LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Trentasettesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    (La tragedia di una scacchista). Pierre Barthélémy, giornalista del quotidiano francese “Le Monde”, continua a stupirci con il suo interessante sito “Echecs Info” (http://echecs-info. blogspot.com) che, da qualche tempo, ha creato sull’onda dello strepitoso successo in internet di “Cases Blanches, cases noires, l’acualité des échecs”. Quest’ultimo si era rivelato un formidabile blog che aveva permesso a migliaia di scacchisti di lingua francofona di seguire quotidianamente i recenti mondiali di scacchi di Elista. E’ uno scrittore raffinato, sa cogliere le notizie, è sempre ben informato, spiega la tecnica e la strategia coinvolgendo gli scacchi con considerazioni non superficiali, perfino mescolandoli ai problemi che la vita ci circonda. Facendo, soprattutto, riflettere. Il giorno 8 novembre 2006 scrive, tra l’altro, sul caso della giovane scacchista inglese Jessie Gilbert. Un nome che, forse a molti, non dice nulla ed una straordinaria scacchista che, probabilmente, pochi conoscono.
    “Le cas Jessie Gilbert”, come recita il titolo, è una storia triste che Barthélémy racconta nel nuovo sito web con grande delicatezza ed affettuosa partecipazione. E’ la storia di una ragazza di diciannove anni, brillante promessa dello scacchismo inglese, che si è tolta la vita il 26 luglio scorso buttandosi dalla finestra dello ottavo piano della sua camera d’albergo della città ceca di Pardubice, dove disputava il famoso “open”. Un caso che la polizia locale aveva archiviato, almeno in un primo momento, non come suicidio, ma come probabile conseguenza di sonnambulismo. Parla di questa giovane scacchista solo oggi, non tanto per ricordare i suoi innegabili meriti scacchistici e tanto meno per tentare di capire un gesto che può apparire assurdo, non avendo lei lasciato un ultimo scritto o una qualsiasi spiegazione. Le testimonianze sono, al riguardo, concordi, come riportate dalla stampa sulla scorta delle dichiarazioni rese dagli organizzatori del torneo. “Stava giocando bene, di certo al di sopra dei propri standards, e non c'era traccia di ciò che sarebbe accaduto. Nessuno ha notato stranezze nel suo comportamento mentre era qui”. Barthélémy parla di Jessie ora, e a distanza di oltre tre mesi dal tragico gesto, perché gli organi di informazione britannici hanno reso noto, proprio in questi giorni, che la scacchista doveva presto recarsi a testimoniare in un processo che stava per avviarsi a carico di suo padre per numerose violenze sessuali a minori. E proprio Jessie Gilbert doveva presto comparire a testimoniare in tribunale. Lei era, infatti, la principale vittima di questi abusi libidinosi, che erano cominciati quando aveva otto anni, e cioè quando aveva iniziato a giocare e a scoprire l’affascinante gioco degli scacchi. Violenze che si erano protratte nel tempo, tra il 1995 e il 2000, sino a cessare con la separazione dei suoi genitori. E ne parla soltanto adesso perchè il giorno di martedì 7 novembre l’autorevole “The Times”, con un articolo di Jenny Percival dal titolo “Whoman testifies against father from beyond grave”, ha diffuso la notizia che esiste un video registrato dalla polizia nel febbraio 2003. Un video che riapre il caso e consente alla vittima di inchiodare il suo carnefice dalla tomba. In quella testimonianza, infatti, si vede la povera ragazza mentre descriveva come suo padre, apparentemente uno stimato direttore alla banca reale della Scozia di 48 anni, aveva abusato di lei per la prima volta. Ecco le parole Jessie, in quel primo tremendo ricordo, allora, teniamo presente, di una bambina di appena otto anni: «Mentre dormivo è comparso improvvisamente e si è seduto sul letto e mi sono svegliata. Ha messo la sua mano sulla mia bocca, poi mi ha tolto i pantaloni del pigiama e mi ha violentata. Non ho gridato, né ho fatto altro. Ha nuovamente poggiato la sua mano sulla mia bocca e io ero terribilmente spaventata ed è subito sparito». Ian Gilbert, il padre, si è giustificato successivamente con gli investigatori affermando che la figlia, essendo diventata un’esperta giocatrice di scacchi, era conseguentemente capace di inventare “ogni sorta di trama nel suo cervello”.
    Per Jessie Gilbert, come opportunamente registra Barthélémy, ricordare e testimoniare nuovamente contro suo padre, raccontare nelle aule di giustizia come era stata violentata, convincere i giudici che gli episodi di brutalità non nascevano dalla troppo fertile fantasia di una giovane campionessa di scacchi, è stato un insormontabile problema. Una difficile partita. Un dilemma più grande della sua passione per il gioco, una lotta inutile per aspirare a diventare medico frequentando la prestigiosa università di Oxford dove era stata ammessa, un’attesa insostenibile per essere proclamata “maestro internazionale femminile” (WFM) di scacchi, titolo ottenuto postumo dalla Fide. Ha preferito concludere la sua vita, con la sola arma che conosceva, il gioco degli scacchi, che le aveva consentito di ritrovare in qualche modo sé stessa, con la soluzione disperata di un “automatto”.
    Come il protagonista del romanzo “La difesa di Lužin” di Vladimir Nabokov, anch’egli bravo scacchista, Jessie Gilbert non è riuscita a trovare la fatica interiore della ricerca delle mosse difensive vincenti né a superare la memoria traumatica dell’infanzia e del genitore. Anche lei, come Lužin, ha preferito aprire una finestra e buttarsi nel vuoto, non certo inciampando perché sofferente di parassonnìa. Le 64 caselle, per entrambi, non sembravano più bastevoli a coprire gli orrori del mondo.
    La ricorderemo, con il suo volto sorridente, in una breve parentesi di serenità: seduta davanti ad una scacchiera, e apparentemente felice, nelle ultime Olimpiadi di Torino per difendere con orgoglio ed autorevolezza i colori della squadra dell’Inghilterra. Così come amorevolmente ci ha consentito di ricordarla, pur coinvolgendoci in un’infelice storia, il giornalista professionista e giocatore di scacchi Pierre Barthélémy.
    Anche a me, nel segnalare un ben fatto sito di scacchi, è sembrato giusto conservare in queste pagine la memoria della brava e sfortunata scacchista Jessie Gilbert.
    (9. XI. 2006)

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    (Scacchi e pubblicità: un dialogo difficile). Scovare l’argomento pubblicitario giusto per ottenere buoni risultati sul mercato non è sempre facile. Da qualche tempo gli scacchi sembrano essersi assicurati, in questo settore, un posto privilegiato. Anche se non sempre appropriato, almeno per il gioco. Lo scrittore, e scacchista pentito, Giuseppe Pontiggia affermava, non certo pensando alla pubblicità, che “gli scacchi abituano a trasformare la fantasia in calcolo e il calcolo in invenzione”. Parafrasando il suo pensiero è possibile affermare che “la difesa ad oltranza degli interessi economici ha trasformato gli scacchi in un fantasioso calcolo pubblicitario privo di invenzione e lontano dalla realtà”.
    E’ appena finita la martellante campagna televisiva di una nota società di telefonia mobile, peraltro condannata in passato e per altri spot per “pubblicità ingannevole”, che, dalla fine di questa estate, ci ha accompagnato per numerose settimane. E’ da dire che da sempre gli scacchi sono stati percepiti come un gioco per due soli concorrenti, quindi non adatto quando si è in compagnia di molti amici. Infatti, è diverso dai soliti giochi futili e leggeri; gli scacchi sono un passatempo che impegna la mente in mosse tattiche sempre diverse e molte impegnative. Nella versione pubblicitaria realizzata dal regista Marcello Cesena accade tutto il contrario. Presentava i bravi comici Aldo, Giovanni e Giacomo mentre erano impegnati in un’improbabile partita a scacchi tramite il cellulare. Giovanni e Giacomo, giocavano in coppia, rispettivamente su un albero e in piscina, contro Aldo, agiatamente disteso su un'amaca, e l’anziana zia Caterina, nel suo giardino in Sicilia. I quattro si consultavano reciprocamente per trovare la mossa vincente, ma zia Caterina, convinta erroneamente di dover giocare alla “battaglia navale”, suggeriva con “g5!” una mossa scorretta. Un’analoga situazione si svolgeva in un altro cortometraggio, ambientato all’interno di un ameno circolo e in modo ugualmente non consono, dove Aldo, Giovanni e Giacomo giocavano a scacchi e comunicavano lo spostamento dei pezzi grazie ai “messaggini” gratuiti dei cellulari. Giacomo stava in piscina e Aldo sull’amaca, mentre Giovanni, sempre arrampicato su un albero, lanciava, con un ghigno di profondo compiacimento, il grido del colpo decisivo e vincente. Un nuovo: “g5! … Scacco matto!”. Ancora una volta lo sfortunato Aldo era nuovamente costretto a pagare … la penitenza. Una posta, quest’ultima, messa in gioco sicuramente sconosciuta nel mondo degli scacchi.
    Ecco ora arrivare un’altra mirata campagna pubblicitaria, certamente meno dispendiosa e più austera, quindi più veritiera, imperniata sul gioco degli scacchi. Il messaggio pubblicitario invita ad acquistare in edicola la collana di libri “Come investire nel 2007”. Uno strumento ritenuto “fondamentale” per la gestione di un “efficiente” portafoglio personale. Lo propone l’autorevole quotidiano economico “Il Sole 24 Ore” in collaborazione con “Schroders” annunciando, negli intervalli pubblicitari televisivi e su tutti i più diffusi quotidiani nazionali (vedi “la Repubblica” del 9/11 e “Il Corriere della Sera” del 10/11, rispettivamente a pagina 18 e 27 ed entrambi nell’intera metà inferiore) che il giorno 11 novembre 2006 sarà in edicola il primo dei cinque volumi di cui si compone l’opera. “Fra risparmio e investimenti giocate d’anticipo” recita con convinzione e forza il comunicato. Un impegno che deve essere svolto con la peculiare abilità del bravo giocatore di scacchi, ovverosia: “con intraprendenza, intuito e capacità”. Nel dir ciò si fa visivamente aiutare da una scacchiera e da una mano sicura che muove una torre bianca su una bella scacchiera ancora affollata di altri pezzi. Eleganti pezzi che sembrano rubati da una delle tante illustrazioni che accompagnano lo splendido volume di Alessandro Sanvito “Figure di scacchi”, stampato dalla Mursia nel 1992. Almeno, in questo particolare, una scelta ben riuscita.
    (10. XI. 2006)

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    (L’incipit letterario 2). «Durante il suo viaggio da Vienna a Parigi, Wolfgang von Kempelen si fermò a Neuenburg con la sua famiglia, e l’11 marzo 1783, nella locanda che si affacciava sulla piazza del mercato, presentò la sua leggendaria “macchina degli scacchi”: un androide vestito da turco, campione di scacchi. Gli svizzeri non accolsero Kempelen e il suo Turco in modo clamoroso. Dopotutto, i costruttori di macchine del principiato di Neuenburg erano considerati i migliori del mondo. E adesso si presentava un consigliere imperiale della provincia ungherese che era riuscito a insegnare alla sua macchina a 'pensare'. Una macchina intelligente. (…) I congegni di Neuenburg, paragonati alla straordinaria macchina di Kempelen, sembravano solo degli enormi carillon, dei triviali giocattolo per nobili annoiati».
    Così “L’Incipit” che è apparso nelle prime due righe di ogni pagina dell’inserto “Almanacco dei Libri” (Anno III, Numero 38) del quotidiano “la Repubblica” di sabato 14 ottobre 2006.
    L’incipit è tratto dal libro “Scacco alla regina. Il nano, l’inventore, la macchina che giocava a scacchi” del trentaduenne Robert Löhr, tradotto dal tedesco da Taddeo Roccasalda (Bompiani, 2006, pagg. 452). Un romanzo che, partendo da una vicenda vera, ci restituisce, in una trama inventata ma incalzante e perfetta, l’avvincente affresco di un’intera epoca. Una storia che ha già avuto, nel 1926, un grande successo editoriale con la pubblicazione del romanzo “Le jouer d’échecs” di Henri Dupuy-Mazuel, da noi tradotto da Mario Buggelli e ormai introvabile (“Il giocatore di scacchi”, collana “Romantica mondiale”, Sanzogno, 1928, pp. 316).
    Oltre che sulle pagine de “L’Italia scacchistica” (Ott.-Nov. 2006 - N. 1188, pag. 397), che finalmente ritorna a dare un poco di spazio in più alle “Novità in libreria”, il libro di Löhr sembra avere ridestato nuova curiosità e successo come accaduto in passato. E’ stato recensito, curiosamente in prima pagina e per un’intera colonna, su “Il Foglio” di mercoledì 25 ottobre, con il titolo “Scacco al turco”, e sul “Domenicale” de “Il Sole 24 Ore” del 5 novembre 2006, N. 300, pag. 29. Qui, con l’appropriata intestazione “Ragione sulla scacchiera” e il sottotitolo “Un romanzo sul finto automa che, in abiti turchi, fece scalpore nelle corti europee del Settecento: dietro la guerra intellettuale con torri e cavalli, si celava la fine del vecchio regime e l’arrivo dell’Età dei Lumi”, la recensione di Diego Marani è molto precisa e ben curata. Come indovinata è la bella riproduzione, inserita all’interno dell’articolo, del celebre dipinto di Sofonisba Anguissola «La partita a scacchi» (1555).
    Conosciamo, per averlo raccontato Adriano Chicco e Giorgio Porreca nel loro intramontabile “Dizionario enciclopedico degli scacchi” (Mursia, 1971), quasi tutti i giocatori che dal 1800 manovrarono il Turco: Johann Baptist Allgaier a Vienna nel 1809, Rabbi Aaron Alexandre e Boncourt a Parigi nel 1818, William Lewis e Elijah Williams a Londra nel 1818, Jacques-Francois Mouret a Parigi nel 1820, mentre in America, dove frattanto l’automa era approdato, fu guidato da William Schlumberger, detto “Mulhouse”, e da Pierre Charles Fournier de Saint Amant. Nulla sappiamo, invece, dei giocatori che, per primi, manovrarono nel Settecento il Turco, il celebre automa costruito da von Kempelen. Il geniale inventore al servizio di Maria Teresa d’Austria, imperatrice d’Austria e Ungheria, che, nell’intento di costruire l’ancora più ambiziosa “macchina parlante”, ha dato non pochi contributi in termini della ricerca in robotica, come testimonia la sua pubblicazione “Mechanismus der menschlichen Sprache nebst Beschreibung einer sprechenden Maschine” (1791).
    Löhr, forte della circostanza di questa non conosciuta iniziale pagina di storia, forse troppo abilmente e segretamente custodita, si permette così di liberare la sua fantasia e scoprire il nano Tibor Scardanelli. Immagina che von Kempelen, dopo aver appreso dell’imbattibile bravura scacchistica del nano e deciso a scovarlo per completare in breve tempo la sua opera, facilmente nascondendolo all’interno della macchina, insegue le sue tracce sino a Venezia, dove lo trova rinchiuso nel buio delle prigioni dei Piombi ...
    Niente di nuovo sotto il sole, oggi. La nuova sfida che il Campione del Mondo Vladimir Kramnik affronterà dal prossimo 25 novembre al 5 dicembre a Bonn in Germania sarà nuovamente contro di una “macchina”: il programma scacchistico “Deep Fritz”. Una versione migliorata del commerciale “Fritz” di ChessBase, con una capacità di calcolo da 8 a 10 milioni di posizioni il secondo. A distanza di oltre duecento anni una “macchina” giocherà ancora a scacchi, probabilmente nuovamente vincendo, come avvenuto nel passato a Neuenburg suscitando allora grande meraviglia e, come accaduto in anni più recenti e con meno scalpore, in altre città. Per ultimo, a New York nel match di Kasparov contro “Deep Blue” della IBM, nel maggio 1997, e, successivamente, a Manama, capitale dell’emirato di Bahreïn, nell’ottobre del 2002, nella prima sfida tra Kramnik e “Deep Fritz”, in una versione meno potente di quella più recente e finito con un pareggio.
    Ma quanta storia, quanto cammino, quanti tentativi dietro questi eventi. Dalla leggenda della mitologia greca di Pigmalione, che si innamora della splendida statua d’avorio Galatea da lui stesso creata, al “Cavaliere meccanico” disegnato da Leonardo da Vinci, per arrivare a Frankenstein e ai contemporanei servizievoli “robot”. “Il Turco” non è che un episodio, ma con insistenza ricordato come testimonia il romanzo di Löhr, perché, più di altri automi, è riuscito a caratterizzare un’intera epoca. E’ il trionfo del pensiero illuminista. Gli “automi”, così come in periodi precedenti si era tentato con il “Golem”, si spera che siano sostituiti agli uomini per affrancarli dalla fatica del vivere quotidiano. Un sogno certamente caro a Maria Teresa, desiderosa di avere «un esercito di soldati meccanici che non conoscono la paura, non fanno errori, e versano olio anziché sangue».
    Una storia lunga, anche nel riuscire a dare un’anima all’automa. Dal “disco cifrante” di Leon Battista Alberti per arrivare al matematico britannico Alan Turing. Uno dei padri dell’informatica, celebre per aver guidato un gruppo di scienziati e scacchisti, durante la Seconda Guerra mondiale, per decifrare i messaggi in codice tedeschi elaborati dalla macchina “Enigma”. Proprio lui fu il primo, nel 1952 a Manchester, a far giocare ad Alick Glennie una partita a scacchi contro un programma, ancora lentissimo e povero di “intelligenza umana”. E senza dimenticare Claude Shannon che, nel 1956, nel segretissimo laboratorio di Los Alamos, progettò il programma scacchistico “Maniac I”.
    A Bonn, nei locali della “Art & Exibitionn Hall”, non sarà più “il Turco” a giocare, naturalmente. Ma a lui, sicuramente, avrà pensato la potente società del settore energia e chimica “RAG” di Essen che ha sponsorizzato le sei partite dell’incontro, patrocinato dal ministro federale delle finanze Peer Steinbrük.
    La locandina che annuncia la manifestazione, nominata “Word Chess Challenge 2006”, è, al riguardo, esplicita e molto ricca di significato. Risponde perfettamente al ricordo del celebre Automa. Una “macchina” che, finalmente, non ha più necessità di nascondere con astuzia al suo interno un nano giocatore di scacchi. Raffigura una scacchiera, con i pezzi in ordine, ad inizio di partita. Non si vede più il favoloso manichino travestito da turco con “il braccio destro steso in avanti in tutta la sua lunghezza, perpendicolare al corpo, adagiato su un lato della scacchiera, in una posizione di apparente noncuranza” (Edgar Allan Poe, “Il giocatore di scacchi di Maelzel”, SE, 2000, pag. 25). Nel cartellone pubblicitario si vede unicamente un leggero e trasparente braccio meccanico, snodabile e ultratecnico, che sta spostando velocemente il pedone di Re nella sua prima mossa; la mano umana è già pronta, ancora sospesa e titubante, per rispondere… La scritta è eloquente. Si legge: “The Duel: man vs machine”.
    Il Dr. Werner Müller, amministratore delegato della RAG, ha affermato: “Gli scacchi si abbinano perfettamente con gli obiettivi strategici della nostra azienda. Gli scacchi richiedono intelligenza strategica, capacità di previsione e di analisi. Caratteristiche queste essenziali per la nostra azienda, che vuole continuare a crescere ed essere competitiva. Riteniamo di poter imparare molto studiando come Kramnik affronterà il computer”.
    Peccato che la manifestazione, seppure aiuterà a far progredire la scienza informatica, non susciterà più quel così grande sbalordimento di cui parlava il grande scrittore americano sul “Southern Literary Messenger” ancora nell’Aprile del 1836. Che strabiliava lo stesso Poe e lo spingeva a svelare, con meticoloso rigore scientifico, i trucchi nascosti nella macchina, forse preoccupato, egli stesso, della possibilità dell’uomo di creare androidi.
    Nulla in confronto a quello che accade oggi, ma che continua a suscitare interesse anche richiamando la curiosità di scrittori per cimentarsi, come fa Robert Löhr, a scrivere un’antica storia. Straordinaria e bellissima. Ancora oggi illuminante.
    (24. XI. 2006)



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