LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Quarantacinquesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    (Magnifiche ossessioni). Una recente segnalazione di Dario Oliviero, apparsa su “la Repubblica” del 26 aprile 2007 dal significativo titolo “Libri di amore, libertà, furore e altre magnifiche ossessioni”, mi fa riprendere la rilettura di un libro con una scelta di brevi narrazioni di Patrick Süskind. Si tratta di “Ossessioni” (traduzione di Laura Pignatti, Tea, 2001, pp. 64, adesso appena ristampato da Longanesi) che raccoglie «tre racconti e una riflessione» dell'autore bavarese del fenomeno letterario “Il profumo”.
    Il secondo di questi racconti è intitolato “Una sfida” (Ein Kampf, 1981) e narra di una partita a scacchi giocata sui tavolini del Jardin du Luxembourg tra Jean, un grigio ed anziano pensionato francese, famoso nel posto per il suo invincibile e noioso gioco calcolato, e un giovane sconosciuto, che subito affascina. Una piccola e partigiana folla immediatamente si raduna per seguire, con crescente attenzione e partecipazione, le spavalde mosse dello sfidante, che gioca con il nero e che, sicuramente, “avrebbe compiuto il miracolo da tutti segretamente bramato battendo il matador locale degli scacchi”. La partita si sviluppa con bizzarre mosse dell’elegante giovane che fanno ricordare quelle che Hans Kmoch fece nella divertente parodia del “Mio sistema” di Aron Nimzowitsch e che si trova in appendice nella bella e nuova traduzione del celebre libro recentemente edito da Caissa Italia (Aron Nimzowitsch, “Il mio sistema”, nuova traduzione e introduzione biografica di Giordano Bergamo, pp. 248, 2005). Le mosse del nero sembrano forti, rivoluzionarie e, talmente sorprendenti, che destano incondizionata ammirazione negli astanti e forti preoccupazioni nel vecchio e compassato giocatore. Il quale, mossa dopo mossa, timidamente, “dopo lunghi ripensamenti e rimorsi”, forse anche lui stregato dal gioco irrituale e sorprendente del giovane sconosciuto, decide di fare le cose più ovvie e noiose, come mangiare alcuni pedoni lasciati indifesi nel forsennato attacco. Anche quando è in vantaggio sul nero di ben tre pedoni gli sembra di sentire il commento degli astanti: “Ma tanto, che vuol dire? A che serve questo vantaggio numerico contro un avversario che chiaramente pensa in modo strategico, che non bada ai pezzi ma alle posizioni, allo sviluppo, all’attacco repentino e fulmineo? Copriti, Jean! Tu sarai ancora a caccia di pedoni quando con una sola mossa il tuo re cadrà!”. Il pubblico, ormai, acclama apertamente e a gran voce ogni mossa con cui il nero muove e sorprende, mentre “ogni mossa con cui il bianco per necessità si difende, è liquidata con un mormorio di disappunto”. Alla fine il nero si trova a non avere più pezzi, perduti in inutili sacrifici, per minacciare il re bianco, ben sistemato alla fine da Jean, con la sua “mano tremante disseminata di chiazze di vecchiaia”, tra i suoi pedoni. L’imperturbabile giovane, allora, senza più risorse del suo esercito, in silenzio, rovescia sprezzate il re nero e si allontana villanamente senza salutare nessuno. La piccola folla si disperde; la loro speranza ed attesa è risultata vana. Il vecchio giocatore di scacchi si allontana anche lui, dopo aver riposto i pezzi nella sua consunta scatoletta. Medita camminando che, pur vincendo la partita della sua vita, ha perduto qualcosa di molto più importante. L’occasione di dimostrare che avrebbe potuto giocare non con tanta esagerata cautela ma, con un avversario così scadente, con la maestria di un grande campione, dando scacco matto in poche mosse. Decide, pertanto, di non giocare più a scacchi. “In futuro avrebbe giocato alle bocce come tutti gli altri pensionati, un gioco tranquillo, piacevole, di scarse pretese morali”.
    Un racconto semplice e nello stesso tempo profondo. Un piccolo capolavoro di psicologia. Sembra quasi di leggere una novella di Anton Pavlovic Cechov con le sue descrizioni di personaggi inutili e senza futuro, persone incapaci di comunicare e privi della forza per combattere e modificare una società che sentono loro ostile.
    Quasi un invito per tutti gli scacchisti appartenenti alla categoria dei “spingilegno”, qual io, ahimè, irrimediabilmente appartengo, a non demordere e a continuare, speranzosi, le proprie battaglie sulla scacchiera.
    ( 30. IV. 2007)

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    (Una storia affascinante). Se non si è avuto mai la possibilità o il tempo di visitare il Museo di Poznan in Polonia, è possibile ammirare il famoso quadro “Partita a scacchi” di Safonisba Anguissola nel “Database bibliografico degli scacchi”, l’utilissimo progetto studiato appositamente per internet dall’instancabile studioso Carmelo Coco e consultabile in questo sito nella sezione “Arte e collezionismo”.
    Un olio su tela, risalente al 1555, che definire stupendo è poco. Se poi si pensa che fu pitturato da un’artista ancora giovanissima, c’è da rimanere stupiti. Raffigura quattro figure femminili in una scena di vita familiare, descritta in modo realistico. Tre delle sorelle minori di Sofonisba sono riunite a giocare a scacchi in giardino, intorno ad una splendida scacchiera sistemata su un tavolino apparecchiato con una raffinata tovaglia damascata. Un quarto personaggio in secondo piano, l’anziana domestica, pare sorvegliare se non comprendere la mossa appena conclusa e l’inaspettato lieve trambusto. La quiete di qualche istante prima, infatti, è stata sostituita da qualcosa di nuovo che ha richiamato la sua attenzione. Lucia ha, infatti, appena catturato un importante pezzo nero, forse la donna, di Minerva che alza la sua mano in un gesto di resa o di contrarietà; l’altra sorella, la piccola Europa, guarda attentamente, assai divertita. Un momento di serena vita quotidiana osservato con compiaciuta analisi dalla pittrice che testimonia, fra l’altro, l’importanza e la diffusione del gioco degli scacchi, anche fra le donne, in quegli anni di grande rinnovamento sociale ed artistico.
    Salvatore Silvano Nigro, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea della Scuola Normale Superiore di Pisa e della Yale University, illustre critico catanese, dedica alla pittrice, ora oggetto di molti studi dopo il ritrovamento a Paternò della sua pala d’altare “Madonna dell’Itria”, un saggio memorabile che merita di essere segnalato. E’ apparso nel “Domenicale” de “Il Sole 24 Ore” dell’1 aprile 2007, a pagina 34, con il titolo “I «no» siciliani di Sofonisba”. Racconta, recensendo lo sfarzoso libro “La Sicilia dei Moncada. Le corti, l’arte e la cultura nei secoli XVI-XVII” (a cura di Lina Scalisi, introduzione di Maurice Aynard, postfazione di Giuseppe Giarrizzo, Domenico Sanfilippo Editore, Catania 2006, pp. 312), l’avvincente vita della grande artista, anticipatrice delle battaglie sui diritti femminili ma che non poté mai firmare un suo quadro, perché ritenuto a quel tempo, per una donna, sconveniente.
    La “pittora” Sofonisba Anguissola (Cremona, 1530 ca - Palermo, 1626) aveva dovuto dire sempre «sì»: al padre, al fratello, e “a Filippo II di Spagna che, nel 1573, le aveva combinato un matrimonio per procura con un cadetto della famiglia Moncada e, da Madrid, l’aveva spedita a Paternò tra le sciare e le ginestre dell’Etna. In Sicilia, Sofonisba imparò a dire «no». Rimasta precocemente vedova decise di risposarsi. Ma con un uomo scelto da lei, un borghese, contro i divieti della Corte di Spagna e della famiglia.”
    Una vita avventurosa e ricca di anticipatrici e illuminate esperienze artistiche e umane che la rese donna celebre, ammirata da personaggi illustri, quali Michelangelo e Vasari. Non solo come rappresentante della pittura italiana rinascimentale al femminile ma, anche, come figura di spicco della vita artistica delle corti italiane, legata, con la sua fitta corrispondenza, con i più famosi artisti del suo tempo. Tanto da ricevere, negli anni della vecchiaia, la visita del giovane artista fiammingo Antoine van Dyck, succedutogli come ritrattista ufficiale della corte spagnola, che schizzò a penna un suo famoso ritratto. Lei, in quella occasione, ormai più che novantenne e quasi cieca, gli raccomandò, con lucida mente, “fra tanti «buoni» consigli di non far cadere il «lume» dall’alto: «Acciò che le ombre nelle rughe della vecchiaia non diventassero troppo grande»”. Era il 12 luglio del 1624. Sarebbero passati ancora almeno tre secoli prima che le donne di media borghesia, ceto dal quale l’Anguissola orgogliosamente proveniva e nel quale si riconosceva, potessero superare pienamente i molti pregiudizi per trovare un loro adeguato spazio nel mondo degli uomini e potersi liberamente affermare nella società, nell’arte e, persino, nel gioco degli scacchi.
    (3. V. 2007)

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    (Ritorsioni). “Difese l’autista di Bin Laden «Ora la Marina mi licenzia». L’avvocato Swift: «Fare il mio dovere mi è costato la carriera»”. Così il “Corriere della Sera” del 4 giugno 2007, a pagina 13, titola l’articolo di Federico Fubini che racconta, appassionando, il seguito di una notizia di guerra. Una informazione che aveva interessato quella parte di opinione pubblica che segue con convinta attenzione i problemi connessi ai fondamentali diritti di libertà (vedi, in questa rubrica, “Combattente nemico”, “Trentunesimo numero”, N. 142). L’occhiello del titolo ricorda il fatto: “Il Pentagono gli assegnò il caso. Lui si appellò alla Corte suprema contro le giurie militari per i detenuti di Guantànamo. E vinse”.
    L’avvocato Charles Swift, 44 anni, comandante della Us Navy, era stato incaricato dal Pentagono, nel 2003, di difendere in tribunale Salim Ahmed Hamdan, un autista yemenita accusato di essere stato l’autista di Osama Bin Laden e perciò imprigionato nel lager di Guantànamo. Insieme a tanti altri detenuti, ben 380, accusati di “terrorismo” e poco importa se probabilmente “venduti a 5 mila dollari l’uno da un pugno di delatori”. L’ufficiale, invece di assecondare le aspettative della Casa Bianca “per rappresentare Hamdan di fronte a una giuria militare e spingerlo in fretta a una ammissione di colpevolezza”, si è appellato alla Corte Suprema contro la legittimità delle giurie militari e, in modo clamoroso, ha avuto ragione. Ha vinto e, nello stesso tempo ha compreso, in modo lampante, i veri motivi per essere stato per due volte consecutive ignorato nelle attese promozioni di avanzamento in carriera. Dopo venti anni, di cui sette passati nelle navi da guerra, Swift, così, è stato costretto a cercare un nuovo datore di lavoro e, dismessi gli abiti militari, ad iniziare una nuova vita da avvocato privato. Ha dichiarato, da buon soldato: «Perché devo lasciare? Va chiesto ad altri. Per quanto mi riguarda non discuto il sistema: sono felice di essere stato un ufficiale, non mi sono mai chiesto se fare il mio dovere potesse danneggiarmi in carriera».
    Fin qui, almeno per il momento, la conclusione della vicenda. Piace, per ultimo, trascrivere, dal bel e vivo articolo di Fubini, questo passo che fa riferimento al gioco degli scacchi: “Swift ha visitato Guantànamo una trentina di volte, fino al mese scorso, ma per lui conquistare gradualmente la fiducia di Hamdan è stato come vincere una lunga partita di scacchi. Letteralmente. «In Medio Oriente non si sa nulla del nostro sistema giudiziario, ma tutti giocano a scacchi. Per fare capire al mio cliente che lui era il re e io un pedone messo lì per proteggerlo, abbiamo parlato molto delle tattiche del gioco», racconta Swift”.
    Non sempre, a volte, agli scacchi, come accade nella vita professionale e in quella banale di tutti i giorni, vincere una partita, pur importante, comporta la conquista di un meritato premio.
    (5. VI. 2007)

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    (“Aldo X”, un passato difficile). Un volto che in tutto somiglia a suo padre e non solo per la stesse montatura degli occhiali, spessa e scomoda. Un uomo che non soltanto nella corporatura ma perfino nel tratto gestuale, almeno nei ricordi di chi li ha conosciuto entrambi e nelle rare fotografie che lo ritraggono, a lui rimandava immediatamente. Un timido, con un’infanzia triste: «Non mi ricordo di essere mai stato bambino», confidò una volta al giornalista e parlamentare Massimo Caprara, radiato dal Pci nel 1969 insieme al gruppo del “Manifesto” del quale è stato uno dei fondatori. Un intellettuale che legge i giornali e, in lingua originale, apprezza i capolavori della letteratura russa e francese. Una persona colta che si diletta di gustare, da solitario appassionato giocatore, anche i libri sugli scacchi. Che si distrae, persino, con la “Settimana Enigmistica” e a passeggiare a lungo nella sua “legale” città ritrovata, Modena. Desiderando, con il suo diploma di perito ingegnere e il carattere mite, di vivere una vita normale ed economicamente dignitosa. Fuori da una struttura sanitaria.
    Un limpido articolo mi fa riprendere un tema che ho solo accennato, anni fa, in queste pagine e mi ha, allora come ora, accoratamente appassionato (vedi, in questa rubrica [senza titolo, ma: “La riscoperta del «Migliore»”], “Settimo numero”, N. 32). “La Stampa” di oggi, 7 giugno 2007 dedica, infatti, l’intera pagina 21 a Aldo, il figlio dimenticato di Palmiro Togliatti e Rina Montagnana, che, il prossimo 29 luglio, compirà 82 anni. L’articolo lo scrive, con malinconica partecipazione, l’inviato a Modena Alberto Mattioli sotto alcune rare fotografie e il grande titolo: “«Sono Aldo X». Vita reclusa di un Togliatti. Il figlio del Migliore in manicomio da 26 anni”.
    Racconta il giornalista, non dimenticando che la vicenda è menzionata in uno splendido libro di Nunzia Manicardi e inserita nel fortunato lavoro teatrale, approdato a Broadway, “Nel nome del padre” di Luigi Lunari, che Aldo vive dal 1980, un anno dopo la morte della madre, in una stanza di “Villa Igea”, una casa di cura di Modena. Unico, nell’elenco dei pazienti della clinica privata modenese per malattie mentali, ad essere indicato senza la designazione del cognome ma solo con il suo nome di battesimo, Aldo. “Prima nella stanza 227, poi nella 429, Aldo Togliatti continuava per decenni a fare quel che ha sempre fatto: soprattutto le parole crociate della «Settimana enigmistica». Poi fumava (moltissimo) e giocava a scacchi (benissimo, ma da solo). Parlava e leggeva il russo e il francese. Con gli anni ha smesso di leggere il giornale e anche di passeggiare nel parco. Non conversa con gli altri degenti, solo, e raramente, con il personale. Adesso non si alza più dal letto. Del padre non ha parlato quasi mai: quelle rare volte, lo chiamava «il Vegliardo»”.
    Aldo Togliatti ha trascorso buona parte dell’infanzia e della giovinezza con la famiglia in esilio, dopo soggiorni in Francia e in Svizzera, a Mosca. In anni, annota Alberto Mattioli, “che mettono i brividi solo a nominarli, con le notti all’hotel Lux di Mosca dove ogni mattina a colazione si scopriva chi era sparito. Il secondo trauma è quando papà va a far fucilare anarchici in Spagna, si congeda dicendo «torno tra un mese» e sparisce per più di un anno. Lui viene allevato nei collegi riservati ai figli dei compagni esuli nell’Urss o liquidati da Stalin”. Anche la madre parte per la guerra di Spagna. Aldo viene allora ospitato a Ivanovo, in un duro ed elitario convitto di Stato per i figli di alti dirigenti comunisti. Ritorna, o, meglio, è costretto a rientrare in Italia nel 1947. Poco dopo il padre abbandona nuovamente moglie e figlio per rifarsi una vita con Nilde Jotti. Nel 1950 si manifestano in Aldo i sintomi di una grave patologia: schizofrenia con spunti autistici. Poi il silenzio più assoluto sino all’11 dicembre 1993. In quel giorno la storia di Aldo fa il giro del mondo grazie ad un giovane e sveglio cronista della “Gazzetta di Modena”, Sebastiano Colombini. Sul quotidiano modenese, in un lungo servizio firmato anche dallo stesso direttore Antonio Mascolo, si dà la clamorosa notizia di quanto si sussurrava in città e che nell’ex Pci, già Pds e non ancora Ds, “sapevano tutti senza che lo dicesse nessuno: il figlio di Palmiro Togliatti e Rita Montagnana, ultima apparizione pubblica nel ’64, ai funerali del padre, viveva lì, a Modena. Era lui quell’«Aldo» sul tabellone dei pazienti, l’unico a essere indicato con il solo nome di battesimo. Nessun Togliatti, per carità. La notizia del «ritrovamento» scatenò la curiosità. La clinica fu presa d’assedio, il partito anche”.
    Da quando è morta la madre, nel 1979, Aldo, dopo un molto triste vagabondare per più di un anno, arriva, infatti, a Modena dove viene “nascosto” in una clinica per malattie mentali nella provincia più “rossa” d’Italia. Il monolite Pci di una volta si era al riguardo prontamente attivato. Tutti tacciono. Militanti del partito si prestano a dargli un domicilio legale e di prendersene cura. Il metalmeccanico Ornello Pini, continua ancora a raccontare Mattioli, “per anni, per decenni, due volte alla settimana farà visita al figlio di quello che per lui è ancora e sempre il Migliore. Gli porterà i cambi di biancheria e le sigarette Stop. Fingerà di essere un ingegnere, perché Aldo solo degli ingegneri si fida. Gli dirà, venuto il momento, che l’Urss non c’è più (risposta: «Non ci credo»). Cercherà perfino di appassionarsi ai problemi scacchistici. «All’inizio lo facevo per il partito, poi l’ho fatto per lui. Per me è come un fratello»”. Quando Colombini lo ha intervistato, nell’unica intervista concessa e riportata nell’intenso “non-libro” dei tanti silenzi scritto da Manicardi (“I figli di Togliatti”, Koinè nuove edizioni, 2002, pp. 224), Pini ha continuato a raccontare: “Gli porto spesso anche dei libri sugli sacchi: a lui piace giocare, però la fa sempre da solo. La scacchiera gliel’ho regalata io, ma ha giocato in tutto una o due partite con un infermiere. Da anni si ostina a volermi insegnare alcune mosse”(ivi, p.15).
    Una pietas che, in questa tragica vicenda, consola non poco per la sorte dei pochi affetti ed interessi che nella sua lunga esistenza sono rimasti ad Aldo. Anche se, a volte, risolvere un problema di scacchi o rigiocare una partita sulla scacchiera, come ha insegnato Stefan Zweig, può riempire e salvare, seppure per un attimo, una vita.
    Più di tutto sorprende ricordare il comportamento di altri. Come quello di Marisa Malagoli, figlia adottiva di Nilde Jotti e Palmiro Togliatti, per ironia della sorte affermata neuropsichiatra e “professore di psicodinamica dello sviluppo e delle relazioni familiari”, che non si è mai curata di aiutarlo. Un tentativo, insieme con i tanti mai attuati, per non fare di Aldo Togliatti un’altra vittima della Storia e per dar voce al silenzio.
    Altri nomi, al riguardo, vengono in mente. Il destino comune non solo di molti figli dei “rivoluzionari professionali”, come sono stati definiti e loro stessi a volte vittime di profonde ingiustizie, ma anche di anonimi genitori “distratti”. Dai più fortunati Gigi e Putisc, figli di Teresa Noce e Luigi Longo, agli amatissimi Delio e Giuliano Gramsci, sino a coloro che la vita dei padri ha stravolto tragicamente, come in Aldo, la loro esistenza di figli. Penso al figlio segreto del Duce, Benito Albino, anch'egli imprigionato in un istituto psichiatrico a Mombello di Milano e morto disperato nella vana speranza di un ricongiungimento. A Rosemary Kennedy, la figlia ritardata del patriarca Joseph, l’ammiratore di Hitler, che non esitò a farla segretamente lobotomizzare per non sopportare e mostrare in pubblico un peso considerato “vergognoso” per la sua “illustre” famiglia. Per finire ai tanti figli “scomodi” abbandonati nei cassonetti dei rifiuti, o uccisi, o venduti o, almeno, affidati a persone amorevoli.
    Come nell’intensa recente storia di Phoebe, che tutti gli innumerevoli casi racchiude. Una neonata affetta dalla sindrome di Down che viene consegnata ad un’infermiera per essere rinchiusa, all’insaputa della madre, in un istituto. Una vicenda che copre un quarto di secolo, raccontata in un successo letterario americano senza precedenti da Kim Edwards al suo primo romanzo intitolato “Figlia del silenzio”, appena tradotto da Garzanti da Luciana Crepax e già in vetta, fortunatamente anche da noi e solo con il passa parola, tra i libri più venduti.
    Una storia, insieme con le altre di drammatica solitudine, che pare non terminare mai e che tristemente ci coinvolge nel ripercorrere il cammino degli uomini tra eroismi e debolezze.
    (7. VI. 2007)


    (Post scriptum: ameno due articoli, successivi al mio scritto, meritano di essere segnalati. Il primo è l’editoriale, bellissimo, di Antonio Maria Mira apparso su “Avvenire” del 29 giugno 2007 dal titolo “Quella disperante solitudine”. Commenta, nella migliore tradizione giornalistica, il dramma del padre di Palermo che ha ucciso il figlio autistico e poi ha denunciato il grande abbandono in cui lui e la moglie sono vissuti per 27 anni. L’altro, più recente, si legge nella prima pagina del “Corriere della Sera” di oggi, 31 agosto 2007. Ha per titolo “Arthur Miller e il figlio down cancellato” e lo scrive, con l’eccezionale bravura di sempre, Alessandra Farkas. Il commediografo Arthur Miller, “l’eroe dell’antimaccartismo, l’avversario indomito di ogni tipo di sopruso e ingiustizia, custodiva un terribile e crudele segreto privato: fece rinchiudere alla nascita un figlio down, Daniel, oggi 41enne -avuto dalla terza moglie Inge Morath, sposata dopo il divorzio di Maryn Monroe -, di cui cancellò l’esistenza fino alla morte”. Uno scandalo, appena riesumato da Vanity Fair e rilanciato dal New York Times, che ha sconvolto il mondo culturale americano. Una storia, appunto, come accennavo, che sembra non finire mai. 31/VIII/2007).



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