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Cinquantesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.
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(Una importante impresa editoriale). Avere la possibilità di poter comodamente sfogliare nella propria abitazione un antico manoscritto è un avvenimento certo eccezionale e, in massima parte, riservato a pochi e qualificati studiosi.
Il paziente e straordinario lavoro delle Edizioni Aboca Museum, diramazione culturale e scientifica della nota azienda toscana di Sansepolcro di prodotti medicinali, estratti da piante officinali, permette, seppure ad una ristretta cerchia di appassionati disposti a sostenere non leggeri sacrifici economici, di provare questa affascinante emozione. Nel suo benemerito percorso di ristampare, in edizioni pregiate, libri d’arte e pubblicazioni artistiche, storiche e scientifiche l’Aboca Museum ha, infatti, riprodotto, in una lodevole quanto tempestiva edizione e in una tiratura limitata a 999 copie, l’esatto originale del manoscritto “De ludo scachorum” di Fra’ Luca Pacioli. Offrendo a tutti gli scacchisti bibliofili, amanti dei libri rari, di immergersi nell’entusiasmante cammino che il gioco dei re ha tracciato nella sua lunga storia per arrivare, quasi intatto ma ricco di vita, sino a noi.
Il famoso trattato, scritto in volgare in forma mercantesca e verosimilmente intorno all’anno 1500, è dedicato “con servile amore” ai Signori di Mantova e, in particolare, alla marchesa Isabella d’Este. Citato da Pacioli stesso in altri libri e documenti, era andato misteriosamente e curiosamente perduto. Il manoscritto, per oltre cinque secoli dimenticato, infatti, “giaceva, ben custodito, apprezzato ma non riconosciuto, fra una miriade di bei libri e documenti storici nella Fondazione Coronini Cronberg di Gorizia”. E’ stato ritrovato, come è noto, recentemente e grazie alla straordinaria e paziente ricerca del bibliofilo e storico del libro Duilio Contin, confortato degli autorevoli pareri del linguista Enzo Mattesini e del paleografo Attilio Bartoli Langeli. Come scrisse Pacioli stesso nel “De virus quantitatis”, il “De ludo scachorum” è un “iocondo et alegro tractato” utile come “schifanoia” (per schivar la noia), con il quale il frate si ripropose di insegnare e illustrare ai suoi contemporanei il gioco degli scacchi “cum illicitorum reprobatione”, cioè senza di alcunché di illecito. Un trattarello al quale avrebbe collaborato, nell’elegante raffigurazione dei pezzi dei diagrammi, nei smaglianti colori bruno e rosso, Leonardo da Vinci. E’ composto di 96 tavole dove sono illustrati 114 “partiti” che spiegano nei dettagli le mosse degli scacchi.
Il libro, edito insieme al facsimile “De prospectiva pingendi” di Piero della Francesca, altro illustre cittadino della Valtiberina Toscana dove sorgono l’Azienda ed il Museo Aboca, è stato presentato nell’ultima edizione di “Artelibro”. Un avvenimento giustamente riportato dagli organi di informazione con grande risalto, se non uguale a quello dello straordinario ritrovamento del manoscritto, avvenuto alla fine dello scorso anno. Tra i tanti, il quotidiano “la Repubblica” del 22 settembre 2007, addirittura, ha dedicato alla importante mostra bolognese l’intera pagina 51 con un ampio stralcio dell’interessante intervento letto in quella occasione da Piergiorgio Odifreddi nel palazzo del Re Enzo e del Podestà e presentato con il titolo “Piero e Luca, l’enigma della prospettiva”.
Odifreddi nel suo discorso mette in luce, in particolare, il contributo matematico, curiosamente affine a quello del grande pittore e già messo in rilievo dal Vasari, del frate francescano. Espone il suo metodo di registrazione contabile a “partita doppia”, il primo calcolo approssimativo di un logaritmo naturale e della recentissima pubblicazione di due suoi manoscritti inediti “Sulla potenza dei numeri” (ritrovato nell’Ottocento e pubblicato solo quest’anno e in traduzione inglese) e di questo affascinante “De ludo”. Un’opera che strappa al dotto matematico “impertinente” l’arguta e provocatoria riflessione “nel quale egli si rileva un teorico dei giochi, quando non semplicemente un giocherellone”. Ad integrazione del testo, il giornale non manca di pubblicare con risalto il famoso ritratto di Iacopo de’ Barberi “Fra’ Luca Pacioli”, oggi esposto al Museo di Capodimonte, che piace descrivere con le stesse parole di Odifreddi quando parla della “Summa”, vera enciclopedia pacioliana del sapere. “Il libro appare nel noto ritratto del matematico fra’ Luca Pacioli del 1495 di Iacopo de’ Barberi, poggiato sul tavolo con un dodecaedro posto sulla copertina a mo’ di fermacarte. E appeso a un filo c’è un complicato rombicubottaedro, meravigliosamente disegnato in un capolavoro di riflessione, rifrazione e prospettiva che lo mostra come sospeso in aria, trasparente e mezzo pieno d’acqua”.
Tornando all’opera edita da Aboca Museum, il fortunato lettore contemporaneo non è lasciato solo per centellinare, in tutte le sue sfaccettature, l’antico codice scacchistico. Nell’elegante cofanetto che raccoglie la pregiata e curata riproduzione è, infatti, inserito un ricco commentario ad opera di illustri specialisti dell’arte scacchistica e della cultura paleografico-linguistica. Gli autori affrontano argomenti complessi quali il profilo storico del gioco degli scacchi, le fasi del rinvenimento, la trascrizione del manoscritto, l’attribuzione della paternità e la tecnica scacchistica usata dal Pacioli. Una splendida e sontuosa guida critica di ben 280 pagine, con numerose affascinanti illustrazioni, che ha per titolo “Gli Scacchi di Luca Pacioli, evoluzione rinascimentale di un gioco matematico”. Opera acquistabile separatamente ed autonoma rispetto al facsimile dell’antico manoscritto del matematico ed economista di Sansepolcro. Un volume indispensabile per conoscere il cammino dell’innovativa scoperta, comprenderne appieno il significato e la sua importanza.
Tra i tanti che si prodigano nel citato libro per invitare a seguire utilmente le pagine degli “insegnamenti” di Pacioli c’è il formidabile contributo “Il De ludo scachorum di Luca Pacioli” di Alessandro Sanvito, che occupa quasi tutta la seconda metà del commentario. Da scrupoloso e preparato storico degli scacchi colloca l’opera nel suo tempo, ne spiega limpidamente le origini, chiarisce l’arrivo del gioco in Europa, il contesto storico e sociale, il significato e l’evoluzione dei pezzi, le regole, le varianti locali, le ragioni e gli interessi del Pacioli scacchista, i suoi rapporti di amicizia con Leonardo da Vinci, i legami con altri manoscritti dello stesso tempo. E lo fa da studioso illuminato, senza protervia, ma con la chiara umiltà dello storico che può formulare, su ceri aspetti, solo ipotesi e che gli fa scrivere, coraggiosamente e alla fine della sua esemplare esposizione, “la sensazione di aver sfiorato la verità, non si può negare, c’è stata, ma nulla ovviamente di certo; ad altri più fortunati l’augurio di poter trovare un giorno quello che a noi è sfuggito”.
Lo stesso Sanvito, inoltre, con la sua grande maestria di tecnica scacchista, avvalendosi dell’aiuto di Attilio Bartoli Langeli per la trascrizione del testo e di Adolivio Capece per la modernizzazione grafica delle soluzioni, spiega, uno ad uno e con grande nostro diletto, i ritrovati 114 partiti del frate del Borgo di Sansepolcro. Di questi 88 giocati alla vecchia maniera o “del viejo” e 26 posizioni “a la rabiosa”, dove la Donna si muoveva liberamente e in tutte le direzioni con le nuove regole moderne introdotte alla fine del quindicesimo secolo, ancora oggi immutate.
Una impresa editoriale e culturale, almeno nel settore scacchistico, senza precedenti in Italia e che la pone all’attenzione del mondo.
(28. IX. 2007)
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(Sicilia sotto scacco). Rendendo scontenta la parte politica che oggi governa la Sicilia, il governo Prodi ha deciso, saggiamente, di accantonare il progetto del ponte sullo Stretto di Messina. Indicando, con questa scelta, che le vere priorità per le infrastrutture siciliane sono le strade e le ferrovie invece di un’opera “che aveva un suo elemento di utopia e irrealizzabilità che finiva per non rendere possibili quelle che invece sono le prime grandi esigenze della Regione”, come ha ricordato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta, parlando recentemente in una città siciliana (“Corriere della Sera”, “Letta: altro che Ponte, priorità alle strade”, 1 ottobre 2007, pagina 8).
A complicare le cose, e creando un clima di forte tensione anche alla Camera, è intervenuta la notizia della chiusura, almeno in parte, per i lavori in programma dai prossimi giorni, dell’autostrada “A3”, nel tratto Salerno-Reggio Calabria.
Una comoda occasione per restituire all’opposizione nuova attualità e improcrastinabilità al faraonico progetto del ponte. Capofila della protesta, naturalmente, il chiacchierato presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro. Al quale, come è noto, non manca una certa dose di umorismo. Ha dichiarato, come leggiamo in un comunicato Ansa del 26 settembre 2007, che, oltre a rimpiangere il blocco “degli interventi strategici per la nostra isola, quali il ponte sullo Stretto”, di dover cominciare “a temere che il prossimo passo del governo Prodi sarà la completa eliminazione della Sicilia dallo Stato Italiano. Al di là dell’ironia certo è che la nostra regione rischia il completo isolamento rispetto al resto del Paese... Continua la politica scellerata dell’esecutivo nazionale che ancora una volta mostra il più completo disinteresse per la Sicilia”.
Su questo esempio è stato facile per altri politici locali di chiedere ai siciliani di “scendere in piazza” per evitare la chiusura dell’autostrada e avere, magari subito, l’agognato ponte. Stupisce, tra le tante voci, di trovare anche quella, spesso silenziosa alla Camera, del coordinatore regionale siciliano di Forza Italia che finalmente trova l’occasione per intervenire e parlare denunciando “uno scacco matto alla Sicilia” (sic!) e chiedendo al ministro delle Infrastrutture il rinvio dei lavori.
Nessuno lamentandosi che la Sicilia, non da ora e come tutti sappiamo, si trova “sotto scacco” non per queste difficoltà viarie e mai nessuno dei politici che amministrano la trascurata isola ad indicare come fare per indicare la strategia per uscire da questa situazione di antica e storica precarietà.
(1. X. 2007)
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(Notizie poco tempestive). La “Gazzetta dello Sport” del 22 settembre 2007, a pagina 30, dedica, eccezionalmente e quasi per caso, un poco di spazio agli scacchi. L’articolo, da tempo annunciato sul sito web de “L’Italia Scacchistica”, brevissimo seppure ben svolto, lo scrive l’inviato a Trieste Simone Battaglia con il titolo “Caruana, maghetto della scacchiera”. L’incipit risponde perfettamente alla situazione conosciuta in ogni torneo dove gioca il giovanissimo e silenzioso talento, esploso a Brooklyn quando aveva 5 anni, Fabiano Caruana: “Sembrano felici. Fabiano, mamma Santina e papà Luigi sono tutt’uno. Da tre anni le loro vite ballano attorno a una scacchiera ma a loro va bene così. Cambiare casa, lavoro, e prospettive è parte del sogno americano e questa famiglia di «paisà», origini siciliane da parte di papà e lucane da parte materna, l’ha assorbita”.
E’ da dire, subito però, che, essendosi il torneo concluso il giorno 8 settembre, leggere con tanto ritardo un articolo di un giornalista inviato sul posto per seguire per tempo una gara scacchistica di rilievo, lascia sbigottiti. Credo che il grande giornalista Indro Montanelli, inviato in Ungheria nei giorni dell’eroica rivoluzione, riusciva a far giungere più tempestivamente al Corsera i suoi illuminati articoli, gloria del giornalismo degli anni Cinquanta (ora raccolti in “La sublime pazzia della rivolta. L’insurrezione ungherese del 1956”, prefazione di Miriam Mafai, Rizzoli). E pur con mille difficoltà per l’invasione dei carri armati russi e scrivendo anche lì con una delle prime Olivetti portatile, forse seduto precariamente su una pila di libri, come immortalato in una famosa fotografia. Nel nostro caso, invece, delle due l’una: o il giornalista della Gazzetta si è attardato per poter scrivere comodamente il pezzo o, più verosimilmente, dopo averlo subito scritto e inviato come suo dovere, è stato il quotidiano a prendersi tutto il tempo per cercare e trovare un poco di spazio, piccolo piccolo, per collocarlo nei colorati fogli del quotidiano sportivo, a competizione da tempo conclusa. La notizia, infatti, non necessariamente doveva essere tempestiva. Parlava solo di un torneo di scacchi e di un suo protagonista!
Un atteggiamento che non ci stupisce affatto da parte della stampa italiana, così come riteniamo ormai usuale che nessun seguito ha avuto l’annuncio della vittoria finale di Anand nel mondiale di scacchi che si è appena concluso in Messico. Nessuna meraviglia, quindi. Non dico della carta stampata, ma neanche la pagina web della gloriosa testata sportiva riporta la notizia che Anand è diventato, il 29 settembre, il nuovo campione del mondo! Gli scacchi, continuo a ripetere e almeno da noi e a parte la ristretta cerchia degli addetti ai lavori, non hanno, purtroppo, uno spazio adeguato e conforme alle aspettative di molti.
La finale del campionato mondiale è stata, infatti, praticamente ignorata come notizia. Per la cronaca, a parte i siti web del settore, come quello autorevole de “L’Italia Scacchistica” che ha dato la notizia alle ore 22:08 del 29 e, praticamente in diretta il bel blog “Scacchierando”, solo “Tgcom” e “repubblica.it” ne hanno parlato, alle ore 22:15, precedendo il breve comunicato Ansa delle ore 23:41 che riportiamo, quasi come avvenimento straordinario di informazione tempestiva, almeno per gli scacchi: “L’indiano Vishwanathan Anand si è oggi laureato a Città del Messico nuovo campione del mondo di scacchi. Anand ha pareggiato l’ultima partita con l’ungherese Peter Leko nella giornata conclusiva di un torneo durato 14 giorni che il nuovo re della scacchiera ha dominato dall’inizio alla fine. Per il secondo posto sono ancora in lizza in una sfida incrociata l’israeliano Boris Gelfand e il russo Vladimir Kramnik, il campione uscente”.
Il giorno successivo, sempre sul sito web di “Eurosport”, a firma di Max Valle, è apparso il completo articolo “Anand re degli scacchi”. E sulla carta stampata italiana? Niente. Tranne involontarie omissioni, bisogna attendere nientemeno il giorno 5 ottobre 2007 per leggere sul “Corriere della Sera”, a pagina 27, una breve corrispondenza da Milano, priva di firma, con il titolo “Scacchi, è un indiano il nuovo campione. Battute le star dell’Est”.
Non nascondiamo la delusione che procura una simile colpevole trascuratezza nel dare notizie del nostro gioco a fronte di altre sportive, se non culturali, che riteniamo meno importanti. Dove si esamina, persino, intorno ad una disciplina sportiva falsa e malata, se un pallone doveva essere meglio colpito col piede sinistro invece del destro e si scevera, fino all’inverosimile, per ore e nei salotti televisivi, perfino animandosi, di un probabile fuorigioco o dell’esistenza volontaria o meno di un fallo. Con firme e personaggi considerati “grandi esperti” e che nulla hanno però della poesia di una volta usata da Gianni Brera o della autorevole pacata dialettica che utilizza Oliviero Beha nell’interpretare i fatti sportivi. Forse, per questo, il primo non più indicato come esempio da seguire e l’altro che ci appare, almeno dalla nostra televisione, sempre più trascurato.
(5. X. 2007)
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(Ancora su Putin e Kasparov). Il prossimo marzo Vladimir Putin dovrà lasciare la carica di presidente. Per la Costituzione russa non può ottenere un terzo mandato consecutivo. “Il Corriere della Sera” del 2 ottobre 2007, nel darne notizia nel taglio medio della prima pagina con il titolo “La mossa di Putin: diventerò premier” e il sottotitolo “Piano per aggirare il divieto della terza presidenza. «Sono disponibile»”, ospita, appena sotto, il puntuale commento di Franco Venturini “Uomo di paglia cercasi”. “Putin, si sa, non ha mai pensato di ritirarsi a vita privata”, scrive l’ascoltato editorialista di politica internazionale e continua, “ma la Costituzione gli vieta di candidarsi alla presidenza per tre volte «consecutive», e il presidente ha sempre rifiutato di cambiarla soltanto per garantirsi un nuovo mandato. Il problema, allora, è di rispettare la lettera della legge senza perdere il potere e senza precludersi un ritorno al Cremlino. Roba da poco, per il massimo dirigente di un popolo di scacchisti”. Il 2 dicembre 2007, quindi, è la data del voto per il rinnovo della Duma, il parlamento russo, che Putin conta di vincere come capolista del suo partito «Russia Unita». Sceglierà intanto il possibile docile candidato che sarà eletto a marzo e continuerà a governare, nel frattempo, come primo ministro nell’attesa del 2012 o anche prima se il “presidente di paglia” decidesse di abbandonare la sua carica per qualche ragione, anzitempo. In quest’ultimo caso “a norma di Costituzione dovrebbero essere indette elezioni presidenziali anticipate. Con l’esito che oggi appare scontato”.
In questi stessi giorni, uno dei più grandi giocatori della storia degli scacchi riceve aperte minacce di morte da parte del Parlamento ceceno per aver criticato il suo presidente e non riesce a veder pubblicato tempestivamente il suo libro “Gli scacchi come modello di vita”, in occasione della Fiera del Libro che si inaugura in questi giorni a Mosca. Al riguardo, scrive “Il Giornale” del 29 settembre 2007, a pagina 10, con una nota di redazione, “Kasparov si improvvisa scrittore ma il Cremlino lo mette a tacere”. L’unica partita, non di scacchi ma politica, che Kasparov sinora è riuscito a vincere è quella della sua recente designazione di candidato ufficiale del movimento di opposizione «L’Altra Russia». “La Stampa” dell’1 ottobre 2007, a pagina 14, riporta la notizia siglata [E. St.] con il titolo “Kasparov sfiderà Putin alle presidenziali del 2008”. Il campione, si legge, “ha stravinto - 379 voti su 494 - sugli altri cinque candidati in lizza, tra cui il moderato ex governatore della Banca centrale Viktor Gherashenko, e soprattutto l’ex premier Mikhail Kasjanov, considerato per molto tempo l’alternativa più valida da schierare contro la squadra di Putin”.
Il giorno successivo, 2 ottobre 2007, anche “la Repubblica”, a pagina 11, pubblica un’intervista di Kasparov raccolta da Pietro Del Re con il titolo “Ma così addio democrazia la Russia va verso la dittatura”. E’ triste, dice l’ex scacchista, “dover ammettere che Putin resterà il capo di un clan mafioso”. Poi Del Re chiede delle sue speranze di vincere per le presidenziali del 2 marzo 2008. E Kasparov, con lucidità ed amarezza, risponde: “Sarei un pazzo se le dicessi che le mie ambizioni fossero quelle di venir eletto, perché in Russia questa possibilità, per un outsider quale sono io, non esiste. Ho accettato di candidarmi per un principio: la democrazia. Voglio rendermi conto di persona se ci sono almeno le possibilità di partecipare a queste elezioni. Al momento noi abbiamo pienamente rispettato le regole. Abbiamo, per esempio, svolto le primarie all’interno del nostro partito. Ma non siamo disposti a cedere su nulla per quanto riguarda le nostre prerogative”.
Una partita certamente difficile per Kasparov, quanto facile appare quella di Putin.
(5. X. 2007)