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Quarantottesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.
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(Due libri, due splendide iniziative). Nel rinnovato panorama librario scacchistico italiano due asciutti ma significativi libri, stampati quasi “ad usum manuscripti” e non diffusi tramite i consueti canali editoriali, sono apparsi recentemente. Il primo è “I Grandi della Scacchiera” (volume I) curato da Fabio Magini per il Circolo Scacchistico Senigalliese (pp. 242, maggio 2007). Il secondo è “Storia della Società Scacchistica Novarese” di Stefano Ticozzi, stampato da “Lsa Liberi Stampautori di Novara” (pp. 176, aprile 2007).
Il libro del fiorentino Magini, noto redattore del settimanale “Nuova Enigmistica Tascabile” sulle cui pagine cura anche un’antica ed apprezzata rubrica scacchistica, è una bella carrellata sui più importanti campioni di scacchi di ogni tempo. Tutti rappresentati con una fotografia del loro volto e con una significativa partita. E’ stato distribuito gratuitamente ai giocatori impegnati nel «2° Festival Internazionale di Senigallia - 1° Memorial “Dott. Aldo Perini”». Un torneo, per inciso, ben organizzato dal Circolo Scacchistico Senigalliese che, nella presente edizione svoltasi dal 27 maggio al 3 giugno 2007, ha voluto ricordare la figura di un loro concittadino, deceduto nel 1998, appassionato di scacchi e medico odontoiatra del locale ospedale, che, con caparbietà e passione, si è adoperato per la diffusione degli scacchi nella sua città di Senigallia. Il volume appare come un’iniziativa veramente encomiabile e di grande importanza per la diffusione di una maggiore cultura della nostra cara disciplina, soprattutto tra i giovani. La miniera di notizie, di fotografie, di belle partite, di esemplari diagrammi e delle brevi ma penetranti analisi, in pagine nitide e curate, rende questo lavoro particolarmente prezioso e pieno di affascinanti sorprese. Aver trovato, inoltre, nel “libro omaggio non destinato alla vendita”, tra gli oltre duecento grandi protagonisti dello scacchismo mondiale, il nome del compianto Maestro Internazionale Alvise Zichichi rende l’opera a me particolarmente cara. Anche lui, per anni e sino allo sfinimento, come ritengo sia accaduto a Perini per la sua Senigallia, si è battuto come pochi per una non superficiale conoscenza degli scacchi che non è solo un gioco ma espressione di civiltà e di cultura delle nazioni. Come ha giustamente sottolineato Mario Pizzi, Presidente del bel circolo senigalliese, il merito di questa iniziativa, oltre a quanti hanno contribuito ad organizzare il Torneo, è prima di tutto della Signora Gianna Perini che ha voluto, così, degnamente ricordare il coniuge anche come un bravo scacchista che amava il gioco con la stessa generosa passione e idealità tracciata da Zichichi. Mi auguro vivamente che tale magnanimo segnale non sia interrotto e, anzi, in futuro, possa svilupparsi ed essere considerato un riuscito esempio per altri tornei, in altri luoghi e in sostituzione di altre futili iniziative, nel ricordo di tutte quelle persone che hanno onorato, con la loro vita, il loro esempio e nonostante le loro laboriose professioni, il nostro amato gioco. A lei, campionessa non solo di scacchi ma di fedeltà e amore, va la nostra gratitudine per aver voluto promuovere e sostenere questa commossa idea e che scrivo nella memoria del dott. Aldo Perini.
L’opera di Stefano Ticozzi, socio del Circolo Novarese dal 1986, costata sei anni di intense ricerche, ricopre i quasi 80 anni della storia del sodalizio, attraverso eventi, memorie, aneddoti, classifiche, immagini ed una selezione di partite tratte dai tornei sociali, nazionali ed internazionali. Malgrado destinata ai soci del circolo, che ritroveranno nelle sue affascinanti pagine la loro origine e il loro passato, l’opera è da segnalare a quanti seguono il nostro gioco anche sotto l’aspetto storico e come fonte di notizie. Rappresenta un riuscito esempio di come leggere un momento importante di aggregazione della vita cittadina tramite la crescita e le vicissitudini di un circolo di scacchi. Anzi ne varca i piccoli confini per costituire un tassello importante per conoscere lo stesso sviluppo degli scacchi in Italia. Così, interpretando l’universale anelito di crescita culturale e sociale di una comunità, seppure tramite un gioco, il bel volume merita di essere conosciuto oltre il limitato numero dei soci. Ritengo che proprio da questa esigenza sia nata l’acribia di Ticozzi nella difficile ricerca per non disperderne la memoria di un gruppo di persone che, semplicemente, si sono incontrati, identificandosi in una nobile disciplina. Non per nulla l’autore, per ricostruire l’affascinante storia, si è spesso accostato, con amorevole riguardo ed attenzione, a personaggi che hanno onorato il nostro gioco ed anche se non più frequentavano il circolo. Come l’incontro, affettuosamente descritto, con il professore Romolo Ravarini, valente scacchista e famoso problemista, socio più anziano della Scacchistica Novarese, lucidissimo nei suoi ricordi in un uomo che ha festeggiato, proprio in questi giorni, 90 anni. Ma i riferimenti nel libro ad episodi di personaggi noti e conosciuti nel mondo scacchistico sono tanti e non solo novaresi. Citiamo tra i tanti la figura carismatica di Delfino Gastaldi, della sua predilezione per la “Difesa Olandese” e dei suoi onorevoli confronti con giocatori del calibro di Stefano Rosselli del Turco e Mario Napolitano; di Nicolò Guglielmi e il suo tenace e riuscito tentativo di ricostituire il circolo contattando i vecchi soci che si erano dispersi nel dopoguerra; di Ottorino Della Santa con la sua prediletta “Difesa Ebrea” che spinge il socio Luciano Lilloni ad avanzare un quesito a “L’Italia Scacchistica” per rivendicare a suo nome l’eccentrico impianto 1.e4 f5 2.exf5 Rf7?! che ora Ticozzi scopre già adottato nel 1902 dal grande Pillsbury in un tour di simultanee che tenne in Germania; di Mario Melosi e Marcello Roatta con le loro preziose testimonianze sulla prestigiosa vittoria conseguita dal Circolo nell’8° Campionato italiano a squadre di serie C; di Milorad Vujovic con le sue grandi doti umane e di esperto scacchista nei ricordi di Mario Filippo Caliò; di Enzo Campo, nipote del professore Ravarini, alla ricerca di una nuova sede per il circolo e fermo nel conservarne l’unità durante il breve periodo della scissione; degli amici più giovani che hanno ricoperto responsabilità nella conduzione del circolo come Maurizio Martelli e Pietro Angelini, autori, fra l’altro, di uno splendido libro sul grande campione José Raúl Capablanca (“Il Torneo di Capablanca. L’Avana 1913”, Prisma Editori, 2003). Ancora altri nomi, altre memorabili partite, altre storie, spesso raccontate dagli stessi soci, che qui è impossibile elencare e che riguardano gustosi aneddoti su Alvise Zichichi, Adolivio Capece, Italo Recanatini, Giuseppe Juresich, Enrico Borroni, Stefan Djuric, Zivojin Ljubisavlievic, lo stesso Ticozzi, sino al giovanissimo Marco Angelini.
Due libri, due riuscite e significative iniziative culturali. Il primo in amabile sostituzione di una qualche fuggevole targa ricordo, l’altro per serbare degna memoria storica di un sodalizio che ha contribuito a far crescere gli scacchi in Italia. Entrambi scritti senza scopo di lucro e senza attendere particolari riconoscimenti ma solo dettati da quella stessa passione che rende il nostro gioco, tra le tante discipline, eccezionalmente nobile e ricco di conoscenze ed insegnamenti.
Fortunati i circoli scacchistici che mantengono, nella loro lunga storia, una propria identità e se, al loro interno, esprimono valenti presidenti come Pizzi e coscienziosi studiosi come Ticozzi i quali, con grande civile passione, riescono a conservare, educando, il ricordo del loro orgoglioso passato e la fierezza del loro presente.
(3. VIII. 2007)
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(Una regina che vince). Tre donne, Irene Bignardi, Maria Grazia Ligato, Tiziana Lo Porto, a distanza di giorni e su tre diverse importanti testate, delle quali due rivolte ad un pubblico prevalentemente femminile, recensiscono con ammirazione un libro che racconta la storia di una ragazza che diventa campionessa di scacchi. Il romanzo, dal titolo “La regina degli scacchi”, è quello di Walter Tevis ed è stato appena pubblicato da “Edizioni minimum fax” e, con brillante e istruita bravura, tradotto da (ancora una donna!) Angelica Cecchi (prefazione di Tommaso Pincio, postfazione di Yuri Garret, pp. 377, €11,50).
La recensione più accattivante sull’opera narrativa è quella della Bignardi, apparsa a pagina 35 del supplemento settimanale “Almanacco dei Libri” de “la Repubblica” del 28 luglio 2007 con il titolo “La solitudine della scacchiera”; le altre due sono comparse come un forte invito alla lettura, rispettivamente il 14 e 28 luglio, sui periodici “D la Repubblica delle Donne” e “Io Donna” del “Corriere della Sera”.
Una bella accoglienza, che qui piace galantemente mettere in risalto perché tutta al femminile per un libro che riteniamo di grande fascino e che rafforza il nostro desiderio di leggere bei libri dopo aver letto il meno impegnativo “La joueuse d’échecs” di Bertina Henrichs (vedi, in questa rubrica, “Un nuovo racconto sugli scacchi”, Trentaseiesimo numero, N. 163). Una scoperta felice, aggiungo, per aver trovato nella letteratura, alla fine, una nuova e finalmente credibile eroina di scacchi. Modello che mi appare ben tratteggiato nella realtà, in questo momento, dalla piccola Elisa Chiarion, di appena 12 anni, e dalla campionessa mondiale per corrispondenza, neo nominata Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, Alessandra Riegler. Entrambe collocate, come due splendide “regine”, in primo piano, con fotografie e interviste di Adriana de Micheli, nell’intera pagina 28 della “Gazzetta di Modena” dell’1 agosto 2007.
Proprio sulla presenza femminile nel mondo degli scacchi, il decimo campione del mondo Boris Vasilevic Spasskij così, recentemente e ancora prudentemente, rispondeva: «Probabilmente mi sta chiedendo se le donne possono raggiungere lo stesso livello dell’uomo. Dal mio punto di vista gli uomini sono più forti perché hanno un modo di pensare più astratto ed intuitivo, aspetti fondamentali per chi arriva ai vertici. Ma trovo che questa diversità si stia assottigliando sempre più, possiamo vederlo osservando come esse stiano iniziando a vincere contro i Grandi Maestri. Il numero delle donne coinvolte nel gioco sta crescendo sensibilmente. Un ottimo esempio il genio degli scacchi Judith Polgar che, negli ultimi 20 anni, si è scontrata con successo contro i massimi Gran Maestri».
Il romanzo, ricco di suspense, si legge d’un fiato e stupisce che sia stato tradotto in italiano con tanto ritardo. E’ il penultimo romanzo scritto dallo statunitense Walter Tevis nel 1983, un anno prima della sua morte avvenuta per una crisi cardiaca, appena cinquantaseienne e dopo aver a lungo lottato contro il cancro che lo aveva colpito ad un polmone. Il suo nome non è affatto ricordato da noi. Ma tutti serberanno memoria almeno di tre film di grande successo apparsi negli anni passati: “Lo spaccone” (1961), “L’uomo che cadde sulla Terra” (1976) e “L’odore dei soldi” (1986). Ricorderanno il nome degli attori e, forse, dei registi, ma non il suo. Eppure quei film erano stati tratti da suoi romanzi di grande popolarità e lui stesso aveva collaborato, tranne all’ultimo, alle loro sceneggiature e realizzazioni.
“The Queen’s Gambit”, questo il titolo originario del tenero romanzo, prende il nome da una celebre apertura degli scacchi, adottata dai più grandi campioni di ogni tempo, dove il Bianco, offrendo immediatamente un pedone spera di incrementare il vantaggio del tratto. E’ la storia immaginaria di una giovanissima campionessa di scacchi, Elizabeth (Beth) Harmon, che, grazie al gioco, riesce a riscattare il suo passato di orfana “sfigata e bruttina”; di piccina cresciuta in un desolante orfanotrofio dove venivano somministrati ai piccoli ospiti tranquillanti per “regolare il loro umore”; di solitaria bambina che scopre in un sordido scantinato una distrazione che subito l’affascina e la consola; di figlia adottiva di una curiosa famiglia di mezza età, con una fatua matrigna e un patrigno che subito l’abbandona e, poi, persino, la ripudia; di giovinetta, infine, ubriacona, dedita ai psicofarmaci e disperata. Un libro avvincente e credibile, come sono attendibili e seducenti le partite e le tensioni che sostengono Beth a diventare (il modo non lo sveliamo), consapevole del suo genio precoce e del suo bisogno di vincere ed affermarsi, ancora giovanissima, come la prima donna campionessa del mondo di scacchi. Non poteva essere altrimenti. Lo stesso autore del romanzo è stato un discreto scacchista, oltre che campione di biliardo e accanito giocatore di poker. Sa tutto, quindi, sulle ansie agonistiche del combattimento e le descrive con penetrante e poetica psicologia. E’ al corrente, inoltre, delle diffidenze che gli scacchisti, ancora oggi come abbiamo visto, nutrono nei confronti delle donne nell’ambiente degli scacchi. Conosce, poi, per aver sulla sua pelle lottato contro i mostri della devianza, tutto sui drammi che attanagliano i tossicodipendenti e gli alcolizzati.
Tevis, oltre al resto, e a garanzia della fedeltà di quanto racconta con perizia di tecnica scacchistica, non dimentica, nella nota introduttiva al romanzo, di ringraziare, fra quanti lo hanno aiutato coi libri, le riviste e le regole dei tornei, il mitico maestro Bruce Pandolfini. Uno scopritore di talenti e vero “guru” degli scacchi assai noto nel mondo statunitense il cui metodo di fare apprendere il gioco senza l’ausilio della scacchiera è stato immortalato in una memorabile sequenza del film “Searching for Bobby Fischer” ed è stato, tra l’altro, primo insegnante di scacchi di Fabiano Caruana, divenuto, appena qualche giorno fa, uno dei più giovani Grandi Maestri della storia. E la vicenda inventata di Beth è talmente realistica, seppure teneramente e meravigliosamente narrata, che viene voglia, finito di leggere il libro, di ricostruire sulla scacchiera le sue partite, tanto sono raccontate con precisione e tensione emotiva. Per vincere, come la protagonista, non tanto una partita, ma quello che la vita, nonostante le difficoltà, di magnifico riserva a chi si impegna per viverla.
Scrive Luigi Sampietro, anglista e docente di letteratura anglo-americana all’Università Statale di Milano, a pagina 37 dell’inserto culturale N. 213 de “Il Sole 24 Ore” odierno, nel suo “Solitudini di maestro”, favorevolmente recensendo anche lui l’appassionante romanzo, «Tevis, in questo suo canto del cigno, come è stato detto, ha forse voluto parlare di sé, e della propria passione per l’agonismo. Miserie e grandezze di una vita votata alla ricerca di una vittoria».
Un delicato e sofferto racconto che offre, soprattutto per chi è digiuno di scacchi, una finestra privilegiata ed accattivante per rincorrere il mondo dei tornei, sempre più praticato da donne ricche di talento, di conoscere le passioni insieme alle tensioni agonistiche dei giocatori, i rapporti umani che coltivano, i legami che li legano al loro severo studio e ai loro libri. Gli interessi e i sentimenti tutti, insomma, che abitano intorno ad una scacchiera e al suo seducente gioco.
(5. VIII. 2007)
(Nota: non posso fare a meno, e avendo la possibilità di licenziare la soprastante segnalazione in ritardo, di riscontrare che anche il “Corriere della Sera” a pagina 37 del 16 settembre 2007 recensisce il romanzo di Tevis con l’articolo del saggista Sandro Modeo dal titolo “Beth, che gioca a scacchi con la vita. Le mosse della giovane sono metafore delle sue emozioni”. Ciò, almeno, per due motivi. Il primo perché il romanzo è definito, finalmente senza mezzi termini e con voce sicura, “un capolavoro”. In secondo luogo in quanto, nell’esame critico del romanzo, ricco di precise osservazioni, si mette in risalto la forza simbolica del gioco degli scacchi come mezzo per comprendere, come accade in Beth, “la percezione del mondo”. Un argomento profondo e sempre vivo nelle mie riflessioni. Unica nota stonata, non attribuibile al recensore, è la fotografia inserita nell’articolo. Appare Barbara Babulova, protagonista del film “La regina degli scacchi” (2001), scritto e diretto da Claudia Florio. Due storie diverse e dove l’accostamento, con leggerezza suggerito solo per il titolo in comune, non può che creare grande confusione. 16/IX/2007).
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(Fotografia e scacchi). Una vicenda iniziata all’avvio del mese di marzo e che, dopo la pausa estiva, si spera continui. Grazie ad una passione di un gioco in comune: gli scacchi. Avevo conosciuto così, negli anni scorsi e tramite questo gioco regale il cortese portalettere che quasi giornalmente consegna la mia corrispondenza. Una storia simile, per certi aspetti, a quella raccontata, con disarmante poesia, da Antonio Skármeta e divenuta una favola universale con la realizzazione del film “Il postino” di Massimo Troisi.
Poi la stima reciproca, l’amicizia e la scoperta di un’altra comune passione: la fotografia. Non la mia, fatta come molti con spirito dilettantistico e superficiale approssimazione. Ma un passatempo svolto con l’attenzione che il mio amico postino cura nel dare luce e forma artistica pur ad una sua amena passeggiata, ad occasionali incontri di persone, di luoghi e di meri oggetti. Per meglio conservare i ricordi e consegnare dal cuore messaggi, seppure a volte sperduti nel fortunoso cammino di una galleggiante sigillata bottiglietta nel mare oceano.
Come non aderire, quindi, appena terminata la nostra consueta partita a scacchi, al suo invito di approfondire il serio uso di questo formidabile strumento di comunicazione che, ormai, da un secolo e mezzo, e sin dal suo apparire, ricopre e riscopre la nostra esistenza quotidiana? Per giunta, giorno dopo giorno, la macchina fotografica è divenuta sempre più complessa, seppur più duttile per i pigri e sempre più ricca di ineguagliabili risorse tecniche per i più impegnati. Quale occasione migliore, allora, per affacciarsi in questa nuova avventura? Eccomi dunque pronto per affrontare nel suo club dopolavoristico il “Corso fotografico analogico-digitale”.
Il mio amico, incaricato a dirigere il corso con altri esperti, ci accoglie in un numero più numeroso che quello previsto. Siamo circa una ventina, con una nutrita rappresentanza femminile. Affronteremo un ciclo che, dal mese di marzo e con sedute settimanali, e per oltre due mesi, ci farà acquisire cognizioni sugli aspetti più semplici, per conoscere e usare al meglio la fotocamera, sino a quelli più tecnici e complessi. Colpisce, subito, il tratto informale del docente che si affida alla partecipazione di tutti per rendere interessanti ed istruttivi i diversi argomenti affrontati.
Ritengo non facile, infatti, spiegare e far capire come “pensare per immagini”, consigliare la migliore soluzione tecnica (distanza, angolo, composizione, luce) per riuscire nelle foto anche più “popolari”: come fotografare persone, bambini, paesaggi, architettura, natura, istantanee, e avere successo anche nella fotografia notturna e nei ritratti.
Ora sullo schermo perlinato della piccola e affollata aula si succedono le diapositive del mio amico scacchista. E qui appare lo straordinario prodigio: ogni foto è commentata e spiegata. Come per incantesimo sono mostrati non solo i pregi del risultato, ma anche gli errori. Non soltanto come la foto era stata pensata e realizzata ma come doveva essere conclusa, al termine dell’esame di ogni singolo aspetto catturato dall’obiettivo. Tutto, allora, diventa più facile. Perché è come avere dinanzi una chiara grammatica per costruire la frase, nel caso nostro la fotografia, senza lacune. Una scelta coraggiosa quella di non aver avuto timore di mostrare, a volte, per giungere nell’intento didattico, sue non riuscite diapositive per rendere migliori, domani, le nostre.
Al riguardo mi viene anche di riflettere sul carattere generoso di chi, avendo un notevole bagaglio di conoscenze in un determinato settore, lo mette, altruisticamente, a disposizione degli altri, sacrificando il proprio tempo libero. Un aspetto a volte comune anche nei circoli scacchistici. Gli aspetti tecnici, inoltre, persino per illustrare il diverso modo di condotta delle fotocamere digitali e di lavorare con le immagini al computer, sono state accompagnate da alcune “prove pratiche”. Ad altri il compito di raccontare, in diverse pagine, questa ulteriore simpaticissima esperienza delle nostre “passeggiate” con le macchine pronte all’uso, anche se non sempre ciò è accaduto, come incappato a chi scrive.
A me, non resta che esprimere gratitudine, essendo il corso completamente gratuito, e sottolineare solo un aspetto che considero, peraltro, molto importante. Si è formato un gruppo che è stato bene insieme. Insieme tutti hanno ascoltato, esaminato e fotografato. Insieme, infine, si sono confrontati, con il critico intervento di ciascuno - come del resto era nell’intento del corso - per rendersi padroni di un mezzo per meglio esprimersi. Forse tentando di scoprire più adeguatamente e umanamente la realtà, alla fine quella vera, che, spesso trascurata, ci circonda vicinissimo, ogni giorno e in tutti i momenti. Perché la fotografia, come bene ha messo in evidenza Ferdinando Scianna in una raccolta recente di suoi scritti, “non è soltanto un modo di vedere, ma di sentire anche, di pensare il mondo e la vita. La conquista di un linguaggio, l’occasione di incontri, lo strumento di un’avventura umana”.
Così, insieme, ci siamo trovati amici pure nella fotografia e in una formativa storia che ancora oggi non è terminata e che si spera continui. Insieme, ancora una volta, quasi per gioco. Quietamente, come avviene in una partita a scacchi tra due vecchi amici.
(8. VIII. 2007)