LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Quarto numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    Il grande avvocato parigino Jacques M. Vergès, comunista militante nella resistenza, anticolonialista, già amico di Mao e protagonista di un'insondabile deriva ideologica, è soprattutto noto da noi a seguito della traduzione presso i "Saggi Einaudi", nel 1969, del suo famoso lavoro "Strategia del processo politico". Il libro aprì, in quegli anni difficili, un vivace dibattito, e non solo in Italia, sulla natura, la funzione e i meccanismi della giustizia politica e fu salutato come uno dei contributi più rivoluzionari e innovativi sul delicato problema.
    L'uomo delle cause impossibili, avendo tra i suoi clienti oltre gli attivisti del Fnl algerino, il "boia di Lione" Klaus Barbie, il terrorista Carlos, l'ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic e l'ex vicepremier iracheno Tarek Aziz, torna alla ribalta, in questi giorni, nella informazione mondiale perché vuole difendere Saddam Hossein: "Il Raiss è detenuto in condizioni illegali" è la sua apodittica dichiarazione riportata con grande eco su tutti i quotidiani. Massimo Nava, sul "Corriere della Sera" di martedì 10 febbraio 2004, con il titolo di una frase a lui attribuita "Difendo personaggi cattivi e già sconfitti per riscrivere la verità dei vincitori", scrive un lungo articolo su questo "avvocato del diavolo", per i suoi detrattori, e simbolo vivente della vitalità della democrazia, per gli altri. Il servizio così inizia: "Entrare nel suo immenso studio, vicino a Pigalle, è come entrare nella vita di un raffinato scrittore dai tratti orientali, essendo sua madre di origini vietnamite: cimeli, foto, libri, gli amati sigari cubani e una straordinaria collezione di scacchi. Bene in vista, come una metafora delle battaglie che, a 78 anni, ancora lo appassionano". L'avvocato francese, infatti, ama il gioco degli scacchi con passione, avendolo appreso a dieci anni da suo padre e avendolo molto praticato nell'adolescenza, come dichiara in una sua altra intervista, curata dalla sempre bravissima Anne Geritzen e apparsa su "Europe Échecs" n° 518 di gennaio 2003, alle pagine 59-61, con le fotografie di alcuni pezzi della sua affascinante collezione. Anche quest'ultimo articolo merita di essere letto integralmente per i diversi temi trattati, con intelligenza, senza enfasi e grande attenzione. Noi riportiamo la risposta finale data sul significato da attribuire agli scacchi:
    "Gli scacchi sono una lotta e, per me, sono un simbolo spaziale della strategia giudiziaria; nel processo noi dobbiamo avere il dominio del tempo. Negli scacchi il parametro del tempo è un fattore ugualmente importante".
    Una corrispondenza di Adolivio Capece dal titolo "Saddam, fuga con arrocco nella torre", apparsa su "La stampa", ancor prima che il rais iracheno fosse catturato dagli americani e dove si adombrava che lo stesso, discreto giocatore, forse nascosto nella capitale della repubblica dei Calmucchi ad Elista, "Città degli Scacchi", ci ha fatto ritenere, sulla falsariga della sottile ironia che pervadeva l'articolo, che forse il desiderio di Vergès di assumere la difesa del dittatore, come quella in futuro di Osama Bin Laden, possa nascere, oltre dalle sue scelte politiche di difendere dei "mostri", anche dalla comune passione per il gioco degli scacchi.
(12. II. 2004)

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    Il pregevole settimanale "Io donna, il Femminile del Corriere della Sera", n.7 del 14 febbraio 2004, alle pagine 67-70, pubblica un informato servizio di Claudio Gatti su Bruce Pandolfini con il titolo: "Nuovi Guru. Giocando a scacchi con la vita".
    Pochi conoscono in Italia questo personaggio che, negli Stati Uniti, è famoso anche al di fuori del mondo scacchistico come un guru di grido avendo saputo trarre dal gioco degli scacchi utili insegnamenti di vita e che è ritornato nuovamente alla ribalta a seguito della pubblicazione del suo ultimo libro "Every Move Must Have a Purpose: Strategies from Chess for Businnes and Life" ("Ogni mossa deve avere uno scopo: strategie di scacchi utilizzabili negli affari e nella vita", edizioni Hyperion). Per aiutare chi non sa nulla di questa interessante figura, richiamamo alla memoria uno dei film più significativi sul mondo degli scacchi apparso in questi ultimi anni e recentemente trasmesso anche dalla nostra televisione. Il titolo italiano è "Sotto scacco" ("Searching for Bobby Fischer") ed è stato diretto, nel 1993 per la Paramount, da Steven Zaillian. Racconta, proprio con la supervisione di Pandolfini, il diario vero, poi diventato romanzo, della vita di Fred Waitzkin (interpretato da Joe Mantenga) e di suo figlio Josh (il debuttante Max Pomerane) che, all'età di otto anni, fu selezionato tra oltre mille candidati, come "enfant prodige" scacchistico. La curiosità, che contribuì non poco alla fortuna dello stesso film come documento rispettoso e vero del gioco, è che il maestro di scacchi di Josh (impersonato sullo schermo da Ben Kingsley) era, nella realtà, proprio lui. Grazie alla sua non comune conoscenza della psicologia del gioco degli scacchi ("la vita è una scacchiera") è rimasta celebre la sequenza che mostra l'angolo del Washington Square Park di New York, luogo una volta prediletto dal grande campione Bobby Ficher, con i suoi tavoli-scacchiera permanenti dove, pagando una piccola quota, si gioca "partite lampo" con chiunque tutti i giorni, senza mai ricevere un rifiuto e in un clima adrenalinico. Com'è rimasta indelebile l'ultima partita con il "campione" e per la conquista del titolo, scena clou del film, ricreata da Pandolfini, con sobrio realismo, fin nei minimi particolari.
    A noi piace soprattutto in questo articolo di Gatti, e come modesto ma orgoglioso "istruttore elementare FSI", l'aver trovato in debito risalto il rapporto particolare che un maestro di scacchi deve tenere con i giovanissimi e il tratto che i genitori devono conservare quando scoprono che un loro figlio è "dotato". Non affannarsi a creare dei campioni di scacchi ma, come dice Pandolfini, "sviluppare il loro potenziale: intellettuale e umano. Aprire orizzonti. Per i bambini gli scacchi devono servire soprattutto a questo". Queste semplici parole del campione e maestro di scacchi italoamericano ci bastano a considerarlo persona degna ed esemplare e a capire perché, davanti la sua porta a Manhattan, dove vive da oltre quattro decenni, c'è sempre una lunga fila di genitori che chiedono i suoi servizi.
    L'esemplare articolo finisce con questa domanda che, con la risposta, sembra istruttivo ed utile riportare integralmente: " < Quando Boris Spassky disse "gli scacchi sono come la vita", Bobby Ficher lo corresse: "Gli scacchi sono la vita". E' così anche per lei? > < No. Non sono gli scacchi a determinare chi sono. Per Ficher era così, ma Fischer era pazzo >."
(16. II. 2004)

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    A proposito di racconti cinematografici, ci piace ricordare anche l'affascinante film "La febbre degli scacchi" che è stato proiettato al Best Western City Hotel di Genova, lo scorso autunno, in occasione dell'11° Festival Scacchistico Internazionale, organizzato dal circolo scacchistico "Luigi Centurini", in collaborazione con il comune del capoluogo ligure. L'introduzione del film, al termine di una giornata memorabile, è stata curata dal direttore de "L'Italia Scacchistica", Adolivio Capece, con un breve ma puntuale riferimento storico ed estetico.
    L'occasione di vedere la rara pellicola è stato un vero e proprio trionfo per il gioco degli scacchi e per i non pochi appassionati del mitico campione del mondo José Raoul Capablanca e di uno dei più famosi e apprezzati registi e teorici cinematografici russi, Vsevolod Ilarionovic Pudovkin (1893-1953).
    "Sachmatnaja gorjacka", questo il titolo originale, è un cortometraggio muto di una ventina di minuti, girato nel 1925 in occasione di un campionato internazionale di scacchi a Mosca. Racconta una storia semplicissima, ricca di humour e di trovate tecniche, estetiche ed artistiche non comuni, in un momento in cui il "cinematografo" si affermava come la "settima arte" (è anche il titolo dell'antologia di scritti del grande regista, curata da Umberto Barbaro per gli Editori Riuniti nel 1961) e trovava, con il "montaggio", la sua specificità e il suo "linguaggio" peculiare. Inizia con alcune scene reali tratte da un torneo di scacchi, come accade nella sequenza esattamente ricostruita del più recente "A 007 dalla Russia con amore" diretto da Terence Young e tratto dal celebre libro di Ian Fleming. A seguito di una fantomatica "epidemia di scacchi", una ragazza, abbandonata dal fidanzato per il gioco, decide di suicidarsi. A questo punto appare "Capa", il campione gentiluomo nella sua unica interpretazione di attore cinematografico nella parte di se stesso, che le dichiara di essere disposto di abbandonare gli scacchi pur di renderla felice, dandole, con grande galanteria, un passaggio in auto. Ciò basta a farla desistere dai suoi insani propositi e ad installarle l'amore per il gioco, attraverso il quale riuscirà a ritrovare il suo amore perduto.
    Un film muto ma che parla tutte le lingue, come gli scacchi appunto e come il motto che ci unisce.
    Per chi vuole approfondire i diversi aspetti di questo film non può che leggere il bel saggio di Maria Tortajada dell'Università di Losanna, alle pagine 551-570, in uno dei libri più completi e belli che sia mai stato scritto sui rapporti tra il gioco degli scacchi e le Lettere: "Échiquiers d'encre", a cura di Jacques Berchtold, edizioni Droz, 1998. Trentadue saggi per trentadue figure d'ebano e avorio consacrati, oltre a Pudovkin, al regista Ingmar Bergman, a poeti (Eliot, Borges, Roubaud) ad autori di teatro (Yeats), a disegnatori di fumetti (Hergé), a romanzieri di lingua francese (Segalen, Roussel, Beckett, Gracq, Ouologuem, Caillos, Gary, Perec, Séry), inglese (Poe, Carroll, Hardy, Faulkner), spagnola (Cortàzar, Arrabal), italiana (Boito, Bontempelli, Calvino, Mausering), tedesca (Zweig, Dürrenmatt), russa (Nabokov) e senza dimenticare i contributi di Mallarmé, di Ferdinand de Saussure e di Wittgnstein. Un libro veramente affascinante che non deve assolutamente mancare nella biblioteca di chi ama il "nobile gioco" per apprezzare i motivi di stupore del suo modo di "rappresentarsi" ed "interpretarsi" nell'arte, nella letteratura, nel linguaggio, nella filosofia e nel cinema. Così come è affascinante che in appendice ad una manifestazione scacchistica si riesca, con tanta bravura e competenza, a promuovere "cultura" vera. Non per nulla il circolo che ha organizzato la manifestazione rimane un vero e proprio pilastro dell'olimpo scacchistico nazionale. Con l'occasione consigliamo anche la lettura, su questa benemerita e antica associazione, dell'agile volumetto "Una storia di scacchi lunga cent'anni: il circolo scacchistico genovese Luigi Centurini (1893-1993)", a cura di Giorgio Di Liberto, Agostino Petrillo e Paolo Silvestri, ed. Coedit, Genova, 2001.
(1. III. 2004)

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    Solo un genio poteva scrivere "L'isola del tesoro". Un romanzo in apparenza leggero e di avventure ma dove Robert Louis Stevenson (il più bel nome di scrittore di tutti i tempi!) dentro ha messo, con grande arte e maestria, tutto, compreso il più accorato degli apologhi sulla stessa natura del romanzo. Come non dimenticare le vicissitudini del piccolo protagonista Jim Hawkins e di tutti gli altri personaggi? Tutti alla ricerca della scoperta dell'esperienza della vita: un vero e proprio "thesaurus" di parole ed emozioni…
    Se per caso dobbiamo domandarci cosa ha fatto l'eroe del romanzo di Stevenson al ritorno dall'Isola del Tesoro non possiamo non leggere, adesso, "Le ultime volontà del cavalier Hawkins" dello scrittore spagnolo Jesús del Campo, al suo secondo romanzo. E' stato pubblicato, nella scorrevole traduzione di Alessandra Riccio, sul finire dello scorso anno, dalla casa editrice "Nottetempo" che, con lo stesso lindore editoriale, aveva in precedenza ripresentato, con nuova traduzione, un'altra opera, pressoché sconosciuta, di Stevenson, "Il principe Otto".
    Jim Hawkins decide, infatti, di riaprire la locanda dell'ammiraglio Benbow, da cui era partita la sua avventura. Ospita un francese, apprende la sua lingua, diventa sottoscrittore del Grande Dizionario di Diderot e D'Alembert e impara a giocare a scacchi. Riflettendo, mentre gioca una partita in solitario, sulle combinazioni del gioco e della vita, decide di rendere la locanda simile ad una scacchiera sulla quale le storie che gli racconteranno i futuri ospiti tracceranno i percorsi e combineranno le mosse. La locanda, così, diventa piano piano, famosa come il "luogo dove si raccontano le storie" e diventa una grande e fantastica immaginaria scacchiera dove si intrecciano avventure e racconti straordinari. Ecco cosa scrive Luis Sepúlveda nella bella nota introduttiva che accompagna il volume: "Jesús del Campo si affaccia al panorama della letteratura europea del secolo XXI con una voce autenticamente originale e una fedeltà alla narrazione d'avventura, che pongono in evidenza tradizione ed eredità letteraria. L'avventura parte ancora una volta dalla locanda dell'ammiraglio Benbow, ma i protagonisti, che vengono dalle loro Itache personali, realizzano uno straordinario viaggio sedentario e, al calore del focolare, dispiegano le loro consumate candele per andare a caccia del buon vento del racconto, dell'oralità, della migliore letteratura".
    Il libro, stampato, come il precedente, con grande ed elegante cura, si legge con vero diletto e non solo per i nitidi caratteri appena più grandi del normale che ne facilitano la lettura e permettono di gustarlo anche senza occhiali.
(2. IV. 2004)

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    Il quotidiano "La Stampa" di mercoledì 14 aprile 2004, a pag.13, racconta l'operazione "Murder" (assassinio) con il seguente titolo: "Scacco alla Sacra Corona Unita - Ventinove arresti in un solo giorno". La famosa e trista organizzazione criminale di tipo mafioso operante in Puglia, in connessione con la 'ndrangheta, pare che abbia così subito un colpo mortale. Sono ben 17 gli omicidi per i quali si è riusciti, grazie ad indagini durate tre anni e condotte da agenti della Squadra Mobile di Lecce e di Brindisi e da uomini della Direzione Investigativa Antimafia del Salento, ad individuare con precisione il responsabile e 11 gli altri delitti cruenti risolti. Tutti i quotidiani, peraltro, dedicano all'operazione ampio e giusto risalto, come il "Corriere della Sera" dello stesso giorno, che riempie quasi l'intera pag.20, con il seguente annuncio: "Boss ucciso in diretta telefonica, presi i killer. L'assassinio di un capo della Sacra Corona Unita intercettato dalla polizia: 29 arresti in mezza Italia", senza fare cenno, però, né nel titolo né nel testo, alla terribile mossa del re dei giochi.
    Non l'unica, ma sicuramente una delle più impegnative partite che quotidianamente la Polizia di Stato conduce a difesa della tranquillità di tutti i cittadini.
(16. IV. 2004)



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