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Quinto numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.
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Due figure. Una di un bambino, l'altra di un uomo maturo, pieno di risorse e responsabilità. Non posso fare a meno, infatti, leggendo l'articolo di oggi, mercoledì 21 aprile 2004, su "La Stampa" a pag.12, che annuncia con grande risalto la scomparsa, a 65 anni, dell'ingegner Giorgio Falk, discendente da una delle più note famiglie imprenditoriali milanesi, di ricordarlo nella disinvolta e attenta posa che lo ritrae mentre gioca a scacchi e che il quotidiano pubblica a corredo di un affettuoso e informato addio di Fiorella Minervino. Falk era, infatti, un grande appassionato oltre di vela anche di scacchi che, come riferisce "L'Italia Scacchistica", aveva imparato da ragazzino, frequentando la famiglia D'Urso e che praticava spesso nei tornei di Portofino in modo "estroso e brillante ed era un amante dei gambetti". Era noto e il suo caratteristico modo di sedersi sulla sedia mentre giocava, quasi alla turca, con le gambe incrociate e bene ha fatto il quotidiano a scegliere proprio un'immagine che lo ritrae, assorto davanti la scacchiera, in questa posa. E in lui ho visto un bambino felice, uomo meno fatuo o svagato di quello che lui stesso amava apparire.
Ho conosciuto all'Hotel Villa Belvedere di Taormina, lo scorso novembre, in occasione del torneo internazionale "Memorial Claude Pècaut", competizione completamente e inspiegabilmente trascurata dai mass-media italiani, il riservato e giudizioso MI norvegese Magnus Carlsen, con un simpatico aspetto fisico che dimostra ancora meno dei dodici anni appena compiuti. Mi ha stupito la sua serietà e la sua attenzione nel giocare e il suo elegante modo di muovere il pezzo, che veniva preso e spostato con cura e decisione, gesti veramente sorprendenti per la sua età, da uomo adulto ed equilibrato. Accanto a sé, quasi a ricordare ai due o tre spettatori presenti che era ancora un bambino, sul tavolo vicino alla scacchiera, teneva, oltre una boraccia, una ciotola con pezzi di cioccolato che veniva, di tanto in tanto e furtivamente, alleggerita. Ricordo, in particolare, il suo strano modo di sedersi, quasi accovacciato e seduto sulle sue stesse gambe a mò di cuscino, come fanno tutti i bambini costretti a stare parecchio tempo immobili. Ora apprendo, con grande gioia, che è diventato il più giovane Grande Maestro del mondo all'Open di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, che si è concluso lo scorso 28 aprile. E ho rivisto la fotografia, riportata sul quotidiano "La Stampa", del famoso industriale, anch'egli semplice e sovente zitto: entrambi stavano seduti allo stesso modo e guardavano la scacchiera con la stessa disarmante intensità.
(30. IV. 2004)
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Almeno in un'altra occasione abbiamo parlato di Massimo Franco, inviato e notista politico del Corriere della Sera e periodico conduttore di "Prima Pagina" su Rai3 di uno dei nostri insostituibili mattutini appuntamenti con la radio. Oltre che i suoi giudizi equilibrati di informata politica, apprezziamo della sua quotidiana "La Nota" l'esatto uso che egli fa della terminologia scacchistica. Ci domandiamo, anzi siamo sicuri, che nel tempo libero ama giocare a scacchi. Ci siamo ripromessi, in qualche modo e presentandosene l'occasione, di domandarglielo e così conoscere anche l'interesse che attribuisce a questo affascinante nostro gioco. I suoi riferimenti agli scacchi, infatti, sono ricorrenti nei suoi articoli e sempre puntuali. Come il titolo d'oggi, a pagina 5 di mercoledì 19 maggio 2004, a proposito della "mozione" sul ritiro dei nostri militari in territorio iracheno e sui timori di essere spiazzati dall'Onu e i rapporti di questo nodo politico nel dibattito parlamentare, che sta per iniziare, con Chiesa e Quirinale, <"Tutti a casa" in bilico. Stallo nel centrosinistra".>
(19. V. 2004)
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Anche la cantante Mina, che continua a regalarci intense emozioni con le sue interpretazioni, cura su "La Stampa" ogni domenica e sempre in prima pagina una rubrica di costume e opinione molto apprezzata e seguita. Stamane, nel divertente articolo "La topolina senza maschio", che sicuramente le avrà strappato una piegolina delle labbra nel suo caratteristico sorriso, parla della topolina Kaguya, nata, grazie allo scienziato Tomohiro Kono e la sua équipe giapponese, da una cellula riproduttrice non fecondata. E si diverte ad immaginare un mondo senza maschi dove, non incorrendo nelle volgarizzazioni susseguenti alla invenzione "bio-tecno-fanta-epocal-apocalittica", tra le diverse ed esilaranti ipotesi fatte, scrive che non sarà più possibile "giocare a scacchi, se non inventando una scacchiera con due regine e due cavalle per parte".
(25. V. 2004)
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Non amiamo molto la televisione che, giorno dopo giorno, nell'impoverimento dell'omologazione, scende a livelli sempre più bassi della banalità e volgarità. E proprio oggi che la tv è diventata, come ha scritto il corsivista Massimo Gramellini su "La Stampa" nel suo quotidiano "Buongiorno", "una fabbrica di sogni bugiardi" stupisce di aver potuto assistere, e appena ieri, all'eccezionale programma "L'Italia colpita al cuore", in prima serata a "La7": la tragedia del Vajont raccontata da Andrea Monti. Un modo intelligente e partecipe (se non fosse per gli intermezzi pubblicitari che in programmi, specie come in questo, infastidiscono non poco) per riflettere e per non dimenticare.
Abbiamo rivissuto il dramma di una intera comunità, con interviste recenti e immagini tratte da documentari dell'epoca, cancellata, in una manciata di minuti di apocalisse, dalla faccia della terra (cinque paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè e con l'olocausto di duemila vittime). Già Marco Paolini con la sua mirabile e accorata "orazione civile" (con il bel libro scritto, originariamente per il teatro, con Gabriele Vacis "Il racconto del Vajont ", Garzanti, ora anche in DVD, Raidue e Moby Dick-Teatri della Riviera, entrambi del 1997) che è diventata un vero e proprio capolavoro di lucida denuncia di una tragedia "tipicamente italiana", lo aveva proposto sin dal lontano 1993, di fronte ad un pubblico attento e partecipe, nelle piazze, nelle scuole, nelle radio e nei teatri di tutta Italia.
Qui non possiamo non dimenticare che un solo particolare: siamo a metà trasmissione, dopo il disastro causato non dalla natura ma dall'arroganza dei potenti, quando le immagini pietose seguono i parenti e i soccorritori alla ricerca dei corpi dei loro cari e degli oggetti superstiti. Ad un certo punto l'inquadratura si sofferma, zumandola, anche su una scacchiera, rimasta ben visibile, tra i detriti, con le sue 64 case bianche e nere, miracolosamente intatta. Chi erano i giocatori, quale era la loro età, com'erano i loro volti, quale sarebbe stato il loro futuro? Forse giocavano quella stessa sera, alle 22,39 di quel tragico 9 ottobre 1963, quando un'onda di 70 metri superò gli argini della diga del Vajont a causa del distacco, dal monte Toc, dietro la diga, di 260 milioni di metri cubi di roccia, sollevando un'onda di cinquanta milioni di metri cubi, di cui venticinque bastarono a porre termine, non solo alla partita, ma a tutto? Nell'assoluto buio e nell'irreale silenzio dei momenti precedenti rivivono i ricordi dei superstiti ed è come se tutti noi fossimo in quel luogo, ancora sereni ad assistere a una pagina di questo gioco regale, davanti alle figure ben ordinate sulla scacchiera, pronte ad essere mosse, sperando ancora "che Dio ce la mandi buona!", se non fosse per "il rumore… quello non lo puoi immaginare… il rumore… il rumore …", due bombe atomiche di Hiroshima! E ci vengono a trovare, con prepotenza, insieme al peso dell'immane tragedia, gli appassionati interventi della giornalista montanara, testa dura e già staffetta partigiana nella Resistenza, Tina Merlin. Con il suo volto smarrito ricordiamo la sua comparsa in giudizio per aver scritto l'articolo su L' Unità "La SADE spadroneggia ma i montanari si difendono", dove lucidamente, e per tempo, denunciava le responsabilità della società costruttrice e segnalava i pericoli della costruzione del bacino. E la gioia, rivelatesi poi inutile, per la sua inaspettata assoluzione, perché, recita la sentenza, nell'articolo incriminato, apparso più di un anno prima dell'immane disastro, "nulla vi è di falso, di esagerato o di tendenzioso" (Milano, 30 novembre 1960). Alla memoria di quest'eroina dei nostri tempi, nel bel profilo tracciato da un altro da noi amato montanaro, Mario Rigoni Stern, dedichiamo queste righe, piene d'accorato dolore. Ma non possiamo finire, come ha fatto d'altronde il bel documentario che ci ha dato lo spunto per queste brevi considerazioni sulla scorta di una povera scacchiera abbandonata, di stigmatizzare l'eloquente, e, immaginiamo lautamente retribuita, memoria scritta dell'avvocato dei dirigenti della Sade e dell'Enel, Giovanni Leone, poi diventato Presidente della Repubblica Italiana costretto a dimettersi, che tanto peso ebbe sul tribunale dell'Aquila che non riconobbe, appunto, la prevedibilità della frana. E' che dire anche dell'aberrante interpretazione della difesa, fatta propria dai giudici, sul principio di "commorienza" (se padre e figlio sono morti nella sciagura, si presume che siano deceduti contemporaneamente!) in modo di escludere gli eredi-nipoti sopravvissuti dal diritto al risarcimento. E come considerare, infine, la vergognosa e successiva speculazione dei soliti "furbi" (siamo conosciuti, purtroppo anche per questo, nel mondo!) sulle licenze commerciali per poche lire acquistate dagli speculatori a danno dei poveri artigiani e commercianti di quelle comunità, pur nel rispetto formale di una legge creata apposta per proteggere i più deboli e fare ripartire l'attività economica di quei infelici luoghi? Come si fa a capire tutto questo? Una tragedia veramente e tristemente "tipicamente italiana" che non deve e non può mancare di farci riflettere profondamente.
Anche una semplice e disadorna scacchiera, tra i poveri e pochi oggetti salvatasi dal disastro, pensiamo, deve servirci per aiutare tutti noi a non dimenticare e a costruire un domani migliore…
(25. V. 2004)
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Come un bambino che ritrova le sue palline di vetro dimenticate, gioisco quando nella mazzetta dei quotidiani a me riservati capita di leggere un articolo sugli scacchi. Stamani lo trovo, in bell'evidenza, addirittura in prima pagina, in una nota di spalla, a firma di Alberto Papuzzi su "La Stampa", che parla degli imminenti - l'inizio è previsto a Tripoli il prossimo 18 giugno - mondiali FIDE in Libia e che dovrebbero, finalmente e in un prossimo futuro, contribuire a designare un unico re degli scacchi. Il titolo, "Scacchi vietati a Israele", porta con sé, questa volta, una nota di infinita tristezza, come se quel bambino scoprisse che le palline ritrovate fossero scheggiate e non più utilizzabili per il suo fantastico gioco che si accingeva ad iniziare. E' ancora possibile operare legittimamente simili scelte "politiche" di vergognose discriminazioni? "Come quando", scrive l'articolista, "nella guerra fredda Fischer e Spassky erano l'immagine di libertà americana e burocrazia sovietica (e Kissinger costringeva Fischer a battersi). O come quando, nel campionato dl mondo dell'81 a Merano, Victor Korchoj non si alzò al suono dell'inno russo e la gente gridava < Libertà! Libertà >. O come per l'eccezionale confronto tra Karpov e Kasparov, rappresentanti tanto nel look che nel gioco il primo del gelido breznevismo, l'altro delle folate del dissenso".
Mi piace, al riguardo, ricordare, come fa Enrico Deaglio al termine della sua bellissima storia di Giorgio Perlasca "La banalità del bene" (Universale Economica Feltrinelli, 1993), un episodio di spontanea reazione alla scritta "Via i sionisti dall'Italia" apparsa su adesivi gialli a forma di stella apposti su diversi negozi di un quartiere romano. Due giorni dopo, il 9 novembre 1992, anniversario della "notte dei cristalli" nella Germania nazista del 1938, diverse decine di migliaia di studenti sfilarono in corteo per protesta. Spontaneamente, moltissimi ragazzi avevano apposta sui vestiti, o disegnata con un pennarello sulla faccia, una stella gialla con la scritta "siamo tutti ebrei".
Ancora una volta gli scacchi irrompono nella politica, calpestando troppa memoria ed esibendo la loro vera anima. Il motto della Fide, "Gens una sumus", viene così disatteso, in modo oltraggioso, insieme alla legittima aspettativa, da tutti avvertita, di unificare il titolo e di considerare il gioco degli scacchi, finalmente, solo una leale e figurata rappresentazione della guerra e non della politica.
(3. VI. 2004)
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Ritrovo, tra gli appunti delle cose da fare, un piccolo ritaglio di giornale. Non ricordo da quale quotidiano è stato prelevato e chi ha scritto l'articolo e l'argomento trattato. Non ho preso appunti questa volta… Credo che si riferisse all'artista concettuale Alighiero Boetti. Custodisce una breve considerazione. Un piccolo pensiero. E' bellissimo, nella sua accattivante semplicità. Lo trascrivo e faccio mio:
"La scacchiera fulcro della concezione boettiana, nell'insegnamento ebraico rappresenta la metafora della vita: si può avanzare solo di un passo alla volta, non si può tornare indietro, quando si raggiunge la vetta si può andare dove si vuole".
(18. VI. 2004)
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E' da segnalare, e salutare con grande gioia, il libro "Partita Spagnola" di Alessandro Baricco e Lucia Moiso, che la Dino Audino Editore, ha mandato alle stampe nel marzo del 2003, con una bella prefazione di Goffredo Fofi e con un post-scriptum dello stesso Baricco, avendolo scritto nel 1986 quando aveva 28 anni e non aveva ancora pubblicato niente. Non tratta, evidentemente, della scoperta di una nuova "variante di Arcangelo" di questa antica e affascinante apertura, ma della vita, in forma di sceneggiatura cinematografica, mai tradotta in film, dell'evirato cantore settecentesco Carlo Boschi (1698-1756), detto Farinelli. Anzi un momento della vita della celebre "voce divina" quando, dopo avere cantato nei massimi teatri italiani, a Vienna e a Londra, fu chiamato a Madrid dalla regina Elisabetta Farnese come "coatto terapeuta" e costretto a cantare le sue arie ogni sera nella stanza attigua alla camera di Filippo V, afflitto da un'inguaribile malinconia che soltanto quel canto sublime poteva sedare.
Nel momento di assumere l'incarico, il ministro Pineda, nel suo studio della residenza reale di Aranjuez, dove sono sparse scacchiere un po' dappertutto e di tutti i tipi, domanda se sa giocare a scacchi e Farinelli risponde "Io canto, Signore, non gioco a scacchi". Ecco allora quanto spiega il diplomatico, nell'immaginaria ricostruzione fatta dagli autori della sceneggiatura, "Peccato. E' un gioco da cui si imparano molte cose" (Pineda si avvicina a una delle numerose scacchiere che sono disseminate per la stanza. I pezzi sono d'argento, bellissimi). "Vedete", continua, "Tutto gira intorno al re (prende in mano il pezzo) è in realtà un pezzo debolissimo: lento, impacciato, non saprebbe difendersi da sé. (lo ripone nella scacchiera) Non a caso gli hanno messo di fianco il pezzo più forte: la regina. Che è onnipotente: padrona della scacchiera. Avete mai visto, Farinelli, di cosa è capace una regina? (non aspetta la risposta) E intorno tutti gli altri, ognuno con il suo particolare compito di assolvere: ognuno a modo suo… torri, alfieri, cavalli… ognuno a modo suo, ma tutti per salvare quel re debole, goffo, rintanato in un angolo della scacchiera… (mette il re in posizione di arrocco) E sa perché? Perché se il re muore, tutti muoiono; se il re è perduto, tutto è perduto. Così ognuno fa la sua parte, dalla regina all'ultimo dei pezzi. Questo pedone ad esempio: (tocca il pedone che sta davanti al re; guarda Farinelli) alle volte non si è che un pedone, semplicissimo. Vedete, magari questo pedone non si muoverà mai da lì, per tutta la partita neanche una mossa; per tutta una partita, che potrà essere lunghissima, lui rimarrà nella casella accanto al re: e questo, e nient'altro sarà il suo compito: stare nella casella accanto al re. Assurdo, no? Eppure io vi dico che proprio lui salverà il re."
E comincia così per il cantante una partita che durerà tutta una vita, ogni sera e per nove anni e che gli farà esclamare, nell'unica occasione di essere al cospetto del re stupito della sua presenza e dei motivi che lo avevano spinto a rimanere per tanti anni a cantare solo per lui, "Maestà, voi credete che se uno gioca una partita, e quella partita dura tutta una vita… e alla fine la perde… voi credete che quello significhi aver buttato via la vita?".
Dopo la morte di Filippo V, Farinelli rimase in Spagna ancora tredici anni, alla corte del nuovo re Ferdinando VI. In pubblico non cantò mai più. Quando tornò in Italia si ritirò a Bologna, in una villa in cui raccolse la sua preziosa collezione di clavicembali e dove morì.
Questa di Farinelli rimarrà, ai nostri occhi e alla nostra mente, la partita più lunga. Niente in confronto di quella considerata primato mondiale, con 269 mosse, tra il MI Stanimir Nikolic e Arsovic, giocata a Belgrado nel 1989. E ancora meno della recente partita maratona di ben 159 mosse (7 ore e 30 minuti), quasi primato italiano, di cui parla Adolivio Capece nel numero 1169 de "L'Italia Scacchistica", tra il grande maestro serbo Sinisa Drazic e il quindicenne Denis Rombaldini di Pesaro che, per la cronaca, è uscito sconfitto (CBA, Circolo Filologico di Milano, il 21 maggio 2004).
Per finire, non abbiamo citato, volutamente, il non riuscito film di Gérard Corbiau "Farinelli, il castrato", imperniato sul "diverso", mentre segnaliamo l'ottima colonna sonora del film curata da Chistophe Rousset nell'esemplare CD Audidis (K1005) registrato presso l'Arsenal Metz, nel luglio del 1993, con le arie più famose di Riccardo Broschi e di altri musicisti del settecento, interpretate con la "fusione" dei valenti lirici Ewa Mollas-Godlewska (soprano) e Derek Lee Ragin (controtenore) e il completo lavoro sulla vita del grande cantante di Sandro Cappelletto "La voce perduta", E.D.T. Edizioni di Torino, 1995.
(22. VI. 2004)