LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Quarantesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    (Un demonio, un malvagio, un “vukodlak”). Erano seducenti da fanciullo le storie sul “lupo mannaro”. Un uomo colpito da una maledizione che, ad ogni plenilunio, iniziava a coprirsi di peli e di zanne per trasformarsi in un lupo feroce, capace di trasmettere la sua patologia ad un altro uomo dopo averlo morso. Queste narrazioni terribili erano raccontati come fatti accaduti realmente dalla mia anziana domestica, analfabeta ma ricca di fervida e loquace fantasia. Racconti che avvenivano di sera in cucina, poco prima di cena, ed in un luogo di donne dove io ero appena sopportato, simile, per ambiente e circostanze, a quello descritto in un piccolo libro, vero capolavoro della letteratura contemporanea. “Per tanti anni, quando la casa era piena, quest’odore umile, leggero si spandeva dalla cucina nelle stanze all’ora di cena: è la lattuga che bolle con ampi sbuffi di vapore. ... Le donne (...) la pigiavano con un mestolo, ne crocchiavano le costole, acchiappavano al volo le foglie che tentavano di sfuggire, raccattavano quelle cadute. Pochi minuti e la verdura si afflosciava per ritornare su nel bollore, gonfia come se respirasse. Un altro tocco di mestolo, prolungato, educatore, la rimandava a fondo”. (“Arco di luminaria” di Luisa Adorno, Sellerio editore Palermo, 1990, p. 11). Così, nella penombra della cucina impregnata dell’odore povero della lattuga che bolliva, ho scoperto, con curiosità più che timore, l’uomo-lupo o licantropo (dal greco lykòs, “lupo” e anthropos, “uomo”). Una leggenda non solo antica ma che, evidentemente, è patrimonio di diverse culture, soprattutto nell’Europa centrale, come mi è capitato di scoprire leggendo il nuovo romanzo di Paolo Maurensig, “Vukovlad. Il signore dei lupi” (Mondadori, 2006, pp. 109).
    Questa volta, lo scrittore goriziano, che come è noto ha raggiunto il successo letterario nel 1993 con “La variante di Lüneburg”, l’appassionante romanzo che parla attraverso la metafora del gioco degli scacchi degli orrori dell’olocausto, non ha partite da raccontare. Ma riferisce meramente, a sua volta, la storia di una vicenda, straordinaria e fantastica, accaduta davvero ad Emil Ferenczi, un presunto studioso ungherese di miti e leggende, e da lui stesso raccontata, dopo insistenti tentativi di incontro, a Maurensig mentre si trovava a Capri dove partecipava ad un convegno di saggisti e romanzieri sul soprannaturale nella letteratura del Novecento.
    Il magiaro Emil Ferenczi è l’io narrante che, nell’estate del 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale, come sottufficiale dei Cacciatori Ungheresi di stanza in Polonia sui monti Tatra, con i suoi commilitoni, si trova a dover fronteggiare una duplice imminente invasione su fronti opposti, quella tedesca dai Carpazi e quella russa dall’Ucraina. Nel contempo, tra gli eventi di guerra, si inseriscono atavici timori superstiziosi. Una strana creatura, che ha i tratti del margravio di quelle terre, si affaccia, Vukovlad, “Signore dei lupi”: un essere malvagio e, appunto, per assonanza, un vukodlak (o licantropo), un demonio. La bestia si fa uomo e, alla luce della luna piena, il Male prende forma.
    Nel breve romanzo il gioco degli scacchi è comunque presente. Anzi la sua stessa struttura è ancora una volta simile, come è stato brillantemente messo in evidenza, “al lucido incedere di un cavallo degli scacchi” che si muove per dirimere il conflitto tra il Bianco ed il Nero, il Bene ed il Male, sulla condizione umana sempre dilaniata tra rettitudine e corruzione, ingenuità e conoscenza. Un modo che consente a Maurensig di rimanere nella tematica, a lui tanto cara, del Male e decifrare il suo potere nelle sue multiformi metamorfosi.
    Non sorprende, quindi, che “Tutto Libri”, numero 1543, anno XXX, il settimanale allegato al quotidiano “La Stampa” di sabato 16 dicembre 2006, recensisce, a pagina IV, il nuovo romanzo dello scrittore con l’attraente titolo “Partita a scacchi sui Tatra. In una gotica Polonia, alla vigilia dell’invasione nazista”. La recensione è anonima, così come senza firma sono tutti gli altri articoli in adesione alla protesta di questi giorni della Fnsi a sostegno della vertenza per il contratto nazionale di lavoro.
    Piace, peraltro, qui riportare due brevissimi ma efficaci cenni che riconsegnano alla letteratura poetica il gioco degli scacchi. Entrambi si trovano proprio quasi ad inizio del sorprendente romanzo. “La Polonia si stava preparando a respingere una duplice invasione da fonti opposti: quella russa dall’Ucraina e quella tedesca dai Carpazi. Anche se ufficialmente i movimenti delle nostre truppe si svolgevano all’insegna della normale esercitazione, ormai ci si aspettava il peggio e, proprio come in una partita a scacchi, si posizionavano torri, cavalli e alfieri nei punti strategici, preparandoci a contenere l’offensiva tedesca” (pag. 17). Quando, dopo aver montato il campo e foraggiati cavalli e muli, tutte le sere, “riuniti nella tenda degli ufficiali, alla luce di una lampada a petrolio, dispiegavamo la mappa disegnata a più colori e solcata nel mezzo da una linea scura che delimitava il confine tra Polonia e Sudeti, invasi qualche mese prima dal Terzo Reich. Fissavamo, come fosse un oracolo, quel punto fermo, segnato da un punto rosso, che era la nostra meta, confrontandolo con un altro punto, mobile sopra la carta, costituito da un minuscolo cavallo degli scacchi: pedina che rappresentava la nostra posizione e la distanza che ancora ci separava dall’obiettivo. Tutte le sere, quindi, si ripeteva questo rito che riusciva a confortare il nostro animo, restituendogli la certezza che quella sorta di spossante transumanza attraverso una natura ostile aveva uno scopo”. (pp. 18-19).
    Un piccolo libro, Vukovlad, che è un vero e proprio apologo sulla condizione umana, scritto perché l’uomo non si trasformi magicamente e tragicamente in lupo mannaro. Anche con l’aiuto del metaforico significato della partita di scacchi che si svolge nella vita.
    Piace, inoltre, segnalare il breve racconto in quanto, proprio in questi giorni, è stata proposta al Teatro Verdi di Gorizia, in anteprima mondiale e con grande successo, la versione teatrale di “La variante di Lüneburg”. Interprete di eccezione è stata la cantante Milva che, con “la sua voce calda e possente”, ha recitato le canzoni a soggetto scacchistico scritte appositamente per lei da Paolo Maurensig.
    (3. II. 2007)

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    (La partita più bella). Ieri, 4 febbraio 2007, il giornalista e scrittore Beppe Severgnini, in prima pagina sul “Corriere della Sera”, ha suggerito, con l’articolo “Dieci consigli per non vedere più questa indecenza”, il suo personale “decalogo contro gli ultras”. Sono alcuni melanconici ammaestramenti scritti a caldo, dopo la morte dell'ispettore capo di polizia Filippo Raciti nella piazza antistante lo stadio di Catania. Una tragedia che ha fatto sprofondare nella vergogna e nel buio più profondo una città, con il privilegio di essere incastonata tra la Riviera dei Ciclopi e gli oltre tremila metri dell’Etna, e noi catanesi, nell’attesa festosa per salutare la patrona Sant'Agata. Si domandava, l’acuto investigatore di vizi e virtù italiche, cosa mai potevano fare in futuro le poche migliaia di esagitati, che amano giocare alla violenza gratuita e alla guerra a polizia e carabinieri, una volta che il gioco fosse stato finalmente restituito ai milioni dei veri appassionati del pallone. E suggeriva, tra altre e sicuramente più appropriate inquiete considerazioni, che avrebbero potuto dedicarsi ad altro, forse, insieme al canto e alla lettura di classici orientali, anche agli “scacchi”.
    La considerazione, certo provocatoria, mi ha stupito non poco e mi ha fatto ricordare uno degli articoli più seducenti che mi è capitato di leggere alla fine dell’anno appena trascorso. Curiosamente è stato lo stesso Severgnini a segnalare il pezzo, con la consueta vivace maestria ma con un più indovinato approccio. Il giornalista conduceva in quel tempo una delle rubriche mattutine più gloriose del Terzo Programma della Radio, “Prima Pagina”. Nel commentare le notizie appena apparse sui quotidiani, e sempre più spesso -come sconsolatamente nel momento in cui scrivo- terribili, si è soffermato a leggere per intero il bel “Mattutino” che il dotto monsignore Gianfranco Ravasi, autore del “Breviario laico” (Mondadori, 2006, pagg. 404), ormai da alcuni anni, firma quotidianamente sul giornale “Avvenire” e che, in quel giorno, aveva per titolo “La scacchiera”. Un ritaglio ben fatto, che iniziava da uno spunto poetico e che ingioiellava la prima pagina del giornale della Conferenza Episcopale Italiana del 12 dicembre 2006.
    Ascoltare una massima per pensare e scoprire il divino nella quotidianità, avendo come spunto l’alto valore del gioco degli scacchi e nel momento di iniziare l’impegno di affrontare un nuovo giorno, lo ritengo uno scoprimento emozionante. Non sapendo come fare di meglio per illustrare la breve riflessione la riporto integralmente, così come per intero, nonostante il poco tempo a disposizione, Beppe Severgnini ha avuto, allora, l’attenzione e l’amabilità di proporla ai suoi ascoltatori:
    “«La scacchiera è il mondo, gli scacchi sono i fenomeni dell’universo, le regole del gioco sono quelle che noi chiamiamo “leggi naturali”. Il giocatore dall’altra parte della scacchiera è invisibile. Sappiamo, però, che il suo gioco è sempre onesto, leale e paziente. Ma sappiamo anche, a nostre spese, che non perdona mai un errore né fa la più piccola concessione all’ignoranza».
    A leggere queste righe un teologo avrebbe forse non poco da eccepire. Ma tutto sommato, questa rappresentazione della storia non è priva di una sua verità e di un suo fascino. A proporla è uno scienziato, un biologo dell’Ottocento, Thomas Henry Huxley, in un saggio intitolato Un’educazione liberale . Non so giocare a scacchi, ma devo confessare che sono sempre rimasto affascinato dagli scacchisti, coi loro riti, i ritmi lenti, le strategie esasperanti, gli esiti fulminanti. All’interno della parabola proposta vorrei estrarre almeno tre considerazioni.
    Nell’universo ci sono regole: la scienza le decifra, spesso con fatica, e quando non le scopre, non è detto che esse non ci siano. Il ricorso al caso e al caos sembra essere una semplificazione rinunciataria. Questo deve valere anche per quella creatura particolare che è l’uomo, segnato da una sua «legge naturale». Il giocatore invisibile -continua Huxley- è «onesto, leale e paziente» e questo è vero, ma bisognerebbe anche dire che il suo gioco è talora misterioso. La trascendenza di Dio -come insegna Giobbe- non è riducibile a uno schema com’è quello di un gioco pur creativo come sono gli scacchi. Infine, sì, egli denuncia i nostri errori o l’ignoranza, ma non è implacabile come dev’essere un giudice di gara, perché conosce il perdono e concede la possibilità di nuove partite sino alla fine
”.
    Un serio invito, per tutti, a riflettere e, nel contempo, a rispettare il profondo significato degli scacchi, nostro amato gioco, anche in certi momenti tristissimi come è oggi.
    (5. II. 2007)

    (Nota: il breve “appunto”, con qualche lieve modifica e sotto forma di lettera al Direttore, con il titolo “Scacchi e calcio” e a mia firma, è apparso su “L’Italia Scaccchistica”, nel fascicolo di Marzo 2007, Annata 97, N. 1191, pp. 98-99, nella rubrica “La posta dei Lettori”).

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    (Una mossa di cavallo per ripararci dal freddo). “Il cavallo è l'unico pezzo del tradizionale ordinamento degli scacchi, che fin dal suo lontano apparire non ha mai mutato il suo curioso modo di muovere: non ha mai subito variazioni di regole di movimento o di significato in oltre quindici secoli” (Alessandro Sanvito, citato in “L’Italia Scacchistica”, Gen-Feb 2007, N. 1190, pag. 38, ma originariamente nel fascicolo di Gennaio 1993, N. 1046, pp. 14-15, della stessa Rivista in una delle affascinanti puntate di commento al piccolo ed importante testo pahalavico “Chatrang Namak”). Mi domando, adesso e in modo bizzarro, se la mossa del cavallo può aiutarci o no a ripararci anche dal freddo. Infatti, grazie ad un inverno particolarmente mite non abbiamo avvertito, all’inizio di quest’anno, la forte tensione che esiste in Europa per la crisi del petrolio. Un anomalo inverno europeo che ha persino compromesso la partita di scacchi con pezzi di ghiaccio giocata via satellite in diretta tra Mosca e Londra, in occasione delle manifestazioni del gemellaggio tra le due città per il capodanno ortodosso. La fine della partita è stata suggellata con una saggia e repentina patta, perché le figure, alte un metro e mezzo, si liquefacevano durante l’incontro per la temperatura elevata.
    “La Stampa” del 12 gennaio 2007, a pagina 35, illustra con un articolo del parlamentare europeo e giornalista, per anni corrispondente da Mosca, Giulietto Chiesa, la grave crisi energetica europea. Il pezzo prende spunto dalla figura degli scacchi che raffigura il mobile destriero ed ha per titolo “Putin e Minsk la mossa del cavallo”, e, nel sommario: “Dietro il ricatto energetico nei confronti dell’Europa forse il progetto di unire la Russia con la Bielorussia e una resa dei conti con il suo capo, Lukashenko”. Vecchia ruggine che risale a quel lontano dicembre 1991 con Putin, delfino di Eltsin “distruttore della Russia”, e Lukashenko unico deputato del Soviet Supremo a votare contro la “dissoluzione” dell’Urss. Putin, adesso, intende raddoppiare il prezzo di petrolio e gas fornito generosamente alla repubblica ex sovietica. Intanto, come primo segnale, Mosca ha chiuso i rubinetti del suo grande oleodotto Druzhba, lasciando all’asciutto per qualche giorno i clienti finali in Occidente. Dove abitiamo pure noi. Così, commenta Chiesa, “il presidente russo, facendo i propri interessi, farebbe perfino la gran figura di democratizzatore della Bielorussia. Ecco una «mossa del cavallo» degna di un grande giocatore di scacchi”.
    Con il freddo si cimenta abbastanza bene anche Karpov e senza necessità di effettuare eccentriche mosse di cavallo. Pare che abbia incassato cifre da capogiro, anche se la notizia è circondata dal più fitto mistero, grazie ad una sua società che ha trovato in Siberia il secondo giacimento di gas più grande della Russia. Ha dato così “scacco matto” al re degli idrocarburi, il potentissimo consorzio Gazprom. Kasparov, invece, non ha necessità di riscaldarsi. E’ sempre in grande movimento e continua a creare grane politiche sino a proporre “la disobbedienza elettorale, un’apertura direbbero gli scacchisti, eccentrica, folle, spregiudicata”. Il quotidiano “la Repubblica” del 5 febbraio 2007, a pagina 27, con la firma di Leonardo Coen e con il titolo “Gas e politica dopo gli scacchi, la doppia sfida di Karpov e Kasparov” e l’occhiello “I due più celebri scacchisti dell’ex Urss tornano al centro dell’attenzione: uno fa concorrenza a Gazprom, l’altro organizza la fronda contro Putin”, racconta, con grande vivacità, alcuni gustosissimi retroscena della vita dei due campioni.
    (8. II. 2007)

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    (Buon compleanno, Maestro!). Yurij Lvovich Averbakh, una delle personalità leggendarie del mondo degli scacchi e della sua storia, compie oggi 85 anni. E’ nato, infatti, l’8 febbraio 1922 a Kaluga, capoluogo della provincia omonima della Russia, a quasi duecento chilometri da Mosca. La madre era russa, il padre ebreo di origini tedesche, come testimonia il cognome originario della sua famiglia «Auerbach».
    Le gesta scacchistiche dell’ingegnere Grande Maestro, in patria e nel mondo, sono troppe note per essere qui ricordate. Basti ricordare il suo gioco lineare ed elegante, di reminiscenza capablanchiana, caratterizzato dalla sua costante aspirazione di portare la partita in finale. Così come ricordare che al suo nome è legato perfino un noto sistema contro la Difesa Est-Indiana, basato sullo sviluppo aggressivo dell’Alfiere in “g5”, al quinto o sesto tratto. Più ancora è enorme il suo contributo teorico alla conoscenza degli scacchi, come testimonia la mirabile opera collettiva, da lui diretta, di ricerca sui finali in più volumi.
    A me sembra ancor più nobile, in questo giorno di festa, qui ricordare tutti i suoi contributi consegnati alla comunità scacchistica come appassionato cultore della nostra disciplina: studioso minuzioso di partite celebri, autore di libri, di articoli in prestigiose riviste, di direttore per numerosi anni della famosa rivista “Scacchi in URSS”, di commenti e per la sua estrema correttezza svolte nelle delicate funzioni di Giudice Internazionale della Composizione Scacchistica, di Arbitro Internazionale, di educatore dei giovani nei programmi scacchistici della TV russa e di Presidente della Federazione Scacchistica della ex URSS, negli anni che vanno dal 1973 al 1978.
    Purtroppo, della sue enorme mole di scrittore, noi lettori in lingua italiana ne conosciamo solo una piccola parte. Neppure il volume “V poiskach istiny” (Alla ricerca della verità), forse il suo capolavoro, è stato ancora tradotto. Mi sembra bello, al riguardo, afferrare l’occasione, e da queste pagine, per invitare i nostri amici di Caissa Italia a tentare, come accaduto con Bronstein, una nuova avventura editoriale e restituire, magari in una versione aggiornata, un nuovo classico della letteratura scacchistica.
    Qui voglio ricordare solo i pochi libri di Averbakh, tutti di ottima qualità, che sono stati tradotti in italiano e che serbo con cura nella mia libreria. Anzitutto, inizio con quello posto nello scaffale più comodo ed accessibile. Un volume minuscolo e prezioso. “Cosa bisogna sapere sui finali” (Sansoni Editore, 1986, collana “Biblioteca dello scacchista”, prefazione di Roberto Messa, traduzione e adattamenti di Sebastiano Izzo e David Zilberstein, pp. VIII + 103). Un chiaro testo didattico inseguendo la massima della scuola scacchistica sovietica secondo la quale “per imparare a giocare a scacchi bisogna incominciare dal finale”. Di questo esemplare ed ormai introvabile testo il progetto “Chess multimedia” ne ha fatto un libro elettronico con lo stesso titolo ed è il primo volume in CDrom (© Le due Torri Srl, Bologna, 2002) di una fortunata serie che consente di leggere e studiare importanti scritti dal proprio computer con un programma ricco di svariate funzioni. Una scelta felice che dimostra una notevole sensibilità pedagogica e culturale già patrimonio della Casa Editrice Sansoni e dell’ARCI Scacchi che, tra i primi, fecero conoscere l’Autore agli scacchisti italiani. Dopo, c’è il classico manuale per “Giocare a scacchi” (Editori Riuniti, 1984, pp. 205 + VIII), ora in “Lezioni di scacchi. Come imparare il gioco più bello del mondo”, scritto insieme a Michail Bejlin, anche lui maestro e noto giornalista di scacchista (Biblioteca Universale Rizzoli, © prima edizione Superbur Manuali, 2002, pp. 494, traduzione di Orazio Reggio della terza edizione, riveduta corretta ed ampliata dell’opera “Putešestvie V Šachmatnoe Korolevstvo”, © Fiskultura i sport, Mosca 1988 e © 1990 RCS Rizzoli Libri SpA, prima edizione BUR: marzo 1990). Un’altra ottima opera per riconoscere nel corso della partita i diversi temi combinativi al loro stadio iniziale, con un sistematico programma di perfezionamento, è “Nuovo metodo di tecnica della combinazione” (Prisma Editori, 2001, pp. 312, traduzione di Franco Trabattoni ed Elena Cantoni, ristampa del volume edito nel ©1988 del titolo originale: “Chess tactics for advanced players”, ©1986 Sportverlag, Berlino). Un libro difficilmente dimenticabile è, infine, “Le Basi del Mediogioco” (© Caissa Italia Editore, 2002, pp. 116, traduzione di Francesca Masini e Yuri Garret, impaginazione e grafica di Augusto Caruso). Raccoglie 19 magistrali lezioni per percorrere gli schemi e le tematiche del mediogioco.
    Non ho altri scritti del prolifico autore in italiano, almeno raccolti in volume. E, a meno di essere incorso in involontari omissioni, credo che non ne esistano altri. Veramente poco. Ricordo, infine ed anche se non stampato da un nostro editore, ma facilmente reperibile, il pratico ed agile volumetto per arrangiarsi nei cinque idiomi principali della FIDE durante le competizioni internazionali, “Small chess dictionary” (© Chess Informant, Beograd, seconda edizione 1988, pp. 152, scritto con la collaborazione di Y. E. Steinsapir). Un piccolo esempio di un grande maestro nel dare valore, con serietà e bravura, anche alle piccole cose.
    Salute e felicità, Yurij Lvovich!
    (8. II. 2007)



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