolista dopo una lunga disamina sul fenomeno del defilarsi del senatore, il Governo si indebolisce, ma l’epilogo non è ancora scritto nella attesa della Finanziaria, “siamo solo all’inizio della partita a scacchi, non alla fine. Dini è stato abile perché ha anticipato con agilità gli altri «centristi» e si è ritagliato una posizione preziosa, tra l’altro di grande visibilità. (...) Oggi con il voto sulla Rai avremo una prima verifica, tutt’altro che secondaria. In attesa della legge finanziaria”.
    “Lambertow”, come è soprannominato in omaggio ai suoi illustri studi americani e alla sua carriera professionale Oltreoceano, gioca a scacchi anche agli occhi di altri quotidiani. A titolo di esempio, anche la prima pagina di “Libero” dello stesso giorno ospita un fondo di Oscar Giannino con un titolo eloquente e molto simile al primo: “E Lambertow muove gli scacchi”. Scrive il giornalista: “Quella di Lamberto Dini sarà una lunga partita a scacchi. Comincia oggi, in Senato, nel dibattito sulle risoluzioni che saranno votate per affrontare le polemiche scatenate in Rai... Ma sarà una partita molto lunga e insidiosa, che non punta affatto a uno scacco in tre mosse. Dini è un metodico tignoso, conosce le regole precise della contabilità prima di quelle aleatorie della politica”. E, più avanti, continua, “ma Dini ha risposto loro che, appunto, la partita a scacchi è appena cominciata”. Finisce con la considerazione che “la chiave della legislatura è ormai nelle mani di un gruppo di senatori «a cavallo» degli schieramenti, e Dini è tra loro lo statista più esperto e rispettato. Tra prodini e pro-Dini, il conto alla rovescia per le urne si gioca tra un gambetto di re e un arrocco di Palazzo”.
    Un avversario difficile a detta dei quotidiani, quindi, di quelli che mai vorremmo trovare sedendoci di fronte ad una scacchiera: un vero avversario, direi ostico, dal latino hosticus “nemico”, nel senso più penetrante della parola. Ma che continua a sedere, tranquillo, accanto ad una compagine che dovrebbe incondizionatamente sostenere.
    Purtroppo, per il prezzo che mi è sembrato elevato, non ho comprato l’ingiallita cartolina. Il suo ricordo mi è stato solo utile per capire, un poco sgomento, almeno una voce proveniente dai 155 partiti e movimenti politici italiani che affollano la seconda Repubblica. Anche della recente formazione politica di Dini. Un gruppo, come argutamente annota Massimo Gramellini nel suo puntuale odierno “Buongiorno”, che ha fatto coincidere le iniziali di una nobile idea con quelle del proprio nome e cognome e in ciò superando “l’ultima frontiera del pudore”. Come appunto ha fatto Lamberto Dini con i suoi “Liberal Democratici”, per gli amici LD (“Il signor Liberal Democratici”, La Stampa, 10 ottobre 2007, prima pagina). Insomma, più che una sfida politica fatta per confrontarsi e realizzare utili riforme a vantaggio dei cittadini, sembra una partita solo per mettere in difficoltà l’avversario e trovare un proprio tornaconto, anche bluffando.
    Lo svolgimento della politica italiana mi appare oggi non come una partita a scacchi, come ricordata dai giornalisti in questi giorni ma, come fortuitamente rappresentata dall’ignoto autore della vecchia cartolina illustrata, ad alto rischio. E non più a scacchi ma a poker.
     (10. X. 2007)

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