LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Quarantaseesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    (Ricatti). “Helga: lo «scacco» al governo è servito, lo rifarò. Gli elogi della «Padania»: il suo ricatto ha funzionato. La senatrice Svp: ho inaugurato un metodo. Prossima sfida, il federalismo fiscale”. Con questo titolo il “Corriere della Sera” del 10 giugno 2007, a pagina 11, parla del «Metodo Thaler» in un saporito articolo di Angela Frenda.
    Una mossa strategica che, dal cognome della sua ideatrice Helga Thaler Ausserhofer, non appartiene ad una nuova posizione di scacco negli scacchi, in aggiunta al “matto affogato” o “delle spalline”, ma a quello della politica. La senatrice della Svp, da anni in Commissione Finanza, ha ottenuto dal Governo, in cambio del voto al Senato sul caso Visco-Gdf, alcune sue richieste di modifica alla Finanziaria 2007. E’ riuscita a conseguire, così facendo, insieme al suo piccolo ed agguerrito partito, anche gli onori della cronaca. Lei tiene a precisare, da impegnata donna politica, alla giornalista: «Ma il mio credo è riuscire a far applicare le cose per le quali lavoro. E dunque, anche se non mi piace, credo che se sarò costretta replicherò questo metodo. Visto che funziona e, a quanto sembra, è l’unico sistema per farsi ascoltare. Ma attenzione: noi non abbiamo messo in atto proprio nessun ricatto. Abbiamo solo fatto notare quello che da mesi diciamo: e cioè che la Finanziaria 2007 così come era non ci andava bene. E che servivano dei ritocchi. Li abbiamo ottenuti, tutto qui». E racconta, con la passione di chi crede nei propri ideali e nella forza dell’arte del buon governo, di tutte le priorità che le stanno in cuore sulle politiche della famiglia, delle pensioni, degli asilo nido, delle problematiche per i disabili, del federalismo fiscale.
    Un metodo che, tolto quasi di peso dalla terminologia scacchistica, contribuirà non poco a rendere più spedita la politica legislativa, almeno al Senato.
    In altri “palazzi”, invece, lo “scacco” appare ancora più violento, ancorché non risolutivo. Su un vecchio quotidiano, distrattamente messo da parte e solo adesso riaffiorato tra pile di libri ancora da leggere, c’è un titolo che fa riflettere. Ancora oggi. Recita: “Cupola degli affari. Scacco al giudice. Salta il pm dell’inchiesta sul finanziamento ai partiti”. Lo scrive Antonio Massari su “La Stampa” del 31 marzo 2007, nell’intera pagina 18 e parla dell’intreccio di parentele che condiziona l’attività della magistratura calabrese. Una storia antica che ci sembra di aver già letto nelle pagine di Gaetano Salvemini sulla “questione meridionale” scritte quasi un secolo fa e nel punto in cui registrava “Chi legge 'La fine di un Regno' di Raffaele de Cesare, e prende nota di tutti i nomi dell'aristocrazia e dell'alta burocrazia borbonica, si trova ad aver fatto, alla fine della lettura, l'inventario di mezzo Senato, di mezza Camera dei deputati, di mezza alta magistratura, di mezzo alto esercito”. Un nuovo scandalo che investe, senza esclusione di colpi, anche nomi noti della politica nazionale. Una storia di appalti, riciclaggio, truffe all’Unione Europea, intrecci massonici, finanziamenti illeciti ai partiti e richieste di trasferimento di magistrati per “incompatibilità ambientale”. Una vicenda troppo triste da raccontare che colpisce una terra vicina e sfortunata dove conosciamo pure persone di grande correttezza che si battono con coraggio per restituire alle istituzioni l’atavica dignità offesa. Dove ancora si guarda con sospetto chi, soprattutto se magistrato, compie il suo lavoro in silenzio, in solitudine, senza necessità di doversi sentire legato ad amicizie influenti, a gruppi di potere e ritiene, cocciutamente, che la 'ndragheta, come tutte le mafie, è sempre più insinuata, visceralmente, in molti settori della politica, della pubblica amministrazione e della stessa vita di relazione. E tutto ciò mentre, annota l’attento giornalista, “nella Procura di Catanzaro, in queste ore, si gioca una partita a scacchi. De Magistris [il pubblico ministero, in conflitto con il suo procuratore capo, al quale è stata improvvisamente sottratta l’inchiesta e che ha inviato un esposto alla Procura di Salerno, competente ad indagare sui magistrati del distretto di Catanzaro e che è nella attesa di essere sentito dal Csm, ndr] sorride, non commenta, cela la tensione. Ma prima dello scacco matto, lascia intendere, serviranno altre mosse”.
    Una vicenda ed una partita che, a distanza di mesi, non è affatto finita. Anzi, pare ingarbugliarsi sempre più. Così, come da secoli, è infelicemente iniziata.
    (10. VI. 2007)

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    (“I care”). Quasi tutti i giornali e i programmi televisivi di questi giorni hanno ricordato un prete scomodo e generoso, particolarmente amato da quanti hanno vissuto gli anni giovanili in un momento di grande rinnovamento civile e sociale. Oggi, 26 giugno, è, infatti, l’anniversario della morte di don Lorenzo Milani, nato a Firenze nel 1923 e deceduto quaranta anni fa. Nello Speciale del Tg1 di Gianni Riotta, domenica scorsa, è stata raccontata la sua breve vita con le contraddizioni e le certezze dell’uomo e del sacerdote. Una trasmissione attenta, curata nella ricerca di inedite immagini, ottimamente documentata e che si avvaleva, nel commento sonoro, delle canzoni di Fabrizio De Andrè. Nulla è stato trascurato nel bel documentario televisivo: come l’aver riproposto la lontana intervista, stupendamente condotta da Enzo Biagi, di Raffaello Bensi, padre spirituale di don Lorenzo seminarista, con le sue parole che sono un monumento di umana santità. In occasione della ricorrenza è anche comparsa una nuova, agile ed aggiornata biografia che offre il meglio di quanto finora pubblicato: “Don Milani. La vita”, di Mario Lancisi, prefazione di Luigi Ciotti (Piemme, pp. 222).
    Conosciamo, per essere state citate numerose volte nei libri e nelle riviste scacchistiche, il pensiero di don Milani sul gioco degli scacchi. Un giudizio assai negativo, almeno ad un primo sommario esame. Si trova in una lettera scritta il 23 giugno 1961 al fiorentino dottor Vittorio Lampronti, allora studente di medicina e scomparso nel 2001, raccolta in “Lettere di don Lorenzo Milani, priore di Barbiana” (a cura di Michele Gesualdi, Arnaldo Mondadori Editore, 1970, pp. 334). L’antefatto è costituito dalla circostanza che durante il periodo degli esami i ragazzi della scuola di Barbiana restavano a Firenze, ospiti della “Madonnina del Grappa”. Don Lorenzo aveva chiesto all’amico Vittorio di trovargli qualche studente disposto ad aiutarli a ripassare le materie durante le ore pomeridiane. Quest’ultimo aveva trovato tre giovani, i quali, pare, si limitarono ad assegnare dei compiti trascurando poi i ragazzi per intrattenersi fra loro tre in vario modo. Perfino fumando, lasciando cenere per terra, sconnettendo i fragili sedili e, forse, giocando spesso a scacchi. Don Milani ne viene a conoscenza solo quando «quei tre bravi figlioli se ne sono andati impuniti». Se ne lamenta con Vittorio per telefono e, subito dopo, sentendo l’amico contrariato per aver ricevuto un «rimprovero a chi sta facendo un favore», gli scrive con la sua solita franchezza, per spiegare e farsi capire. Gli dice, fra l’altro: «E non si gioca a scacchi mai. Perché non c’è gioco più profondamente immorale laddoveché richiede concentrazione intellettuale, mentre un gioco anche a volerlo concedere (e non lo concederei neanche così) deve essere almeno distensivo! Ma tanto meno si gioca a scacchi in presenza dei miei ragazzi contadini in quelle ore del giorno e dell’anno in cui i contadini più duramente lavorano. Tutte queste cose non ho notato io, ma le hanno notate dei montanarucci di undici anni». Lo esorta, quindi, a rendere partecipi del richiamo anche i tre, «aggiungendo loro l’invito a venire qualche volta a Barbiana perché io possa ascoltare le loro obiezioni e poi mostrar loro che comunque per me son sbagliate ugualmente!» (ivi, p. 159).
    E’ facile domandarsi, allora, per quale motivo, a lui che stava tutto a cuore come ben testimoniava il motto “I care” che campeggiava sulle pareti della scuola di Barbiana, non c’è un posticino nel suo insegnamento per fare degli scacchi un’occasione di crescita e di incontro per i suoi alunni. Proprio lui che ben doveva conoscere il gioco e, forse, in gioventù, lo aveva certamente praticato, almeno con gli amici e i familiari. Una famiglia di quelle con una storia ed un patrimonio importante. I Milani appartenevano all’alta borghesia intellettuale mitteleuropea e, da generazioni, occupavano cattedre universitarie di letteratura e arte. Al riguardo in un libro straordinario, certo datato ma denso di pagine ricche di amore, scritto da Neera Fallaci “Vita del prete Lorenzo Milani. Dalla parte dell’ultimo” (prefazione di Davide Maria Turoldo, Supersaggi BUR, 1993, pp. 620) c’è un richiamo interessante. Ne parla Hans Joachim Staude, il pittore che indirizzò il giovanissimo Lorenzo, con i suoi insegnamenti sull’arte, alla ricerca di un “assoluto spirituale”. Racconta nella lunga intervista, fra le caratteristiche salienti del suo giovane allievo, «che era uno sportivo... Uno sportivo strano che giocava anche agli scacchi, e che amava discutere della Divina Commedia con persone competenti» (p. 50).
    L’esclusione del gioco nella formazione dei giovani della scuola di Barbiana, il primo tentativo di istruzione a tempo pieno specificatamente rivolto alle classi contadine e popolari, nasceva da lontano. Dalle sue prime lettere in cui criticava il ping-pong dei preti nei ricreatori e il calcetto dei comunisti nelle case del popolo, alla difesa di quei sacerdoti che “miravano” in alto. Scriveva ad altri religiosi, appassionandosi: «Vengono onorati e elevati i preti che si distinguono nelle più corruttive attività (gioco, televisione, cine ecc.) e vengono destituiti i santi come Facibeni [don Giulio Facibeni, fondatore dell’orfanotrofio Madonnina del Grappa e parroco di Rifredi, ndr] che è gloria non degli orfanotrofi, ma dei parroci fiorentini» (Lettere, cit., p. 37). Il gioco è, infatti, inserito nello stesso concetto, negativo, che don Lorenzo ha della ricreazione, almeno così come era proposta nelle parrocchie d’Italia negli anni Cinquanta, squarciata dallo scontro politico tra la Dc e il Pci, per avvicinare i giovani alla Chiesa e che è possibile rintracciare nei primi capitoli di “Esperienze pastorali”. L’unico libro interamente scritto dal sacerdote, condannato dal Sant’Uffizio il 10 dicembre 1958 e ora giunto alla IX edizione. Un’opera che suscitò molte reazioni e polemiche rabbiose ma anche l’apprezzamento di parte del mondo cattolico e di molti “laici”, come dell’economista liberale Luigi Einaudi, secondo presidente della Repubblica. In una sua lunga lettera manifestava sull’argomento qualche perplessità. Annotava, puntigliosamente: «Sulla scuola e lo sport Lei dice cose assai giuste. Due osservazioni. La prima è che i sacerdoti i quali curano lo sport possono aver ragione. Il punto è di limiti, come quasi sempre nelle cose umane. Il gioco del pallone, quello del calcio, delle corse a piedi, delle gite in montagna, oltre ad essere giochi giovevoli alla salute, sono strumento di educazione. [...] Lo sport educa alla lealtà nel gioco, alla osservanza alla regola del gioco. [...] Non è necessario nello sport far chiasso, cercare di sopraffarsi, di vincere ad ogni costo. Lo sport non è dannabile per se stesso, ma per il modo con cui è esercitato» (Vita, cit., p. 514).
    Un argomento peraltro sempre in primo piano nel metodo pedagogico del sacerdote, al quale premeva, in primo luogo e prima di ogni ulteriore insegnamento perfino religioso, riscattare, letteralmente, “dalla merda” i suoi ragazzi contadini. A Barbiana, come è stato lasciato scritto dagli stessi allievi, «Non facciamo mai ricreazione e mai nessun gioco. Quando c’è la neve sciamo un’ora dopo mangiato e d’estate nuotiamo un’ora in una piccola piscina che abbiamo costruito noi. Queste non le chiamiamo ricreazioni ma materie scolastiche particolarmente appassionanti! Il priore ce le fa imparare solo perché potranno esserci utili nella vita. I giorni di scuola sono 365 l’anno. 366 negli anni bisestili» (Lettere, cit. pag. 193). Un modo per dire che non esisteva spazio per gli svaghi futili, per il pallone e il calcio-balilla. Così come non c’era spazio per gli scacchi e qualsiasi altra attività che avrebbe potuto ritardare la crescita umana e culturale in chi era considerato, per il suo abissale analfabetismo, ultimo degli ultimi e che doveva per il momento conquistare, prima di ogni cosa e, ancor prima di iniziare ad istruirsi nella religione, la dignità di essere persona. Saper sciare e nuotare, spiegava l’attenta Fallaci, «era utile per chi viveva in quei casolari, che pochi centimetri di neve bastavano a isolare dal “mondo incivile” (così lo definiva il priore); saper nuotare era utile nella vita, e comunque, serviva a vincere l’atavica paura del montanaro per l’acqua» (Vita, cit. p. 345).
    Per i suoi ragazzi e i contadini montanari, nel testamento, ha lasciato scritto: «Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non sia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo posto». A noi ha dato in dono il lievito della sua umanità e della sua parola indicandoci, come suggerisce per ultimo don Ciotti, ora che la scuola sperduta nei monti del Mugello è chiusa, le tante Barbiane del mondo del nostro tempo: piene di miseria, di emarginazione e di sopraffazione umana.
    Solo dopo aver sconfitto l’ingiustizia e la povertà, riscattando l’essere umano, anche all’ultimo degli ultimi potremmo, finalmente, insegnare a giocare a scacchi. Come avrebbe certamente fatto “il santo senza aureola, il rivoluzionario senza partito, il maestro senza cattedra” don Lorenzo Milani.
    (26. VI. 2007)

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     (Partite rapide). Il giorno dopo il discorso a Torino di Walter Veltroni, indicato come il nuovo condiviso leader del nascente Partito Democratico, non univocamente i quotidiani hanno approvato i complimenti che, per tutti, sono stati espressi perfino dal presidente di Confindustria. Qualche bocciatura è arrivata, e non poteva essere altrimenti.
    A solo titolo d’esempio e solo perché si fa un richiamo al nostro gioco, segnalo l’aforisma di spalla di Giordano Bruno Guerri, in prima pagina su “il Giornale” del 29 giugno 2007. Ha per titolo “Attenti al giocatore di scacchi”. Si legge, fra l’altro, nell’invitare la destra a non sottovalutare il discorso del Lingotto: “Veltroni doveva sbaragliare ogni concorrente fin dall'autocandidatura, tagliare le gambe a ogni possibile avversario con un volo alto e emotivo. Credo ci sia riuscito, dando quello che, nel gioco degli scacchi, si chiama scacco del barbiere: fulmineo”.
    Non so quanto il paragone scacchistico è appropriato. Probabilmente, il libero opinionista di uno dei giornali che più si è infuriato per il sostegno dato da Luca Cordero di Montezemolo al discorso del sindaco di Roma ha, di proposito, ignorato un particolare. Il “matto del barbiere”, da non confondere con quello più celebre di “Légal” immortalato nel famoso sonetto che ne ricavò il conte de Cambray Digny, non è il matto più rapido. Lo schema di matto più breve in apertura del gioco, anche se è raro trovarlo in partita, è quello detto - e certamente Guerri non lo ha menzionato per non creare facili ed inopportuni fraintendimenti- “dell’imbecille o dello stolto”, con la sequenza di mosse 1.f3 e5 2.g4 Dh4#. Le partite più rapide, peraltro, possono concludersi generalmente senza traumi da scacco: basta ritirarsi o accettare immediatamente la patta. E non sembra questo il caso.
    Complicazioni ben maggiori di uno “scacco”, ritengo, dovranno affrontare Veltroni e quanti si domandano cosa è possibile fare per il bene del Paese e per restituire all’Italia una vita politica degna di questo nome. Mettendo alla porta, finalmente, “una certa politica, o meglio la sua caricatura obesa e ingorda” che è divenuta “una oligarchia insaziabile che ha allagato la società italiana”, straordinariamente descritta nel recente saggio “La casta” di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (Rizzoli, pp. 288). Uno dei libri più coraggiosi, importanti e traboccante di civile passione che mai su un argomento tanto attuale è stato consegnato alla riflessione degli italiani.
    (3. VII. 2007)

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    (Come organizzare un torneo di scacchi: un esempio). Il «1° Festival Internazionale di Scacchi “Capo D’Orso”» si è svolto in un villaggio turistico accogliente e con un’organizzazione impeccabile, grazie, mi sembra di capire, ad una straordinaria sinergia d’intenti tra Caissa Italia, il Residence Porto Mannu di Palau e il Club Scacchi di Tempio Pausania.
    Dal 19 al 26 maggio mi sono regalato, insieme a tutta la mia famiglia, figlie e nipotino compreso e poco importa la disastrosa collocazione raggiunta in classifica e i pietosi 15 punti Elo ottenuti, una stupenda vacanza nella Costa Smeralda! Il tempo, seppure ancora acerbo, ha elargito una settimana di sole e di piacevoli gite agli oltre 250 accompagnatori dei 149 giocatori qui convenuti da ogni parte del mondo e da ogni angolo d’Italia. A partire dai Grandi Maestri d’Oltreoceano, dall’Ecuador per la precisione, che rispondono ai nomi del simpaticissimo Carlos Matamoros e dell’amabile Martha Lorena Fierro Baquero, al giovane scozzese e pluricampione britannico Jonathan Rowson, dal tre volte campione romeno Mihail Marin alla migliore rappresentativa nostrana: dal bravissimo Michele Godena al suo compagno di nazionale e silenzioso baby-rivale Fabiano Caruana, a Lexy Ortega, al quale finalmente abbiamo potuto augurare di persona un caloroso benvenuto tra noi come concittadino, al generoso e affabile Fabio Bruno, ai sempre presenti, almeno da noi, Stefan Djuric, con il suo volto solare, Igor Efimov con il suo compassato atteggiamento e Igor Naumkin, con la sua brama di dover vincere malgrado arrivato soltanto al secondo turno e felice di raccontare, con il suo guardingo sorriso, la sua recente esperienza di “insegnante di scacchi” in un carcere italiano di massima sicurezza.
    Un aspetto, questo dei festival primaverili, importante per la crescita e la fortuna degli scacchi. Avvenimenti giustamente messi in risalto da Roberto Messa nell’editoriale “Ed è festival!” di “Torre & Cavallo-Scacco!” nel fascicolo di giugno 2007, N. 6. Dove si legge, tra l’altro, che a preferire simili tornei “può essere il giovane esordiente accompagnato dai genitori, il maestro straniero o il pensionato di categoria nazionale, in ogni caso gradisce buoni alberghi e convenzioni realmente favorevoli, sala di gioco confortevole e materiali di qualità, iniziative collaterali e tutto quello che può trasformare un festival in un’indimenticabile «festa degli scacchi»”.
    Ha vinto la prima edizione del Festival internazionale di scacchi “Capo d’Orso”, svoltosi presso i locali del Residence Porto Mannu, lo sconosciuto, almeno da noi, gigante islandese Hedinn Steingrimsson, conquistando una norma GM. Gli sono bastati 7,5 punti su 9, per affermarsi, come ha scritto con grande enfasi “Sardegna Oggi”, “con fantasia in attacco e costanza in chiave difensiva” sui più quotati e noti avversari. Caruana, Marin e il danese Jacob Aagaard hanno colto, rispettivamente, un secondo, terzo e quarto posto: tutti sul filo di lana.
    Divertente, puntuale e veramente ben fatto il bollettino quotidiano che ha raccolto i momenti e le partite più significative del torneo. Tutte, ancora adesso, rintracciabili in internet e, alcune, pure trasmesse, con qualche laboriosità, in diretta e in sala gioco. Un torneo che sarà ricordato, oltre per l’interminabile fila dei bei libri di “Caissa Italia” e per i pregiati scacchi e scacchiere di legno, anche per la sua particolarità di aver adottato, per tutti, 9 turni di gioco con abbinamento a “sistema svizzero accelerato decrescente”, con inattesi aggiustamenti. Un argomento che sarebbe interessante sviluppare in seguito e con maggiore attenzione.
    Per chi non si è lasciato conquistare totalmente dalla bellezza e dalla serena amenità del luogo, adagiato sulla collina adiacente il trasparente mare che fronteggia l’isola della Maddalena e il suo parco naturale, ha potuto seguire nel tempo libero le interessanti lezioni gratuite dei GM e MI di fama mondiale, presenti come giocatori al torneo. Un importante appuntamento mattutino da molti seguito con interesse, anche per la bravura di Yuri Garrett che non solo traduceva dall’inglese, ma, seguendo da bravo scacchista le mirabili combinazioni mostrate dai relatori, rendeva assai attraente il commento della partita. Veramente inaspettate e vivacissime, perché più birichine e meno paludate, quelle illustrate dai giovani Roberto Mogranzini, Pierluigi Piscopo e Luca Shytaj.
    Tutti presenti alla premiazione, autorità, organizzatori, giocatori, parenti, per festeggiare con entusiasmo familiare i vincitori. Una occasione, come piaceva al mai dimenticato Alvise Zichichi, grande presidente della Fsi mancato solo qualche anno fa, per rendere onore al nostro stesso gioco che crea, cementa e unisce amicizie. Anche se gli applausi più fragorosi sono andati in questa occasione, piuttosto, come è stato annotato da uno degli artefici di questo successo, “al disarmante sorriso di Viktor Marin, 8 paffuti anni sempre per mano a mamma e papà quando questi andavano a ritirare i loro meritatissimi premi”.
    Un bel ricordo ed una buona rappresentazione per proiettare la manifestazione in un importante avvenimento scacchistico italiano per gli anni futuri. Un ottimo esempio, come suggeriva Messa, di come organizzare un festival di scacchi.
    (7. VII. 2007)


    (Nota: un brevissimo richiamo del presente “appunto” è apparso, insieme al contributo di Gianfranco Gandolfi, con il titolo “Capo d’Orso (Sardegna)”, su “L’Italia Scaccchistica”, nel fascicolo di Luglio-Agosto 2007, Annata 97, N. 1194, pp. 286-287, nella rubrica “Notizie dall’Italia e dal mondo”).



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