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Quarantanovesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.
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(Personaggi terrificanti). “Scacco matto al killer russo. Si apre il processo a Piciushkin, che voleva uccidere tante persone quante le caselle di una scacchiera” è l’agghiacciante notizia che appare oggi, con grande evidenza, quasi nell’intera pagina 15 del quotidiano torinese “La Stampa”. A scrivere l’articolo è la brava Anna Zafesova e sembra di leggere, in questo agosto zeppo di morti ammazzati, una storia non vera ma inventata per la letteratura poliziesca o per il cinema dell’orrore. Una vicenda di terrore rappresentata non con la candida leggerezza del chapliniano “Monsieur Verdoux”, costretto dalla Grande Depressione ad uccidere per sopravvivere, ma materializzata con la ferocia di un novello Barbablù che assassina unicamente per il gusto di ammazzare e diventare celebre. Un personaggio degno del più terribile dei racconti romanzati che hanno fatto la fortuna degli “omicidi seriali” e, in pittura, ricordano lo straziante “urlo” di Edvard Munch.
Alexandr Piciushkin, 32 anni, noto come “il maniaco di Bitza”, dal nome del parco boscoso alla periferia sud di Mosca suo privilegiato terreno di appostamento, ha confessato 62 omicidi. Due in meno di quanti ne aveva pianificati per arrivare allo stesso numero delle caselle di una scacchiera. “Appassionato scacchista”, scrive la Zafesova, “sognava di raggiungere il traguardo dei 64 morti, per riempire le caselle della scacchiera, una griglia dell’orrore che compilava con calligrafia minuta in un quaderno: nome, luogo, circostanze. «Siamo andati con Nikolaj al parco, l’ho fatto bere, l’ho colpito alla testa, ho gettato il cadavere nel tombino»”.
Il “serial killer degli scacchi”, come soprannominato da Massimo Polidoro nell’articolo “Il killer degli scacchi: ha ucciso una persona per ogni casella”, apparso a pagina 16 de “il Giornale” del 3 agosto 2007, “oltre dalla vodka sembra essere ossessionato dagli scacchi. Nel Paese dei più grandi scacchisti del mondo, sembra quasi normale che una mente malata potesse crescere con l’idea di trasformare un gioco tranquillo come quello degli scacchi, in una sfida mortale alle forze dell’ordine”. Si è dichiarato colpevole di più omicidi di quanto gli inquirenti siano riusciti a provare, finora 49. Sceglieva le sue vittime, una per ogni casella, in modo casuale e ciò aveva impedito agli investigatori, nonostante gli appostamenti, di arrivare a lui. E’ stato scoperto nel giugno del 2006, dopo quindici anni di delitti impuniti e dopo l’uccisione della sua ultima vittima, una donna: Marina Moskaliova. Anche lei era stata adescata, probabilmente come gli altri sconosciuti, per bere un bicchierino di vodka nel parco non lontano da casa, in ricordo del cane morto da poco. Ora dalla tomba lo accusa: si era premurata di lasciare al figlio il numero di cellulare del suo accompagnatore.
Solo dopo un estenuante interrogatorio dell’ispettore Iskandar Galimov, riferisce Polidoro, l’assassino, alla fine, ha confessato: «Lo sa da quanto tempo faccio questa vita? Dal 1992. Sono quindici anni che vado avanti. Quell'anno uccisi il mio compagno di studi. Non provai nulla. E poi continuai. Sceglievo soprattutto vecchi, uomini e donne. Sono più deboli. Una ventina li conoscevo. Gli altri li sceglievo a caso, al parco. Offrivo loro un sorso di vodka, si iniziava a chiacchierare e quando meno se lo aspettavano... bang! Colpivo con il martello alla nuca. Dopo la prima dozzina mi venne in mente qual era il piano grandioso che avrei dovuto portare a termine: uccidere una persona per ognuna delle caselle degli scacchiera, 64. Altro che Kasparov, sarei stato io il più grande scacchista del mondo!».
L’esito del processo, appena iniziato, appare scontato: nessuna ulteriore perizia psichiatrica, “per i medici risulta «normale». Voleva soltanto diventare famoso”.
Un altro nome si aggiunge a quello di Andrej Cikatilo, soprannominato il mostro di Rostov e giustiziato a Mosca nel 1994 dopo oltre cinquanta omicidi, e ai tanti criminali che hanno lasciato una lunga scia di orrore nel mondo. Nessuno sino ad ora spavaldamente nascondendosi dietro una scacchiera degli scacchi.
Un gioco, gli scacchi, che, seppure definito violento, si esprime universalmente in modo intellettuale e pacifico, come fanno ricordare, per rimanere in un ambito “poliziesco” seppure più leggero, il parroco don Matteo e il maresciallo dei Carabinieri Nino, investigatori “appassionati di scacchi” della fortunata serie televisiva. Poco importa l’esito della partita e il dover necessariamente vincere, bramando un momento di gloria. Conta fra i due, piuttosto, come recita la locandina dello sceneggiato, che «il caratteristico momento della partita a scacchi sia un'occasione per i due amici di fare due chiacchiere, di confidarsi, e, il più delle volte, scambiarsi informazioni sullo stato delle indagini».
(14. VIII. 2007)
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(La Cina è sempre più vicina). Tra i coloriti personaggi della nuova Cina che popolano il bellissimo libro recente “Il manager dei bagni pubblici” (Bompiani, pp. 214), non c’e Zhang Yimou. Altri nomi apparivano. Perlopiù di gente semplice intenta a svolgere mestieri antichi e disprezzati, quali la pulizia, che dà il titolo al libro, delle cinquemila latrine pubbliche di Pachino. Il nome di Yimou si affaccia solo ora, ma con gran risalto riparatore, sul “Corriere della Sera” a pagina 11 del 9 agosto 2007 in una lunga intervista di Fabio Cavalera, autore appunto del fortunato succitato saggio sul “nuovo Celeste Impero”, dal titolo “Zhang Yimou: «La mia partita a scacchi con il regime»”.
Il corrispondente da Pechino del quotidiano milanese, con la maestria del vecchio cronista, in pochi tratti ci fa conoscere, subito, il personaggio e il suo difficile incarico: “«Io? Chi? Proprio io? Io, piegato dal regime? O inginocchiato davanti al regime?». Zhang Yimou, il regista di tanti capolavori del cinema cinese (Sorgo rosso, Lanterne rosse, Vivere!, Hero, La foresta dei pugnali volanti) e prossimo presidente di Giuria al festival di Venezia, ha un sorriso dolce, una voce calda. E si porta appresso un «compitino» difficile: gli tocca l’impresa di ideare e dirigere l’apertura dei Giochi del 2008. Una bella gatta da pelare”.
Il giornalista cerca di comprendere, con costanza ed insistenza, l’ineluttabile dilemma dell’intellettuale nel dare espressione al proprio pensiero e nel sentirsi ugualmente libero nella Cina comunista. Ma il regista è “calmo e ci ride su, sprofondato nella poltrona di una stanza che gli è stata messa a disposizione a due passi dal «Nido» olimpico, nella palazzina della cerimonia inaugurale dove da alcuni mesi il maestro corre dietro alla fantasia, alla storia, alle tradizioni della Cina più profonda”. Risponde, amabilmente: “«Bisogna comportarsi come i grandi giocatori di scacchi. Avere pazienza. Capire. Muovere le pedine giuste al momento giusto. Io mi sento un giocatore di scacchi impegnato in una partita senza fine. Non c’è necessità di urlare, di manifestare. Basta obbedire alla propria coscienza e giocare, come le ho detto, a scacchi avendo le idee chiare»”. A questo punto, è obbligatoria la domanda di Cavalera se è mai consentito giocare a scacchi con il regime e se ciò comporta per un artista il dover scendere a compromessi. La risposta appare immediata: “«Vede che sbaglia? Perché usare il termine compromesso? Negli scacchi non esiste il compromesso, esiste la strategia»”. Il giornalista, allora, insiste sulla crudele necessità di convivere con la censura. Zhang Yimou, una volta osannato come intellettuale controcorrente nella Cina comunista e adesso criticato per essere diventato “il megafono più raffinato e originale del gruppo dirigente postcomunista, mezzo socialista e mezzo capitalista”, risponde, serafico e senza scomporsi: “«C’è. Loro insistono e io insisto con le mie idee. E’ una convivenza fra reciproche insistenze e convinzioni. Gli scacchi. Gli scacchi... io, ad esempio, insisto col mio sogno». Lo può dire? «Mi piacerebbe fare un film sulla Rivoluzione culturale, una pagina di storia che resta un tabù per la Cina». La Rivoluzione culturale vista da Zhang Yimou: scacco matto. «No, solo alla regina, una bella mossa. Ma lontanissima»”.
Un paese appartato la Cina, pieno di primati, di esagerazioni e di eccessi ma sempre più vicino e sempre più ricco di personaggi straordinari, come quelli abilmente presentati da Cavalera, che si muovono coraggiosamente nonostante le molte nubi all’orizzonte. Come in una difficile partita a scacchi. Non a caso il giornalista Claudio Giacchino, al termine delle Olimpiadi degli scacchi di Torino, il 5 giugno 2006, scriveva su “La Stampa”, nell’articolo “L’Armenia dà matto al mondo, ma il futuro è dei cinesi”, «la medaglia d'argento conquistata dalla Cina è un altro dato storico della rassegna taurinense, il primo segnale che gli scacchisti selezionati da Pechino sono pronti a diventare i nuovi padroni, che l'onda cinese travolgerà presto, come prevedono gli esperti, tutto e tutti». Solo che nel gioco degli scacchi le regole sono certe, immutabili e i comportamenti non producono, come in questi giorni capita di leggere (non certo in giornali cinesi, con esclusione di quelli di Hong Kong!) e senza voler affatto generalizzare, pericolosi giochi “con effetti tossici”, riservati ai bambini.
Anche ciò, indubbiamente, un aspetto di una partita rischiosa di un Paese che, forte delle sue “Olimpiadi 2008”, ormai si affaccia nel palcoscenico mondiale e bussa, con sempre maggiore insistenza, alla porta principale dei nostri confini e con il quale dobbiamo conseguentemente e senza ideologici pregiudizi convivere. Ma fermi nel rispetto e nel far rispettare i fondamentali diritti umani, senza “tenerezza interessata” da parte del Comitato olimpico internazionale e dell’Occidente, come con forza ha avuto occasione di ripetere l’appassionato giornalista Candido Cannavò, storico direttore della “Gazzetta dello Sport” e scrittore catanese non solo di avvenimenti sportivi.
(18. VIII. 2007)
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(La famosa frase di un dittatore scacchista). La morte a 69 anni di Galina Džugašvili, l’ingombrante nipote di Stalin, avvenuta lunedì scorso nell’ospedale militare “Burdenko” di Mosca, consente di ricordare una pagina di storia agghiacciante.
Nella quasi intera pagina 13 del quotidiano “La Stampa” del 29 agosto 2007 appare un articolo di Giulietto Chiesa con il grande titolo, collocato sopra alcune fotografie di sereni “ritratti in famiglia” del dittatore georgiano, “Muore la nipote di Stalin. Una vita all’ombra del male”. E il sottotitolo: “L’amaro destino di Galina: la condanna a morte del padre fu scritta dal nonno dittatore”.
“Quando morì suo padre, Jakov Josipovic, lei aveva appena 13 anni”, scrive il giornalista parlando di Galina Džugašvili e continua: “Non è dato sapere se fu trattata come figlia di un nemico del popolo, come dice una certa vulgata, oppure se mantenne una parte dei privilegi che il fatto di essere la nipotina di Stalin comportava”.
In effetti, a tutto oggi non si sa come morì effettivamente il figlio della prima moglie di Stalin e padre di Galina, pilota dell’Armata Rossa. Giulietto Chiesa, vero esperto di vicende russe, non sembra affatto credere alla leggenda che morì nel 1943 nel campo di concentramento nazista di Sachsenhausen “dopo che suo padre aveva rifiutato sprezzatamente di scambiarlo con il generale Von Paulus, catturato a Stalingrado dai sovietici. «Non scambio un soldato con un generale» avrebbe esclamato Stalin, secondo uno dei suoi agiografici dell’epoca. Frase quasi scacchistica che avrebbe dovuto mostrare ai sovietici, che stavano morendo come mosche su centinaia di campi di battaglia sul proprio territorio, come il loro condottiero supremo non facesse sconti a nessuno, nemmeno al prezzo del suo sangue”.
Altri storici, chiaramente non agiografi, ritengono, piuttosto, che Jakov Džugašvili sia uno dei soldati russi sopravvissuti alla guerra e che morì in circostanze misteriose, forse suicidandosi o in un tentativo di fuga. Per lui, almeno, morendo prima, fu risparmiata la ferocia illimitata di suo padre che aprì un altro calvario, ancora più tremendo, per le migliaia di prigionieri sovietici liberati e rientrati in patria al termine della guerra. Facendoli morire di stenti, insieme con altri 20 milioni di persone innocenti ma ritenuti “nemici del popolo”, dopo essere stati forzatamente trasferiti nell’arcipelago del Gulag. Lo scrive Chiesa, lo sostengono i massimi studiosi mondiali del comunismo come Robert Conquest e Stéphane Courtois. “Chi era stato nelle mani del nemico doveva, prima di tutto, spiegare come e perché era rimasto vivo. E se era vivo c’era il rischio che avesse collaborato. E a quei tempi non si usava andare per il sottile. Kolymà era laggiù a svolgere la funzione del giudizio divino”.
Josif Vissarionovic Džugašvili, detto Stalin, che non amava Jakov e con il quale anzi mai aveva avuto buoni rapporti, in definitiva, “non avrebbe potuto tollerare che suo figlio fosse caduto in mano nemica. Un atto che allora veniva giudicato assai simile al tradimento e che non meritava né compassione né perdono”.
Sembra, al posto della nobile frase “quasi scacchistica” citata da Chiesa, di aver disconosciuto il figlio, disumanamente affermando: «Non conosco traditori».
(29. VIII. 2007)
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(Mantova tra Nobel e scacchi). E’ sempre affascinante assistere all’incontro tra gli scacchi e la cultura. Un accostamento che non dovrebbe mai mancare in ogni competizione sportiva di scacchi e, viceversa, in ogni manifestazione culturale. Come è accaduto, ultimamente, con l’undicesima edizione del “Festival della Letteratura” che si è svolto a Mantova, con grande successo e partecipazione, dal 5 al 9 settembre 2007.
Il merito è di due librai mantovani, Luca Nicolini e la moglie Carla Bernini, inventori del Festival divenuto modello, copiatissimo, di un rapporto diretto tra scrittori e lettori. “Tuttolibri” di sabato 1 settembre 2007, con l’autorevole firma di Giorgio Boatti, ha dedicato a questi ancora giovani amanti della lettura di libri che durano nel tempo, entrambi laureati all’Università di Bologna lui in storia e lei in filosofia, l’intera pagina VIII, con il simpatico titolo “Noi sul Nautilus con Strogoff e Tex”. Ma tutti gli organi di informazione si sono soffermati a lungo, in questi giorni, a parlare del festival come sapiente occasione per un invito alla lettura e all’approfondimento culturale. E tutti, indistintamente, hanno parlato anche di scacchi.
Nel fitto calendario di incontri si sono succeduti, nello straordinario scenario di piazze, cortili e palazzi della città di Virgilio e dei Gonzaga, i premi Nobel della letteratura Wole Soyinka e Orhan Pamuk, scrittori stranieri di successo, come Frank McCourt e David Grossman, autori italiani affermati, come Serena Vitale, Alberto Arbassino e Gianfranco Ravasi. E, oltre a ricordare il centenario della nascita di Astrid Lindgren, di Margherite Yourcenar, la scuola di Barbiana e don Milani, si è presentato il campione del mondo di scacchi del 1969, Boris Spasskij, per discutere, oltre che di scacchi, di “guerra fredda” con il giornalista Demetrio Volcic.
Ancora, una simultanea di scacchi, nel cuore della città, con il campione russo contro battaglieri e illustri dilettanti che non hanno nascosto di amare il nobile gioco. In nessuna occasione un incontro di scacchi ha visto la presenza contemporaneamente di così tanti scrittori e artisti. In venti l’hanno raccolta e hanno cercato, insieme, di mettere in difficoltà il maestro, raro esempio di equilibrio in un campione sportivo. Leggiamo nelle pagine web del sempre ben informato sito “L’Italia scacchistica” che tra i giocatori c’erano gli scrittori Colum McCann, considerato dalla critica uno dei talenti più brillanti dell'attuale narrativa in lingua inglese; Antony Beevor, tra i più importanti storici mondiali; l’ormai affermato scrittore di successo Cristiano Cavina; il figlio di 11 anni di Tullio Avoledo, Francesco e il giornalista Stefano Salis, responsabile delle pagine culturali de “Il Sole 24 Ore”.
Un vero trionfo non solo per la letteratura, il giornalismo, la musica, il teatro, il cinema, le arti, ma anche per gli scacchi e per tutto ciò che indichiamo, assaporando qualcosa di straordinario, con la voce “cultura”.
(10. IX. 2007)