|
Trentottesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.
|
(“Gens Una Sumus”). Una coppia di miei amici, lui bibliofilo scacchista e collezionista di tutto ciò che circonda il nostro affascinante gioco e lei che sostiene la sua passione con esemplare ed intelligente docilità, in occasione della mia nomina ad arbitro regionale, mi fa pervenire un pensiero affettuoso e graditissimo.
Un oggetto del desiderio da tempo ricercato. E’ la strenna “Re di scacchi” edita da FMR per conto della Federazione Scacchista Italiana (2005, pp. 33, estratto). Un elegante e raffinato libro, promosso e garbatamente presentato da Giampiero Pagnoncelli Presidente della FSI, con testi, in italiano e inglese, di Mario Leoncini, Fabio Fox Gariani e Diego Vega.
Le numerose illustrazioni sono tratte dall’ineguagliato codice pergamenaceo, capolavoro del medioevo ispanico, “Libro de los Juegos de Ajedrez. Dados y Tablas”, che gli amanuensi e miniatori di Alfonso X il Savio, Re di Castiglia e León, portarono a termine a Siviglia nel 1283 e che è, dal 1591, custodito nella Real Biblioteca del Monasterio de El Escorial.
Ciò che più mi colpisce in queste miniature, superbamente riprodotte, e come significativamente mette in rilievo Pagnoncelli, è l’aver messo in grande risalto la natura trascendente del gioco, divenuto occasione di incontri e condivisioni tra diverse culture e religioni, altrimenti impensabili. Cristiani, mori, ebrei, arabi, notabili, cavalieri e rappresentanti di diversi mestieri raffigurati in luoghi di fortuna come tende o, più spesso, in verdeggianti giardini, all’ombra di una palma o di aranci carichi di frutta, e tutti uniti da una comune passione.
(1. XII. 2006)
* * *
|
(Come tante pedine). “Il palazzo cinquecentesco - in una delle più belle vie del centro storico [di Verona, definita la «Pamplona d’Italia» per il grande potere detenuto dall’Opus Dei nella «capitale» della finanza cattolica] - era protetto alla vista da un alto muro a merli, interrotto da slanciate finestre moresche. L’insieme formava una cortina leggera e al tempo stesso impenetrabile. Sul campanello non c’era alcuna indicazione che segnalasse la presenza dell’Opus Dei. L’unica scritta visibile parlava di Residenza Universitaria. […] Superato il cortile, salimmo un ampio scalone. Giunti al secondo piano, ci trovammo nel vestibolo di un grande appartamento. Le pareti erano dipinte in un elegante spatolato beige, che ben si intonava alle ricche tende di seta lucida che scendevano in ampi drappeggi ai lati delle porte finestre che si affacciavano sul cortile. Il pavimento era formato da larghi scacchi di marmo bianchi e neri. E faceva assomigliare a muti pedoni di una strana partita gli uomini che, in abito e cravatta scura, attendevano silenziosi nella stanza”.
Il passo è tratto dalle pagine 12 e 13 del libro di Feruccio Pinotti “Opus Dei segreta. Frusta, cilicio e alta finanza. Per la prima volta parlano i testimoni”, BUR, RCS Libri, Milano, 2006, pp. 476.
(2. XII. 2006)
|
(L’imperdonabile silenzio). Gli scacchi continuano a non meritare particolare attenzione sulla stampa di informazione. Anche a sfogliare attentamente i quotidiani nazionali appare difficile trovare traccia del gioco.
E’ appena di ieri pomeriggio, 5 dicembre 2006, la notizia della fine della sfida tra il campione del mondo Wladimir Kramnik e il computer “Deep Fritz”. Un “duello” che si è concluso con una nuova sconfitta per l’umano, 4-2 per l’esattezza. Un risultato che conferma un dato inoppugnabile, ormai consolidato. Anche l’azero Teimour Radjabov ha dovuto rassegnarsi alla forza del programma israeliano “Deep Junior”, qualche giorno fa alla Fortezza da Basso a Firenze. Un esito dei confronti uomo-macchina tanto scontato, immagino, da non meritare nessun riscontro negli organi di informazione. Come se, per avventura, lo stesso avvenire degli scacchi si è definitivamente concluso con la supremazia dei programmi scacchistici.
Prendo, solo a titolo d’esempio e tra i tanti, il giornale “La Stampa” di Torino. Giusto perché lo stesso quotidiano cura una rubrica settimanale sugli scacchi e, più di altri, mi sembra attento a raccontare, di tanto in tanto, qualche notizia sul gioco. Ed anche perché, il 4 dicembre scorso, a pagina 20, si era permesso, quasi chiedendo scusa per la gratuita invadenza, di pubblicare un piccolo trafiletto senza firma, dal titolo “Il campione mondiale di scacchi: presto saranno imbattibili. «La mia ultima chance contro il computer»”, proprio sul match uomo-macchina di Bonn. Annunciava l’ultima partita e l’esito finale dell’incontro per il giorno successivo.
Ebbene era lecito, quindi, non dico per l’appassionato scacchista, ma per il comune lettore di quel quotidiano di sperare di conoscere il seguito sul giornale nelle edizioni dei giorni seguenti. Niente di tutto questo. Nessuna traccia. Notizie certamente più importanti avevano occupato maggiore spazio: il “fisco boom”, la vendita di Alitalia, i megastipendi di Stato, il processo a Pollari, l’affare Mitrokhin con il giallo Litvinenko, lo strappo della CDL ed altro ancora. Persino queste due marginali notizie, sempre prese a casaccio dalla stessa edizione del quotidiano del 6 dicembre e di sicuro, come ancora altre diverse, non di grande interesse. La prima relativa alla morte del maiale vietnamita Max di George Clooney, “dicono i suoi amici che è disperato”. L’altra che Gigi Buffon, in un’intervista rilasciata al settimanale Grazia, intende sposarsi con Seredova, se “tutto continuerà a filare liscio”.
Trovo ciò incredibile. Non riesco a comprendere. Mi rincuora, almeno, leggere, sempre ieri, che l’agenzia “Ansa”, “la Repubblica”, “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “Leggo on-line” e, con maggiore attenzione per una più corretta informazione, “La Provincia di Cremona” e “Pravda-Italia on-line”, hanno dato notizia, sempre in pochi ed in modo conciso, del campionato italiano assoluto di scacchi appena concluso a Cremona. Anche stavolta, però, leggo i brevi articoli con una punta di amarezza. Più della vittoria, come sembra giusto, del grande maestro Michele Godena, è stata messa in grande rilievo la combattiva prestazione del quattordicenne Fabiano Caruana, arrivato secondo. Come dire che per parlare di scacchi sui quotidiani “generalisti” non basta l’ordinarietà del campione che vince il suo quinto scudetto, ma l’eccezionalità di aver trovato un nuovo astro emergente. Anche a costo di ribaltare, quasi, i risultati sulla scacchiera. L’unico modo per parlare del nobile gioco è ancora quello di offrire una notizia non “ordinaria” e che può destare meraviglia. Perché del nuovo bravo scacchista si sa poco e la stampa ritiene che tutti chiederanno di lui. Può diventare una nuova icona dell’informazione: è giovanissimo, nato negli Stati Uniti, residente in Spagna e parla poco, non solo in italiano. E studia gli scacchi per 50 ore a settimana. Speriamo, senza dimenticare il bravissimo Godena, che Caruana diventi il “nostro” futuro campione. Per adesso sempre poco, ma meglio di nulla per dare una precaria vivibilità degli scacchi sugli organi di informazione del nostro paese.
(6. XII. 2006)
|
(In memoriam). Martedì scorso, 5 dicembre 2006, è morto, nella sua casa di Minsk (Bielorussia), David Ionovich Bronstein. Il “Co-campione del mondo”, come l’aveva chiamato Max Euwe in un’affettuosa lettera e a lui tanto cara, aveva 82 anni e le sue mani stingevano quelle della moglie Tatiana Boleslavskaja, figlia del Grande Maestro di scacchi Isaak Boleslavskij.
Una vita per gli scacchi, sin da giovanissimo: giocando, scrivendo, lottando per non rimanere escluso dal mondo che amava. Un compito difficile: era un ucraino, ebreo e mai membro del Komsomol, il gradino iniziale del “cursus honorum” per aspirare ad ottenere, allora, un qualsiasi posto nell’Unione Sovietica.
Era nato a Bila Tserkva, un piccolo centro vicino a Kiev, il 19 febbraio 1924. Il padre, nel 1937, fu arrestato, perché considerato “nemico del popolo”, più semplicemente perché di origine ebrea. Evitò fortunosamente, come pochissimi uomini della sua generazione, di morire combattendo nella Seconda Guerra Mondiale. Fu, infatti, esonerato dal compiere il servizio militare a causa della miopia. Abbracciò nuovamente il padre dopo sette anni, quando fu liberato dal gulag per cattive condizioni di salute e con la proibizione di vivere a meno di 100 chilometri da Mosca o da Kiev.
Bronstein conquistò fama internazionale vincendo, nel 1948 a Saltsjöbaden, il Torneo Interzonale e, nel 1950 a Budapest, il Torneo dei Candidati, affermandosi nello spareggio su Boleslavskij. Fu protagonista, il 15 marzo del 1951 a Mosca, nella Sala Chajkovskij, davanti ad un pubblico stipato e con i suoi genitori che volle seduti in prima fila nonostante il divieto, del primo match per il titolo mondiale del dopoguerra, giocato sotto gli auspici della Fide. Il suo avversario Mikhail Botvinnik riuscì a conservare il titolo (conquistato in un torneo con i sei maggiori giocatori del mondo dopo la morte improvvisa di Alechin nel 1946) sebbene la durissima sfida terminasse pari, con 14 patte e 5 vittorie per ciascuno. Il regolamento prevedeva, infatti, in caso di parità, che il campione in carica avrebbe conservato il suo titolo. In quella memorabile sfida c’erano due persone che rappresentavano due mondi diversi e opposti, pur dello stesso grande paese. Da una parte Bronstein, con il suo spirito libero come le sue idee innovative e fantasiose del gioco degli scacchi; dall’altra Botvinnik, il meticoloso ingegnere capace, con la sua “erudizione teorica”, di valorizzare al massimo le risorse fisiche e nervose del gioco e considerato il prediletto rappresentante del “sistema sovietico”.
Nel suo bellissimo “L’apprendista stregone”, scritto insieme a Tom Fürstenberg (ora tradotto da Caissa Italia, 2003), si legge la seguente considerazione che illumina la straordinaria personalità di questa vera leggenda degli scacchi: «Quando gioco a scacchi e capisco che le mie partite saranno pubblicate nel libro del torneo, tento sempre di variare le mie aperture il più possibile, di escogitare nuovi piani di attacco e di difesa, di giocare mosse sperimentali che risultino pericolose ed emozionanti per entrambi i giocatori ma anche per il pubblico. Credo che la mia abilità in ambito scacchistico sia appunto di non giocare mai partite ordinarie. (...) Gli scacchi ad alto livello non sono solo un gioco da tavoliere. Sono molto di più. Fanno parte della civiltà umana».
Un uomo che amava sommamente la libertà e non solo nel suo modo di giocare a scacchi. Come il suo contributo di dare nobiltà teorica alla “Difesa Est-Indiana”, allora considerata una mediocre e discutibile apertura (ora in “Bronstein insegna l’Indiana di Re”, con il contributo di Ken Neat, Caissa Italia, 2003). Un campione coraggioso che si rifiutò di apporre la sua firma nella lista dei Grandi Maestri che disapprovarono pubblicamente la scelta di Victor Korchnoj, dopo il torneo IBM di Amsterdam del 1976, di non far ritorno in Unione Sovietica e chiedere asilo ai Paesi Bassi. Come misura di ritorsione gli fu proibito di giocare fuori della Russia. Almeno sino all’avvento della Perestrojca, nel 1986. Ritornò a giocare, in età avanzata, con rinnovato impegno. Tanto da far scrivere ad un altro vero grande campione, Vasilij Smyslov: «Finalmente è tornato il Devik giovane e fantasioso che noi tutti conoscevamo!».
Oltre il suo ritratto di “uomo in piedi”, Bronstein, come scrittore e giornalista, ci ha lasciato numerose e preziose opere. Soprattutto, per la sua abilità, da tutti riconosciuta, di saper spiegare le idee che guidano i campioni nel muovere i pezzi sulla scacchiera. Sotto questo aspetto, importantissimo è il saggio “Neuhausen-Zurigo 1953. Il Torneo Internazionale dei Grandi Maestri”. Uno dei capolavori di tutta la letteratura scacchistica, ora curato da Yuri Garrett con devozione filiale per Caissa Italia nel 2004, in una esemplare prima edizione a tiratura limitata. Al riguardo è da mettere in evidenza come questa traduzione italiana magnifica e rende ancora più attuale un libro a distanza dei quasi cinquanta anni dalla sua prima uscita. Quasi un inconsapevole ultimo affettuoso saluto al grande campione da parte di una giovane casa editrice che aveva valorizzato i suoi scritti dopo averlo incontrato, il 3 giugno del 2002, quando si presentò “come ogni galantuomo che si rispetti, in anticipo sul nostro appuntamento alla stazione Kropotkinskaja della metropolitana di Mosca, con una copia de 'L’Italia Scacchistica' del 1967 sotto il braccio”.
“Devik”, il genio creativo delle tattiche scintillanti del gioco degli scacchi ci ha lasciati e per sempre. Una grande perdita ed un grave lutto per la grande famiglia degli scacchisti. Perché, come lui stesso ha scritto, “mi chiedo ancora per quale motivo la gente abbia rispetto solo del Campione del mondo e non di tutti gli scacchisti. Non è forse chiaro che giochiamo tutti allo stesso modo? Iniziamo tutti dalla stessa posizione di partenza, con il Bianco e il Nero, creiamo tutti gli stessi piani di attacco, gli stessi schemi difensivi, usiamo tutti le stesse armi”. Aggiungendo, poche righe dopo, e richiamando il motto della Fide “Gens una sumus”, “dopo tutto i Campioni del mondo esistono solo in virtù della presenza di tutti coloro che questo titolo non l’hanno mai avuto”.
(7. XII. 2006)
|
(Beniamin Franklin e la sua “Morale degli scacchi”). L’anno che si chiude celebra un avvenimento importante. Una ricorrenza che, purtroppo, è passata quasi in assoluto silenzio, almeno in Italia. Trecento anni addietro, infatti, nasceva Benjamin Franklin (Boston, 17 gennaio 1706 - Philadelphia, 17 aprile 1790). Come non dover ricordare, oggi ed appena in tempo, l’autore della pagina di scacchi più conosciuta nel mondo?
Sin da giovanissimo sono stato affascinato da questo personaggio. Inventare qualcosa alzando un aquilone con la corda ancorata a una grossa chiave durante un furioso temporale e facendosi aiutare dal giovane figlio per acchiappare le imponenti scariche elettriche, è un’osservazione che avrei volevo tentare anch’io. Almeno da ragazzo. Fortunatamente, allora, non conoscevo i gravi pericoli che entrambi i protagonisti del celebre esperimento attraversarono, inconsapevoli, nel dimostrare la validità dell’assunto. Qualcuno, qualche anno più tardi, nel ripeterlo, ci rimise perfino la vita.
Ho incontrato nuovamente l’estensore della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, prolifico inventore, affascinante giornalista, accorto uomo politico, arguto uomo di mondo, diplomatico illuminato, grande viaggiatore e appassionato sportivo, da adulto. Quando avevo iniziato a leggere qualcosa intorno al nostro nobile gioco e alla sua storia. Rimasi affascinato, io pronto a trovare da ridire perfino in alcuni momenti delle mie prime partite familiari, dei saggi consigli che Franklin riuscì a condensare nel suo mirabile “La morale degli scacchi”.
Mi sembra significativo chiudere il 2006 con un suo pensiero, tratto da questo mirabile breve scritto, ancora oggi attuale: “Il Giuoco degli Scacchi non è solo un ozioso passatempo. Parecchie importantissime qualità della mente, che sono utili nel corso della vita umana, s'acquistano o si rafforzano mediante quel gioco, cosicché diventano abitudini pronte ad ogni occasione. Perché la vita è una specie di gioco di scacchi, in cui abbiamo spesso dei punti da guadagnare e dei competitori o avversari con cui contendere; e in cui c'è una gran varietà di buoni e cattivi eventi, i quali sono, entro certi limiti, effetti della prudenza o della mancanza della medesima”.
Un modo per augurare a tutti, avvicinandosi le festività, un sereno Natale ed un felice Nuovo Anno!
(15. XII. 2006)
* * *