LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Quarantaquattresimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    (“R/G”: Tintin e gli scacchi). Perdonatemi se, ancora una volta, sono costretto a fare un richiamo personale. L’appiglio mi è dato dall’uscita di un libro sul noto personaggio a fumetti con il curioso nome di Tintin, amato sempre nella mia fanciullezza e creato nel 1929 dalla fertile fantasia dell’allora ventunenne Hergé. Il nuovo saggio critico, che si legge come un romanzo, “Tintin e il segreto della letteratura”, scritto da Tom McCarthy, è stato appena edito da Piemme, quasi in coincidenza dei cento anni dalla nascita del suo disegnatore belga, all’anagrafe Georges Rémi (che invertì il suo nome in RG ovvero, scritto come si pronuncia in francese, Hergé). Posso anch’io, così e a margine della segnalazione dell’approfondito studio, dedicare qualche affettuosa e memore riga all’avventuroso straordinario reporter dalla faccia rotonda e senza età. In Tintin ho prediletto, soprattutto, il suo modo di vestire simile al mio, che ancora portavo i pantaloni alla zuava, il suo perfetto agire da boy-scout identico ai miei primi addestramenti nello scoutismo, la sua incrollabile fede nell’amicizia, il suo spirito d’avventura, il suo coraggio al servizio della giustizia, la sua crescita politica nel divenire sempre più convinto difensore dei deboli e di un mondo rispettoso delle sue risorse. Non avevo fatto però caso, allora, alla circostanza, oggi per me pure di speciale interesse, che anche il gioco degli scacchi era spesso presente nelle sue movimentate e pericolose avventure.
    Gli scacchi, infatti, sono umoristicamente ben rappresentati in uno dei capolavori letterari di Hergé qual è, certamente, il racconto “Tintin in Tibet”. «Un inno all’amicizia», come definito dallo stesso autore in una celebre intervista concessa a Numa Sadoul. Il salvataggio, tra la neve e il ghiaccio dell’Himalaya, di un amico cinese realmente esistito, che risponde al nome di Tchang Tchong-jen, di un anno più giovane, che gli aprì in gioventù, essendosi conosciuti nel 1934, nuovi orizzonti artistici e umani. Per anni, dopo il suo ritorno in Cina, Gerges Rémi cercò di rintracciarlo senza successo e per lui scrisse questa storia nella speranza che il clamore della vicenda lo raggiungesse. Dopo intensi negoziati diplomatici l’ormai anziano amico cinese, raffinato artista finito in un campo di “rieducazione” durante la “rivoluzione culturale proletaria”, ottenne, nel marzo del 1981, il permesso di tornare in Belgio. All’aeroporto di Zaventem, alla presenza di una grande folla di giornalisti, i due, finalmente, poterono abbracciarsi nuovamente, da veri “vecchi amici”. Il finale del racconto a fumetti, scritto mezzo secolo prima, riviveva nella realtà e in diretta davanti i mass media.
    Tra le prime vignette che servono ad introdurre la nota storia, illuminata di bianca neve, di “Tintin in Tibet”, gli scacchi occupano un posto di un certo rilievo. Rivediamo la scena che li mette in primo piano nel pregevole volume cartonato, fedele all’edizione originale francese, distribuito dalle Edizioni Lizard in traduzione italiana e stampato in Belgio nel 2001. Un irrefrenabile e violento starnuto, o qualcosa di simile, era comparso a sorprendere il quieto dopo cena degli ospiti dell’albergo di montagna dove Tintin e il focoso capitano Haddock giocavano a scacchi. Un “Ciang!” fragoroso che scuote non solo il tavolinetto di gioco ma tutti gli astanti, compreso il fedele Milù, il bianco fox-terrier suo inseparabile compagno d’avventura. Vola in aria persino la scacchiera, sparpagliando in aria i minuti pezzi degli scacchi, tutti riconoscibili a testimoniare la cura del dettaglio che Hergé amava riprodurre nei suoi disegni. Scacchiera sulla quale, mentre l’avversario dormicchiava, il capitano aveva riflettuto a lungo prima di rassegnarsi a sacrificare il suo alfiere e guadagnare, secondo i suoi calcoli dopo un successivo scacco, la torre nera. Ma non era un violento starnuto a far sobbalzare Tintin e a piantare un gran pugno sul tavolino, facendo volare gli scacchi al grido di “Ciang!”. Era un sogno o meglio il presentimento che il suo amico cinese Ciang (così la dubbia traslitterazione del nome cinese utilizzata nel volume destinato all’Italia, forse per assonanza con il suono dello starnuto) avesse bisogno di aiuto. Curiosamente, l’instancabile reporter riceve, il giorno successivo, una lettera dell’amico, spedita tempo prima da Hong Kong, che gli annuncia la sua partenza per l’Europa dal Nepal, in aereo. Contemporaneamente i quotidiani davano il nome di Ciang tra i passeggeri dispersi a seguito di un incidente aereo sulle nevi dell’Himalaya, il medesimo, della linea Patna-Katmandu, sul quale aveva comunicato di volare. Inizia in questo modo l’istantaneo e ardimentoso viaggio di Tintin nel lontano Tibet per salvare il compagno, che poi si apprende essere stato sottratto alla morte e tenuto prigioniero dello Yeti.
    E gli scacchi, nei racconti di Hergé, volano in aria anche in modo metaforico con gli sgargianti colori bianco e rosso di una scacchiera raffigurati sul razzo che precede sulla carta, di ben quindici anni, la memorabile sfida tra americani e russi che finì con il portare la missione Apollo sulla Luna. Dapprima con il primo lancio sovietico del satellite artificiale Sputnik, come in “Obiettivo Luna”, pubblicato nel 1953 e con il suo seguito, uscito un anno dopo, “Uomini sulla Luna”. Gli scacchi compaiono, ancora una volta figurativamente e in modo divertente, in “L’orecchio spezzato” e in altre vignette. Come quando, sempre in “Tintin in Tibet”, Haddock avanza stancamente, stordito da qualche sorsata di troppo di whisky, sino a addormentarsi, mentre continua a camminare automaticamente e a sbattere dolorosamente contro un tronco d’albero. Uno strano sogno, allora, lo aveva assalito. Si rivedeva in un vestito d’infanzia su una scacchiera, in compagnia del distratto scienziato professore Tournesol e di un solo pezzo del gioco, il cavallo. Stranamente un cavallo con le corna. Simile, forse, ad una vacca, lo stesso animale, sacro per le popolazioni indù, che aveva incontrato qualche giorno prima a Nuova Dehli e che aveva maldestramente importunato, cavalcandolo con disastrose conseguenze, per giungere a tempo in aeroporto. Inoltre, in un’altra storia, “Il drago blu”, Dawson si lamenta che lui e i suoi complici con la frase «sono sempre tenuti in scacco da quel ragazzo!». E non sembri paradossale che Tom McCarthy, nel libro citato a pagina 187, proprio in merito a questa esclamazione, scrive: “Linguisticamente, oltre che psicologicamente, la sua lamentela coglie nel segno: l’espressione «faire tntin» significa, come spiega il dizionario di «slang» francese, «essere privato di una soddisfazione attesa o dovuta, essere frustati in qualcosa»”.
    Tintin è solo un fumetto ma che riesce, grazie al suo sano ed ironico messaggio, a farci comprendere il mondo che ci circonda e che ci illumina, anche, sulla letteratura, l’arte e la politica. Non ci sono state, purtroppo, più storie di Tintin, dopo la morte del suo autore, avvenuta nel 1983. Forse è stato meglio così. Si è in questo modo rispettato l’assoluto desiderio di perfezione di Hergé e i suoi ventiquattro racconti, l’ultimo mai ultimato, oggi tutti sotto il ferreo controllo della Fondazione Moulinsart, si leggono come un classico non solo della letteratura della bande dessinée ma anche come affascinante ritratto del secolo appena trascorso. Un emblema mondiale del fumetto definito dalla critica francofona, per lo stile del tratto limpido e netto che lo caratterizza, ligne claire, come, pulito e perfetto, appunto, è il quadrilatero di una scacchiera.
    (14. IV. 2007)

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    (La mossa del cavallo). Strano. Dapprima l’aveva detto il ministro per l’Università Fabio Mussi, con forza e decisione. Si era preoccupato che l’amico di famiglia e il compagno di tante battaglie, Piero Fassino, non avesse esaminato con la dovuta ponderatezza le regole di apertura estrema annunciate per la creazione del futuro partito della sinistra. Ciò era accaduto nelle scorse settimane, al termine dell’affollata assemblea dei Democratici di Sinistra chiamata ad esprimersi sul percorso di costruzione del nuovo Partito Democratico. Perché (vedi in questa rubrica, “Le mosse della politica”, “Quarantunesimo numero”, N. 184), aveva commentato, quasi in sordina, “quando il giocatore di scacchi muove il proprio pezzo, deve sapere come sono messi gli altri sulla scacchiera, altrimenti si fa delle illusioni e perde la partita”. Ecco ora che “La Stampa” del 20 aprile 2007, nell’aprire proprio con la notizia del giorno relativa alla “Quercia addio, nasce il Pd”, richiama, come aveva già chiosato il ministro, il gioco degli scacchi. L’articolo di spalla di Lucia Annunziata ha, infatti, il trasparente titolo “La mossa del cavallo”.
    Una delle più attente e lucide annotatrici della realtà politica italiana ricorre al tipico movimento di questa figura scacchistica per commentare le scelte politiche del segretario dei Ds Fassino. Una mossa particolare, nello scacchiere della politica, per annunciare il nascituro partito riformista “nuovo e vero”, decisamente criticato qualche giorno prima da Mussi. Non certo come quest’ultimo giudicava, ma come la brava giornalista spiega con l’accattivante richiamo al gioco degli scacchi. Scrive, a commento della storica relazione del segretario dei Ds a Firenze, sul quotidiano torinese: “Piero Fassino ha fato la mossa del cavallo: pericolosamente insediato dal movimento ulivista, lo ha assunto, fatto suo, e scavalcato”. Prosegue, nella successiva seconda pagina con “Scacco ai signori delle tessere”, la sua chiara interpretazione della strategia che sta alla base della costruzione del Partito Democratico. Per dare un affondo alla frantumazione del nostro sistema partitico e creare un normale bipolarismo all’europea, spiega, bisogna creare un movimentismo che solo la curiosa mossa del cavallo nel gioco degli scacchi riesce a realizzare. E che Fassino, segretario di un partito “sospettato e accusato di rigidità e burocratismo”, propone in modo rivoluzionario per la formazione del nuovo partito. Cioè, con le parole di Annunziata, “scelta della leadership con voto individuale e segreto, ricorso alle primarie per tutti i candidati agli incarichi elettivi, voto segreto e limite del numero dei mandati per i dirigenti”.
    Sappiamo, però, e la brava giornalista non lo dice, che ogni partita, non solo quella che si svolge sulla scacchiera, è governata dal fattore tempo entro il quale è possibile effettuare le mosse. Tutti gli altri attori politici in campo, entro un breve intervallo, dovranno, pertanto, fare le proprie, irripetibili. Magari riportando indietro, in qualche casa più sicura, la propria appartenenza, il proprio simbolo e la propria storia. L’orologio ha già iniziato ad accarezzare il tratto in cui spicca la bandierina: Costituente in autunno, e Partito Democratico pronto nella primavera del 2008.
    Pietro Fassino, che si diletta a giocare a scacchi e che in un’intervista ha dichiarato che il gioco può contribuire a migliorare anche l’uomo politico a “raffinare i suoi modi e le analisi politiche” (cfr. “L’Italia Scacchistica”, Genn-Feb 2004, N. 1166, pag. 8, “Piero Fassino scacchista”, intervista a cura di Claudio Cesetti), è consapevole che la partita, malgrado complessa, deve essere conclusa bene e lestamente. E pare confidare molto sull’inconsueta mossa del cavallo che, oltre risolutiva, deve essere, ugualmente, molto, molto rapida ed improvvisa. Sorprendendo. Perché, come ha scritto Viktor Šklovskij nella prefazione del suo famoso smilzo libro “La mossa del cavallo”, a me sempre molto caro e che cito a memoria dalla vecchia edizione De Donato, “il cavallo non è libero: procede in diagonale in quanto il cammino diretto gli è sbarrato”.
     (20. IV. 2007)

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    (Kasparov, campione di generosità e coraggio). Garry Kasparov incute ancora paura per le sue mosse giocate non sulla scacchiera ma nelle piazze e nella politica del suo paese. Anche se non sono previste, almeno nell’immediato, altre marce come quelle programmate sabato 14 e domenica 15 aprile a Mosca e nella seconda città russa, San Pietroburgo. «E’ stata una conversazione molto tranquilla e molto corretta», ha raccontato lui stesso all'uscita dell’imponente e sinistro palazzo moscovita dell’Fsb, ex Kgb, il Servizio di sicurezza federale. Gli agenti l’avevano lì invitato per chiedergli spiegazioni circa un’intervista radiofonica e una pubblicazione del “Fronte Civile Unito”, idonee “a compiere azioni estremistiche”. «Sarebbe molto difficile per un procuratore fare una cosa così stupida come aprire un fascicolo per estremismo», ha detto a proposito delle manifestazioni da lui organizzate come leader del movimento l’«Altra Russia». «Non c’è stato un solo atto di violenza», ha ricordato, «neppure un vetro rotto».
    L’articolo su cinque colonne di Fabrizio Dragosei, che occupa tutta la parte alta della pagina 15 del “Corriere della Sera” del 21 aprile 2007, è sintomatico perfino nella formazione del titolo che richiama alla mente il vecchio modo di agire di uno dei servizi segreti, maestri in spietate “intimidazioni”. Nulla in confronto di come si comportava la Stasi nella Germania Democratica (DDR) e mirabilmente raccontata nell’intenso film “Le vite degli altri” di Fkorian Henckel Donneromarck. L’intestazione data alla corrispondenza di Dragosei è, appunto, “Kasparov sotto il torchio del Kgb”. L’occhiello recita “L’ex campione di scacchi «a colloquio» per 4 ore negli uffici dei servizi di sicurezza dopo le manifestazioni anti Putin”. Il sottotitolo mette in evidenza la singolare presa di posizione dell’ultimo presidente dell'Unione Sovietica, ancora molto ascoltato in Occidente: “E a sorpresa Gorbaciov attacca gli oppositori: «Pilotati dall’esterno»”.
    In modo alquanto simile, anche se in modo confidenziale e meno autorevole, si era già espresso Silvio Berlusconi, mentre si trovava in visita privata nella vecchia capitale degli zar divenuta polveriera rivoluzionaria, ospite di Putin, almeno a leggere tutti i quotidiani dei giorni precedenti. “La Stampa” del 16 aprile, in prima pagina, riferiva candidamente, sotto il titolo “Scontri in Russia”, “Berlusconi difende l’amico Putin. «La repressione è stata gonfiata. Il Paese crede nella democrazia»”, con articoli, alle pagine 2 e 3, di Emanuele Novazio, di Ugo Magri e di La Mattina. Anche il “Corriere della Sera”, lo stesso giorno, titolava a grandi lettere, “Russia, Berlusconi difende Putin. Ma D’Alema: un potere molto forte, rischi autoritari”. Il titolo era posto sopra un’allegra fotografia, che campeggiava in prima pagina, di un sorridente Berlusconi in compagnia, oltre di Putin, dell’attore Jean-Claude Van Damme e di due lottatori di “arti marziali miste” che, il giorno prima, avevano effettuato un’esibizione con pugni, calci, ginocchiate, gomitate e strangolamenti. Nelle pagine interne, una dettagliata e puntuale corrispondenza, ancora di Fabrizio Dragosei da San Pietroburgo e di Giuliano Gallo che, da Roma, commentava le diverse letture che l’ex premier e il ministro degli Esteri davano sugli scontri di piazza avvenuti in Russia in quelle ore. Racconta Dragosei: “Marina è vecchia abbastanza per ricordare quel periodo. Su un pezzo di cartone bianco ha scritto col pennarello: «Le persecuzioni contro l’opposizione sono la strada che porta al 1937», l’anno delle grandi purghe staliniane. Marina è nel gruppo che porta lo striscione di Memorial, l’associazione che si occupa della riabilitazione delle vittime delle repressioni. Poco distanti altre anziane agitano bandierine rosse con falce e martello. E cantano «Sollevati, Grande Paese», la canzone fatta scrivere da Stalin dopo l’invasione nazista.[...] Saranno proprio le vecchie signore, gli uomini con in mano le buste di plastica della spesa a finire per primi in terra sotto i colpi di centinaia e centinaia di poliziotti attrezzati per respingere inesistenti dimostranti in assetto di guerra. Una donna dai capelli scuri viene fatta cadere a colpi di scudo mentre cerca di allontanarsi dalla metropolitana. [...] Eduard Limonov, discusso leader dei nazional-bolscevichi, viene addirittura prelevato in un appartamento a manifestazione finita. Gli Omon hanno sfondato la porta e hanno portato via tutti. [...] Ma nonostante la cattiva fama che Putin si è fatto in tutto il mondo per come tratta l’opposizione, sembra essere Vladimir il preferito da Berlusconi. «Vedo che si è gonfiato molto», ha detto l’ex premier a proposito di Kasparov, che «aveva promesso di portare in strada una grande folla ma in totale erano 700». E ha aggiunto: «A Putin ho dato il dvd che mostra l’opposizione italiana che ha portato in piazza due milioni di persone. E gli ho detto: ecco, di questo dovresti preoccuparti».” E senza dimenticare la corrispondenza di Pietro Del Re apparsa su “la Repubblica”, sempre del 16, dall’eloquente attacco: “«Repressione gonfiata dalla stampa» Berlusconi difende l'amico Vladimir”. L’inviato a San Pietroburgo scriveva, infatti, con garbata ironia: “Secondo l'ex presidente del Consiglio, i colpevoli sono i dimostranti. «Lo so perché ero con Putin mentre parlava con il ministero dell'Interno: l'opposizione aveva organizzato manifestazioni in strade non concesse dal comune per questioni di traffico». Ecco tutto. Nulla di grave, in fondo. La polizia ha soltanto fatto il suo dovere. Per facilitare il traffico”.
    Adesso a scrivere è il diretto interessato, Garry Kasparov. Le sorprendenti dichiarazioni riportate nel quotidiano romano e dagli altri organi di informazione, evidentemente, non gli sono sfuggite. Replica con una lunga, puntigliosa e orgogliosa lettera al direttore de “la Repubblica”, che la ospita, senza commenti ma in risalto, a pagina 27 dello scorso 26 aprile, con il titolo “Menzogne per difendere Putin”. Scrive, con inusitata schiettezza e grande coraggio, “la stampa occidentale ha già ampiamente raccontato quanto è successo in questi giorni. [...] Finora, tuttavia, nessun leader occidentale ha fatto dichiarazioni in proposito. Nessuno ha voluto criticare Putin né dire che quanto è accaduto basterebbe ad allontanarlo dalla cerchia dei cosiddetti paesi civili. [...] Solo l’ex presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, si è affrettato ad esprimersi in merito. Nel momento in cui gli Omon stavano selvaggiamente picchiando cittadini inermi, il celebre uomo politico, proveniente da uno stato democratico, assisteva assieme a Putin a incontri di lotta libera. Per cortesia nei confronti del suo ospite russo e vecchio amico ha così deciso di manifestargli il suo sostegno. Ma Berlusconi ha fatto una dichiarazione scandalosa. Ha detto che la Russia è un paese democratico, ripetendo le menzogne del Cremlino. Ha poi rimproverato la stampa mondiale per le esagerazioni compiute nel raccontare i fatti”. Sarebbe già abbastanza, ma Kasparov prosegue, in un crescendo di indignazione. Denuncia esplicitamente l’ex presidente del Consiglio italiano di aver artatamente mentito in ordine al numero esiguo delle manifestazioni antiputiniane rispetto a quelle, esageratamente numerose, filoputiniane, definendo tale atteggiamento “indegno”, probabilmente dettato da “interessi commerciali”. Lo ritiene persino incapace di capire i valori della vera democrazia nell’improbabile ipotesi di abbracciare “sinceramente le idee di Putin sulla democrazia «sovrana controllabile»” della Russia di oggi. La sua lettera, rimasta a tutto oggi senza risposta, finisce con le seguenti considerazioni, appassionate e sincere: “Noi dell’«Altra Russia» difendiamo la nostra Costituzione. Noi la difendiamo da Putin e dagli Omon con cui ha occupato le città: vogliamo vivere in un paese in cui siano vigenti regole comuni per tutti, in cui la Costituzione regni sovrana. Vogliamo vivere in un paese in cui i diritti che garantisce siano rispettati. Ma non vogliamo vivere in uno Stato in cui tutto viene deciso da «una personalità forte», chiunque essa sia: il Duce, Berlusconi o Putin”.
    “Giocare a scacchi con la morte” è il titolo greve della breve riflessione di Armando Massarenti che è apparsa nella rubrica “Filosofia minima” de “Il Sole 24 Ore” di “Domenica” 29 aprile 2007, a pagina 34. Un supplemento settimanale, per inciso, sempre più prezioso per riempire un giorno festivo di riflessioni non peregrine. L’occasione è data dalla pubblicazione del nuovo libro di Kasparov, “How life imitates chess” (Heinemann, Londra e in traduzione da Mondadori) e Massarenti si domanda se davvero la vita può imitare gli scacchi. Dopo le estenuanti quarantotto partite della sua prima memorabile sfida contro il precedente campione del mondo Anatoly Karpov, un giocatore «fortemente legato alle strutture di potere sovietiche», Kasparov, riluttante, accettò il verdetto della federazione mondiale che mise fine alla gara senza assegnare il titolo. La volta dopo lo vinse e riuscì a mantenerlo per quindici anni. Ora, osserva Massarenti, Kasparov non gioca più a scacchi. A suo rischio e pericolo ha smesso di giocare per organizzare «la resistenza alla spaventosa espansione del potere autoritario dello stato» nella Russia di oggi. E scrive: “Il re e il ribelle si contendono le pedine del popolo russo. Kasparov rischia molto. Rischia la vita. La vita è diversa dagli scacchi. In realtà Kasparov, nella sua partita con Putin, non sta giocando una partita di scacchi. Sta lottando per avere la possibilità di cominciare a giocare. A giocare quel gioco che, nei paesi davvero democratici, tutti possono giocare con naturalezza. Senza essere pedine di qualcuno. Neppure di un campione di generosità e di coraggio come Kasparov”.
    Una rischiosa situazione che non era sfuggita ad un altro attento osservatore, Francesco Battistini. Un bel ritratto dell’ex campione, che merita di essere letto e conservato. Ha per titolo “La fronda di Garry il campione «Le mie mosse per la rivoluzione». La sfida: «Io non voglio vincere le elezioni, mi basterebbe averle»”, ed è apparso sul “Corriere della Sera” del 15 aprile 2007. Così concludeva il suo appassionato articolo: “Quando giocava, Garry era pronto a farsi mangiare molti pezzi, pur di chiudere l’avversario nello scacco matto. Non è cambiato: «Con gli scacchi, calcolavo tutte le possibilità. Per la Russia, non mi interessa sapere quante chance ho»”.
    Considerazioni che riportiamo a commento finale delle nostre. A suggello di una scelta di vita nobile e valorosa di un campione di scacchi che, grazie al significato e agli insegnamenti profondi del gioco, ha imparato a guardare più in là del ridotto quadrato di una scacchiera.
    (21. IV. 2007)

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