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Quarantasettesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.
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(Scacchi e diritti umani). L’ultima edizione della “Milanesiana”, appena conclusa con grande successo, si è rilevata una rassegna piena di veri campioni e ricca di contenuti ed utili confronti. Nella ottava edizione della rassegna culturale, ideata e curata da Elisabetta Sgarbi, sono intervenuti a Milano, dal 24 giugno al 10 luglio, numerosi premi Nobel, scrittori, registi, cantautori, filosofi ed il campione di scacchi russo Garry Kimovic Kasparov. Tutti per discutere intorno ai “conflitti dell’assoluto” e spiegare, o, meglio, tentare di spiegare perché “l’universo è come è” o, come l’intendeva il filosofo greco Platone, “ciò che esiste in sé e per sé”.
Sul complesso tema dell’assoluto, che è stato al centro dell’incontro del giorno 30 al Teatro Dal Verme e il primo luglio alla Sala Buzzati del Corriere per la serie «Aperitivo con gli autori», si è cimentato, con grande consenso di pubblico, anche Kasparov. Un discorso in parte già conosciuto per aver egli prontamente risposto, per iscritto, ad alcune interviste, fornendo anche chiarimenti sulla sua avventura politica. A porgere le domande è stato il giornalista Fabrizio Dragosei che, da parecchio tempo, come inviato speciale del Corsera a Mosca, non tralascia di farci conoscere la realtà politica e sociale di quel Paese, raccontandoci anche della partita che Kasparov ha ingaggiato in politica. L’intervista è apparsa sul “Corriere della Sera” del 24 giugno scorso a pagina 47, sotto una significativa grande fotografia dell’ex campione che lo ritraeva intento a riflettere sulla scacchiera. Il titolo, in grande evidenza, metteva in risalto, piuttosto che il tema principale, due sue asciutte dichiarazioni “politiche”: “«Con Putin la politica in Russia è una partita a scacchi truccata». «La mia non è un’opposizione ideologica, lotto perché ci siano elezioni oneste»”. Sappiamo, infatti, che Kasparov affronta, dopo aver vinto i più forti sulla scacchiera, un’altra sfida impossibile, quella contro il nuovo potere russo. Ma a leggere il testo sembra che Kasparov si è ben destreggiato sull’argomento principale, non trascurando, certo, quello che a lui in questo momento sta più a cuore. Parlare dell’assoluto e di tutto ciò che esiste di per sé, e che ha in sé stesso la propria perfezione ed è il fondamento di tutte le cose, non è certo facile. Ma Kasparov lo ha materializzato in modo brillante ed appropriato. Ha, infatti, evidenziato che suo assoluto è molto relativo, ma non per questo meno importante. Risponde così ad una precisa domanda “sul campione assoluto negli scacchi”: «La ricerca della verità e dell’ideale massimo, anche se non è possibile raggiungerlo. La stessa ricerca dei sommi ideali vale in politica».
“Il mio scacco matto alla dittatura di Putin” è un ampio stralcio, anche qui con un grande titolo non perfettamente rispondente al tema, dell’intervento a Milano dell’ex campione del mondo che è apparso, in anticipo rispetto alla stessa attesa conferenza, a pagina 42 de “La Stampa” del 29 giugno, con la traduzione di Luca Ruggero. Un intervento lucido e pertinente che è stato a lungo applaudito al termine del discorso in pubblico. E’ possibile riascoltarlo dalla sua viva voce, miracolo della tecnica, scaricando da internet, in formato Mp3, l’intervista concessa al programma radiofonico “Fahrenheit” di Radio Rai 3. Per chi non ama, invece, queste diavolerie moderne e non gli è stato possibile reperire il quotidiano torinese, può (importanza delle insostituibili riviste scacchistiche!) leggere una sintesi dell’intervento di Kasparov su “L’Italia scacchistica” in appendice ad una circostanziata e sontuosa corrispondenza di Adolivio Capece dal titolo “Scacchi addio, il mio futuro è in politica” (fascicolo Luglio-Agosto 2007, N. 1194, pp. 244-248). Ma anche, a testimonianza dell’importanza dell’avvenimento, su “Messaggero Scacchi”, ormai insostituibile settimanale scacchistico “on line”, con un informato articolo di Dario Mione dal titolo “Kasparov: «La politica come negli scacchi. Mi applico per raggiungere un ideale»”.
L’ex campione del mondo ha un concetto dell’«assoluto» molto concreto. Afferma, anzitutto, che l’«assoluto», non nel senso hegeliano o di essere supremo, deve essere concepito come “un ideale irrealizzabile e di applicarsi per raggiungerlo pur sapendo che è impossibile”. Non esiste, in definitiva, in natura e non è illimitato: è solo una tensione. “Ciò che è illimitato è la nostra ricerca della perfezione, della verità assoluta, anche se sappiamo che queste sono impossibili da raggiungere”. E’ solo il punto di partenza per giocare la partita della vita. Per affermare “il valore della libertà. Il valore della vita umana. Per me i diritti umani rappresentano l’assoluto, poiché non sono qualcosa che un altro ti concede. Sono ciò che non ti può essere tolto”. Negli scacchi esistono regole certe, mentre in politica non esistono, per definizione, regole precise. In Russia, a giudizio di Kasparov, esiste solo una regola per il potere del Cremlino, paradossale: poter cambiare le regole a proprio vantaggio. “I sovietici avevano un’ideologia che ha cambiato il mondo. Era un’ideologia difettosa, ma almeno all’inizio aveva degli obiettivi nobili. Il regime di Putin non ha ideologia, il suo assoluto è il mero potere”. Kasparov, inoltre, afferma che la sua strategia in questo momento si riduce ad una tattica di sopravvivenza, ma costituisce ugualmente per molti una grande vittoria: è ormai evidente nel mondo, grazie a lui e a quanti con lui si battono in questa avventura politica, che esiste un’opposizione in Russia. Un’opposizione che vuole semplicemente difendere ed affermare una procedura democratica per le prossime elezioni politiche. Per salvaguardare e difendere i diritti democratici fondamentali dell’uomo che sono ancora più importanti “rispetto al denaro, agli interessi commerciali e al mantenimento del controllo”. “Per me e per le persone coraggiose che hanno marciato con me questi valori sono assoluti. Sapevo che non avrei mai giocato una gara di scacchi in modo perfetto, ma cominciavo ogni partita con l’intenzione di farlo”. Attende, ancora, di giocare la sua partita “perfetta”: “raggiungere la perfezione sarà impossibile. Lottare per raggiungerla è vitale”.
A dare una mano a Kasparov e alla sua battaglia al nuovo potere russo interviene, ancora una volta e in modo autorevole, André Glucksmann, con un articolo tradotto da Daniela Maggioni, che appare in prima pagina sul “Corriere della Sera” del 6 luglio 2007 dal titolo “Putin minaccia ma adesso ha paura davvero”. Scrive il filosofo e scrittore di saggi francese che nessuno può ormai più credere, come tenta di fare il Cremlino che “lo straniero è il nemico, l’Unione sovietica, oggi la Russia, sono «fortezze assediate»”. Ancora più difficile è “far passare Garry Kasparov, campione del mondo di scacchi, per un «terrorista»”.
Per uno dei più bravi giocatori di scacchi di tutti i tempi è davvero iniziata la partita più importante: la sfida per la libertà e la democrazia in Russia. Il tentativo, forse, per realizzare, finalmente, il suo sogno più caro, il suo “assoluto” da sempre accarezzato: “la partita perfetta”.
(29. VII. 2007)
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(Scacchi magici). Per chi, come me, ha scoperto, quasi per caso e da giovane, che esisteva un altro cinematografo, tutto diverso da quelli che si era soliti andare a guardare, non può essere grato e rimpiangere il regista Ingmar Bergman che oggi si è spento a 89 anni nella sua diletta casetta, sperduta nell’isola svedese di Fårö. Non può, inoltre, non ricordarlo, seppure fugacemente, tanto su di lui si è scritto e quanto lui stesso ci ha minuziosamente raccontato senza falsi pudori nella sua bellissima autobiografia (“Lanterna magica”, Garzanti, 1987), citando almeno un suo film.
Un film che, certamente, non raggiunge le bellezze artistiche e poetiche di altri suoi capolavori successivi, ma che, nel puntuale allegorico richiamo al gioco degli scacchi, rappresenta, in assoluto e a mio giudizio, l’opera migliore e più fortunata. Al pari di quanto è accaduto, nella letteratura, con l’intensa “Novella degli scacchi” che Stefan Zweig scrisse nel 1941 pochi mesi prima di suicidarsi, “Il settimo sigillo” (“Det sjunde inseglet”, 1956) deve essere considerato, nel suo genere, una pietra miliare dell’espressione artistica. Il film di Bergman, girato in appena 35 giorni ed in economia, apparve da noi in sordina l’anno successivo e fu da me visto, casualmente e con grande meraviglia, in un gradevole e piccolo cinema di periferia, quasi completamente privo di spettatori, dove abitualmente si proiettavano filmati “in seconda visione”.
Nella pellicola, tratta dall’opera teatrale “Pittura su legno” (“Trämålning”) dello stesso regista, il Cavaliere Antonius Block, magistralmente interpretato da Max von Sydow, al ritorno dalle Crociate in Terra Santa, gioca un’estenuante partita a scacchi con la Morte che, ricoperta da capo a piedi da una cappa nera, ha l’intenso illuminato volto dell’attore Bengt Ekerot. La gioca con determinazione, con coraggio, con astuzia, pur conoscendo che deve soccombere, pur angosciandosi di sapere di dover morire senza aver trovato le risposte che credeva di poter scoprire combattendo eroicamente al servizio di Dio. Al Cavaliere Block, che ha superato tanti pericoli e assiste con critico smarrimento ad una realtà che non sente più sua, il dover morire non fa di sicuro paura. Gli fa più paura la morte che incontra nella sua terra, i villaggi abbandonati, la minaccia incombente della peste, i flagellanti ammassati come bestiame, i volti sfigurati dei contadini, gli atterriti sguardi di inermi giovinette portate al rogo e il volto stanco della moglie che, quasi, non riconosce e l’attende nel castello vuoto. Intende, però, prima di lasciare la vita, trovare un intervallo -appena ventiquattro ore di rinvio durante il quale il cavaliere resiste alla morte giocando - per capirne il senso. Il Cavaliere, che conosce la passione della Morte per il gioco, lo sfida in modo spavaldo e, subito, “fruga nella grande sacca che ha accanto a sé, tira fuori una piccola scacchiera, la pone delicatamente a terra e comincia a disporre i pezzi”. Dice: “La condizione è questa: finché ti resisto mi lascerai vivere. Se ti do scacco matto mi risparmierai. D’accordo?” (pag. 15). Il tempo di una partita, accortamente rallentata, per compiere, almeno e prima di terminarla, un ultimo gesto che restituisca significato alla sua esistenza: salvare una felice famiglia di saltimbanchi, Mia (Bibi Andersson), Jof (Nils Poppe) e il loro bambino Mikael. La sua unica speranza, forse, sottraendo alla Morte l’amore e la semplicità delle piccole cose (oh! Il valore delle piccole cose!) che quel felice nucleo familiare rappresenta, per salvare, forse, tutto il mondo futuro. Block ad un certo punto dice al suo avversario, la Morte: “Capisco che hai molto da fare, ma questo non può interferire con il nostro gioco. Gli scacchi richiedono il loro tempo” (pag. 58). Solo così, “dopo il temporale, “quando tutto è compiuto”, Mia, sorridendo, può dire al marito Jof, che ha appena avuto una visione della Morte che si allontana danzando accompagnata dal Cavaliere e dal suo seguito: “Tu, con i tuoi sogni e le tue visioni!” (pag. 84) e continuare nel loro gioioso cammino, mentre il mare “scintilla agli squarci del sole”.
Insieme ai suoi mitici personaggi magistralmente interpretati e magnificamente diretti, “Il settimo sigillo” rimane un film fuori del comune e indimenticabile. Uno dei pochi film cari nei ricordi dello stesso regista “perché venne girato con mezzi poverissimi, facendo appello alla vitalità e all’amore” (“Lanterna...”, cit., p. 246). Tanto appassionante che si sente persino il bisogno di leggere la sceneggiatura del film, dalla quale abbiamo tratto sopra alcuni passaggi, come espressione ritmo-espressiva autonoma e vicina alla poesia. E’ stata pubblicata, con il contributo per la traduzione dello Svenska Institutet di Stoccolma, da Iperborea S.r.l. (pp. 96) nel 1994, con numerose riedizioni e ancora oggi reperibile in commercio. L’introduzione è di Goffredo Fofi, la traduzione, dal dattiloscritto svedese della sceneggiatura originale del film, è a cura di Alberto Criscuolo, con una sua affascinante nota sulla “felicità nelle piccole cose, come una ciotola di latte con le fragole”.
Finisco trascrivendo un episodio della vita di Bergman che lui stesso racconta a commento proprio de “Il Settimo sigillo”, molti anni dopo aver realizzato il film:
«La mia paura della morte era profondamente collegata alle mie idee religiose. Poi, [appena terminato il film] ebbi una piccola operazione chirurgica. Per sbaglio, mi fu praticata un’anestesia troppo forte, così sparì dal mondo dei sensi. Dove se ne erano andate le ore? Non durarono nemmeno una frazione di secondo.
Improvvisamente mi resi conto che la morte è così. Che dall’essere si passi al non-essere è una cosa difficile da pensare. Per una persona costantemente terrorizzata dall’idea della morte, è estremamente liberatoria. Nello stesso tempo dà un po’ fastidio: si pensa che potrebbe essere piacevole avere nuove esperienze, una volta che l’anima abbia ottenuto la licenza di riposarsi, separandosi dal corpo. Ma non credo che sia così. Prima si è, poi non si è. Questo è del tutto soddisfacente». (“Immagini”, Garzanti, 1992, p. 204).
Lo scacco matto per Bergman alla fine è arrivato, ma non ha il volto della morte che tutto distrugge. Ha la faccia solare e sorridente di Mia e del «primo piano» di tutte le altre donne che tanta importanza hanno avuto per il regista svedese e non solo nelle sue pellicole. Ha, inoltre, il ricordo dei suoi film, dei suoi scritti, delle sue regie teatrali, della sua arte che, lanterna magica dell’anima, affabula, divulga, affascina e spiega, un poco ma per sempre, l’enigma della nostra vita e umanità, con le sue certezze, i suoi dubbi e le sue inquietudini. Esattamente, come la partita a scacchi che tutti noi, alzandoci dalla scacchiera, giochiamo nella vita di tutti i giorni.
(30. VII. 2007)
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(Giochi monastici). E’ strano, a volte, scoprire importanti libri di scacchi lì dove meno te li aspetti. La rivista trimestrale di storia e cultura “Civiltà Bresciana” nel suo ultimo denso numero monografico, 1-2 gennaio-giugno 2007, pubblica, con tempestiva attenzione e a cura di Angelo Baronio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, gli Atti del convegno nazionale di studi che si è svolto a Brescia, nel febbraio del 2006, dal titolo: «“Ioca monastica”. Il monastero di San Faustino Maggiore tra medioevo ed età moderna».
Trovare un elegante e curato volume di 326 pagine finalizzato alla rivalutazione del patrimonio scacchistico dell’antico comune lombardo è per ogni scacchista una notizia affascinante ed istruttiva. Non solo per la particolare attenzione che è stata dedicata alla figura di Gregorio Ducchi, bresciano, fattosi monaco in San Faustino il 24 febbraio 1567 e autore del poema “La Scacheide”, ma anche per i numerosi interventi di rinomati e valenti studiosi che hanno trovato un deputato luogo per dispensare memorabili interventi svelando le molte valenze degli ingeniosa otia degli scacchi, in modo suggestivo ed intrigante.
Come non rimanere conquistati, a solo titolo di esempio, del rigoroso contributo del dottor Alessandro Sanvito? Qui il noto studioso di storia degli scacchi e Maestro ad honorem della Federazione Scacchistica Italiana, con il suo «Antiche e nuove regole: e nel ’500 il gioco degli scacchi cambiò concezione», ci offre una pagina di un secolo di meraviglie scacchistiche, a volte poco conosciute anche dagli stessi “addetti ai lavori”. Una felice e chiara esposizione della nascita della profonda trasformazione da cui scaturiranno le regole del moderno gioco degli scacchi, con un ricco apparato di note e richiami bibliografici. Un contributo di grande valenza storica, memorabile nel mostrare gli universali legami culturali, sociali ed artistici del “nobile gioco degli scacchi”, seguendo la migliore tradizione del messaggio scacchistico tracciato dal più grande studioso italiano di storia degli scacchi, il dottor Adriano Chicco.
Ma tutti gli articoli del volume “Gli scacchi e il chiostro”, titolo che racchiude gli atti del convegno, meritano di essere letti e, per comodità di chi ci legge, almeno qui segnalati. L’opera si avvale, infatti, dei contributi di Gabriella Amiotti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano («Giocavano d’azzardo gli antichi romani?»); dell’archeologo Alessandro Morandini («Considerazioni sulla “tabula lusoria” presso il Foro romano di Brescia»); del filologo iranica e studioso dell’Iran preislamico Antonio Panaino («Gli scacchi tra Oriente e Occidente. Il ruolo “mediatorio” dell’Iran sasanide»); di Lucinia Speciale dell’Università di Lecce («Gli scacchi nell’Occidente latino: materiali e appunti per un dossier iconografico»); della specializzanda in storia e critica dell’arte Maddalena Vaccaro («La scacchiera del mosaico di San Savino. Due letture della virtù»); di Ennio Ferraglio della Biblioteca Queriniana di Brescia («Libri e pratica del “nobil gioco” degli scacchi nella Brescia rinascimentale»); di Giuseppe Fusari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia («Gioco e società: l’iconografia della partita a scacchi. Elementi per l’approfondimento»); di Giovanni Spinelli, monaco e già bibliotecario dell’antica Abbazia di San Giacomo di Pontida («I benedettini a San Faustino di Brescia tra cinque e Seicento»).
Elisabetta Selmi dell’Università degli Studi di Padova, infine, «In figura di scacchi», introduce il componimento in versi sul gioco degli scacchi, assai noto ed apprezzato dai contemporanei, del gentiluomo bresciano Gregorio Ducco o Ducchi, secondo quanto si desume dal frontespizio del libro. In pieno Cinquecento, l’opera cavalleresca del frate riaccredita il gioco degli scacchi fra gli onesti passatempi intellettuali, separandolo dagli equivoci dei “giochi di fortuna” e che può, quindi, essere praticato anche da monaci ed ecclesiastici. La studiosa ne offre, al termine della sua dotta relazione, un’edizione esemplare del testo di stampa dell’editio princeps (1586), tratta dall’unico esemplare conservato presso la Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza.
Luciano Caimi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia, per ultimo, e credo con grande appagamento, trae le conclusioni del Convegno, auspicando saggiamente una sempre maggiore diffusione del gioco.
Una pubblicazione a dir poco straordinaria, ricca anche di un’appropriata dotazione iconografica. Dove non si trascura, tra l’altro, di far vedere anche una delle prime in assoluto e più suggestive raffigurazioni del gioco: compare a Palermo nel soffitto della Cappella Palatina, decorato intorno alla metà del XII secolo. Peccato che non è stato possibile, come accade purtroppo in tutte le pubblicazioni scientifiche non destinate al commercio, trovare i fondi per stampare a colori l’importante apparato illustrativo. Un libro, in ogni caso, che si raccomanda vivamente ad ogni scacchista interessato a conoscere la traboccante tradizione storica e l’ampiezza dei significati del nostro gioco. (Il bel fascicolo può essere richiesto alla “Fondazione Civiltà Bresciana”, Vicolo S. Giuseppe, 5 - 25122 Brescia).
Una bella sorpresa editoriale e, speriamo, almeno per gli studiosi che si sono avvicinati forse per la prima volta alla nostra antica disciplina, di incontrarli nuovamente in nuovi interventi ed in altre pagine. Tutto ciò nell’attesa di gustare, quasi come involontariamente suggerisce Alessandro Sanvito, la riproduzione del manoscritto ritrovato di Luca Pacioli “De ludo scachorum” che ora “Aboca Museum Edizioni” sta preparando in un fedele e pregiato facsimile. Sarà accompagnato da un “commentario nel quale illustri esperti (Contin, D'Elia, Langeli, Mattesini, Sanvito) nel campo della paleografia, della linguistica e ovviamente degli scacchi, certificano non solo la paternità pacioliana del trattato, ma anche la vasta preparazione scacchistica e matematica dell’autore”. Al riguardo, una mostra, presso il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi di Firenze, aperta al pubblico fino al 30 settembre, ha già attirato, come puntualmente ci informa “L’Italia scacchistica”, un pubblico folto e competente (“Pacioli in mostra agli Uffizi” di Adolivio Capece, fascicolo di Luglio-Agosto 2007, annata 97, N. 1194, p. 290-293). Una notizia, peraltro, che non è sfuggita nemmeno, e non poteva essere diversamente, al supplemento “Domenica” (N. 172, pag. 35) de “Il Sole 24 Ore” del 24 giugno 2007 con un interessantissimo articolo di Stefano Salis, anche lui entusiasta scacchista, dal titolo “Luca e il Codice degli scacchi”.
(1. VIII. 2007)
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(Una notizia curiosa). Ampio spazio dedicano quasi tutti i quotidiani odierni, 1 agosto 2007, alle dimissioni da deputato, subito accettate, dell’avvocato Cesare Previti presentate mentre l’Aula della Camera stava discutendo sulla sua decadenza, a seguito della nota condanna definitiva nel processo Imi-Sir e l’interdizione dai pubblici uffici.
Sul fatto appare una curiosa nota, a pagina 2, sul “Corriere della Sera” a firma di Paolo Foschi dal titolo “Dalla «Canottieri Lazio». «Finalmente adesso avrà più tempo per noi»”. La frase, pronunciata pare con tono scherzoso dall’attuale presidente dell’esclusivo circolo di cui Previti è socio e, in anni passati, anche presidente, sta ad indicare, piuttosto, che l’ex deputato sarà sempre il benvenuto fra i campi sportivi del Lungotevere. “Insomma”, commenta in modo arguto il giornalista, “porte aperte per lui. Perché Il Canottieri Lazio non è come il Circolo degli scacchi, salotto romano un pò snob che invece non ci ha pensato due volte a cacciare Vittorio Emanuele, quando l’esponente dei Savoia è stato coinvolto nelle inchieste di John Woodcock”.
Opportunamente, nell’ironico riferimento conclusivo, è messo in evidenza un differente e antitetico trattamento nei confronti di persone appartenenti ad un sodalizio, che non si sa se addebitare ad arbitrarie valutazioni di norme statutarie o a considerare del tutto particolare (e più seria) una diversa disciplina sportiva.
(1. VIII. 2007)